Sul tema del dissesto idrogeologico in Italia:

“Dissesto idrogeologico: il costo della mancata prevenzione”

“Alluvione di Genova: le colpe (come sempre) della politica”

Finalmente una buona notizia: sembra che il Ministero dell’Ambiente abbia girato i fondi che erano destinati ad essere letteralmente sprecati per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, ad una causa ben più utile e ben più urgente, ovvero al dissesto idrogeologico. Speriamo che questi fondi vengano utilizzati nel modo giusto, una buona volta…

L.D.

http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/6756-cipe-finanziamenti-dissesto-idrogeologico-ponte-sullo-stretto

Finanziamenti: il Cipe affossa il ponte sullo stretto e sblocca i fondi per il dissesto idrogeologico

23 Gennaio 2012 – Francesca Mancuso

Dissesto idrogeologico, in arrivo finalmente i nuovi fondi dal Cipe (Comitato interministeriale per la Programmazione economica). Ad annunciarlo è stato il Ministero dell’Ambiente che in una nota ha reso noti i progetti e le opere pubbliche che verranno portati avanti nei prossimi mesi nelle regioni del Sud Italia. E tra essi non figura il ponte sullo stretto di Messina.

I recenti fatti di cronaca, le alluvioni che hanno colpito in particolare la Liguria e il messinese, insieme ai dossier poco confortanti, hanno sicuramente fatto scattare un nuovo campanello d’allarme, e cambiando (se mai ce ne fosse stato bisogno) le priorità di intervento nel meridione. Tra esse vi è sicuramente il dissesto idrogeologico. Per questo, qualche giorno fa, il Cipe ha deliberato lo stanziamento di oltre 749 milioni di euro che consentiranno al Ministero dell’Ambiente e a Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, di attuare interventi di difesa del suolo. Ad essi andranno ad aggiungersi altri 130 milioni di euro per le Regioni del centro-nord.

[…] I fondi del Cipe saranno così distribuiti: 23 milioni e 900 mila euro per i 76 interventi in Basilicata, 198 milioni e 900 mila euro per i 185 interventi in Calabria; 210 milioni e 600 mila euro per i 57 interventi in Campania; 27 milioni per gli 87 interventi in Molise, 175 milioni e 566 mila euro per gli 84 interventi in Puglia; 25 milioni e 800 mila euro per i 17 interventi in Sardegna; 12 milioni e 756 mila euro per gli 11 interventi in Sicilia. Qui, i fondi non serviranno dunque ad intraprendere la strada della costruzione del ponte sullo stretto, ma avranno lo scopo di avviare nuovi programmi per la difesa del suolo.

“Finalmente un cambio di passo radicale sul fronte delle infrastrutture, dopo anni di politica a sostegno esclusivo delle grandi opere” ha commentato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “Togliere i finanziamenti al Ponte mentre se ne sbloccano altri per la realizzazione di opere medio piccole e la manutenzione del territorio e della rete ferroviaria, che ne hanno tanto bisogno, è una decisione che risponde ai reali bisogni del Paese, in netta controtendenza rispetto alla precedente politica”.

[…] Soddisfatto anche il WWF che “plaude alla revoca del finanziamento di 1,6 miliardi di euro per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina”. Ma non basta. Gli ambientalisti infatti attendono anche “che ci sia il rigetto del progetto definitivo del Ponte, ‘non meritevole di approvazione’ (come stabilisce il contratto tra Stretto di Messina SpA e il General Contractor Eurolink) per gravi omissioni di carattere economico, finanziario e ambientale”.

Secondo il WWF inoltre, “il 29 luglio scorso la concessionaria pubblica Stretto di Messina SpA ha approvato il progetto definitivo del Ponte per un valore di ben 8,5 mililardi di euro (pari a mezzo punto di PIL). Ora è quindi d’obbligo un atto del Cipe che respinga il progetto definitivo per evitare che lo Stato, e quindi i cittadini, paghino penali scandalose al General Contractor. Infatti se il Cipe approvasse il progetto definitivo, si passerebbe alla fase esecutiva e all’apertura dei cantieri e quindi, secondo il contratto, lo Stato dovrebbe pagare centinaia di milioni di penali per la mancata realizzazione dell’opera”.

Fermare lo scempio, prima che sia troppo tardi, a danno dell’ambiente e delle tasche dei contribuenti. Ma intanto un primo passo è stato fatto. Il Cipe ha preso atto delle criticità balzate agli occhi della cronaca durante il 2011, e non solo, e sta investendo per tutelare il nostro territorio. Mai più disastri come quello di Genova, via la paura dal messinese, dove da qualche anno si ripete un macabro copione.

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Aggiornamento del 12 novembre 2013:

http://oggiscienza.wordpress.com/2013/11/04/solo-pochi-spiccioli-per-il-rischio-idrogeologico/

Solo pochi spiccioli per il rischio idrogeologico

Pubblicato da Laura Pulici su 4 novembre 2013

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AMBIENTE – È autunno. Cadono le prime piogge.  E puntualmente come ogni anno, si torna a parlare della fragilità del territorio italiano. Questa volta è toccato a Toscana, Liguria, Lombardia fare i conti con strade allagate, linee ferroviarie bloccate, esondazioni di torrenti e fiumi. Nel nostro Paese sono più di 5 milioni i cittadini che vivono o lavorano in zone considerate ad alto rischio idrogeologico. Del resto il territorio italiano è reso ogni anno più vulnerabile dal consumo di suolo e dalla mancata prevenzione. Secondo i geologi nulla è cambiato a due anni dall’alluvione in Liguria e a cinque anni dai 37 morti di Giampilieri (Messina): la mitigazione del rischio idrogeologico è ancora un miraggio.

[…] Con la legge di Stabilità varata dal Governo sono stati sbloccati i primi fondi – 1,3 miliardi di euro –  per interventi immediatamente cantierabili. In aggiunta sono stati stanziati 180 milioni in tre anni. Risorse giudicate insufficienti sia dagli enti locali, sia dalle associazioni ambientaliste. Solo per mettere in sicurezza le aree a rischio idrogeologico più elevato servirebbero circa 11 miliardi. E quello che è stato fatto finora non è sufficiente: negli ultimi 20 anni per ogni miliardo stanziato in prevenzione ne sono stati spesi oltre 2,5 per riparare i danni.

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Aggiornamento del 19 novembre 2013:

Detto fatto (persino dove il rischio in teoria non c’era…):

http://www.castedduonline.it/rubriche/il-diavolo-sulla-sella/10960/incendi-e-alluvioni-in-sardegna-e-ancora-morte-di-chi-sono-le-colpe.html

Incendi e alluvioni, in Sardegna è ancora morte: di chi sono le colpe?

Viaggio tra i perchè del disastro Cleopatra: ben pochi Comuni pensano davvero ai rischi idrogeoligici, e migliaia di persone dormono senza sapere se il giorno dopo ritroveranno la loro casa. E i nostri politici comprano Montblanc, Rolex, maialetti e matrimoni

Autore: Jacopo Norfo il 19/11/2013

Oggi moltissime scuole resteranno chiuse in Sardegna e sarà una giornata di immenso lutto.  In estate la nostra isola era stata colpita al cuore dagli incendi, in autunno alle prime piogge arriva il disastro: vivere qui sta diventando ad handicap. Di fronte alla bellezza dei nostri paesaggi bisogna sempre guardare verso l’alto, per vedere quale minaccia arriva.  Tutto era cominciato con la mareggiata di Frutti d’Oro e del Poetto, niente in confronto al vero dramma di Olbia, Torpè Uras e Oliena. Nove vite spezzate solo per colpa di una perturbazione, per quanto violenta che sia stata. Chiarissimo invece che le colpe siano dell’uomo, che il rischio idrogeologico sia stato ampiamente sottovalutato e che assurdo sia pensare di alleggerire i vincoli sulle nostre coste e sui nostri fiumi. Qui stiamo parlando di migliaia di persone che in Sardegna vanno a letto senza sapere se la mattina dopo ritroveranno la loro casa: è successo a Capoterra e Assemini tante volte come a Pirri, lo stesso dramma che oggi si vive soprattutto in Gallura.

Ma ad uccidere non sono state solo le bombe d’acqua e la “piena millenaria” raccontata da Cappellacci. Qui è l’uomo che col cemento sbagliato va a uccidere altri uomini. Perché quando in certe zone,soprattutto quelle ricche, si costruiscono i piani urbanistici, si pensa soltanto a difendere gli affari dei grandi impresari di turno. Gli appelli degli ambientalisti restano inascoltati. Pensate che ben pochi Puc sardi, anche a cominciare da quello di Cagliari, sono stati adeguati al Pai, piano contro i rischi idrogeologici. E quando la prevenzione invece bussa alla porta, come nel caso dei pennelli anti erosione di Frutti d’0ro, si rivela un gigantesco flop. In Sardegna si continua a morire, il ciclone ha ancora una volta messo a nudo le colpe dei nostri politici. Ora saranno i sardi a decidere chi e quando verrà spazzato via. Tanto si sono già presi i Rolex, le Montblanc, i maialetti e i matrimoni coi nostri soldi.

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Aggiornamento del 25 novembre 2013:

http://www.ilgiornale.it/news/interni/bluff-delle-tasse-ecologiche-solo-l1-usato-lambiente-969353.html

Il bluff delle tasse ecologiche: solo l’1% usato per l’ambiente

Lo Stato incassa quasi 44 miliardi l’anno, ma finiscono tutti in “spese” varie. Un tesoro che invece, investito in sicurezza, avrebbe potuto evitare questi morti

Paolo Bracalini – Gio, 21/11/2013
[…] Miliardi di euro in «tasse ambientali», che l’ambiente non lo vedranno mai, perché si fermano prima, inghiottite dallo stomaco onnivoro dello Stato per finanziare altre spese. Tasse sulle emissioni di combustibili, sulla produzione di energia elettrica, sull’utilizzo di veicoli a motore, altre eco-tasse (sui sacchetti di plastica, pile, oli lubrificanti, imballaggi, materiale per costruzioni), imposte sui rifiuti, sulle fognature, sui biglietti aerei. Che fanno tutte insieme 44 miliardi di euro, riscossi ogni anno dallo Stato, enti locali inclusi, con lo scopo (ma solo sulla carta) di proteggere l’ambiente e chi ci vive dentro. […]

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Aggiornamento del 7 febbraio 2014:

https://www.leoniblog.it/2014/02/04/roma-le-alluvioni-lo-stato-che-fa-tutto-tranne-lessenziale-modesta-proposta-di-unagenzia-per-il-ripristino-territoriale/

ROMA, LE ALLUVIONI, LO STATO CHE FA TUTTO TRANNE L’ESSENZIALE. MODESTA PROPOSTA DI UN’AGENZIA PER IL RIPRISTINO TERRITORIALE

4 febbraio 2014 – di Oscar Giannino

[…] questo editoriale intende lanciare una semplice proposta. Una proposta avanzata da un liberista diffidente dello Stato, convinto però che lo Stato debba svolgere bene le sue poche funzioni essenziali, invece di occuparsi – come fa in Italia – di una miriade di cose improprie. Senza perdersi in giri di parole sull’incuria patologica per decenni degli assetti idrogeologici dell’intero paese, e sul contributo negativo apportato dall’abusivismo. Senza nascondersi dietro pareri diversi sul global warming e il suo impatto. Senza aggiungere altre osservazioni vane sulla moltiplicazione di competenze burocratiche che fa sì che il drenaggio del letto di un fiume, la manutenzione dei suoi argini, e il drenaggio e la tenuta dei terreni circostanti, appartengano nel nostro ordinamento a una miriade di autorità diverse, e distinte per diversi ambiti.

Le calamità in questo inizio secolo si ripetono ormai con frequenza annuale. Ed è evidente a tutti che la politica e le istituzioni non ne manifestano, sinora, la consapevolezza che dovrebbero assumerne: di risorse adeguate agli interventi necessari, di una nuova definizione istituzionale delle competenze, sia per la prevenzione, sia per gli interventi d’emergenza. […]

Perché non mettere rapidamente mano a una quantificazione d’emergenza delle molte decine di miliardi necessarie a un piano nazionale pluriennale di interventi idrogeologici di assoluta emergenza, e troppo a lungo rinviati? Perché non pensare a un’Agenzia incaricata di recuperare in pochi anni i più gravi ritardi, coordinando con procedure spedite le troppo frazionate competenze amministrative e le risorse private e delle imrpese, ma con una dotazione finanziaria propria e aggiuntiva, rispetto a quella dei risicati bilanci delle Autonomie e Agenzie Regionali all’Ambiente, Autorità di bacino e consorzi di bonifica?

[…] Chi qui scrive è notoriamente diffidente delle pesanti intromissioni pubbliche nel mercato. Ma non si tratta di ottenere l’ok europeo a fondi pubblici aggiuntivi perché lo Stato decida lui in quale settore industriale investire o a chi discrezionalmente dare sussidi e a chi negarli. Qui si tratta di un compito essenziale di ogni Stato, anche di quello minimo come a me piacerebbe: argini e corsi dei fiumi, sicurezza dei declivi e delle aree urbanizzate, bonifiche e drenaggi, sicurezza di abitati e strade, ponti e ferrovie. Facciamo allora tornare lo Stato ai suoi compiti veri che trascura, mentre su tutti gli altri non cambierò mai idea e resterò in minoranza a criticare l’iperstatalismo italiano.

[…] Bisogna crederci, nella necessità di non ritrovarci in ginocchio, ogni inverno, a piangere morti e crolli, alluvioni e disastri. Dipende solo da noi, fare ciò che per tanti anni non è stato fatto. E non fermarci alle mille polemiche del giorno dopo, dimenticate dopo un mese, per ritrovarci ogni anno punto e daccapo.

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Aggiornamento del 23 marzo 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/simone-petralia/economia-e-disastri-ambientali-mappa-del-rischio/marzo-2014

Economia e disastri ambientali: la mappa del rischio

[…] Per comprendere l’influenza del climate change sull’economia, può essere utile leggere l’edizione 2014 del Natural Hazards Risk Atlas realizzato dalla Maplecroft, società inglese specializzata in analisi dei rischi. Si tratta di uno studio in cui viene analizzato l’impatto su 197 paesi di dodici possibili eventi naturali catastrofici: terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche, frane (prodotte da terremoti o da forti piogge), inondazioni, cicloni tropicali, tempeste, cicloni extra-tropicali, incendi e siccità. Molti di questi fenomeni sono in aumento a causa del cambiamento climatico.
L’Atlante è formato da 29 tra indici, infografiche e mappe interattive ed è stato realizzato con lo scopo di consentire a governi e comunità di attuare politiche consapevoli di prevenzione e riduzione dei rischi, ma soprattutto per permettere alle imprese di mettere al riparo i propri investimenti dagli effetti di eventi potenzialmente disastrosi.

L’Absolute Economic Exposure Index si basa su una serie di dati quali l’esposizione ambientale, le ricadute negative sull’economia, l’associazione tra produzione economica e tipo di rischio, la stabilità politica, la fiducia degli investitori, il rapporto tra debito e PIL e gli indici MSCI (Morgan Stanley Capital International). È stata calcolata anche la resilienza socioeconomica di ogni paese, cioè la capacità di contenere i danni e tornare allo stato di normalità attraverso sistemi mirati di prevenzione e gestione delle calamità. L’analisi di queste informazioni ha permesso di associare a ogni nazione un punteggio in base al livello effettivo di rischio. Per la sua analisi, la Maplecroft ha indicizzato oltre 200 tipologie di rischi, attribuendo a ognuna un valore numerico da zero (livello estremo) a dieci (livello minimo).
In questo modo è stato possibile stilare una classifica delle nazioni più esposte, a cui è stata associata una mappa che consente di avere una visione d’insieme delle aree in cui si concentrano i rischi maggiori.

Le prime cinque nazioni, il cui rischio è stato classificato come estremo, sono Stati Uniti, Giappone, Taiwan, Cina e India. […] Nella classifica dell’Absolute Economic Exposure Index le Filippine si trovano al settimo posto e sono uno dei quattro paesi classificati come a rischio elevato. All’ottavo posto, tra le Filippine e l’Australia, c’è l’Italia. Non c’è da stupirsi, considerata la fragilità del nostro sistema economico, l’instabilità politica, l’elevata sismicità e lo stato di dissesto idrogeologico in cui si trova gran parte del nostro territorio.

21 marzo, 2014 – Simone Petralia

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Aggiornamento del 7 maggio 2014:

http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/13215-alluvione-marche-senigallia

Alluvione Marche: un nuovo disastro annunciato …e già dimenticato

Scritto Da Germana Carillo – 

Creato 05 Maggio 2014
[…] Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente, sono 236 i Comuni marchigiani classificati a rischio idrogeologico di cui 124 a rischio frana, uno a rischio alluvione e 111 a rischio frana e alluvione. Secondo lo studio sul consumo di suolo nella costa marchigiana realizzato da Legambiente, il paesaggio costiero marchigiano negli ultimi decenni è stato sottoposto a una urbanizzazione tale che oggi vede circa il 60% della fascia litoranea scomparsa sotto il cemento.

È necessario e urgente cambiare passo nella gestione e governo del territorio –dicono Luigino Quarchioni e Francesca Pulcini, rispettivamente presidente e vice presidente di Legambiente Marche -, fermando il consumo di suolo e pianificando interventi strutturali per la messa in sicurezza delle nostre città e delle aree più a rischio. Accanto a questo è necessario rimettere al centro il ruolo strategico dell’agricoltura e della manutenzione dei corsi d’acqua e lavorare con i cittadini e le forze sociali affinché la corretta gestione del territorio e l’attività di prevenzione dal rischio siano l’obiettivo di tutta la comunità“. […]

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