In questo articolo, tratto da “Il Sole 24 Ore”, si parla di possibili strategie per il nostro Paese, sotto vari punti di vista. Sono questioni su cui riflettere, sia per i politici che per noi cittadini. Alcuni provvedimenti possono essere svantaggiosi se considerati in un orizzonte di breve termine, ma possono rivelarsi vantaggiosi nel lungo periodo. Per questo non possiamo pensare in termini di “qui ed ora”, ma piuttosto dobbiamo pensare a quali saranno i benefici nel futuro, per l’intero Paese e non solo per il nostro piccolo “orticello”.

Gli strateghi dovrebbero essere appunto i politici stessi, ma purtroppo i governi che abbiamo avuto fin’ora (da almeno una ventina d’anni a questa parte) non hanno mai avuto molta progettualità. Così ora ci ritroviamo con un Paese in cui tutto è disastrato, perchè tutto è stato lasciato andare come andava. Il nostro Paese è stato comeletteralmente abbandonato dalla politica degli ultimi tempi. Governare uno Stato è come allevare un bambino. Non serve a nulla progettare ad esempio i suoi studi o le sue attività di anno in anno, altrimenti ogni anno egli dovrà ricominciare ad apprendere tutto dall’inizio, per poi alla fine non imparare niente. Povera Italia orfanella, che ora si ritrova a dover riformare tutto dal principio o quasi. C’è bisogno di tante riforme, di tanti cambiamenti. Ovunque, persino nella mentalità stessa della maggior parte dei cittadini.

L.D.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/7-aprile-2010/software-libri-lauree-Italia.shtml?uuid=bb9b037e-420e-11df-b9b7-b20990dcd30c&

Software libri e lauree scommessa per l’Italia

di Pietro Reichlin – 7 APRILE 2010

L’Italia è un paese anomalo: appartiene al club delle economie più ricche dell’Occidente, ma soffre di molti problemi che affliggono le nazioni meno avanzate e di più recente industrializzazione. I paesi relativamente poveri crescono di più perché si giovano dei forti guadagni di produttività che derivano dalla crescita del capitale e della forza lavoro nell’industria. I paesi relativamente ricchi, viceversa, crescono perché hanno una forza lavoro più istruita e sono in grado di far avanzare la frontiera tecnologica. Si ha la netta impressione che il nostro paese non sia nelle condizioni di trarre vantaggio né dalla sua relativa arretratezza (testimoniata dalla presenza di vaste aree ancora poco sviluppate), né dalla sua relativa modernità.

I problemi principali che limitano la nostra capacità di crescita sono noti. In primo luogo, la forza lavoro è poco istruita. La percentuale di popolazione tra i 25 e i 64 anni con almeno un diploma di scuola superiore è di circa il 52%, contro l’84% della Germania e il 69% della Francia. Inoltre, percentuali enormi di giovani, donne e anziani sono inattive. Infine, la dimensione media delle imprese è troppo piccola e la specializzazione produttiva è orientata verso prodotti a basso contenuto tecnologico.

Questi problemi non sono mai stati affrontati seriamente dalle nostre classi dirigenti. Il sistema della scuola e della formazione superiore è obsoleto e di bassa qualità, il sistema fiscale è eccessivamente concentrato sul lavoro e sull’impresa, e i mercati sono rigidi e poco competitivi. […] L’Italia è forse l’unico paese dell’Ocse in cui il livello di istruzione non contribuisce a incrementare il reddito individuale, mentre quest’ultimo cresce per effetto di meccanismi istituzionali basati quasi esclusivamente sull’anzianità di servizio.

Infine, il sistema degli ammortizzatori sociali rimane concentrato sulla previdenza e il lavoro dipendente delle grandi imprese, privando di adeguata copertura coloro che svolgono attività autonome o hanno contratti atipici. Spesso questi ultimi sono individui giovani e relativamente istruiti, cioè i soggetti che possono meglio contribuire alla crescita economica del paese. I rischi eccessivi che essi corrono nel corso della propria vita professionale limitano gli investimenti, la formazione professionale e l’innovazione.

Barba Navaretti e Tabellini (sul Sole 24 Ore del 2 aprile) hanno osservato che il ritorno alla crescita potrebbe derivare da una riallocazione del lavoro e del capitale. In effetti, studi recenti sulle economie dei maggiori paesi industrializzati mostrano forti differenziali di produttività (fino al 100%) tra impianti che appartengono alla stessa industria e che utilizzano gli stessi input. Ciò suggerisce che si possano ottenere notevoli aumenti di produttività dalla rimozione delle rendite di posizione, degli ostacoli alla concorrenza e alla mobilità dei fattori produttivi. In molti casi, e specialmente in Italia, queste riallocazioni sono impedite da politiche economiche discrezionali, troppo attente ai vantaggi elettorali e ai poteri politici locali, ma anche da un mercato del lavoro che coniuga una scarsa copertura assicurativa con alti costi di uscita.

Questa diagnosi è generalmente condivisa, ma ciò non basta a risolvere i problemi. Le politiche correttive comportano costi politici non irrilevanti. Ad esempio, il potenziamento del sistema universitario potrebbe richiedere un maggior contributo finanziario delle famiglie e la chiusura di molte sedi. La crescita dell’occupazione e il rafforzamento dei settori tecnologicamente avanzati potrebbero determinare un aumento della dispersione salariale e della mobilità del lavoro (come avvenuto nei paesi anglosassoni). Più in generale, l’apertura dei mercati e la razionalizzazione del sistema produttivo comportano maggiori rischi nell’immediato, anche se il progresso tecnologico e la crescita dimensionale delle imprese dovrebbero portare maggiore stabilità nel futuro.

Molti elementi suggeriscono che gli italiani non siano desiderosi di affrontare questi cambiamenti. […] Nei prossimi anni si vedrà se la nostra classe dirigente saprà fare scelte responsabili o aderire alle pressioni più conservatrici della società.

Da un’intervista a Innocenzo Cipolletta, economista:

“La piccola industria ha dei limiti, ma è anche la nostra forza. E’ una rete di esperienze che molti paesi ci invidiano e dalla quale nascono altre piccole imprese. Una ricchezza che dobbiamo custodire, ma che al tempo stesso deve evolversi, perché tutto ciò che non evolve muore […].

Domanda: Quali sono i principali ostacoli che impediscono un sano sviluppo della Piccola e Media Impresa?

Risposta: Il nostro paese, purtroppo, affronta problemi legati a carenze nel settore della formazione delle persone, nel settore delle infrastrutture e in quello dei servizi connettivi. Per il primo aspetto, occorre dire che In Italia abbiamo capitale umano insufficiente, perché la gente studia poco, il numero di laureati e diplomati è basso e il livello della scuola non è fra i migliori. Ne consegue che la nostra forza lavoro, nonostante l’impegno speso, non è fortemente produttiva. La seconda carenza sta nelle infrastrutture, sia quelle per il trasporto sia quelle per l’energia. Per un Paese geograficamente complicato come l’Italia, ciò determina un surplus di costi che penalizza lo sviluppo economico. Per il terzo aspetto, infine, cito come esempio la giustizia. E’ lenta e proprio per questo non determina quel grado di fiducia grazie al quale una persona si sente tutelata quando stipula un contratto. Oppure, un secondo esempio è quello della sicurezza personale. In alcune zone del paese esiste un livello tale di criminalità organizzata da rappresentare un forte freno allo sviluppo.

Domanda: Soffermiamo un momento l’attenzione sui nostri laureati. Sono forse ancora troppi quelli che scelgono discipline umanistiche a scapito di quelle scientifiche?

Risposta: Sicuramente. Però mi lasci dire che in Italia la domanda di laureati scientifici è bassa. Ci sono poche imprese che li assumono, per cui è naturale che sempre meno ragazzi sceglieranno questo percorso di studi. E’ un po’ un cane che si morde la coda e bisogna senz’altro fare qualcosa per rompere questo circolo vizioso.

A tutela delle PMI, la politica italiana deve necessariamente impegnarsi a ridurre la pesantezza della propria “macchina amministrativa”, che si può interpretare molto semplicemente come il numero di giorni spesi e la quantità di atti e passaggi amministrativi che devono essere compiuti da un imprenditore per essere in regola con la burocrazia. Gli uffici pubblici quindi devono essere resi più efficienti, allo scopo di ridurre il più possibile i costi improduttivi ad essi legati.

Che cosa significa investire in istruzione? Significa potenziare le capacità di analisi di processi matematici, allo scopo di usare al meglio oltre ad incrementare ulteriormente la tecnologia attuale. Significa quindi portare innovazione.

 

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