L’impresa è fattore fondamentale per garantire ricchezza, benessere e libertà: un paese senza imprese è un paese non solo più povero, ma meno libero. Un’economia forte è garanzia di un paese forte

Vincenzo Boccia, Vice Presidente Piccola Industria Confindustria

Riportiamo qui un articolo molto bello di Luca Ricolfi pubblicato su La Stampa, nel quale si sostiene la necessità di proteggere e tutelare le nostre imprese, criticando altresì il fatto che gli ultimi governi non si siano certamente prodigati in tal senso, anzi… Leggendo questo e gli altri articoli citati ne scoprirete i motivi…

L.D.

 

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9615&ID_sezione=29

E ora difendiamo chi produce

5/1/2012 – di Luca Ricolfi

[…] io vedo il pericolo che, nel dibattito pubblico dei prossimi mesi, si mettano da parte alcuni dati di fondo, che sono cruciali per prendere decisioni sagge, ma appaiono urticanti o «politically taboo» a quasi tutti i soggetti in campo. Quali dati?

Il primo dato è che la pressione fiscale sull’economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%). Questo è un handicap di fondo dell’Italia, che è stato ulteriormente aggravato dalle manovre finanziarie di Berlusconi, e in misura ancora maggiore da quella di Monti. Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi. Mi spiace doverlo dire, ma mi sono convinto che oggi in Italia un sentimento di paura verso l’Amministrazione pubblica sia ampiamente giustificato anche quando non si sia commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni accentuando il suo volto rapace e intimidatorio.

Il secondo dato di fondo è la strabica selettività della repressione dell’evasione. Ci sono intere zone del Paese in cui quasi tutto è in nero, si sa perfettamente dove si annidano gli abusi più clamorosi (compreso il caporalato e varie forme di sfruttamento del lavoro degli immigrati che ricordano i tempi della schiavitù), ma si preferisce chiudere ipocritamente un occhio, concentrando l’azione sulle porzioni del Paese in cui l’evasione c’è, ma è molto più contenuta. Pur di salvare il principio astratto che il lavoro deve essere pagato decentemente e iperprotetto, Stato e sindacati tollerano di buon grado che in un quarto del territorio nazionale si possa operare in modo del tutto irregolare, non solo sul versante dei salari ma su quasi tutto il resto (dal mancato pagamento del canone Rai alla violazione di ogni norma igienica, di sicurezza, antinfortunistica, etc.). Il fatto è che se volesse intervenire contro l’illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari.

C’è un terzo dato di fondo, che mi pare fondamentale ora che si sta per aprire lo spinoso capitolo del mercato del lavoro: da un paio di anni l’Italia sta riducendo la sua base produttiva. Fallimenti, chiusure volontarie di attività, bassi investimenti, distruzione di posti di lavoro, si stanno susseguendo senza interruzione dal 2008. Un po’ dipende da un fatto nuovissimo, e cioè che questa crisi è, dal 1945, la prima in cui si prende in considerazione non solo l’eventualità di un double dip (doppia recessione, la prima nel 2009, la seconda nel 2012), ma anche l’ipotesi che la crescita non tornerà mai più, come ha già tristemente sperimentato il Giappone negli ultimi due decenni. In queste condizioni a molti pare inutile resistere in attesa di una ripresa che forse non ci sarà né l’anno prossimo né mai. Un po’, però, dipende anche da un altro dato che ci si rifiuta di vedere, e cioè che lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione.

Quando dico costi di produzione, però, non intendo solo le voci che sono al centro della prossima trattativa governo-Confindustria-sindacati. E’ chiaro che salari e profitti sono troppo tassati, è chiaro che le imprese medio-grandi hanno troppi vincoli, è chiaro che in Italia si fa troppo poca ricerca, è chiaro che c’è troppo poca concorrenza sul mercato interno, è chiaro che bisogna aumentare la produttività del lavoro. E tuttavia, attenzione, non possiamo esagerare con la colpevolizzazione dei produttori, siano essi le imprese (cui si rimprovera cattiva organizzazione e scarsa innovazione), i lavoratori autonomi (cui si rimprovera di evadere le tasse), o i lavoratori dipendenti (cui si rimprovera di non essere abbastanza produttivi). Come tutti, vedo anch’io diversi furbi e farabutti che evadono spudoratamente il fisco, ma sempre più frequentemente mi capita di incontrare persone per bene, che gestiscono in modo efficiente un’attività, ma si trovano ormai di fronte al dilemma se chiudere o «fare del nero», e per lo più – proprio perché sono persone oneste – scelgono di chiudere.

Il tasso di occupazione, la produttività e la competitività non dipendono solo dai rapporti fra capitale e lavoro, come sembra suggerire l’attuale enfasi sulle relazioni industriali, ma anche da alcune fondamentali condizioni esterne all’impresa: il costo dell’energia, il costo del credito, i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, il costo degli adempimenti burocratico-fiscali, l’efficienza della giustizia civile. E’ ingenuo pensare che l’operaio tedesco, che guadagna di più di quello italiano, sia più produttivo essenzialmente perché più stakanovista o meglio attrezzato dal suo datore di lavoro. Il valore aggiunto di un’impresa è la differenza fra il valore della sua produzione e i suoi costi, e lo svantaggio dell’Italia su questi ultimi è abissale. Fatti 100 i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), i costi dell’Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il gasolio, 250 per l’energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti (senza contare gli ulteriori aggravi prodotti dalle recenti manovre «salva Italia»).

Se poi a tutto questo aggiungiamo la tassazione più pesante del mondo sviluppato, la rigidità del nostro mercato del lavoro regolare, l’enorme prelievo sul reddito e sulla ricchezza operato con le ultime manovre, il quadro si capovolge: la domanda non è più perché l’Italia non cresce, ma perché i produttori non hanno ancora gettato la spugna. Da questo punto di vista i governi che si sono succeduti negli ultimi anni mi paiono tutti molto simili. Sotto la pressione dei mercati, non hanno mancato di chiederci dei sacrifici, per «rimettere a posto i conti pubblici». Ma ben poco hanno fatto per abbassare in modo apprezzabile i costi di chi produce ricchezza, quasi a lasciar intendere che il problema della produttività riguardi essenzialmente le parti sociali. Temo sia stato un errore, e che la chiusura di tanti negozi, attività, imprese, che osserviamo così spesso oggi nelle nostre città, ne sia l’amara conseguenza.

http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1369&Itemid=73

Stato e imprese: potenzialità e senso del ridicolo

9 maggio 2011 – di Raffaele Brancati

La politica economica con finalità strutturali, in modo particolare la parte dedicata in ogni paese all’impulso della competitività dei produttori in un mercato globale, si trova in Italia in una singolare situazione da almeno un decennio.

Di cosa stiamo parlando? Proviamo a ragionare partendo da alcuni casi di politiche recenti ed evitiamo in questa sede approfondimenti sulla reale modestia complessiva delle risorse destinate a tali politiche sia in valori assoluti che in relazione a quanto fatto dai principali partner europei e in primo luogo dalla Germania (i valori in rapporto al PIL degli Aiuti di Stato –misurati con generosità dal Governo italiano – sono stati pari nel 2009 allo 0,6% per l’Italia e al 4,8% per la Germania; escludendo gli aiuti al sistema finanziario le stesse percentuali scendono rispettivamente  allo 0,33% e allo 0,58%. Un solo commento merita di essere fatto in proposito: la modestia delle risorse effettive rende evidentemente impossibili, ammesso e non concesso che siano desiderabili, quegli scambi tra fiscalità generale e incentivi talvolta evocati. […]

Un primo esempio – di grande attualità- può essere rappresentato dal cosiddetto “Contratto di Rete”.

Che le reti di imprese, sia viste come distretti produttivi, sia come reti di subfornitura, sia come integrazione di filiere produttive che rinforzano reciprocamente i loro vantaggi competitivi, rappresentino una parte importante del modo italiano (o almeno di una parte non trascurabile del nostro sistema) di competere sui mercati internazionali pare questione indubitabile. Quindi, ben venga una misura dedicata a questa realtà: da qui articoli, dibattiti e un fiorire vario di iniziative nazionali e regionali.

Naturalmente la norma prevede una definizione molto complessa dei beneficiari e le complicazioni sono tali che i provvedimenti attuativi trovano una strada molto difficile nella loro precisazione e l’applicazione concreta non sarà agevole. Qualora si riuscisse in tale compito arduo, rimane la questione fondamentale: le dotazioni finanziarie complessive di una misura che in teoria potrebbe riguardare oltre un terzo del sistema produttivo italiano (quindi un numero colossale di imprese) sono davvero modeste, si tratta di 14 milioni di euro per anno (20 per il primo anno). Le Regioni aggiungeranno dell’altro, ma il primo requisito essenziale, le risorse, non sono certamente adeguate agli obiettivi e alle aspettative che si stanno creando, laddove i meccanismi gestionali della misura, di natura fiscale e quindi molto appetibili per gli operatori, aprirebbero le porte a un uso intensissimo dello strumento. Allo stato dei fatti, si sta ragionando di un simpatico gioco di società al quale mancano numerosi elementi essenziali per poterla definire realmente una politica con qualche speranza di efficacia.

Un secondo esempio da ricordare è relativo a un decreto “competitività” approvato poco prima delle elezioni politiche del 2006. In tale decreto si procedeva a una (condivisibile) riorganizzazione di tutti gli enti destinati a favorire l’internazionalizzazione delle imprese, accorpando tutti gli uffici all’estero (uffici commerciali delle ambasciate, ICE, altri enti), consentendo quindi agli operatori un riferimento unico e forse la liberazione di risorse per ampliare i servizi o ottenere dei risparmi di gestione. Un decreto trasformato in legge deve la sua ragione istituzionale all’urgenza dei problemi e dell’intervento da realizzare: per quella condivisibile riorganizzazione non sono mai stati realizzati i provvedimenti attuativi a distanza di ben cinque anni; forse avremo tra poco un analogo decreto sugli stessi temi. Ancora una volta, una politica con grandi potenzialità è stata totalmente disattesa (si badi, non inefficace, semplicemente non realizzata).

Un terzo esempio è rappresentato dal cosiddetto Credito di Imposta per la ricerca. Introdotto come meccanismo automatico e universale di sostegno a tutti coloro che dovevano realizzare attività di R&S e di Innovazione, si è scontrato con i vincoli del bilancio pubblico: si è deciso, quindi, di razionare i beneficiari sulla base del minor tempo impiegato a presentare la domanda, accettando solo chi presentava la stessa nei primi secondi del giorno x. La perversione del cosiddetto “click day” è stata sottolineata da molti rappresentanti degli imprenditori e analisti; pochi, viceversa, hanno notato come il criterio si applicasse alle spese sostenute nell’anno precedente all’approvazione e quindi (con l’esclusione dei veggenti) sarebbe stato difficile attendersi un effetto netto della politica sulle attività di R&S realizzate dalle stesse imprese in tempi precedenti. Non contenti di ciò, si pensa periodicamente di riaprire vecchie graduatorie rifinanziando la misura e consentendo di portare a detrazione spese realizzate anni prima.

Insomma le politiche per le imprese sono uno dei terreni in cui si esercita il caos non creativo che sembra caratterizzare tante parti della sfera pubblica nazionale senza particolari aspetti di originalità e di interesse.

In questo quadro si inserisce a pieno titolo la cosiddetta “Riforma degli incentivi” segnalata come imminente dalla fine del 2008 […]. Immediatamente si è avviato un profluvio di discussioni sui temi della riforma (che nel frattempo, ironia della sorte, veniva ritirata dal medesimo Governo e rinviata al futuro): […] La questione più dibattuta, tuttavia, è rappresentata dall’indirizzo del provvedimento in cui si segnala l’opportunità dell’utilizzo di meccanismi automatici di aiuto, con particolare riferimento a quelli di natura fiscale e a quelli che utilizzano procedure di erogazione attraverso bonus fiscali, crediti d’imposta e voucher, per la promozione degli investimenti delle imprese di minore dimensione e di quelli di contenuta entità finanziaria.

Questo è bastato per accendere un dibattito su quale sia, rigorosamente in astratto, la forma di intervento più efficace, se quella automatica o quella valutativa; lo stesso dibattito segue quello di pochi anni or sono in cui si discettava se fossero più utili misure in conto capitale (spregiativamente indicate come a fondo perduto) o finanziamenti agevolati o altro ancora giungendo a specificare nelle leggi quadro le tecnicalità di intervento.

[…]

Dalle premesse di questa breve nota, tuttavia, si può ricavare facilmente l’opinione di chi scrive. Le questioni essenziali della politica industriale possono essere ricondotte a due grandi tipologie: gli obiettivi da porre specificati in modo ragionevolmente puntuale e definito, da un lato, e una definizione compiuta delle misure previste, dall’altro, laddove per definizione compiuta si devono intendere procedure applicabili e coerenti e una dotazione finanziaria in linea con gli obiettivi posti. Si tratta di banalità, ma purtroppo di banalità rivoluzionarie per l’Italia, nel senso che sono generalmente entrambe disattese da decenni.

Le politiche per le imprese sono possibili, anzi sono altamente desiderabili in un contesto in cui la struttura prevalente delle imprese è di dimensione piccola e piccolissima, ma nella quale le imprese più dinamiche e innovative di tutte le dimensioni competono sui mercati mondiali. Le vie per attivarsi non prevedono tanto l’elaborazione di grandi idee innovative e neppure di discutere di questioni semplicistiche o tanto generali quanto inutili; sarebbe piuttosto indispensabile un serio tentativo di capire cosa serve realmente a quelle imprese in competizione e lo sforzo di sviluppare meccanismi e procedure adatte. […]

http://www.met-economia.it/?p=1578

Aiuti di Stato in Europa: imprese italiane tra le meno agevolate

7 aprile 2011

[…] Per depurare i risultati dagli effetti dovuti alle misure adottate per il salvataggio delle banche, è utile analizzare le risorse erogate alle imprese industriali e dei servizi al netto del comparto finanziario (comprendendo comunque gli interventi anticrisi).

Nei 27 Paesi Membri complessivamente sono stati concessi aiuti pari allo 0,51% del PIL. Le politiche adottate in Italia hanno avuto un’intensità decisamente inferiore alla media europea, per un importo pari allo 0,3% del PIL nazionale, e soprattutto al di sotto dei livelli registrati nei principali competitors: le imprese tedesche e quelle spagnole hanno infatti beneficiato di aiuti per un importo, commisurato al PIL, di oltre il 70% superiore a quello italiano; se si considera la Francia l’intensità delle politiche è stata il doppio di quella osservata nel nostro Paese. […]

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www.impresecheresistono.org

Per chi vuole continuare a fare impresa

Gruppo di imprese costituite in Comitato composto per l’80% circa da piccole aziende. Siamo trasversali alle associazioni ed apartitici. Valorizziamo la nostra “FORZA LAVORO” per difendere Occupazione e Impresa.

Il Movimento spontaneo nasce nel Maggio del 2009. Luca Peotta riunisce per la prima volta una quarantina di imprenditori a Moretta (CN) e successivamente alla GAM (Galleria d’Arte Moderna) di Torino si incontrano stavolta centocinquanta imprese, dove vengono formalizzati i nove punti che saranno le richieste di ICR alle istituzioni su Irap, accesso al credito, scadenze bancarie, previdenziali e fiscali, crediti di imposta, IVA, ammortizzatori sociali, certezza dei pagamenti.

Come PMI chiediamo la possibilità di continuare ad esistere e salvaguardare l’occupazione su tutto il Territorio Nazionale (4.000.000 di Micro, Piccole e Medie Imprese e dei loro dipendenti, VERA Spina Dorsale del Paese).

LE PROPOSTE

Misure a breve termine:
– Credito diretto alle imprese
– Riduzione IRAP
– Certezza dei pagamenti
– IVA all’incasso
– Prolungamento CIGO

Misure a medio e lungo termine
– Nuovi studi di settore per micro e piccole imprese
– Revisione del sistema di tassazione delle imprese e delle persone fisiche e l’eliminazione dell’anticipo delle imposte
– Sospensione applicazione Basilea
– Deducibilità integrale interessi passivi

Siamo “ImpreseCheResistono” e che REAGISCONO:
– all’indifferenza sostanziale della Politica
– alla Pressione Fiscale tra le più alte d’Europa
– alla cronica mancanza di Ordinativi causata dalla Globalizzazione malgestita
– a Pagamenti MAI certi
– ad una Burocrazia esasperante
– ad un Sistema di Welfare inefficiente
– all’illegalità tollerata, quando non legalizzata
– al rapporto “asettico” delle Banche
– alle “logiche spartitorie” prive di Meritocrazia
– alle tentazioni di andarsene dall’Italia

E’ ora di dire BASTA!

 

www.terraferma-icr.it

TERRAFERMA

Una rete di psicologi per dare ascolto a piccoli imprenditori e lavoratori in difficoltà.

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Editoriale de “Il Piccolo” del 4 dicembre 2009

Di Renato Ancorotti

“[…] Fare impresa è fare cultura. Parlo di imprenditoria pura, lontana dalla finanza, piccole imprese vincenti che ignorano le grandi teorie economico-finanziarie, ma perseguono con ostinazione gli obiettivi che si sono prefissi, non ascoltano chi consiglia loro di dislocare le produzioni in Cina o in Vietnam o in altri paesi dove la manodopera viene pagata con una ciotola di riso. Sono Italiani, fieri di esserlo, e sono gli autori del vero successo del MADE IN ITALY. Sanno che è solo innovando e facendo qualità che riusciranno a battere la crisi; hanno il piacere personale di fare le cose bene, di veder nascere dalle proprie aziende prodotti sicuri, quasi perfetti e di ottima qualità. Sono piccole aziende, conosciute solo localmente, che non appaiono sui quotidiani nazionali, ma sono quelle che non hanno ricorso alla cassa-integrazione e alla mobilità e che sono realmente le creatrici di ricchezza e valore del nostro Paese. Ma cosa ha fatto la politica per loro? Poco o niente. […] Sono aziende dove gli imprenditori considerano i propri dipendenti come veri e propri collaboratori, autori e attori del successo dell’impresa, dove esiste l’orgoglio di appartenenza e la stima reciproca, dove ci si sente gratificati e valorizzati: e questo è uno dei maggiori fattori di successo. […] il nostro Paese funziona, produce, vende ed esporta per merito di imprenditori che credono nella propria impresa, nei loro collaboratori e soprattutto nei prodotti che vendono, non rinunciando alla loro mentalità contadina, al buonsenso e alla prudenza. Imprenditori che hanno tirato la cinghia, che con la crisi hanno lavorato di più e meglio e che fino ad ora, nonostante la burocrazia, la politica e la finanza, hanno, a prezzo di sacrifici, tenuto duro e sconfitto la crisi […]. Ma quali sacrifici hanno fatto i politici di professione? A quante auto blu hanno rinunciato? A quali privilegi? Per favore smettano di fare teorie e proclami e prendano, al posto delle prossime vacanze estive, un mese di lavoro. Non sia mai che si ravvedano e, calandosi nella realtà, non imparino a considerare il lavoro per quello che è davvero: un diritto, ma anche un dovere.”

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http://madinitaly.mettiamocilatesta.it/

Mad in Italy!

È un’impresa fare impresa in Italia! Qualcuno se n’è andato, sta pensando di andarsene o se ne andrà per mettere in atto il proprio progetto all’estero. Qualcun altro invece è rimasto, sta decidendo di rimanere o rimarrà per realizzare la propria idea d’impresa qui in Italia. Folle? Forse sì.

Ma la storia economica italiana è costellata da imprenditori che hanno ottenuto successi e riconoscimenti nazionali ed internazionali, decidendo di dare vita alle loro idee in Italia, nonostante l’Italia. Noi vogliamo parlare di questi “folli” raccontando o facendo raccontare le loro storie ed i loro successi.

Stiamo promuovendo il solito made in Italy? In parte sì e in parte no.

Sì, perché è indubbio che tra le storie imprenditoriali italiane di successo ci siano quelle aziende che sono comunemente ritenute rappresentative del prodotto italiano nel mondo.

No, perché a noi non interessa parlare di made in Italy in termini di prodotti e creazioni, ma in termini di idee di impresa, tutte le idee di impresa realizzate in Italia, molte delle quali stanno dietro a tanti di quei prodotti e di quelle creazioni ascrivibili al made in Italy.

Idee apparentemente folli, viste le difficoltà che offre il contesto in cui sono state attuate, ma che hanno fatto, continuano a fare e faranno grande il nostro Paese.

Non made in Italy dunque, ma “Mad in Italy!”, dove quel “Mad” rappresenta non solo la genialità dell’idea, ma anche e soprattutto la persona che l’ha avuta e che ha scelto di realizzarla in Italia grazie al suo coraggio, alla sua lungimiranza, alla sua creatività e a quel pizzico di necessaria “lucida follia” che sta sempre alla base di ogni successo imprenditoriale. […]

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http://eurispes.it/index.php?option=com_content&view=category&id=95&Itemid=463

L’Italia delle Eccellenze

[…] Grazie al continuo monitoraggio delle principali aree produttive e le più significative esperienze imprenditoriali, istituzionali e associative del nostro Paese, dal 2006, l’Eurispes ha deciso di pubblicare “Nostra Eccellenza” – Rapporto sulle Eccellenze Italiane [giugno 2008].

Nelle tre edizioni del Rapporto sono state individuate per ogni anno 100 realtà, ma ne potevano far parte centinaia, migliaia di altri casi che conferiscono incessantemente lustro e prestigio al sistema Paese.

I 100 casi selezionati altro non sono che la metafora di un Paese che funziona nonostante le difficoltà del ciclo economico, i ritardi organizzativi e culturali, le pastoie di una burocrazia che disperde spesso energie vitali e fiacca la spinta al cambiamento, comprimendo le occasioni di sviluppo.

L’importante obiettivo che l’Istituto si propone, attraverso questa azione annuale di scouting, è quello di costruire, tassello dopo tassello, una mappa sempre più aggiornata e approfondita di quelle esperienze di eccellenza che possono contribuire a rendere sempre più competitivo il nostro Paese.

[…] Scorrendo l’elenco delle 100 esperienze inserite nel Rapporto, è facile rendersi conto che queste imprese, enti, istituzioni e associazioni producono una forte spinta psicologica, una energia positiva e una iniezione di fiducia a beneficio di tutto il Paese. […]

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