Un libro interessante che vi consigliamo, per poter osservare la realtà oggettiva del nostro paese senza il filtro da parte dei soliti mass media.

L.D.

Libro “Cose da non credere” di Gianpiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber

Non ci sono più le famiglie di una volta“; “Stiamo diventando sempre più vecchi: ci aspetta un futuro di povertà“; “Gli italiani non vogliono più avere bambini“; “L’unico investimento sicuro è il mattone“; “Nel nostro paese ci sono troppi immigrati“: sono alcuni dei luoghi comuni che ascoltiamo ogni giorno. Luoghi comuni basati su paure e incertezze per le possibili conseguenze di alcuni cambiamenti della nostra società, fra cui la sempre maggiore longevità e l’aumento delle migrazioni globali. Nel clima di vera e propria rivoluzione demografica che sta toccando tutti i momenti cardine della vita degli italiani, la prima sfida che bisogna affrontare è alle mentalità individuali. Gianpiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber smontano pregiudizi e descrizioni sommarie per comprendere cosa sta veramente accadendo nel nostro paese e restituire un’immagine dell’Italia fondata su numeri e dati reali perché “il senso comune si nutre di miti, il buon senso di fatti”.

http://www.lavoce.info/articoli/-immigrazione/pagina1002594.html

di Gianpiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber

11.10.2011

[…] Pubblichiamo l’ultimo capitolo del libro di Gianpiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber “Cose da non credere”, edito da Editori Laterza.

Il buon senso c’era;
ma se ne stava nascosto,
per paura del senso comune

Alessandro Manzoni
I promessi sposi, cap. XXXII

[…] i vari capitoli hanno messo in evidenza come senso comune e buon senso spesso differiscano, il primo essendo basato (almeno nella nostra definizione – che si ispira ma non necessariamente coincide con quella di Alessandro Manzoni) su impressioni e pregiudizi, il secondo sull’analisi attenta della realtà, così come rappresentata dai dati. Il senso comune si nutre di miti, il buon senso di fatti.
I miti che speriamo di essere riusciti a sfatare in questo volume sono ostacoli spesso insormontabili alla gestione corretta delle cambiate condizioni di vita indotte dalla nuova rivoluzione demografica. E intendiamo qui non solo la gestione da parte degli individui dei propri risparmi o delle scelte di fecondità, ma anche la gestione da parte dei governi dei sistemi di sicurezza sociale che riducono i rischi e le paure a cui sono soggetti i loro cittadini.
Punto chiave è l’importanza vitale dell’analisi dei dati. In tutti i paesi avanzati il ruolo centrale del dato statistico è riconosciuto, e la raccolta di dati di pubblico interesse è affidata ad istituti centrali di statistica, in Italia l’Istat. Tuttavia l’accesso ai dati raccolti dagli istituti statistici e da altri enti ed agenzie governative è talvolta ristretto non solo agli addetti ai lavori, ma specificamente a quegli addetti ai lavori che lavorano per conto del governo. Che questo accada in paesi dittatoriali (quale era l’Italia quando l’Istat fu fondata) non stupisce. Stupisce e preoccupa quando accade nelle moderne democrazie.
Naturalmente, la burocrazia che produce i dati e che li usa per il governo del paese è riluttante a mettere questi stessi dati a disposizione di analisti indipendenti. Federico Rampini su «la Repubblica» del 6 maggio 2011 ha ricordato che, secondo Max Weber: «Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Lo Stato cerca di sottrarsi alla visibilità del pubblico, perché questo è il modo migliore per difendersi dallo scrutinio critico». Ci preme sottolineare che Max Weber non è parente di uno degli autori di questo libro, ma il suo pensiero aiuta a comprendere perché in Italia – come in altri paesi europei – sia così difficile avere accesso ai dati raccolti dalle amministrazioni pubbliche.
In Italia l’Istat ha fatto progressi significativi nel mettere a disposizione, a costo ridotto, micro dati raccolti nell’ambito delle numerose indagini che conduce. Non più di due decenni fa, per poter usare (ad esempio) i micro dati dell’indagine sui bilanci delle famiglie occorreva collaborare direttamente con ricercatori dell’Istat.
Oggi questi stessi dati si possono acquistare a poco prezzo, e vengono consegnati per posta in un formato di facile lettura e con tutta la documentazione necessaria. Tuttavia, in ottemperanza non tanto alla legge sulla privacy, quanto a regolamenti e codici di condotta inutilmente restrittivi, i dati che vengono resi disponibili agli utenti esterni sono privi di alcune informazioni di vitale importanza, fra cui l’anno di nascita dell’intervistato, e questo ne restringe fortemente l’uso (ad esempio, non è possibile studiare come individui nati nello stesso anno variano i consumi al passare del tempo).
In una democrazia è lecito attendersi che il dibattito sulle politiche economiche e sociali sia informato, e cioè che il pubblico disponga di tutti gli elementi per valutare le diverse proposte sul tappeto. Significativa è, a questo riguardo, l’esperienza dello Institute for Fiscal Studies (Ifs), un istituto di ricerca britannico, indipendente, che da mezzo secolo analizza le varie opzioni di politica economica e sociale sul tappeto, e talvolta ne propone di proprie (nel cosiddetto Green Budget – il Budget è la legge di bilancio che il Cancelliere dello Scacchiere porta all’approvazione del Parlamento di Londra, il colore verde è invece proprio del logo dell’Ifs). Ebbene, l’Ifs riceve una versione particolarmente dettagliata e tempestiva di tutti i micro dati necessari alle analisi dall’istituto centrale di statistica, e compete quindi ad armi pari con gli economisti (e gli statistici) del ministero del Tesoro che predispongono la legge di bilancio. In Italia, purtroppo, la situazione è ben diversa: l’Isae, l’Istituto di Studi e Analisi Economica, ente pubblico non governativo, è in fase di scioglimento (i suoi ricercatori lavoreranno per il ministero dell’Economia e delle Finanze), e gli economisti del sito «Lavoce.info» – che vorrebbero svolgere un ruolo simile a quello dell’Ifs – si sono a più riprese lamentati della scarsa tempestività e completezza con cui riescono ad accedere a dati (ad esempio) sulle forze di lavoro.
Per fortuna nel nostro paese c’è il servizio studi della Banca d’Italia, composto da economisti in grado di svolgere ricerca di altissimo livello, che si fa carico della raccolta di micro dati sui redditi, la ricchezza ed i consumi delle famiglie italiane. Questi dati sono diffusi gratuitamente ai ricercatori di tutto il mondo
(la documentazione è in italiano e inglese), e vengono utilizzati non solo per la stesura della relazione annuale del Governatore (il più autorevole documento sullo stato dell’economia italiana), ma anche per la ricerca in campo economico da parte di ricercatori delle migliori università e centri di ricerca internazionali. L’indagine sui redditi e la ricchezza delle famiglie della Banca d’Italia è non solo accessibile per la ricerca, ma è anche aperta ai suggerimenti della comunità scientifica su particolari contenuti da investigare. […]

La raccolta di dati al di fuori degli istituti di statistica è quindi una possibile soluzione alla reticenza ed alla scarsa apertura a suggerimenti esterni dimostrata dagli enti preposti alla raccolta di micro dati ad uso pubblico, ma la pressione dell’opinione pubblica affinché i dati necessari a comprendere e governare i mutamenti di economia e società vengano messi a disposizione dei ricercatori sarebbe la soluzione più efficiente, dato che la raccolta di micro dati è costosa e gli istituti centrali di statistica godono di notevoli vantaggi sul piano organizzativo, economico e normativo.
Un’ultima osservazione. Questo libro ha voluto contribuire, attraverso esempi su specifici risultati, al diffondersi della cultura della valutazione delle politiche pubbliche. Timide indicazioni sull’utilità della valutazione svolta da soggetti indipendenti vengono dal mondo della scuola e dell’università. Si pensi alle importanti analisi dei risultati scolastici condotte dall’Invalsi, l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione – ingiustamente e pesantemente criticato da alcune frange di opinione pubblica e da alcuni insegnanti – e la recentissima nascita dell’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione di Università e Ricerca, un ente pubblico indipendente che dovrà fornire le valutazioni necessarie per allocare i fondi pubblici ad università ed enti di ricerca. Anche singole pubbliche amministrazioni – come l’Agenzia Regionale del Lavoro del Veneto, la Provincia di Trento eccetera – mettono a disposizione micro dati per valutare l’efficacia di singoli interventi o di più ampie politiche.
Ma molto cammino resta da fare, e molti miti sono ancora da sfatare.

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