Si tratta di un ultimo assalto perchè tanto su questo argomento abbiamo già scritto sul nostro blog. L’argomento sta diventando ripetitivo, anche sui giornali, e penso che tutti ormai siamo convinti del fatto che la “casta” dei politici sia esageratamente ed abnormemente costosa. Eppure ci sono ancora politici che cercano di nascondere il vero, dicono che al netto il loro stipendio non è così alto come sembra. Certo che hanno un bel coraggio ed un bel pelo sullo stomaco, come si suol dire. Insistono nel volerci prendere in giro insomma, mai contenti e mai pentiti del fatto di rubare letteralmente quantità ingentissime di risorse dello Stato e quindi di noi cittadini. Qui riportiamo un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, i cui autori sono Rizzo e Stella, i giornalisti che hanno scritto appunto il libro “La casta” che FINALMENTE ha dato il via alle polemiche sugli stipendi di questi nababbi nostrani. Riportiamo poi una tabella che mette a confronto il costo del parlamento italiano (primo in classifica) con quello di altri paesi, europei e non, ed un articolo di Panorama sempre sullo stesso tema. Infine, poichè non vogliamo farvi mancare la ciliegina sulla torta, vi offriamo come dessert qualche altra breve notizia su quanto avviene all’estero.

Ad esempio, partendo dal presupposto che i deputati italiani prendono più di 10.000 euro lordi al mese (senza stare a sindacare sulla cifra esatta) con tutti i privilegi del caso, come già sappiamo, e con una liquidazione di fine mandato che supera i 40.000 euro, non possiamo fare a meno di notare che:

– in Francia i deputati prendono circa 7000 euro lordi ma ATTENZIONE ATTENZIONE hanno il letto in ufficio, quindi non devono (poverini…) comprare o affittare appartamenti a Parigi, inoltre non hanno nessuna liquidazione a fine mandato;

– al parlamento tedesco (Bundestag) la rendita più alta dopo l’uscita è di 1800 euro al mese;

– a Londra invece prendono al massimo 794 euro di vitalizio per 5 anni di mandato. Ma la grande differenza sta anche nel fatto che i cittadini britannici sono perfettamente a conoscenza delle spese sostenute dai loro reali…

http://controilpotere.blogspot.com/2009/08/stipendi-dei-parlamentari-europei.html

STIPENDI DEI PARLAMENTARI EUROPEI A CONFRONTO: In Italia la politica più cara d’Europa (domenica 23 agosto 2009, pubblicato da elcamp)

[…] Sebbene sia tacciata di poca parsimonia, la Regina d’Inghilterra sembra conservare un “civico” e “civile” rispetto per i cittadini britannici, a cui fa sapere, in 33 dettagliatissime pagine, le entrate e le uscite di bilancio della famiglia reale. Essere cittadino britannico consente di sapere che i dipendenti a tempo indeterminato a carico della Civil List alla fine del 2005 erano 310, cioè 3 in più rispetto all’anno prima, che la Regina ha avuto regali ufficiali per 152.000 euro oppure che nelle cantine reali sono stoccati vini e liquori «in ordine di annata», per un valore stimato in 608.000 euro. Altra aria si respira al Quirinale, da cui non sembra possibile avere alcun giustificativo delle spese sostenute. […]

E noi invece, in Italia, paghiamo, paghiamo e ancora paghiamo, senza sapere nè quanto, nè cosa, nè perchè. Questo è davvero troppo!

L.D.

http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_04/stipendi-politici-in-difesa-ma-lo-stenografo-del-senato-e-pagato-come-il-re-di-spagna-rizzo-stella_7232dd04-369c-11e1-9e16-04ae59d99677.shtml

Stipendi DEI politici. I parlamentari in difesa: in altri Paesi Ue si guadagna di più

Lo stenografo del Senato come il re di Spagna. Busta paga da 290 mila euro

A fine carriera stipendi quadruplicati. Ai commessi fino a 160 mila euro

Il regolamento sul personale del Senato, all’articolo 17 comma 3 la chiama “indennità compensativa di produttività” ma di fatto equivale a una mensilità aggiuntiva rispetto alle quindici di cui si compone lo stipendio dei dipendenti di entrambi i rami del Parlamento. Oltre alle classiche tredicesima e quattordicesima riscosse a dicembre e a giugno i lavoratori di Camera e Senato incassano infatti la quindicesima: una mensilità il cui importo viene spalmato nelle buste paga di aprile e settembre.

[N.B. quando la maggior parte di noi giovani lavoratori non sa neanche cosa significhi avere la tredicesima! Che vergogna! Nota di I.C.R.]

Può un senatore guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così. Il gioco è sempre quello: citare solo l’indennità. Senza i rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il “netto” in busta paga quasi quasi triplica. […] Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con l’opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006 dal rifondarolo Gennaro Migliore?

Non ha molto senso, questa sfida da una parte e dall’altra centrata tutta su quanto prendono deputati e senatori. Peggio: rischia di distrarre l’attenzione, alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema. Cioè il costo d’insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un sistema autoreferenziale.

Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato. Dove le professionalità di eccellenza dei dipendenti, che da sempre raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra, neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al mondo. […]

Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole: “Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto”. Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna? Sembra impossibile, ma è così. Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.

[…] anche quello stenografo ha diritto di dire: le regole non le ho fatte io. Giusto. Ma certo sono regole che nell’arco della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la busta paga. E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.

Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila. E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità. Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato. Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama. Per non dire dei livelli cosiddetti “apicali”. […]

È uno dei nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari. Basti ricordare che gli assunti prima del ’98 possono ancora ritirarsi dal lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni. Esempio? Un consigliere parlamentare di quell’età assunto a 27 anni e forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un’anzianità contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione con 300 mila euro lordi l’anno, pari all’85% dell’ultima retribuzione. Se poi decide di tirare avanti fino all’età di Matusalemme (che qui sono 60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila euro sul massimo di 417 mila.

Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori. A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno previdenziale di 113 mila euro l’anno che, se resta fino al 60º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà raggiungere quei livelli mai. E tutto ciò succede ancora oggi, mentre il decreto salva Italia fa lievitare l’età pensionabile dei cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio al contributivo “pro rata” per tutti. Intendiamoci: sarebbe ingiusto dire che le Camere non abbiano fatto nulla. A dicembre il consiglio di presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà applicare il sistema del contributivo “pro rata”. Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà superare lo scoglio di una trattativa fra l’amministrazione e le sigle sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti, addirittura una decina. Il confronto non si annuncia facile. […]

Nel frattempo, chi esce ha la strada lastricata d’oro. Il consigliere parlamentare “X” (alla larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni. Da allora, finché non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento.

Per 15 mensilità l’anno. Spalmandoli sulle 13 mensilità dei cittadini comuni 29.423 euro a tagliando. Da umiliare perfino l’ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in pensione con 20 mila. Neppure il commesso “Y”, assunto a suo tempo con la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010, sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro lordi al mese. Per quindici. Vale a dire che porta a casa complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barak Obama.

Sono cifre che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire “prima” (prima!) di toccare le buste paga dei pensionati Inps. I bilanci di Camera e Senato del resto parlano chiaro. Nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall’ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons. E parliamo, sia chiaro, di retribuzione: non di costo del lavoro. Se consideriamo anche i contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a 163.307 euro. Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non basta ancora. Perché nel bilancio del Senato c’è anche una voce relativa al “personale non dipendente”, che comprende consulenti delle commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non meglio precisate “segreterie particolari”. Con una spesa che anche nel 2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a 14 milioni 990 mila euro. Con un aumento, mentre il Pil pro capite affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell’inflazione.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

4 gennaio 2012

http://isegretidellacasta.blogspot.com/2012/02/scheda-comparativa-il-parlamento.html?m=1

mercoledì 1 febbraio 2012

Scheda comparativa: il Parlamento italiano è il più costoso del mondo

Il costo per abitante (CPA) dei parlamenti di alcuni dei principali paesi del mondo. Dati che si commentano da soli:

http://blog.panorama.it/italia/2011/12/12/politici-abbiamo-la-casta-piu-ricca-deuropa/

Politici: abbiamo la casta più ricca d’Europa

Cara, carissima casta. Addirittura la più pagata di tutta l’Unione Europea. […] Panorama ha effettuato un confronto sui dati raccolti dai parlamenti nazionali (riferiti a fine 2010): il quadro non lascia dubbi. Solo restando all’indennità di base, ovvero lo stipendio annuo lordo corrisposto agli eletti per 12 mensilità, i deputati italiani portano a casa 140.444 euro. Contro i 91.764 dei tedeschi, gli 85.202 dei francesi, i 76.913 degli inglesi e gli appena 43.771 euro degli spagnoli. Ma, anche guardando al ricco Nord Europa, olandesi e danesi intascano sempre di meno dei nostri «eletti» (in tutti i sensi).
Il conto si fa più salato se si moltiplica la retribuzione per il numero degli scranni. Così, se a Copenaghen i parlamentari sono appena 179 e a Madrid salgono a 558 fra Congreso e Senado, a Londra nella sola House of commons (i lord, infatti, non sono eletti e non percepiscono un salario ma, dopo la riforma dell’ottobre 2010, possono al massimo chiedere un gettone di presenza di circa 350 euro a seduta) sono 650. In Germania, un paese con una popolazione di oltre 81 milioni di cittadini, Bundestag e Bundesrat raggiungono insieme 691 membri. Solo la Francia se la gioca, testa a testa, con l’Italia: sono 925 i seggi fra l’Assemblée nationale e il Sénat a Parigi, contro i 945 di Roma, 630 a Montecitorio e 315 a Palazzo Madama, ai quali si aggiungono i senatori a vita (attualmente saliti, con il neopremier Mario Monti, a sette).

Calcolato l’ammontare annuo delle retribuzioni dei deputati, la casta costa appena 33 centesimi a testa agli spagnoli, 69 ai tedeschi, 76 ai francesi, 81 agli inglesi e 1,50 euro a ogni cittadino italiano (neonati inclusi).
Eppure, l’indennità parlamentare è stata già tagliata del 10 per cento nel 2006 e, a fine settembre, deputati e senatori hanno deciso di decurtare un altro 10 per cento sulla parte oltre i 90 mila euro, che diventa il 20 oltre i 150 mila. Una «tagliola» che viene poi raddoppiata per quei tantissimi eletti che conservano una seconda professione.
Nonostante tutto, per i nostri parlamentari il gruzzoletto mensile di 11.703,67 euro lordi del 2010 si è assottigliato solo di una spanna, a 11.283,28. A questa indennità base vanno aggiunte altre voci, sempre erogate mensilmente: 3.503,11 euro di diaria, 3.690 euro di rimborso per spese di rapporto fra eletto ed elettori, mentre non c’è una somma «ad hoc» destinata agli assistenti parlamentari. Totale? Il mensile lordo dei deputati lievita fino a 18.476,39 euro.
Poi vengono i rimborsi spese: fino a un massimo di 3.995,10 euro a trimestre per i viaggi, più una somma annua di 3.098,74 per il telefono. Alla fine, si tratta di quasi 1.600 euro in più ogni mese che appesantiscono la busta paga mensile di ogni deputato, fino a sfondare quota 20 mila euro (il valore è di poco più elevato per i senatori). Senza contare che i parlamentari italiani viaggiano gratis in Italia su ogni mezzo: treni, aerei, traghetti. E non pagano il pedaggio autostradale.

A questo punto, scatta di solito la «protesta fiscale»: perché, si lamentano i parlamentari, un conto è il lordo, altro è il netto. Insomma, la busta paga è sì più alta di quella in vigore negli altri paesi europei, ma sfuma in tasse. Questo in parte è vero, ma va ricordato che tutti i dipendenti italiani scontano un’imposizione più alta, mentre risultano spesso agli ultimi posti europei per livello dei salari. Comunque, sottratte le imposte (3.719 euro), la quota per l’assegno vitalizio (1.006,51 euro al mese), le ritenute previdenziali e assistenziali (rispettivamente 784,14 e 526,66 euro), nel portafoglio di ogni parlamentare restano 5.246,97 euro mensili, che sommati a rimborsi e indennità, portano a un netto disponibile di 14.030,01 euro al mese.
E negli altri paesi? Ovunque i parlamentari sembrano avere retribuzioni più basse, ma incassano più soldi per le spese vive dell’esercizio del lavoro parlamentare.

Ai francesi, per esempio, spettano 7.100,17 euro lordi di indennità mensile e 5.884,91 d’indennità rappresentativa per le spese di mandato. Ma una cifra importante, 9.093 euro al mese, è destinata allo staff e alle assunzioni degli assistenti: da uno a cinque.

I tedeschi hanno un salario base contenuto: 7.649,5 euro lordi. Si sommano a un’indennità di spesa di 3.969 euro non tassabile e adeguata annualmente all’inflazione. Ma, anche in questo caso, l’indennità per contrattualizzare uno o più collaboratori è più consistente: si arriva a 14.712 euro al mese per ogni deputato.

Per gli inglesi lo stipendio base si ferma addirittura a 6.409,42 euro al mese. Però è previsto un rimborso per le spese di alloggio per i parlamentari fuori sede o, in alternativa, questi possono chiedere l’integrazione dell’indennità di base con la «London costs allowance», pari a 8.766,75 euro (soggetta a tasse e non utile per fini pensionistici). Molto preziosa è la parte per collaboratori, assistenti e staff parlamentare: oltre 121 mila euro nel biennio.

Decisamente meno ricchi, invece, gli spagnoli: 3.647,58 euro lordi mensili il salario base, che non prevede altre indennità se non per il presidente del Congreso e per i membri dell’ufficio di presidenza. È previsto, però, un rimborso spese per l’alloggio dei fuori sede, da 870,86 euro al mese, con un tetto massimo di 1.823,86 euro.

Resta il capitolo pensioni, con i tanto vituperati vitalizi sui quali, in Italia, si sta per abbattere la scure. Finora ai nostri parlamentari bastava versare l’8,6 per cento del proprio stipendio lordo per ricevere un vitalizio, percepibile (a seconda dell’anno di elezione) già a 50 anni. Dal 1° gennaio 2012 non sarà più così: anche deputati e senatori passeranno al sistema contributivo e dovranno cominciare a incassare l’assegno non prima dei 65 anni (o a 60 per chi è ormai fuori da Camera o Senato).

Altrove i sistemi sono già molto meno generosi. In Danimarca la pensione può raggiungere al massimo il 57 per cento della retribuzione base dopo 20 anni di servizio. In Francia il contributo previdenziale obbligatorio è pari al 21,35 per cento dello stipendio. Al Bundestag tedesco l’età di pensionamento è già a 65 anni e si incassa il vitalizio solo dopo un minimo di otto anni di servizio. Più leggere ancora sono le prestazioni in Spagna: i parlamentari non hanno uno specifico schema pensionistico e continuano a pagare sulla propria posizione prima di essere eletti.

Anche i parlamentari eletti in rappresentanza degli italiani all’estero non possono lamentarsi. Ai 17 membri oggi in Parlamento, oltre alle indennità e ai rimborsi dei colleghi eletti in Italia, è riconosciuto il diritto a una somma di 35 mila euro all’anno per le spese di viaggio (dietro presentazione di ricevute), a 3 mila euro per il telefono, più l’attivazione di una linea telefonica estera e di un telefax. Sono rimborsati loro anche i biglietti ferroviari o aerei per la circoscrizione di appartenenza.
Gli unici quattro deputati eletti al Folketing danese (due in Groenlandia e due alle isole Faer Øer) viaggiano da e per il luogo di residenza a spese della Camera nelle sessioni di lavoro. In Francia ai 12 senatori esteri è riconosciuto un forfait telefonico di 9.670 euro all’anno (quasi il doppio dei colleghi nazionali) e un credito annuale pari al prezzo di otto voli andata e ritorno Parigi-Sydney in classe business. Mentre non ci sono rappresentanti per le comunità estere in Germania, in Spagna e nel Regno Unito.

Per capire la distanza siderale che passa fra un deputato italiano e uno tedesco, basta comunque passare alla voce «ristorazione»: durante i lavori parlamentari, drink caldi e freddi sono serviti gratis agli italiani, mentre i tedeschi vanno a prenderli al bar di persona e li pagano di tasca loro. Il Parlamento di Roma gode anche della famosa e invidiabile (anche per i prezzi) buvette, il cui menu però è stato recentemente reso più oneroso. Su una cosa, tuttavia, i parlamentari greci e polacchi battono tutti gli altri. Sono gli unici ad avere un finanziamento per partecipare alle manifestazioni sportive a livello internazionale. Gli italiani no. Ma non si sa mai.

  • annamaria.angelone
  • Lunedì 12 Dicembre 2011

Questi gli altri nostri articoli sul tema. Per la vostra salute, vi preghiamo di leggerli solo se non siete soggetti a depressione.

L.D.

 

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