Scriviamo solo una piccola e semplice equazione:

meno idee (principalmente in ambito tecnico-scientifico) e meno ricerca

=

meno innovazione tecnologica

=

meno competitività sui mercati internazionali

=

meno risorse economiche in ingresso dall’estero, in concomitanza con l’erosione delle risorse economiche interne…

=

più povertà

 

L.D.

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Proponiamo qui uno studio effettuato da Confindustria (Centro Studi):

SPECIALIZZAZIONE PRODUTTIVA E STRUTTURA DIMENSIONALE DELLE IMPRESE: COME SPIEGARE LA LIMITATA ATTIVITÀ DI RICERCA DELL’INDUSTRIA ITALIANA

Di Giovanni Foresti, Centro Studi Confindustria – dicembre 2002

[…] Dall’analisi svolta in questo lavoro si può affermare che gran parte della differenza negativa fra la spesa in R&S in percentuale del Pil in Italia e quella dei paesi considerati è attribuibile alla più bassa R&S realizzata dalle imprese italiane del settore manifatturiero. A sua volta la più bassa quota di valore aggiunto investita in ricerca dalle imprese manifatturiere italiane è in parte dovuta alla particolare specializzazione produttiva dell’Italia (più basso peso dei settori ad alta intensità di ricerca) e al maggior peso delle imprese di piccole dimensioni.

Chiaramente questi elementi possono variare solo attraverso un cambiamento strutturale della nostra economia. Ciò può realizzarsi solo qualora vengano rimosse le cause della particolare specializzazione italiana. Si tratta di cause strutturali che attengono al lungo periodo, come la dotazione di fattori produttivi (scarsità relativa di capitale umano e scientifico, ma anche finanziario a causa dell’assenza per lungo tempo di istituzioni di mercato che consentissero un’efficiente allocazione di capitali e diritti di proprietà), le caratteristiche istituzionali del paese, la scarsa interazione fra università e imprese. La carenza di collaborazione delle imprese con le università e gli enti pubblici di ricerca ha sicuramente influenzato negativamente l’ammontare di risorse investite in attività di ricerca. Mentre in altri paesi si è assistito nel tempo all’avvicinamento dei luoghi e delle istituzioni di ricerca e formazione pubblica a quelli di sviluppo industriale, in Italia la carenza di risorse umane negli enti pubblici di ricerca ha reso difficili le interazioni fra le strutture pubbliche e il sistema produttivo. […]

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http://www.workingcapital.telecomitalia.it/2010/03/allarme-assinform-mancano-politiche-per-linnovazione-tecnologica/

Allarme Assinform: mancano politiche per l’innovazione tecnologica

18 marzo 2010 – Diomira Cennamo

Segnali negativi per il mondo dell’Information Communication Technology italiana dal Rapporto Assinform 2010, presentato la settimana scorsa da Paolo Angelucci, presidente dell’Associazione italiana per l’information technology.

“L’innovazione sembra sparita dal vocabolario della politica economica e delle misure anticrisi”, lamenta Angelucci. “Con queste premesse anche il 2010 sarà un anno molto difficile”. Il rapporto indica infatti un decremento del 3,1% per l’indotto del settore e questo allargherà la forbice con il Pil dell’1%.

“Dobbiamo credere nel futuro e investire in innovazione”, prosegue il presidente. E’ urgente dotare il Paese di una politica strategica per la crescita, con progetti e investimenti a lungo termine”. Da questo punto di vista, una prima proposta concreta è stata avanzata dai vertici dell’associazione di Confindustria: quella di una politica di rottamazione dei software obsoleti, finalizzata a rilanciare il mercato e a rinnovare l’impianto hardware e software di enti e aziende grandi e piccole. Un passaggio importante per essere competitivi e al passo con le esigenze di sviluppo del comparto e della società in generale.

“Nel 2009, annus horribilis per il mercato mondiale dell’Ict, l’Italia ha approfondito il ritardo tecnologico con gli altri paesi registrando una contrazione dell’IT tra le più consistenti, pari all’8,1%, a fronte di una decrescita media mondiale del settore del 5,4%”.

Tra i paesi avanzati, in effetti, il nostro è quello che nel 2009 ha più aumentato il gap tra Pil (-5%) e investimenti IT (-8,1%). Sono arretrati tutti i parametri del mercato: hardware –14,8%, software –3,6%, servizi –6,5%, grandi imprese -10,3%, medie imprese –7,3%, piccole imprese –8%. Il tutto condito da una emorragia di posti di lavoro, sia nelle aziende (-8,15% delle imprese del campione) che nel mondo della consulenza (-26,4%). Il 54,5% delle grandi imprese ha dichiarato di utilizzare meno forza lavoro esterna.

Per Angelucci è la fotografia di un paese ripiegato su se stesso che, salvo eccezioni, sembra aver perso coraggio, dimostrando paura di investire e rischiare, con conseguenze potenzialmente drammatiche: “Il disinvestimento italiano in Information Technology, pari a 1.657 miliardi di euro, è un segnale allarmante di arretramento del Paese verso assetti strutturali di basso profilo competitivo, che rischiano di condannarci alla stagnazione. Le istituzioni pubbliche e le imprese appaiono intrappolate da un approccio dal respiro troppo corto, che non riesce a superare l’orizzonte contingente dell’emergenza”.

Sebbene l’IT – prosegue – con 400.000 addetti e 97.000 imprese, sia il quarto settore industriale del paese, non solo non riscuote dalla politica la giusta attenzione, ma il suo impatto economico e occupazionale, nonché le sue potenzialità nei processi di sviluppo del Paese sono largamente sottovalutati dalle istituzioni. Eppure, per uscire dalla crisi e aprire la strada della crescita, l’Italia non ha scelta, deve riprendere a investire in Information Technology. Per questo occorre un’azione che sia un segnale chiaro di inversione di tendenza, anticipatore di una politica strategica per l’innovazione e lo sviluppo”.

Ma qual è la proposta operativa dell’associazione di settore per appoggiare la svolta? Tre sono le linee annunciate. Sul piano della finanza per l’innovazione, Assinform sta per concludere un accordo innovativo con un importante istituto bancario che prevede finanziamenti a medio termine per le aziende che investono in IT e che comprende, per la prima volta, anche le componenti immateriali (software e servizi). È stato poi attivato un gruppo di lavoro per affrontare in modo concreto e pragmatico il tema del downpricing delle tariffe IT, un’anomalia tutta italiana di un settore, poco valorizzato, che rappresenta ben il 26% dei ricavi aziendali. Per quanto riguarda la ricerca e sviluppo, infine, Assinform si è impegnata a valorizzare le tante buone pratiche presenti nell’IT italiana e a promuovere una politica di aggregazione delle imprese del settore. “L’obiettivo – conclude Angelucci – è produrre soluzioni innovative condivise che aiutino domanda e offerta a crescere, anche in una prospettiva di internazionalizzazione delle imprese IT italiane, portatrici di made in Italy tecnologico“.

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Per i più incalliti sostenitori e fautori dell’innovazione, vi consigliamo “Il breviario dell’innovazione” del Sole24Ore. Trattasi di una serie di citazioni letterarie, seguite da relative riflessioni, che ruotano intorno ai concetti-chiave di “creatività”, “ricerca” ed “innovazione”. Vengono inoltre messe in luce le difficoltà e gli ostacoli, sia fisici che psicologici, che è necessario superare per poter perseguire degli obiettivi ambiziosi…

L.D.

Il breviario dell’innovazione

http://novareview.ilsole24ore.com/innovazione/

Come affrontare il cambiamento

a cura di Andrea Bonaccorsi

Tutti coloro che sono impegnati in attività che richiedono innovazione affrontano problemi simili. Questi accomunano chi fa innovazione sul mercato, chi è impegnato nel cambiamento organizzativo, chi svolge attività creative. Innovare è maledettamente difficile. È molto difficile avere sempre capacità creativa, produrre sistematicamente nuove idee. Poi vi sono infinite resistenze: il peso e l’inerzia dell’esistente, la paura di sbagliare, la mortificazione del talento. Vi sono anche profonde resistenze all’interno delle organizzazioni: la legittimazione delle pratiche correnti, la burocrazia, la difesa del potere personale. E vi sono gli errori stessi degli innovatori: credere che basti la creatività per innovare, mancare di impatto, pianificare tutto a tavolino, essere incapaci di comunicare, perdersi in furori di astrazioni. Innovare è un percorso che accomuna in modo straordinario persone diverse, in grado di riconoscersi l’un l’altra, a pelle. I manager, gli scienziati, gli amministratori pubblici, i creativi che hanno scelto in modo consapevole e irreversibile di prendersi i rischi dell’innovazione condividono atteggiamenti di fondo, modi di pensare, sentimenti, immagini. Il breviario di «Nòva» è per loro. […]

LEV TOLSTÒJ

“Le pere migliori” (I quattro libri russi di lettura)

… Un barin mandò un servo a prendere delle pere e gli disse: «Comprami le migliori». Il servo arrivò alla bottega e chiese delle pere. Il mercante gliele diede, ma il servo disse: «No, dammi le migliori». Il mercante disse: «Assaggiane una, vedrai che sono buone». «Come faccio a sapere se sono tutte buone» disse il servo, «se ne assaggio una soltanto?». E diede un morso a tutte le pere, e poi le portò al barin. Allora il barin lo cacciò via.

Un altro degli ostacoli più formidabili alla capacità di innovare è la paura di commettere errori. «Come faccio a sapere se sono tutte buone?», cioè a dire: come faccio a essere sicuro di aver adempiuto alla richiesta del mio padrone? Ogni innovazione riuscita è preceduta da una serie di esplorazioni, tentativi, prove, molte delle quali si risolvono in insuccessi. Non si può innovare senza sbagliare, punto. E del resto, come canta Paolo Conte, «dimmi tu cos’è l’amore, senza fare neanche un errore». Il problema è che nelle organizzazioni sbagliare costa. Si perde la faccia, i colleghi e i capi perdono la fiducia, si viene considerati illusi, talvolta si producono anche danni. Il desiderio di conformità alla richiesta, quindi alla norma, alla regola, è un tratto naturale del nostro comportamento sociale. Ci piace essere in pari, siamo felici se adempiamo alle attese nei nostri confronti. Fin da piccoli siamo educati ad adempiere, e a nostra volta educhiamo. Ma il timore di commettere errori ne fa fare di più gravi, e il barin giustamente caccia via il servo. Non esiste una soluzione a questo problema. L’unica possibile è riassunta nella espressione “sbagliare velocemente”. Occorre dotare le organizzazioni di capacità di reazione rapida, in modo da identificare presto il possibile errore e correggerlo prima che produca effetti devastanti. Se si sbaglia rapidamente, il costo dell’errore è minimizzato.

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Aggiornamento del 15 gennaio 2013:

In aggiunta a tutti questi fattori che vengono considerati come le cause del fatto che in Italia non si investa sufficientemente in ricerca industriale e in innovazione, bisogna necessariamente imputare anche i sussidi pubblici alle imprese (vedi l’articolo ” Contributi statali (a fondo perduto) alle imprese: perchè non vengono tagliati?“).

L.D.

http://noisefromamerika.org/articolo/perche-imprenditori-non-investono

Perché gli imprenditori non investono?

3 gennaio 2013  simone cabasino

[…] Questo articolo è nato come una breve risposta a Marco Cattaneo (http://www.roars.it/online/nel-paese-dei-camerieri/) e si basa su fatti ed esperienze concrete per  spiegare quali siano i fattori che ostacolano l’innovazione in Italia. L’autore ha lavorato per molti anni come primo ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e poi come imprenditore nel settore “Hi-Tech”.

I fattori che frenano l’innovazione in Italia

Tutti scrivono che il sistema imprenditoriale non investe in innovazione. Ma perché gli imprenditori in Italia non investono sull’innovazione? La CGIL ci insegna che  le imprese non investono in innovazione perchè gli imprenditori non credono nell’innovazione.
Io conosco la vera risposta o meglio lo schema di condizioni, leggi, procedure che influenzano questo fenomeno. Non e’ un solo elemento, ma il combinato disposto di tanti fattori.
Io conosco molti di questi fattori. Io so i nomi dei responsabili. Li conosco perché sono un imprenditore nel settore delle tecnologie. Li conosco perché per 15 anni sono stato un ricercatore del prestigioso Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.
E ne ho le prove, non di tutto naturalmente, ma dei principali fattori che provo ad enumerare e descrivere rozzamente e in disordine nel seguito.

Cominciamo: non è vero che gli imprenditori in Italia non vogliono investire e non investono sull’innovazione. Per gli imprenditori innovare è vitale, disperatamente vitale, per non essere schiacciati da una sorta di legge bronzea dell’ economia che tutti gli imprenditori vivono sulla loro pelle: se non c’è innovazione la marginalità competitiva si riduce a poco o nulla. Tutti gli imprenditori privati tentano di innovare finché hanno un filo di forza e di speranza.

1) Solo gli imprenditori privati!

Un imprenditore privato (che non intende dismettere l’impresa) ha interesse e allo sviluppo reale e soggettivo (attenzione: non necessariamente oggettivo)  della propria azienda, per il suo futuro e per costruire il suo patrimonio è disponibile a correre un certo rischio. Quindi un imprenditore privato è interessato a rischiare per sviluppare innovazione reale, mentre un manager dell’impresa pubblica (chiamiamolo con l’ossimoro: imprenditore pubblico) deve tentare di accrescere con certezza il valore oggettivo, ma l’innovazione, se non si traduce in un fallimento, si trasforma in valore oggettivo solo in tempi medio-lunghi. In questo l’imprenditore pubblico è simile  ad un imprenditore privato che intende vendere l’impresa a breve. I valori reali, ma soggettivi, a cui mi riferisco sono ad esempio: l’effettivo completamento e successo dei test preliminari di un’applicazione complessa, la conoscenza dell’assenza di difettosità in un apparato sperimentale, prima ancora dei test report formali. In negativo, ad esempio, la scarsa validità di una soluzione tecnica portata in immobilizzazione. E’ un valore reale, ma soggettivo, la formazione degli specialisti su tecnologie complesse e la capacità creativa di alcuni collaboratori. Questi sono i valori critici di base per l’innovazione.

[…] Un bravo imprenditore pubblico responsabile pertanto dovrà concentrare la sua attenzione sulla creazione di valori oggettivi: profitti, brevetti, valorizzazione di impianti ecc.  Non può e non deve (usando soldi non suoi) inseguire idee fantasiose avute la notte o portate sul suo tavolo da un neolaureato con la faccia spiritata..

Non può: perchè il suo lavoro sarà valutato nell’arco del suo mandato e se la sua innovazione fosse un successo non sarebbero intestati a lui i benefici a lungo termine, ma nel frattempo sarebbe accusato per i costi e i rischi dell’investimento. Non deve: perché l’amministrazione non gli da licenza di fallire (innovare significa rischiare, e spesso rischiare tutto, innovare significa spesso sbagliare e fallire). Se, ignorando ciò che gli conviene e ciò che dovrebbe fare, un imprenditore pubblico decide di scommettere su un idea, forse combatterà una battaglia di breve respiro: il suo mandato ha una scadenza che non coincide con l’orizzonte temporale dell’innovazione.

Spesso nell’impresa pubblica manager di medio livello e giovani hanno una chiara visione di spazi di innovazione, idee che gridano “scommetti su di me!”. Situazioni di mercato, incroci tra competenze presenti in azienda e opportunità tecnologiche talvolta indicano chiaramente (specie in una grande impresa) una direzione altamente promettente per un investimento rischioso in innovazione. Ho incontrato manager desiderosi di innovare anche in Finmeccanica e in ENI. Ma come dare torto alla direzione che frena queste iniziative dovendo rispondere a terzi? Al massimo verrà stabilita una commissione di valutazione che farà un’analisi costi/rischi/benefici. Ma se si tratta veramente di innovazione il risultato è facilmente immaginabile!

In generale, anche se ho le prove, non farò nomi, ma con  un’eccezione: ho conosciuto almeno un manager pubblico di alto livello che ha tentato la strada dell’innovazione: Antonio Rodotà, come A.D. di Alenia Spazio, ha combattuto contro tante, tantissime forze in nome dell’innovazione, ma una gran parte dei suoi sforzi è  stata vanificata quando ha cambiato ruolo per passare alla direzione dell’ESA. q.e.d.

In conclusione di questo paragrafo vorrei ricordare quello che mi ha insegnato un capital venture inglese: “Noi scommettiamo su un’innovazione se l’imprenditore ci punta tutta la sua impresa, la vita sua e della sua famiglia. Sappiamo bene noi e sa bene lui che il 95% per cento delle volte lui ci rimette l’impresa e talvolta anche il resto.” Ecco in generale non è questo che si chiede, si può chiedere o si deve chiedere ad un manager pubblico!

2) Togliete i maledetti finanziamenti! (e lasciateci le stesse risorse)

Il finanziamento pubblico all’innovazione aiuta l’innovazione come una lussazione aiuta uno scalatore. E’ evidente che se le tasse fossero meno alte sarebbe tutto più bello, e da qui non impariamo nulla. Lasciamo stare che sarebbe meglio non tassare per nulla gli utili reinvestiti nell’azienda. Però una considerazione possiamo farla: in Italia le aziende vengono tassate in maniera significativa, ma una parte importante di questo gettito viene sprecato in “contributi all’innovazione”. Sarebbe necessario lasciare alle aziende private le risorse per l’innovazione senza farle transitare per una valutazione pubblica. Cioè se non potete ridurre la pressione fiscale, almeno lasciateci le risorse che togliete per finanziare l’innovazione! Il contributo pubblico all’innovazione è un disastro.

  • La valutazione: un’innovazione per essere significativa deve essere una sfida, è raro o rarissimo che possa essere valutata a priori in maniera equilibrata. La valutazione dell’opportunità  di un contributo pubblico è fatta su diversi “parametri”: rischio, business plan (a 3 anni), livelli d’ occupazione (a 3/5 anni), innovatività. Con questi parametri Google e Facebook tanto per fare un esempio non sarebbero stati finanziati. Che innovazione era un sito di valutazione delle ragazze dell’università? Che occupazione può dare uno nuovo motore di ricerca? Inoltre stiamo già ipotizzando che la valutazione sia lucida, competente e soprattutto obiettiva!
  • Il tempo: Il tempo di gestione dei finanziamenti pubblici (identificazione settori, sviluppo bando, presentazione progetti, valutazione, finanziamento) non è confrontabile con i tempi del mercato dell’innovazione. In qualche caso un valutatore illuminato (e ne ho incontrato almeno uno) intuisce la prospettiva del valore di un’ innovazione al di là dei parametri. Ma anche in questo caso le risorse saranno sprecate: nel 1995 avevamo la capacità di sviluppare al pari dei primi  al mondo un processore vettoriale per la grafica (per gli scettici ho ampia documentazione e referenze). Lo chiamammo VSP (Visual Signal Processor) e convincemmo alcuni brillanti e visionari valutatori dell’ ENEA che ci sarebbe stato un mercato in futuro per queste tecnologie, avevamo bisogno di 4 anni per lo sviluppo e di circa 2 miliardi di investimenti.  Nonostante gli sforzi eroici dell’ENEA il finanziamento fu interamente approvato solo attorno al 1998 cioè proprio mentre NVIDIA stava rilasciando la GeForce 256 la prima GPU (Graphic Processing Unit) al mondo. Inutile dire che un ritardo di 4 anni la competizione era senza speranza. In altri progetti di cui sono a conoscenza, i componenti elettronici prescelti (come innovativi) ad inizio progetto sono obsoleti a fine progetto (un componente innovativo diventa obsolescente in 3 o 4 anni, ma un finanziamento pubblico può vedere il saldo anche 6 anni dopo il bando iniziale).
  • La rendicontazione: nei finanziamenti pubblici in ricerca una quota significativa delle risorse erogate (non meno del 20%) viene speso per la rendicontazione (la preparazione del materiale necessario per l’ottenimento del finanziamento). Un costo del 20% sarebbe ancora tollerabile se fossero rendicontabili le spese necessarie per l’innovazione, molto spesso è il contrario! In generale i progetti vengono finanziati sulla base della quantità di personale addetto, cosa che induce alla collocazione di numerose risorse, mentre è difficilmente rendicontabile personale pregiato (ovvero pagato molto oltre gli standard di mercato). Per l’innovazione serve scommettere su poche risorse brillanti e ben pagate! Per l’innovazione serve sbagliare ovvero fare acquisti e dare commesse ingiustificabili. Questo è chiaramente incompatibile con una rendicontazione.
  • L’incertezza: Nei finanziamenti pubblici c’e’ sempre una componente di incertezza anche con progetti approvati e parzialmente finanziati. Un errore nella rendicontazione, l’utilizzo di un fornitore non ritenuto adeguato o anche il pagamento di un collaboratore troppo oneroso possono comportare la revoca di un finanziamento. In un caso di cui sono a conoscenza il fatto che i ricercatori non fossero nella sede dell’azienda durante un’ispezione dell’autorità erogante il finanziamento è stato causa di revoca. Poco significando che i ricercatori si trovassero sul campo a fare riprese (per un progetto di riprese ambientali)! Questa incertezza induce tutti gli imprenditori razionali a concentrare l’attenzione sul metodo e sulla forma, ma non sui risultati (che non sono oggetto di verifica).

3) Lavorate la notte, in un garage e se non funziona: licenziati!

Gira una storiella: prima di investire su una startup innovativa vai in segreto a vedere la loro sede qualche notte, se ci sono luci accese e c’è sempre gente che lavora può valere la pena.

Diverse startup di successo nel mondo sono nate in luoghi che in Italia non avrebbero giustamente l’abitabilità. In un caso in cui sono a diretta conoscenza l’impresa ha dovuto andare in tribunale per non essere costretta a chiudere in quanto il locale era abitabile, ma non formalmente qualificato “uso ufficio”.

Il problema principale però è nei contratti di lavoro e nei rapporti con i lavoratori. L’innovazione richiede una collaborazione fiduciaria straordinaria tra i partecipanti all’iniziativa (spesso la si vede nei laboratori universitari), ma questa collaborazione è scoraggiata dalle normative attuali. In pratica l’innovazione tecnologica di punta non può essere costruita con un modello imprenditore + dirigenti/impiegati/operai, regolato da contratti nazionali, ma serve una collaborazione trasversale e la possibilità di escludere (licenziare) chi non si adegua all’impegno comune.
Le ricerche innovative coronate da successo alle quali mi è capitato di partecipare hanno sempre visto  l’impegno di un nucleo di “ricercatori e tecnologi” che hanno lavorato senza risparmiarsi per settimane e mesi. In questi casi c’è sempre qualcuno che si defila. In ambito accademico è tollerato e non costituisce un grave problema, in quanto i compensi non sono di tipo economico e quasi sempre i leader sanno riconoscere chi ha dato di più ed hanno i mezzi per escludere dal gruppo un disfattista o un nullafacente.
In ambito industriale, in Italia, invece è semplicemente impossibile trovare un metodo per escludere da un team una persona selezionata e assunta per le sue potenzialità ma poi in pratica dannosa per il team.

Vorrei aggiungere che mentre l’esistenza dell’Art.18 è un problema serissimo per lo sviluppo, la crescita e la competitività delle imprese, esso ha poco a che fare con la capacità d’innovazione che dipende invece dalla disponibilità di contratti flessibili e da un rapporto fluido (leggi: contratti a progetto) con il mondo dell’accademia e dei giovani più brillanti.
Mi è stato chiesto di valutare la riforma Fornero alla luce delle nostre esigenze per quanto attiene all’innovazione. Direi che ha “eliminato il problema” rendendo in pratica quasi impossibile ogni nostra attività in tal senso. Mi spiego meglio: gran parte delle nostre attività non direttamente finalizzate alle commesse, quindi quasi tutte le attività di R&D erano svolte con contratti a progetto che oggi sono di fatto aboliti.
D’altronde i contratti a termine non sono adatti a questo tipo di attività per varie ragioni, ad esempio non possono essere sospesi qualora si evidenzi che la strada intrapresa è infruttuosa, inoltre la forma di lavoro subordinata spesso non si adatta alle personalità più brillanti con cui ci dobbiamo confrontare (spesso in bilico con il mondo accademico).
Infine i contratti a termine non possono essere utilizzati per lo svolgimento di attività di scouting tecnologico di durata breve o brevissima (20-40 giorni).

4) Università mediocri, studenti molto vari,  stipendi non correlati al merito.

Nella nostra storia abbiamo fatto centinaia di colloqui di assunzione e possiamo fare una sintesi: l‘università italiana è in grado di produrre eccellenze, ma il prodotto standard non è mediocre: è di basso livello o pessimo. Devo precisare che la mia esperienza è limitata ai settori dell’elettronica e dell’informatica, pertanto ci siamo confrontati con una gamma di giovani laureati in Informatica, Fisica, Ingegneria e talvolta Scienza della Comunicazione. L’eccellenza si ottiene quando uno studente dotato ha trovato da se le motivazioni per uno studio e un lavoro di qualità, questo deve coincidere con la fortuna di incrociare alcuni docenti di alto livello e magari di inserirsi in un gruppo di ricerca di elite. Questi casi sono rari e ne risultano cervelli appetibili per la nostra accademia (spesso purtroppo incapace di trattenerli), per le imprese italiane (che spesso li sottoutilizzano) e certamente per il mercato estero. Più frequentemente si laureano studenti che hanno lavorato in gruppi di serie B o C o che hanno conseguito stancamente il loro titolo di studio.

In questo scenario nè le imprese nè le università sono in grado di premiare adeguatamente il merito. La struttura dei contratti in pratica impedisce in Italia la stipula di contratti “di attrazione” ovvero contratti d’ingresso con livelli salariali elevati, ma con la possibilità di regredirli o interromperli se dopo 3 o 5 anni le aspettative di valore non sono mantenute. Di fatto avendo di fronte un neolaureato che appare straordinariamente brillante siamo costretti a proporre un salario d’ingresso miserevole, (con elevata possibilità di vederlo fuggire all’estero) essendo impossibile per un’impresa proporre un salario elevato per poi ridurlo (o addirittura licenziare) se dopo alcuni anni si riconosce che magari il dipendente è si brillante ma incapace di uno sforzo continuo o produttivo, oppure incapace di adeguarsi a uno standard o simili (casi reali a iosa per chi fosse interessato).

Conclusione

Certamente esistono contro-esempi di innovazione di successo in Italia, nonostante i fattori a cui ho accennato, ma spero che alcuni concetti chiave siano condivisibili:

  •     l’innovazione è rischio e bassa probabilità di successo, ma alti profitti (in caso di successo!) e questi non sono tipicamente obiettivi di buon management pubblico
  •     le grandi imprese pubbliche hanno giuste logiche che impediscono questo tipo di rischio
  •     le PMI (che vogliono avere elevate probabilità di sopravvivere) hanno solo una piccola frazione di risorse da rischiare per l’innovazione
  •     il finanziamento pubblico per l’innovazione andrebbe eliminato e le risorse liberate restituite alle imprese come minor tassazione (quale miglior incentivo per un imprenditore e per i lavoratori avere salari netti più alti in caso di successo?)
  •     le università, spesso realizzate per motivi campanilistici, senza meccanismi punitivi, non hanno seri meccanismi per promuovere l’eccellenza e quindi producono masse di giovani meno che mediocri
  •     le rigidità  contrattuali non sono un ausilio all’innovazione tecnologica

Può essere che il paese scelga di continuare a vivere con grandi imprese pubbliche e PMI molto tassate, ma incentivate con finanziamenti pubblici. Può essere che si voglia mantenere il valore legale del titolo di studio e a finanziare università e facoltà di scarso valore senza seri meccanismi di competizione. Può essere che si mantenga il divieto di attivare contratti di collaborazione o contratti a progetto.

Nessun problema: saremo un paese di pizzerie e ristoranti sul mare. Affrettatevi però a cercare la concessione per un pezzo di spiaggia.

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Aggiornamento del 23 aprile 2013:

http://decrescita.hostzi.com/bullone.htm

L’etica del bullone

Contributo di Paolo Botton

L’Italia è un paese che ha fondato la sua crescita industriale sull’etica del bullone: “fare produzione di massa e farla in tempi rapidi”, aumentando in modo continuo il profitto per gratificare gli investitori. Un concetto che poteva essere applicabile in un contesto sociale industriale. […]L’etica del bullone, in un’era postindustriale come quella che si è delineata nel primo lustro del XXI secolo, con il cambiamento dell’economia, la progressiva globalizzazione dei mercati e lo spostamento delle produzioni in paesi dove la manodopera ha costi non paragonabili con quelli del nostro Paese, non è un sistema premiante sul lungo periodo.

È assolutamente necessario che le Imprese italiane si rendano conto che per produrre idee e oggetti (merci) di qualità ci vuole tempo ed è necessario investire una quota ingente degli utili nell’innovazione e non in dividendi azionari.

Il concetto della lentezza deve essere rivalutato, non in termini di rilassamento, ma in termini di qualità del lavoro e di ricerca industriale.

Diverse Aziende italiane hanno ancora radicato il concetto che la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti non portino benefici e si accontentano di strutturare il lavoro basandosi sul concetto di riutilizzo e di lavoro su commessa, ricorrendo a contratti di consulenza o assunzioni a termine per ridurre le spese fisse, minando in questo modo le fondamenta del proprio futuro sul mercato.
Il lavoro on demand può essere premiante nell’immediato, ma le Aziende che producono spostano i loro impianti all’estero e la richiesta di manodopera e cervelli si sposterà in modo del tutto naturale nei luoghi produttivi, dove le menti fresche hanno costi competitivi.
La mancanza di conoscenze acquisite con l’esperienza e la ricerca – il know-how, come lo si definisce – e soprattutto la scarsa consapevolezza che sia necessario proporre nuove idee e prodotti senza attendere l’imbeccata di potenziali Clienti, indebolisce la solidità del mondo produttivo italiano.
È ora che gli imprenditori applichino il concetto di ricerca e valorizzazione delle risorse aziendali (e quindi del lavoro), mettendo da parte concetti arcaici come orari rigidi, terrorismo psicologico associato a controlli da campo di concentramento con penali per chi timbra il cartellino con 1 minuto di ritardo.
Paesi come la Danimarca e la Finlandia hanno compreso questi concetti e hanno progressivamente allentato la pressione sulle risorse, pianificando in modo organico le attività lavorative evitando l’improvvisazione e la corsa dell’ultimo minuto.
La cosiddetta “emergenza”, diventata la norma e non più l’eccezione, deve tornare ad essere tale. Le pezze per tamponare i danni derivati dall’incapacità dei responsabili a pianificare i progetti, sono l’anticamera del disastro. È troppo facile scaricare la propria incompetenza sui collaboratori… “Dovevi pensarci prima…” è la frase tipica, ridondante in quelle Imprese dove regna il disordine organizzativo.
I dipendenti a livello operativo sono dei professionisti e non degli indovini; chi accetta il ruolo di guida ad alto livello, pertanto, deve anche accollarsi in toto, senza scuse, ogni responsabilità che la propria posizione comporta. Se c’è un problema lo deve risolvere, non cercare un colpevole o mortificare i collaboratori, diversamente quello che otterrà sarà la minima collaborazione e non più la reattività o produttività che si aspetterebbe da un professionista.
Fare produzione di massa e farla in tempi brevi non è più un concetto applicabile in Aziende che vogliano emergere e sopravvivere allo stillicidio che si andrà delineando nel primo ventennio del nuovo secolo (2000-2020).
Lo stereotipo del manager e della segretaria che facevano notte in azienda, presi a simbolo di produttività ed efficienza, male si sposa con tali aggettivi, secondo recenti studi condotti da psicologi e sociologi del lavoro. Non è vero che lavorare 16 ore è simbolo di affiatamento all’Azienda o attaccamento/dedizione al lavoro, è piuttosto sinonimo di incapacità di saper gestire il proprio tempo e quello degli altri.
Laddove il tempo manca per eccesso di lavoro, occorre investire o in tecnologie o in risorse umane; obbligare una persona a seguire 5 progetti o tre linee produttive non è indice di efficienza ma di un possibile disastro annunciato.
L’etica del bullone deve essere sostituita dall’etica della calma e dell’innovazione che ne consegue o tra qualche anno dovremo imparare a parlare indiano o cinese.

 

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Aggiornamento del 5 marzo 2014:

http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-03-04/rapporto-commissione-ue-innovazione-italia-e-gruppo-coda-grecia-e-ungheria-115818.shtml?uuid=ABZ1jg0

Innovazione: l’Italia è nel gruppo di coda, con Grecia e Ungheria. Bene solo Friuli, Piemonte ed Emilia

di Beda Romano – 4 marzo 2014

È una Italia ancora drammaticamente in ritardo quella che emerge da un rapporto della Commissione europea pubblicata oggi e tutto dedicato alla capacità dei paesi di innovare. Secondo la relazione, il paese è tra gli innovatori moderati, insieme alla Grecia e all’Ungheria. Neppure a livello regionale l’Italia riesce a fare sensibilmente meglio. Le regioni più brave in questo campo sono tutte nel Nord – il Friuli, l’Emilia Romagna e il Piemonte. […]

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www.lobbyinnovazione.it

Innov’azione è il nuovo progetto editoriale che nasce per dare voce all’ecosistema dell’innovazione italiana.

Parchi scientifici e tecnologici, Università, incubatori, venture capital, seed capital, business angel, istituzioni, imprese, start-up, spin-off raccontano, ogni due mesi sulla pubblicazione cartacea e con regolarità sul sito web, le loro attività, i loro successi, le novità, i problemi e le soluzioni proposte. Innov’azione è ‘l’organo ufficiale dell’innovazione italiana’ che mette in luce i tanti e ottimi risultati che ogni giorno si concretizzano in termini di iniziative, di nuove idee, di imprese che nascono, di ricerca che diventa business e che fa il punto su ciò che ancora può e deve essere migliorato per dare maggiore slancio all’ecosistema dell’innovazione che è l’unica strada percorribile per dare un futuro all’economia del Paese.

Innov’azione parla in modo chiaro e diretto, va dritto alle questioni con approfondimenti e analisi e attraverso le parole dei protagonisti dell’ecosistema dell’innovazione, mettendo in luce le storie di coloro che sanno avendo successo con le loro idee innovative che sono diventate imprese.

Parla di finanza in capitale di rischio, del ruolo che il tessuto imprenditoriale italiano deve avere nei confronti del processo innovativo, delle azioni fatte e che dovrebbero essere fatte dalle istituzioni.

Innov’azione nasce per dare voce all’ecosistema dell’innovazione italiana che ha molto da raccontare su ciò che è stato fatto e ancora di più su ciò che sarà fatto nei prossimi mesi e anni.

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