Come al solito spicchiamo in Europa e nel mondo per una cosa in particolare: per la sovrabbondanza di tasse e di burocrazia. La crisi non sta neanche lontanamente per finire, anzi nel 2012 è già stata prevista (com’era del tutto prevedibile) la recessione economica per l’Italia. La “recessione“, per come è definita, è una condizione ancora più grave rispetto a quella di “crisi“: “si ha recessione economica se la variazione del PIL rispetto all’anno precedente è negativa; se tale variazione è inferiore all’1% si parla di crisi economica” (Wikiperdia). Volete sapere cosa significherà concretamente tutto ciò? Riporto sempre da Wikipedia: “sintomi delle fasi di recessione possono essere la diminuzione del tasso di crescita della produzione, l’aumento della disoccupazione, la diminuzione del tasso di interesse in seguito alla riduzione della domanda di credito da parte delle imprese, il rallentamento del tasso di inflazione causato dalla diminuzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori. In alcuni casi, la recessione può essere associata con l’aumento dei prezzi (inflazione) e tale fenomeno è anche conosciuto come stagflazione. In caso di recessione un aumento dei tassi di interesse produce un ulteriore diminuzione della produzione, con conseguente aumento della disoccupazione e dei prezzi al consumo, diminuzione del credito al consumo. Il tutto si traduce con diminuzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori, spingendo la recessione verso una vera e propria depressione“. In conclusione: l’uscita dalla crisi si sta allontanando anzichè avvicinarsi. Mi auguro che il Governo sappia prendere le misure necessarie per il nostro salvataggio…

Nel frattempo, ecco qui alcune brevi informazioni circa la peculiarità del nostro Paese di tassare in maniera spropositata oltre che noi cittadini lavoratori anche le aziende stesse. Mi domando: ma come può fare un’azienda italiana ad assumere personale ed a investire in ricerca, sviluppo e innovazione, se più della metà del guadagno che percepisce va a finire nell’enorme BUCO NERO rappresentato dalle CASSE DELLO STATO???

Eppure le misure prioritarie da prendere sarebbero così semplici:

1. riduzione del carico fiscale, soprattutto per le imprese che investono in R&S, cercando così di rimanere competitive sui mercati internazionali grazie all’innovazione, e per le imprese che investono in capitale umano;

2. semplificazione burocratica.

Ci sono imprenditori che vorrebbero lavorare e guadagnare degnamente, anzichè ritrovarsi con i conti in rosso… sarebbe assurdo non dare loro questa opportunità…

Vorrei consigliare l’ascolto di una interessante trasmissione (come tutte lo sono, tra l’altro) di Radio24:

Voci di impresa“, condotto da Laura Morando

Passano la vita a costruire un sogno, ognuno ha la sua storia. Grandi e piccoli imprenditori, aziende del nord e del sud, new business e tradizione, si raccontano in “Voci d’Impresa, vite e storie dietro l’azienda”. La trasmissione dedica puntate monografiche alla storia di un imprenditore e della sua azienda, per raccontare come è nata e si è sviluppata l’idea imprenditoriale, quali sono stati i momenti difficili ed i momenti buoni, come la vita dell’azienda si è intrecciata con la vita delle persone che l’hanno creata. L’appuntamento è giunto alla quarta serie; nelle passate edizioni ha raccontato storie di nomi noti dell’industria italiana, di grandi aziende che hanno fatto la storia del Made in Italy, di donne a capo di un’impresa, di giovani; quest’anno si allarga a tutti i settori produttivi, dall’alimentare all’edilizia, dalla moda a giocattoli.

L.D.

http://www.oipamagazine.eu/categoria2710/Imprese/Fisco-e-Leggi/imprese-italiane-prime-in-europa-per-carico-fiscale.html

15/06/2011

Imprese italiane prime in Europa per carico fiscale

Lo rivela un rapporto realizzato dalla Banca mondiale e da PricewoterhouseCooper. L’Italia e’ stata bocciata anche per la burocrazia, che richiede 285 ore di impegno annue: circa 60 in più della media europea

Le imprese italiane sono le più tartassare in Europa per carico fiscale. Non perde occasione di denunciarlo il presidente di Confindustria, Emma Marcegalgia, ieri si è accodato anche il presidente di Confartigianato, Giorgio Guerrini, che nella sua relazione all’assemblea annuale ha sottolineato come  “i contribuenti italiani pagano 54 miliardi di euro di maggiori imposte rispetto alla media europea, un carico tributario superiore di 3,5 punti del Pil”.
Ora arriva a supporto di questa tesi lo studio “Paying Taxes 2011” , realizzato dalla Banca mondiale in collaborazione con lo studio PricewoterhouseCooper. L’Italia risulta al primo posto nell’Unione europea per le tasse sulle imprese. Secondo l’analisi il carico fiscale sulle nostre imprese è al 68,6% del complesso delle tasse nazionali, locali e dei contributi sociali, contro il 65,8% della Francia, il 56,5% della Spagna, il 48,2% della Germania e il 21,1% del Lussemburgo che è il paese col minor carico fiscale in Europa.
La media europea è del 44,2% e quella mondiale del 47,8%. L’Italia inoltre su 183 paesi complessivamente esaminati, risulta tra quelli in cui e’ più pesante il carico del previelo delle imprese, specie riguardo alle tasse sul lavoro che pesano per il 64% del tasso complessivo del 68,6%.
Le note dolenti non finiscono qui perchè il nostro Paese è agli ultimi posti anche nella classifica del Vecchio Continente dei tempi necessari a pagare le tasse: 285 ore totali di cui 214 per calcolare quelle sul lavoro e i contributi sociali. La media dell’Ue è di 222 ore mentre quella mondiale è di 282 di poco inferiore al totale italiano.
A cura di : Maurizio Pezzuco

http://www.confindustria.it/Aree/DocumentiPub.nsf/PerDataWebNonArch/77A4A187D5607EA2C125789B0052A5B4?openDocument&MenuID=A6AD7AB9EF265258C1256EFB00358600

Imposizione societaria – Regimi fiscali a confronto

Roma, 27 Maggio 2011
Il Direttore Elio Schettino

Si allega lo studio “Imposizione societaria – regimi fiscali a confronto” realizzato su impulso dell’ing. Pieralisi dall’Area FFW in collaborazione con la Deloitte. Lo studio confronta il tax rate effettivo sugli utili di un’impresa in quattro tra i più importanti Paesi dell’Unione Europea: Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

Nella prima parte dello studio si individua l’onere fiscale gravante su una società per azioni residente in Italia,  e lo si confronta con l’onere fiscale che la stessa società avrebbe subito applicando le regole fiscali di ciascuno dei Paesi considerati.

L’onere fiscale comprende, oltre alle imposte sul reddito, anche le altre principali forme di imposizione che nei paesi in esame gravano sulle società: ad esempio, le imposte locali sugli affari, le imposte sugli immobili, le imposte di solidarietà sociale ed altre specifiche imposte locali. Inoltre, è considerata la tassazione del reddito in capo al socio, dopo l’assolvimento delle imposte dovute sull’utile prodotto e distribuito.

Il risultato generale conferma che  l’imposizione fiscale complessiva in rapporto al reddito imponibile (effective tax rate) è decisamente superiore in Italia (58%) rispetto alla Germania (43%), al Regno Unito (40%) e alla Spagna (29%). Di poco diversa la situazione della Francia, dove il carico fiscale complessivo (60%) risulta lievemente superiore a quello italiano, per effetto dell’indeducibilità del compenso corrisposto ad amministratori esterni all’impresa.

Nella seconda parte dello studio, sono sintetizzate le disposizioni fiscali applicabili nei quattro Paesi considerati, in modo da  evidenziare quali sono le determinanti delle differenze nel  livello del prelievo sulle imprese.

Si ricorda che uno studio analogo a questo fu effettuato nel 1996, sempre con Deloitte e per iniziativa dell’ing. Pieralisi, seguendo una impostazione simile. Anche allora si rilevava che l’imposizione complessiva era significativamente più elevata in Italia che negli altri paesi considerati (Italia 58%, ripetto a Spagna 29%, Gran Bretagna 40%, Germania 43%, Francia 60%), e si evidenziavano le differenze esistenti in materia di imposizione societaria tra i quattro paesi oggetto dello studio.

Link:   Imposizione societaria – Regimi fiscali a confronto

http://www.mondofinanzablog.com/2009/05/19/tasse-e-burocrazia-arriva-l-allarme-delle-pmi-l-irap-la-tassa-piu-ingiusta/

Tasse e burocrazia: arriva l’ allarme delle PMI. L’ Irap la tassa più ingiusta

19 Maggio 2009

Pressione fiscale e contributiva eccessiva e burocrazia complessa e applicata in modo differente da regione a regione non aiutano lo sviluppo delle imprese. Anzi: spesso sono di intralcio alla crescita. E’ quanto emerge da un’ indagine realizzata da Confcommercio in collaborazione con Format – Ricerche di Mercato su “fiscalità e pmi” presentata ieri a Genova. La pressione fiscale e previdenziale-contributiva rappresenta per il 75,5% delle imprese italiane un limite allo sviluppo e alla competitività, mentre la burocrazia incide negativamente sull’ attività per il 61% delle Pmi. Il 57% delle piccole e medie imprese giudica la tassazione ”molto elevata e non sostenibile”, il 61% ritiene che, negli ultimi cinque anni, è andata aumentando in modo significativo, mentre il 40% afferma che è rimasta sostanzialmente stabile.

CATTIVA GESTIONE E SPRECHI
Tra i motivi dell’ eccessiva pressione fiscale nel nostro Paese, secondo il 66% delle imprese, la cattiva gestione e lo spreco delle risorse pubbliche, mentre per il 40% il peso elevato delle tasse è riconducibile alla diffusione dell’ evasione fiscale. L’ onere ritenuto più ingiusto, tra quelli che pesano di più sulle imprese, è risultato l’ Irap secondo il 35% delle Pmi. L’ introduzione della telematica e delle politiche di semplificazione amministrativa degli ultimi cinque anni non sembrerebbero ancora avere sortito interamente gli effetti sperati. Nonostante l’ introduzione delle nuove tecnologie, infatti, il rapporto tra impresa e uffici del fisco e della previdenza è migliorato secondo il 40% delle imprese, è invece rimasto ’sostanzialmente uguale’ per il 50%.

CAMBIAMENTO DI NORME E ADEMPIMENTI TROPPO RAPIDO
Per il 59% delle Pmi le cause più frequenti delle difficoltà di rapporto con l’ amministrazione pubblica (Pa) hanno a che fare con la complessità e con il cambiamento continuo delle norme e degli adempimenti. Per il 41% i rapporti restano difficili per il fatto che nel tempo sono aumentate le scadenze e la complessità delle richieste da parte degli uffici della Pa. Norme e adempimenti che per di più sono spesso interpretati e applicati in modo differente da regione a regione, da provincia a provincia. L’ impresa si ritrova spesso ‘’sola” a confrontarsi con un’ amministrazione pubblica diventata spesso potentissima e con la quale il rapporto è molto complesso.

PIU’ COMPLICAZIONI, MENO COMPETITIVITA’
I fattori esterni che più di altri incidono sulla competitività delle imprese, secondo la ricerca, sono di natura ”non economica”. Tali fattori sono l’ eccessiva pressione fiscale e previdenziale-contributiva (75,5% delle Pmi) e il peso della burocrazia connesso con le complicazioni degli adempimenti obbligatori (61,2% delle imprese). Di seguito a questi due troviamo, in ordine di importanza, i costi elevati delle materie prime e dei beni intermedi (47,1%), le barriere di accesso al credito a breve e a medio termine (37,5%), le infrastrutture (energia, comunicazioni, trasporti, ecc.) carenti nell’ area di insediamento delle imprese (36,5%). La scarsa efficienza o l’ assenza delle istituzioni locali: la loro ”lontananza” dalle imprese è stata indicata dal 28,2% delle Pmi.

UN BLOCCO DELLE ESPORTAZIONI
La difficoltà a raggiungere i mercati di sbocco nazionali ed esteri, dovuta alla localizzazione geografica delle Pmi è stata indicata dal 21,9% delle imprese e le difficoltà connesse con il contesto sociale (criminalità, arretratezza, ecc.) sono state indicate dall’11,2%. L’ eccessiva pressione fiscale e previdenziale-contributiva è stata messa in evidenza in prevalenza dalle imprese del Nord Ovest e del Meridione, dalle microimprese, dalle imprese del turismo e dei servizi. Il peso della burocrazia e della complicazione degli adempimenti obbligatori è stato indicato in prevalenza dalle imprese del Nord Est, dalle medie imprese e dagli operatori del turismo.

 

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