http://www.articolo21.org/588/notizia/leditoria-a-rischio.html

L’editoria a rischio

di Gian Mario Gillio

Cento testate, tra giornali cooperativi, non profit e di partito, rischiano la chiusura e più di quattromila tra giornalisti e poligrafici di perdere il lavoro. È l’allarme lanciato dalla Federazione nazionale stampa italiana a causa dei tagli all’editoria. Per la Fnsi il rischio occupazione e quello per la sopravvivenza delle testate deriva da una norma, il comma 62 dell’art.2 (ex 53 bis) della legge finanziaria, che sopprime il carattere di diritto soggettivo dei contributi alla editoria: in altre parole da oggi in poi a stabilire chi prenderà il contributo e chi no sarà il governo… Molta pubblicistica ha raccontato gli scandali legati ai finanziamenti ai giornali e molti ritengono che questi fondi siano uno spreco di denaro, altri gridano addirittura allo scandalo (non possiamo infatti negare le “furberie all’italiana” presenti anche in questo settore), ed è giusto che vi siano opinioni diverse, ma il problema oggi è grave.

I contributi all’editoria stanziati dal governo raggiungono una cifra complessiva di circa 460 milioni di euro. Molti giornali che ricevono questi contributi sono noti: l’Unità, ad esempio, ha ricevuto nel 2007  (anno di riferimento) 6.377.209,80, euro, La Padania, 4.028.363,82. Altri sono meno conosciuti: Mare e Monti, che tuttavia raggiunge una quota di finanziamento molto significativa con 103.344,80 euro. Si passa dunque dai 3mila euro de Il ponte di Firenze ai 7 milioni e mezzo di Libero.

I fondi destinati al sostegno per l’editoria sono da suddividere in contributi indiretti (per la copertura di spese postali, ad esempio) che vanno soprattutto alle grandi testate come la Repubblica e il Sole 24 Ore, e quelli diretti, che invece sono destinati alle testate politiche, di idee, delle minoranze linguistiche e alle cooperative di giornalisti.. Proprio queste ultime, con un colpo di mano di governo e maggioranza, si sono viste cancellare il loro diritto soggettivo. Ma che cos’è il diritto soggettivo? Per dirla in breve: il diritto democratico e di uguaglianza stabilito per legge per poter ricevere i contributi all’editoria. Da oggi in poi a stabilire chi prenderà il contributo e chi no sarà invece il governo, ma quali saranno i criteri di tale scelta nessuno può dirlo e a quanto pare anche lo stesso governo sembrerebbe non avere le idee chiare. In una intervista il senatore Vincenzo Vita ricordava (oggi, vedi l’articolo di Vita sembrerebbe esserci l’ultima chance): «Il principio del diritto soggettivo stabilisce che le testate abbiano un vera e propria tutela giuridica. I bilanci di questi giornali possono essere programmati dagli amministratori con le banche attraverso fidi e prestiti. Questo principio fu stabilito dalla riforma dell’editoria del 1981 e fu reso più concreto da una legge del 1990. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha confermato che i 200 milioni di euro previsti nelle tabelle della Finanziaria del 2010 – ha proseguito Vita – saranno confermati a fronte dei 500 milioni di euro che sarebbero indispensabili per il fondo a regime. Al di là della promessa di mantenere quella tabella per il 2010, in assenza di un diritto soggettivo qualsiasi altra priorità può sopraggiungere ad un certo punto dell’annata. E siccome le provvidenze vengono date verso la fine dell’anno, si può immaginare come il comma 53 bis previsto dalla Finanziaria, che cancella il diritto soggettivo, metta a repentaglio la vita di questi giornali». Molte testate dunque, su decisione governativa, potrebbero non vedersi riconosciuto il diritto al sostegno, e non avrebbero alcuna possibilità di sopravvivere senza il finanziamento regolare, come stabiliva il diritto soggettivo. Se qualcosa non cambierà, e in tempi brevi, il nostro pluralismo dell’informazione (già viziato da anomalie e conflitti di interessi) non avrà più voci importanti e storiche; per citarne una, il Corriere Mercantile che, tra tutte le testate colpite dai tagli all’editoria è certamente la più antica (1824), e così molte altre, un effetto domino che toccherebbe tutti: lavoratori del settore, giornalisti, poligrafici, redattori, collaboratori, agenzie e così via: tutto cancellato, dall’oggi al domani.

Chi si occupa di informazione sa bene quanto questi fondi siano importanti per la propria sopravvivenza, ancor di più chi si occupa di informazione religiosa […].

Dopo queste informazioni, rimane ovviamente salvo il principio della libertà di idee e di opinioni sulla questione dei finanziamenti ai giornali, ma riteniamo che se in Italia vigesse il principio del buon senso, aiutare e sostenere il pluralismo dell’informazione nel nostro paese sarebbe più che mai necessario. Tutti possono vedere il preoccupante livello di concentrazione dei media al quale siamo arrivati e inoltre non andrebbe dimenticato che molti giornali di piccola e media tiratura non potrebbero certamente sostenersi con le proprie forze o solo grazie agli abbonamenti o alla piccola distribuzione. Per capire quali sono gli sviluppi di questa situazione che vede un ulteriore controllo dei media da parte del nostro governo, perché di questo sembrerebbe trattarsi, abbiamo intervistato Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e gli abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande, alcune anche scomode. Le cifre ricevute dalle testate citate e riportate in questo articolo sono pubbliche e consultabili sul sito del governo alla voce «contributi erogati all’editoria nel 2008 (anno riferimento 2007)».

Roberto Natale, che cos’è il diritto soggettivo messo in discussione e che tanto preoccupa  gli editori che percepiscono i contributi  all’editoria e  chi eroga questo sostegno?

La definizione di diritto soggettivo rischia di generare equivoci, perché nel linguaggio corrente l’aggettivo “soggettivo” viene spesso usato per indicare ciò che è discrezionale, arbitrario, non fondato su basi oggettive. Nell’accezione giuridica, invece, è un diritto che viene riconosciuto a soggetti portatori di particolari valori. Questo diritto è stato messo a repentaglio dal ministro Tremonti, che con una norma della recente Finanziaria ha soppresso il carattere di “diritto soggettivo” dei contributi all’editoria. Ne fanno le spese oltre 100 fra giornali cooperativi, non profit e di partito, che danno lavoro a 4000 fra giornalisti e altri operatori del settore. Questi fondi sono erogati dal Dipartimento informazione ed editoria della Presidenza del Consiglio, sulla base delle norme contenute nella legge di riforma del 1981 e nelle successive leggi di modifica.

Nel dibattito politico e sociale italiano si è soliti criticare i contributi che vengono erogati ai giornali, c’è chi sostiene che siano fondi inutili. Cosa risponde?

Chi parla di fondi inutili si è assuefatto al modello comunicativo dominante, segnato dallo strapotere della tv (siamo il Paese in cui, alle ultime europee, il 69% degli elettori ha scelto come votare in base alle cose sentite alla televisione).

Se evitiamo di faci abbacinare dai grandi numeri dei canali generalisti, vedremo che c’è una rete comunicativa fatta di fogli di mille tipi, che assolvono ad un compito culturale e civile spesso preziosissimo perché fanno circolare idee e punti di vista quasi mai presenti nel flusso televisivo di massa. La loro efficacia non la possiamo misurare coi dati Auditel, ma se crediamo ad un ideale di cittadinanza consapevole il sostegno alla parola scritta non può venir meno. Si possono fare mille esempi di utilità di questi interventi. Ne indico uno fra i tanti: l’esperienza del “Primorski Dnevnik”, il quotidiano della minoranza italiana di lingua slovena. Parla ad un bacino linguistico ristretto, non ce la potrebbe mai fare solo con le copie vendute e la pubblicità. Ma se quel giornale muore rischia di finire una comunità con la sua cultura.

Quale differenza passa tra i fondi destinati ai giornali di partito e quelli erogati a cooperative di giornalisti?

Dal punto di vista normativo non c’è differenza, perché i finanziamenti derivano dalla stessa legge: solo che per i giornali di partito il rimborso dei costi di testata può arrivare al 60%, per le cooperative al 50. Dal punto di vista “di principio”, noi vediamo con favore una distinzione netta, in prospettiva:

i giornali di partito dovrebbero trarre il loro sostegno dai fondi destinati dallo Stato al finanziamento dell’attività politica.

Una delle critiche riguarda il fatto che alcune testate potrebbero vivere grazie alla vendita di spazi pubblicitari. E’ davvero così?

No. Chi avanza questa critica ha un’idea astratta del funzionamento del mercato pubblicitario: un mercato assai particolare e distorto, in cui pesa lo squilibrio a favore delle tv e in cui anche la pubblicità istituzionale (quella che, per esempio, sono tenuti a fare gli enti locali quando devono rendere noti bilanci, bandi, ecc.) viene assegnata in base a criteri poco oggettivi e molto “amicali”. Non conosco molte esperienze editoriali che scelgano di vivere una vita grama per mantenere la “purezza” del messaggio. Mi pare assai più diffuso il fenomeno di una ripartizione iniqua della pubblicità, che penalizza le voci estranee al modello culturale dominante.  Il mercato non è, soprattutto nelle concrete condizioni dell’Italia segnata da conflitti di interesse grandi e piccoli, la divinità davanti alla quale genuflettersi in modo acritico.

Molte testate italiane che si occupano di informazione a carattere religioso, sociale, politico riescono a vivere solo grazie a questi fondi, ricordo appena  Adista,  Riforma, Buddismo e società, Cem Mondialità, Città Nuova, Famiglia Cristiana, L’Eco del Chisone, tutti  con fondi risibili rispetto ad altre testate e che senza questo aiuto rischierebbero di scomparire.  Nella lunga lista di giornali che ricevono i fondi si passa però dai 55mila euro annui erogati a Riforma ai 6.174.758,70 di Avvenire.  Qual è il criterio che determina l’assegnazione dei fondi?

Il criterio fissato dalle leggi è quello dei costi di testata: un insieme di voci che include il numero di copie stampate, il costo del lavoro, i giornalisti impiegati, le spese per la stampa e la distribuzione. E’ ovvio che la periodicità quotidiana e la consistente tiratura fanno salire di molto i rimborsi.

E’ vero che esistono alcune testate, quasi sconosciute e invisibili sul mercato che ricevono ingenti finanziamenti per l’editoria? C’è davvero qualcuno che ha approfittato di questi fondi?

Sì, purtroppo è vero, ed è ciò che rende più difficile la battaglia per difendere l’intervento pubblico. Ci sono giornali finti, fogli stampati ma non venduti, organi di partiti inesistenti, senza lettori e senza elettori, che in questi anni sono riusciti a farsi finanziare, immeritatamente ma non illegalmente,  infilandosi nelle pieghe della normativa. Da queste degenerazioni hanno tratto spunti in molti (Beppe Grillo tra i più noti) per dire che i fondi pubblici vanno cancellati. Il sindacato dei giornalisti denuncia da anni questi fenomeni, ma sostiene che le esperienze editoriali autentiche non devono pagare le colpe dei truffatori. La richiesta di rigore, di pulizia negli elenchi delle testate da finanziare, è nostra prima che di altri. Ma non accettiamo l’idea qualunquistica che ogni intervento dello Stato sia necessariamente uno spreco o una clientela. Peraltro il sostegno pubblico all’informazione esiste nella gran parte dei Paesi europei.

[…]

Facciamola insieme, questa battaglia di trasparenza. Al governo lo abbiamo detto in modo chiarissimo: vogliamo che i nuovi criteri di finanziamento siano discussi alla luce del sole; non accetteremo una lista dei buoni e dei cattivi che all’improvviso saltasse fuori dalle stanza del ministero dell’economia. Il problema non è il ministro in carica. Qualunque sia il colore del governo, il diritto ad informare, il diritto di vivere di tante testate che fanno pluralismo vero non può essere sfigurato riducendolo a concessione del sovrano, che di anno in anno si degna di far sapere quali cortigiani siano ancora nelle sue grazie.

http://resistenzainternazionale.blogspot.com/2011/10/non-solo-bavaglio-di-monica-bedana.html

lunedì 3 ottobre 2011

Non solo bavaglio

Di Monica Bedana

Dopo il settembre meteorologicamente più caldo che si ricordi da decenni, l’autunno in Italia pare arrivare solo per la libertà di espressione e per l’editoria. L’ultimo rapporto di Freedom House [2011] ci cataloga di nuovo come “parzialmente liberi” in quanto libertà di stampa, 75esimi insieme alla Namibia su 196 Paesi presi in considerazione. L’anno scorso eravamo 72esimi. E non è più solo una questione di limitare attraverso varie forme di censura la possibilità di esprimersi, bensí di falciarla alla radice tagliando ulteriormente i fondi per l’editoria, che in tre anni sono passati da 650 milioni a 194. E che con la cancellazione del “diritto soggettivo” previsto dall’ultima Finanziaria (cioè di ciò che fino ad ora era il diritto stabilito per legge a ricevere i contributi all’editoria), rischiano di scendere a meno di 90, condannando a morte i giornali no-profit, le testate politiche, quelle delle cooperative di giornalisti, ma anche una parte di giornali locali o quelli delle minoranze linguistiche o religiose. Non più contributi distribuiti in uguaglianza democratica bensí a discrezione del Governo.
Nell’incertezza del futuro, in alcuni casi le banche hanno già chiuso il rubinetto dei prestiti e dei fidi su cui si pianificano i bilanci dei giornali. Il pluralismo viene spazzato via dalla discriminazione in nome della riforma economica.
Secondo Mediacoop a causa dei tagli all’editoria 4000 persone perderanno il lavoro e nel tentativo di risparmiare 80 milioni di euro se ne spenderanno 100 in amortizzatori sociali, mentre altri 500 di PIL verranno gettati alle ortiche. Mezzo milione di copie di giornali smetteranno di essere vendute in un Paese che già legge pochissimo.

In pratica, solo la stampa sorretta da grandi lobbies economiche si potrà esprimere in libertà.

Nemmeno in rete la situazione è rosea. Il rapporto Freedom House on the Net del 2009/2010, che analizza la situazione di 37  Paesi basandosi su censura, violazioni dei diritti degli utenti e possibilità di accedere al web da parte di tutti i cittadini, classifica l’Italia tra i Paesi liberi perché internet raggiunge il 50% circa della popolazione, i social networks non sono bloccati, nessun utente è stato (finora) arrestato per le opinioni espresse online. Tuttavia, dice il rapporto, negli ultimi anni il Governo italiano ha introdotto diversi decreti che pongono gravi sfide alla libertà di espressione onlinela spinta a limitare la libertà di Internet deriva in parte dalla struttura della proprietà dei media in Italia. Il primo ministro Silvio Berlusconi detiene, direttamente o indirettamente, un grande conglomerato privato di mezzi di comunicazione e la sua posizione politica gli dà una notevole influenza sulla nomina dei funzionari della televisione di Stato. Tale dominio finanziario ed editoriale dei media può costituire un incentivo a limitare la libera circolazione di informazioni online.
Ecco infatti che si ripropone la legge bavaglio, con l’approvazione della quale anche ai contenuti di questo blog potrebbe essere richiesta una rettifica entro 48 ore ed imposta una multa, in caso di mancata rettifica, fino a 12.000 euro. Qui sotto il testo diffuso da Valigia Blu , alla cui iniziativa aderiamo, che spiega perché bisogna dire “no”.
Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog? Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.

Cosa è la rettifica? La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?  E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti? Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

Vedi anche l’articolo: “Wikipedia si oscura per protesta contro la legge-bavaglio!

 

Qualcuno si potrebbe giustamente domandare: perchè è così importante tutelare la diversità culturale? La risposta è semplice: il pluralismo delle idee è fondamentale affinchè una società possa evolvere ed adattarsi al mondo che cambia. E’ un concetto del tutto analogo a quello biologico di “biodiversità“. L’eterogeneità culturale e di pensiero è fondamentale per una democrazia solida, affinchè possa essere garantita la presenza di una moltitudine di punti di vista differenti, ognuno dei quali deve poter essere divulgato e rispettato dall’intera società.

Concludo con questa frase:

SII FELICE QUANDO INCONTRI QUALCUNO CHE NON LA PENSA COME TE!

L.D.

http://myecomondo.blogspot.com/2010/08/perche-la-biodiversita-e-importante.html

“La biodiversità e le diversità culturali costituiscono una ricchezza per il nostro pianeta perchè sono alla base dell’equilibrio e della stabilità e garantiscono la capacità di adattamento ai cambiamenti. Non esiste la possibilità di sopravvivere per una specie senza che ve ne siano altre ed estrapolando questo concetto si comprende come la molteplicità delle specie in natura e la complessità delle relazioni sia l’unica garanzia di mantenere il Pianeta così come lo conosciamo anche in futuro. In qualche modo equilibrio ed adattabilità sono proporzionali alla diversificazione.

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