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Il contribuente italiano, moderno servo della gleba

26-02-2011

Ormai è un esercizio assolutamente scontato affermare e dimostrare che il contribuente italiano (nell’accezione di colui che paga tutte le tasse, dall’Irpef all’Iva) risulti il più tartassato tra i cittadini del mondo. Pertanto, oltre a enumerare le statistiche relative al 2009 sul peso fiscale nei confronti dei contribuenti[1], questo articolo si permetterà ogni tanto una digressione storica per mettere a confronto il livello di pressione fiscale raggiunto in Italia con il regime medievale della servitù della gleba, soprattutto con quello inglese del XIII secolo di cui possediamo molte informazioni grazie al lavoro dello storico M.M. Postan [2]. I brani sono interamente citati dalla sua opera ma proposti non secondo l’originario sviluppo dell’autore: sono infatti riportati di modo da integrarsi con l’ordine del presente articolo.

La pressione fiscale media in Italia rispetto al pil è stata del 43,2% nel 2009, mentre nel 2010 è scesa al 42,6%. Significa che lo Stato italiano ha prelevato per ogni euro prodotto dagli italiani (il pil), circa 0,432 centesimi nel 2009 e 0,426 centesimi nel 2010 (-1,4%). Il livello della pressione è risultato in crescita rispetto al 2008, quando si posizionava sul 42,9% e quindi in leggera decrescita nel 2010. Nel 2009 si è trattato di un livello vicino al picco del 1997, quando, per entrare nella Comunità europea, fu chiesto uno sforzo fiscale che raggiunse il 43,7%.
Scrive Postan a proposito dei contadini del XIII secolo […] i tributi in denaro versati da un affittuario di condizione servile assorbivano una grandissima proporzione della sua produzione globale. Le proporzioni variavano di molto, ma in poderi di dimensioni medie, quelli di mezzo virgate che comprendevano da 10 a 15 acri, la media era spesso vicina o superiore al 50% […].
Invece, nel caso dell’Italia del biennio 2009-2010, questo saliscendi nella pressione fiscale risulta paradossalmente un’aggravante, in quanto le variazioni sono state dovute all’andamento del pil e non a generali politiche fiscali: quindi, a parità di pressione per tutti le voci di entrata del fisco, il pil è nel frattempo diminuito del 5,2% nel 2009 e aumentato dell’1,3% nel 2010. Di conseguenza, l’incidenza è aumentata e poi diminuita soltanto a causa del calo del pil: ciò significa che lo Stato non ha fatto nulla per evitare che il prelievo gravasse con lo stesso peso anche su una capacità di creazione di reddito inferiore al passato. Per esempio, nel 2000 il pil è cresciuto del 3,7% mentre la pressione era al 41,6%.

A rendere ancor più specifica la situazione italiana, è l’asimmetria tra calo di reddito e tenuta del flusso di cassa delle entrare: pur a fronte di un calo del pil tanto consistente nel 2009, le entrate sono calate in maniera meno pesante e cioè dell’1,9%. In linea generale, il gettito fiscale dovrebbe seguire quello del reddito e pertanto nel 2009 sarebbe dovuto diminuire a causa del calo delle imposte tradizionali: l’Ires è diminuita del 23,1%; l’Iva del 6,7%; l’Irap del 13%. Invece il flusso di cassa generato dalla tassazione dello scudo fiscale (circa 5 miliardi di euro), ha permesso di tamponare il calo generale. E il suo effetto si è prolungato fino al 2010. Ovviamente si tratta di una sanatoria a carattere straordinario e non strutturale come le tasse sul reddito da lavoro.
[…] Quasi tutti i poderi in possesso consuetudinario, nel XIII secolo, erano soggetti a un canone d’affitto in denaro, a cui si aggiungevano altri oneri con caratteri di canone…Poi vi erano i vari farms, canoni d’appalto per appezzamenti di terreno supplementari, i pagamenti del diritto di pascolo dei suini, per l’ammissione degli animali al pascolo e per l’uso dei pascoli del signore. A tutto ciò si aggiungevano di tanto in tanto i tributi versati una tantum…imposte pagate sulla proprietà degli affittuari morti, o tasse d’accesso che pagavano i nuovi affittuari. Vi erano inoltre pagamenti sulla persona caratteristici dello stato di servo della gleba, come ad esempio le capitolazioni; riscossi sotto vari pretesti, oltre ai tributi sui matrimoni e, soprattutto, alle ammende comminate dai tribunali manoriali per trasgressioni di ogni genere […].

Ad assorbire la maggior quota del gettito fiscale è la spesa pubblica con il 52,5% del pil e una crescita nel 2009 del 3,1%. A tal proposito si cita Jacques Le Goff[3], che pur fa riferimento all’opera di Postan […] Il sistema feudale consiste essenzialmente nell’appropriazione da parte della classe signorile – ecclesiastica e laica – di tutto il sovrappiù della produzione rurale assicurata dalla massa dei contadini. Questo sfruttamento avviene in condizioni che tolgono ai contadini i mezzi per poter contribuire al progresso economico, senza che i beneficiari del sistema abbiano essi stessi delle possibilità molto più grandi di investimenti produttivi […].

Per quanto riguarda l’Italia contemporanea, se confrontiamo il dato con i paesi europei, scopriamo però di non essere al primo posto in termini di pressione fiscale: al quinto insieme alla Francia e dietro l’Austria. Soprassedendo però su ogni comparazione in termini di qualità dei servizi pubblici erogati a parità di prelievo, il vero elemento di differenziazione dell’Italia riguarda proprio il dato reale della pressione fiscale. Lo Stato trattiene il 43,2% in tasse, ma la stragrande maggioranza di questo gettito è realizzato dal lavoro dei dipendenti privati. Basti citare qualche dato come la stima dell’evasione fiscale, pari a 120 miliardi di euro, oppure la stima del lavoro sommerso e in nero che oscilla tra 231,9 e 255,9 miliardi di euro[4].

Sempre facendo riferimento a Postan […] Ciò che differenziava l’agricoltura servile dall’economia del dominico non era solo l’entità dei pagamenti, ma la loro natura obbligatoria. Essi erano di regola fissi, non vi si poteva sfuggire, e dovevano essere trattati come oneri a carattere prioritario. Non potevano essere ridotti in modo da venire incontro alla quantità del raccolto o alle circostanze personali dell’affittuario o da riflettere le sue preferenze per un maggiore o minore consumo. Il fabbisogno di cibo e di foraggio dell’affittuario doveva essere coperto da ciò che restava dopo aver assolto questi oneri obbligatori […].

Non a caso, il prelievo diretto su redditi da lavoro è il più alto d’Europa con il 42,8% [5]. E per questo, nel caso dei contribuenti totalmente tassati dal fisco, una stima del Centro studi della Cgia di Mestre valuta in un massimo di 110,5 miliardi di euro, le imposte in più pagate nel 2009.
A questo basterebbe aggiungere l’impatto dell’Iva sui consumi medi, per comprovare che la pressione fiscale rimane sugli stessi livelli anche per dipendenti che rientrano in classi di reddito inferiori e quindi meno gravate dal fisco, potendo anche giovarsi di una serie di bonus dovuti al welfare (figli a carico, spese mediche deducibili ecc.).

Per esempio, un operaio senza famiglia a carico e con un reddito poco superiore ai 22mila euro lordi l’anno subisce una pressione fiscale del 40,6% se si considera anche l’incidenza dell’Iva, la quale ovviamente pesa maggiormente quanto più i redditi sono bassi e gran parte del netto viene assorbita da spese correnti (cibo, casa, automobile, servizi e beni essenziali).
Al contempo, bisogna considerare poi altre forme di prelievo fiscale sia nazionale che di carattere locale (bolli e tasse per la burocrazia, imposte comunali come la Tarsu ecc). Soltanto nel caso delle tasse locali, si può stimare il prelievo annuale medio in 1.233 euro, con al top Rieti (1.934 euro) e al gradino più basso per esosità in termini di tasse e gabelle, Agrigento (672 euro) [6].
[…] In molte tenute, le molteplici tasse erano nulla a confronto della taglia, che spesso costituiva una tassa annua gravosa quasi quanto lo stesso canone d’affitto. Infine, vi erano gli equivalenti in denaro delle prestazioni da lavoro. In tempi e luoghi in cui le prestazioni di lavoro erano commutate, questo equivalente in denaro veniva pagato direttamente al proprietario…Ma anche dove le prestazioni di lavoro erano riscosse in natura, esse comportavano spesso per il servo della gleba un esborso di denaro…A tutti questi pagamenti manoriali, dobbiamo aggiungere la decima versata alla Chiesa oltre a saltuarie tasse regie […].

Nel 2009, per interrompere il prelievo fiscale e finalmente incamerare nelle proprie tasche quanto prodotto col proprio lavoro, è stato necessario attendere fino all’8 giugno. Quindi, facendo il calcolo in giorni lavorati, significa che l’italiano medio ha dovuto lavorare tutti i giorni (domeniche comprese) fin oltre alla prima settimana di giugno soltanto per pagare le tasse allo Stato. Poi, libero dagli obblighi contributivi oltre la metà dell’anno, ha potuto usufruire dei redditi da lui prodotti.
L’equivalenza tra “costo del fisco” su reddito lavorativo e giorni viene calcolata proprio per individuare in quale data dell’anno ci si libera dal peso fiscale (“tax freedom day” nell’originale inglese). Anche in questo caso, però, la data si riferisce a valori medi che non tengono conto della parte della popolazione che evade le tasse contro chi le paghe tutte: in quest’ultimo caso, la liberazione avviene al 10 di luglio[7], equivalente a una pressione del 52%.

Ovviamente, di concerto con l’aumento della pressione fiscale, anche la giornata di liberazione dalla tasse si è andata sempre più allontanando nel corso degli anni: nel 1990 era il 20 maggio ma già nel 2000 si era arrivati al 2 giugno. La Cgia ha calcolato la pressione fiscale su quattro tipologie di reddito: per l’ operaio con moglie e un figlio a carico arriva al 34,5%; per l’operaio senza carichi familiari è al 40,6%; leggermente più alta quella per l’impiegato con moglie e un figlio (40,7%), mentre sale fino al 44,3% per un impiegato single e un reddito di 35mila euro lordi l’anno. Così per il primo “la liberazione” scatta il 7 maggio, per il secondo e il terzo il 20 maggio, infine per il quarto il 12 giugno. Ma in media, per chi paga davvero le tasse, ci sono ancora undici giorni di lavoro, domeniche comprese.
Nel medioevo l’eccessivo peso di gabelle, canoni, taglie e altre esazioni comportò la pietrificazione del sistema sociale con una conseguente stagnazione del progresso tecnico ed economico, che per secoli comportò una povertà diffusa, sempre sull’orlo della carestia.
[…] L’entità e la natura prioritaria di questi oneri obbligatori, e il carattere residuo di gli altri diritti sul suo prodotto, non solo determinava il livello di vita del contadino, la quantità del suo cibo, la sua capacità di investire, ma poteva anche influenzare il modo in cui egli rispondeva ai cambiamenti economici. Le sue risposte spesso non si accordavano, o erano spesso esattamente contrarie, a quelle dei proprietari manoriali. Le situazioni che favorivano la tenuta manoriale e ne accrescevano i profitti potevano danneggiare o impoverire gli affittuari e viceversa […].

Anche nel caso dell’Italia del nuovo millennio, l’eccessivo carico fiscale aggravato dalla crisi sta comportando un impoverimento generalizzato e quindi una riduzione nei consumi. Ovviamente, lo sviluppo tecnologico garantisce una buona tenuta del sistema agli shock che un tempo sconvolgevano le civiltà.

Insomma, carestie e crisi alimentari appaiono per il momento rischi lontani. Al contrario, stagnazione e declino del nostro paese sono dovuti anche all’eccessiva pressione fiscale che assorbe risorse senza riallocarle in servizi validi o incentivi e sostegni alle attività produttive. Basta comparare il l’incidenza del cuneo fiscale sul costo del lavoro con i redditi medi lordi nel solo scenario europeo. Dunque, l’Italia si posiziona per incidenza del cuneo fiscale al quarto posto con il 46,5% contro Belgio, Germania e Francia che nel 2009 hanno avuto incidenze maggiori. Eppure, i salari netti sono di molto inferiori ai paesi di riferimento, mentre il costo della vita non è così distante. Per esempio, nel caso di un single ad alto reddito il cuneo è del 51,5% per un salario netto di 22.027 dollari l’anno (ovvero un alto reddito per gli standard italiani) contro medie Ue ed Ocse superiori anche del 20%.

Al contempo, proprio la stabilità dei sistemi politici e sociali e quindi una demografia che consente alla popolazione di invecchiare, sta comportando una sclerotizzazione del sistema. Ciò per ora comporta una paralisi nelle relazioni tra cittadino e stato come tra contribuente e segmenti sociali che riescono ad eludere o a sfruttare le inefficienze del sistema.
Riprendendo ancora le parole di Jacques Le Goff [8] , […] Una volta soddisfatte le esigenze essenziali della sussistenza e, per i potenti, quelle non meno essenziali del prestigio, poc’altro chiedono gli uomini del Medioevo. Incuranti del benessere, sacrificano tutto, quando loro è possibile, alle apparenze. Le loro uniche gioie profonde e disinteressate sono le feste e i giochi, sebbene per i grandi la festa sia pur sempre un’ostentazione, una propaganda […].
Invece nel medioevo, a un certo punto la scarsità di manodopera dovuta a un’espansione demografica discontinua causata da epidemie, invasioni e progressiva crescita delle realtà urbane, ha finito per incentivare la manomissione dei servi il cui potere negoziale s’accresceva in forza della scarsità di manodopera. Di conseguenza, la libertà dei servi di negoziare le loro relazioni di lavoro rispetto all’offerta in crescita di occasioni e mestieri, ha portato all’esplosione dell’economia urbana e mercantile e quindi alla ripresa economica di un occidente che per secoli era risultato congenitamente povero e arretrato rispetto all’Oriente ricco e avanzato. E infatti, ad aiutare le nuove economie (Vai all’articolo) come la Cina, l’India e il Brasile c’è anche una demografia composta da alti tassi di natalità e dall’altissima presenza di under 30: purtroppo, non si può dire lo stesso per l’Italia.

NOTE

[1] I dati sono stati raccolti ed elaborati dall’Istat nel documento “Conti economici aggregati delle amministrazioni pubbliche”.

[2] I brani presentati sono tratti da Economia e società nell’Inghilterra medievale di M.M. Postan (Einaudi, 1978). I brani provengono tutti dal capitolo “I contadini: condizione economiche”, uno studio che ancora oggi viene considerato come termine di riferimento per l’utilizzo delle fonti documentarie e monumentali nell’indagine dell’economia medievale.

[3] Citazione da La civiltà dell’occidente medievale di Jacques Le Goff (Einaudi, 1981). La citazione è stata tratta dal capitolo “La vita materiale”.

[4] Dati pubblicati da il Sole 24 Ore.

[5] Dati Eurostat.

[6] I dati sono disponibili presso il sito della Cgia di Mestre.

[7] Dati centro studi della Cgia di Mestre.

[8] Citazione da La civiltà dell’occidente medievale di Jaques Le Goff (Einaudi, 1981). La citazione è stata tratta dal capitolo “Mentalità, sensibilità, atteggiamenti”.

Potete trovare l’articolo completo (con le relative tabelle ed immagini), cliccando il link all’inizio della pagina oppure qui.

 

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