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L’Opera al cinema: diffondere cultura e fare quattrini

DI FILIPPO CAVAZZONI – 8 novembre 2011

Ignaro della durata del Siegfried ho accettato l’invito a prendere parte a questo bellissimo esperimento sbarcato quest’anno anche in Italia: la programmazione del Metropolitan Opera di New York in HD in diversi cinema del nostro Paese. Contenuti del Met e distribuzione di Nexo Digital.
Oltre a ignorare la durata dell’opera (5 ore e 30 minuti!) le mie conoscenze su Richard Wagner erano molto limitate. Per me Wagner è: il protagonista di una splendida battuta pronunciata in un film di Woody Allen (“Quando vado all’Opera a vedere Wagner proprio non ce la faccio: dopo 10 minuti mi viene voglia di invadere la Polonia”) e l’autore de “La cavalcata delle Valchirie”, musica che accompagna l’arrivo degli elicotteri in “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola.
Detto questo, sulla qualità della produzione mi limito a riportare i giudizi dei presenti in sala: superba, straordinaria, ecc. Per quanto mi riguarda, invece, sposterei l’attenzione non su considerazioni di carattere “estetico” (che lascio per mia incompetenza ai musicologi) ma sull’evento in sé. Da alcuni anni il Met ha chiuso accordi per proiettare in diversi Paesi la propria programmazione. In totale 54 Paesi. I cinema nel mondo che ieri hanno proiettato il Siegfried sono stati 1600, di cui 40 in Italia. Una platea incredibile… L’idea è quella di fare uscire, attraverso l’utilizzo della tecnologia, la musica colta dai suoi recinti naturali (il teatro), per farla sbarcare ovunque possibile. Anche il contenuto è pensato per adattarsi al meglio alle nuove opportunità. Quello che si vede sul grande schermo non è un rettangolo fisso e immobile, una unica inquadratura immutabile. No, la regia è mossa, fatta di primi piani e movimenti di macchina. Diverse telecamere sono puntate sul palco, sull’orchestra e sulla platea. Tutto questo vivacizza la visione, e crea un ibrido fra una produzione per il teatro e una pensata per il cinema. Gli intermezzi fra i vari Atti sono riempiti da interviste nel “dietro le quinte”. La qualità del suono e dell’immagine è poi particolarmente elevata.
Il Met incamera una percentuale sugli incassi di ogni cinema. Molti appassionati possono seguire qualcosa che avviene a chilometri e chilometri di distanza. Un nuovo pubblico può venirsi a creare grazie ai bassi prezzi dei biglietti, al valore culturale della proposta e al mezzo utilizzato (le sale cinematografiche). Insomma, le esternalità positive della diffusione di cultura, su maxi-schermi (sgranocchiando pop-corn) e senza finanziamenti pubblici.
Quest’ultimo è un aspetto che mi ha sorpreso. Dando un’occhiata al report annuale del Metropolitan Opera si trovano numeri che si prestano a più considerazioni. Innanzitutto il fatto stesso di trovare una rendicontazione così puntuale sull’attività di un teatro è da noi cosa assai rara (provate a cercare i bilanci delle nostre Fondazioni lirico-sinfoniche…). Nel 2009 le entrate derivanti dall’attività del Met sono state pari a 153,8 milioni di dollari. Di questa cifra, 98 milioni provengono dal box office e 22 dagli accordi stipulati con i vari media (sale cinematografiche incluse). Sempre nell’anno fiscale 2009, i contributi ricevuti sono stati pari a 127 milioni di dollari. Di questi, 108 milioni riguardano contributi individuali di persone, 15 milioni da fondazioni e imprese private. Sapete invece quanti sono stati i contributi pubblici totali? 3 milioni, ovvero il 2,36% del totale dei contributi. Se sommiamo entrate “operative” e contributi (totale entrate: 280,8 milioni) i contributi pubblici pesano solamente per l’1,06%.
Proviamo a fare velocemente un raffronto con la nostra principale istituzione in tale ambito: il Teatro alla Scala di Milano. Prendiamo i dati dalla Relazione sull’utilizzo del FUS (Fondo unico per lo spettacolo) del 2009. Totale contributi: 50 milioni di euro. Totale contributi privati: 1,8 milioni. 48 milioni circa riguardano quindi l’intervento di Stato, regione, provincia e comune. Rispetto al Met il rapporto è completamente sbilanciato, se da una parte il peso del contributo pubblico, sul totale dei contributi, è davvero minimo, nel caso della Scala è l’opposto: sul totale dei contributi, quelli pubblici rappresentano la quasi totalità.
Un altro dato mi sembra molto interessante: quello delle alzate di sipario. Il Met ne ha totalizzate 216 (anno 2009), mentre la Scala 117 (anno 2008). Se il primo male di cui soffre la lirica in Italia è la mancanza di contributi privati (si tratta di un settore ampiamente sussidiato), il secondo è rappresentato dalla scarsa produttività: il costo del lavoro rispetto alle alzate di sipario è troppo elevato.
La lezione che si può imparare da questa rapida e sommaria comparazione è, a mio modo di vedere, evidente. Da una parte (Met) abbiamo un teatro dinamico che inventa nuove forme per commercializzare e divulgare le proprie produzioni; dall’altra (Scala) un teatro prestigioso e conosciuto a livello internazionale che riposa sugli allori.
Se è vero che i costi di produzione di un’opera lirica sono elevati, è anche vero che esistono gli strumenti per aumentare i ricavi e ridurre il costo del lavoro. Sul primo punto, il Met è la dimostrazione che la tecnologia può aiutare. Sul secondo punto, le strade da percorrere sono diverse: se pensiamo alle nostre Fondazioni liriche la ricetta potrebbe essere: più alzate di sipario, meno personale “stabile” e un diverso contratto collettivo nazionale. I costi di produzione possono inoltre essere mitigati da un incremento della domanda (a sua volta determinato, come nel caso del Met, da una diversificazione dell’offerta).
La situazione tra le due realtà è così differente perché da una parte abbiamo un Paese con gli incentivi giusti, mentre dall’altra un Paese come il nostro dove manca una cornice di regole volta a stimolare determinati comportamenti, sia dal lato della domanda che dal lato dell’offerta. Oggi più che mai non ci possiamo più permettere 14 Fondazioni quasi interamente sussidiate con denaro pubblico. Ridurre il finanziamento pubblico vuol dire farle morire? Non credo, vorrebbe solamente dire testare la capacità dei sovrintendenti e dei consigli di amministrazione di riorganizzare le proprie attività.

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Aggiornamento del 5 settembre 2013:

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-08-15/cambio-passo-solo-privati-064308.shtml?uuid=AbzrONNI

Il cambio di passo solo con privati «partner»

di Alberto Mingardi – 15 agosto 2013

[…] In molti cominciano a guardare con ammirazione al modello americano, che nel 2011 è riuscito a portare in pancia al non profit quasi 300 miliardi di dollari, per il 5% provenienti dai budget delle aziende, per il 14% frutto di stanziamenti di fondazioni, e per il resto, in diverse modalità, arrivati direttamente dal portafoglio di singoli individui. Il 4% va a finanziare beni e attività culturali di vario genere. Questa massa di quattrini beneficia di una forma di sostegno indiretto da parte dello Stato, tramite deduzioni fiscali. La capacità degli enti culturali di attrarre contributi privati non è solo un sottoprodotto di opportuni incentivi fiscali. […]

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Aggiornamento del 16 ottobre 2013:

Complimenti ai parlamentari e senatori per aver approvato un decreto cultura che non fa altro che sostenere chi ha i conti in rosso mettendo sempre più in difficoltà chi invece lavora bene e riuscirebbe a sostenersi anche autonomamente:

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-10-15/decreto-cultura-cambiare-065146.shtml?uuid=AbboyQuI

Decreto cultura da cambiare

di Sara Monaci – 15 ottobre 2013

[…] Il decreto cultura, secondo gli enti lirici milanesi, ha essenzialmente un grande limite: prevedendo la trasformazione del consiglio di amministrazione in un semplice consiglio d’indirizzo, con 7 membri al massimo, riduce la possibilità di reperire risorse su mercato […]. Inoltre la legge mette a disposizione un fondo nazionale di 70 milioni per salvare le fondazioni in difficoltà, ma di questi la fetta maggiore andrà a sostenere le casse degli enti in rosso […]. Infine, tra le altre cose, la norma limita la possibilità di sottoscrivere un contratto autonomo con le proprie maestranze, imponendo a tutti i teatri la contrattazione nazionale. Riassumendo: il decreto, per i politici lombardi, riduce la possibilità degli enti lirici in equilibrio finanziario di reperire fondi privati, senza però garantire pari entrate pubbliche; e per finire non riconosce neppure l’autonomia gestionale richiesta da anni. […]

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