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Il Gazzettino del Risorgimento

Programma a cura di Simone Spetia e Paolo Piacenza

Dopo aver raccontato il processo risorgimentale in forma di giornale radio, dal 1796 al 1861, il Gazzettino del Risorgimento torna per le singole storie, per incontrare i personaggi dell’epoca e intervistarli, per descrivere più a fondo l’Italia che si andava formando e il mondo che la circondava. La forma è quella di reportage, con suoni e interviste audio. Il tentativo sarà quello di avvicinare quell’epoca alla nostra, collegandosi a volte con la cronaca di giornata, di settimana o del periodo. Ci saranno delle puntate sul debito pubblico italiano all’indomani dell’Unità; il racconto, da una nave, della grande migrazione degli irlandesi durante la carestia; le cronache dalla guerra civile americana; le interviste con Cavour, Mazzini, Cristina di Belgiojoso, ma anche Metternich, Radetzky e Napoleone.

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Sito del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia:  www.italiaunita150.it

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Dal blog di Simone Spetia:

Nord e sud al momento dell’unità, un’intervista

Visto che anche sulle nostre pagine Facebook (e non solo) si è sviluppato un discreto dibattito sul tema nord/sud e sviluppo al momento dell’unificazione, ho realizzato un’intervista con il professor Stefano Fenoaltea, che insegna storia economica all’Università di Roma Tor Vergata.

E’ autore di parecchie cose sul tema, tra cui “La crescita industriale delle regioni d’Italia dall’Unità alla Grande Guerra” (Banca d’Italia, 2001), “L’economia italiana dall’Unità alla Grande Guerra” (Laterza, 2006), coautore con Carlo Ciccarelli di “La produzione industriale delle regioni d’Italia, 1861-1913: una ricostruzione quantitativa. 1. Le industrie non manifatturiere” (Banca d’Italia, 2007) e “Attraverso la lente d’ingrandimento: aspetti provinciali della crescita industriale nell’Italia postunitaria” (Banca d’Italia, 2011).  E’ autore tra l’altro di Lezioni di economia politica(pdf, 2001), pure disponibile in rete.

C’era già un divario tra il Regno delle Due Sicilie e il nord Italia al momento dell’unificazione? Se sì di che dimensioni?

Dal punto di vista dell’industria, della quale mi sono occupato, il divario iniziale non risulta particolarmente significativo, almeno non nel senso che uno si immaginerebbe. All’Unità le industrie erano prevalentemente artigianali, concentrate presso i loro clienti, in sostanza le classi abbienti concentrate a loro volta nelle vecchie capitali. Il divario regionale era più Est-Ovest che Nord-Sud: scarseggiava l’industria nella fascia Adriatico-Ionica, dall’Emilia in giù, e in Sardegna: in sostanza, nelle regioni da tempo parti periferiche dei vecchi Stati multi-regionali. A livello provinciale si nota la presenza di alcune industrie, che utilizzavano forza motrice, già concentrate nelle prealpi, dove l’acqua calava dalle montagne anche d’estate. Le fabbriche che si sviluppano poi si concentrano, proprio per quel motivo, al Nord.

Questo però rispecchia in parte l’azione dello Stato postunitario. Da un lato, lo Stato ha favorito con i dazi lo sviluppo dell’industria cotoniera, che si concentra più di ogni altra nelle prealpi proprio perché usa molta acqua, anche e non solo come forza motrice. Dall’altro, lo Stato NON ha sviluppato un sistema di educazione tecnica nazionale, e tanto meno aperta a tutti, per cui l’Italia non ha sviluppato l’industria avanzata – allora la chimica e l’elettrotecnica – attirata proprio perché avanzata dalle risorse umane (come la grande industria, italiana, del Cinquecento) piuttosto che naturali, e pertanto potenzialmente ubicata anche fuori dal Nord (che invece si fece da se il Politecnico di Milano, madre ad esempio della Pirelli). Ma la cosa che va sottolineata è che la domanda è mal posta, per due motivi.

Primo, l’economia non è paragonabile al circuito di Formula 1 di Monte Carlo, dove non c’è spazio per sorpassare, per cui chi parte davanti dovrebbe effettivamente arrivare primo. Lo sviluppo, nazionale e a fortiori locale, dipende dal potere di attrazione delle risorse locali, potere che cambia repentinamente come cambia la tecnologia. La Ruhr si è trasformata da una ridente valle agricola a un centro dell’industria perché a un certo punto le sue risorse (il carbone) hanno attirato quelle altre risorse (il capitale umano e finanziario, magari anche il lavoro) che hanno costruito la nuova industria pesante. Le risorse sono mobili, la tecnologia cambia: il successo di oggi non dipende dal successo di ieri.

Secondo, le industrie che crescono crescono enormemente. Per fare un esempio, nel 1913 il prodotto reale dell’industria cotoniera italiana era il 1.300% circa di quello del 1861: qualsiasi vantaggio iniziale è ovviamente poca cosa rispetto alla crescita successiva.

Il succo di questo discorso è che in pratica l’eventuale divario iniziale non ha nessuna importanza.

Dal punto di vista delle finanze pubbliche Torino e Napoli come erano messe?

Non sono esperto della storia della finanza pubblica, ma mi risulta che il grosso del debito pubblico ereditato all’Unità fosse quello sabaudo. Per sviluppare il Piemonte economicamente (costruendo le ferrovie) e militarmente (per liberare o conquistare la penisola) si era speso molto: soldi presi a prestito, ma investiti a dovere.

Si sente dire da qualcuno che il Regno delle Due Sicilie fu “depredato” dai Savoia nella fase postunitaria. E’ corretto?

Cosa ci sarebbe stato da depredare? Sicuramente le tasse, il peso del servizio di leva aumentarono, con l’Unità, nell’ex Regno delle Due Sicilie; sicuramente la repressione del “brigantaggio” è stata quello che è stata, se ne scrive molto in questi ultimi tempi.

Certamente ci furono episodi di favoritismo: la marina a vapore si sviluppò grazie ai sussidi pubblici, e il Governo li diede ai genovesi e ai palermitani escludendo a priori, a quanto pare, i napoletani. Ma sono episodi, serve una visione più ampia del ruolo dello Stato.

Le grandi politiche furono, in sostanza, tre. La politica delle infrastrutture fu tutta tesa al loro sviluppo dove mancavano, e dunque a vantaggio del Meridione. La politica dell’educazione nazionale portò alla scuola dell’obbligo, all’alfabetizzazione di massa, anche qui beneficiando in particolare il Meridione; è pur vero, come abbiamo già notato, che lo Stato trascurò l’educazione tecnica che poteva dare l’industria avanzata anche al Meridione. La politica doganale, inizialmente liberista, diventò dal 1878 protezionista. Questa nuova politica favorì a sua volta alcune industrie, come quella del cotone, che come abbiamo visto erano “naturalmente” settentrionali; danneggiò per contro le industrie esportatrici come quella della seta, anch’essa settentrionale. Ma c’è di molto peggio. Il dazio sul grano spinse l’Italia verso l’autarchia, le impedì di nutrirsi di grano estero a buon mercato e sviluppare come poteva attività più adatte a un paese con tante braccia e poca terra–compresa l’agricoltura specializzata, la coltivazione ad esempio degli agrumi e della vite, appannaggio appunto del Meridione. Il dazio sul grano ha condannato gli italiani, e in particolare i meridionali, all’emigrazione.

S’intravede quello che poteva succedere, senza il dazio sul grano, attraverso una cosa che emerge, a sorpresa, dai dati dei censimenti. Dall’Unità alla Grande Guerra le regioni dove più cresce la forza lavoro, perché c’è meno emigrazione, sono quattro: prima la Liguria, dove cresce molto l’industria; quarta il Lazio, aiutato ovviamente dal trasferimento della capitale nazionale. La seconda e la terza non sono la Lombardia, che non cresce più della Sardegna, e tanto meno il Piemonte, che nemmeno raggiunge la media nazionale. Seconda e terza sono le Puglie e la Sicilia, dove l’industria non va da nessuna parte: sembra dare lavoro, frenare l’emigrazione, proprio lo sviluppo, pur svantaggiato dal protezionismo che limitando le importazioni limita pure le esportazioni, della vite e degli agrumi.

L’eventuale vantaggio industriale di qualche regione, all’Unità, è senza importanza anche per questo motivo: che lo sviluppo non era, come non è, necessariamente industriale.

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Vignetta di Nino Di Fazio – 150 anni unità d’ Italia:

Unitd’Italia

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