http://oggiscienza.wordpress.com/2011/11/14/quanto-ci-costa-la-mancata-prevenzione/

Quanto ci costa la mancata prevenzione

 

Ogni autunno con l’arrivo di piogge e temporali molto intensi il territorio italiano va in tilt: i fiumi esondano e le colate di fango invadono i centri abitati travolgendo e spazzando via tutto quello che incontrano sul loro percorso. Tra i casi più recenti: Genova, l’isola d’Elba, le Cinque Terre, Aulla, la provincia di La Spezia. E puntualmente, superata la fase critica, si aprono le polemiche, il valzer delle responsabilità e la conta dei danni.

L’emergenza maltempo ci costa 876mila euro al giorno.

Il calcolo è stato fatto da Legambiente che ha analizzato i fondi stanziati per le principali emergenze idrogeologiche degli ultimi due anni, dalla colata di fango in provincia di Messina nel 2009 fino ai recenti eventi in Lunigiana e nella provincia di La Spezia. In totale lo Stato ha speso più di 639 milioni di euro. Per lo più si tratta di stanziamenti inferiori ai 30 milioni di euro, ma per l’alluvione che colpì il Veneto circa un anno fa, causando più di 400 milioni di danni, sono stati erogati 300 milioni. Il lungo elenco illustrato nell’infografica non solo evidenzia la gravità dei disagi provocati dal maltempo, ma soprattutto l’elevato costo di una politica che non investe in prevenzione e pianificazione del rischio.

A questa situazione si aggiunge la totale assenza di risorse per attuare il piano straordinario per il dissesto idrogeologico. È l’ex ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a lanciare l’allarme una settimana fa. Il piano, che prevede lo stanziamento di 2,5 miliardi di euro tra fondi statali, regionali e del ministero dell’Ambiente, ancora oggi tarda a partire per via dei tagli delle recenti manovre economiche che hanno quasi azzerato i fondi a disposizione. In solo 4 anni il ministero dell’Ambiente ha visto le proprie risorse ridursi del 90%: da 1,3 miliardi di euro nel 2008 si è scesi a 230 milioni nel 2012, ridotti ulteriormente a 120 milioni dopo la manovra di agosto. Ad oggi, quindi, il ministero può contare su un bilancio pari più o meno a quello di città di provincia di media grandezza. Con la legge di stabilità sono stati recuperati altri 300 milioni, facendo così aumentare lo stanziamento previsto per il 2012 a 420 milioni. Una cifra ancora insufficiente per dare attuazione e continuità alle politiche per la prevenzione del dissesto idrogeologico. Il ministro Tremonti aveva promesso nel Consiglio dei Ministri del 14 ottobre altri 500 milioni provenienti dai fondi Fas, ma nella legge di stabilità non c’è nessuna traccia. Per ora ci sono state garanzie solo per l’assegnazione di 150 milioni.

Questa tendenza ad affrontare le emergenze ripagando i danni causati da frane e alluvioni non solo genera costi insostenibili per le popolazioni colpite ma contribuisce a disperdere le già poche risorse che dovrebbero essere destinate a una politica di prevenzione. Del resto in Parlamento si discute del problema del dissesto idrogeologicosolo quando violenti nubifragi, alluvioni o frane provocano enormi danni o vittime. Si interviene soprattutto con interrogazioni e/o ordini del giorno per chiedere risarcimenti o indennizzi per le vittime, mentre si trascurano le azioni di prevenzione e messa in sicurezza del territorio.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-10-13/milioni-italiani-rischio-idrogeologico-184129.shtml?uuid=AYvbviZC

Sei milioni di italiani a rischio idrogeologico. Per mettere in sicurezza il territorio servono 40 miliardi

di Stefano Natoli  13 ottobre 2010

Sono circa 6 milioni gli italiani che abitano nei 29.500 chilometri quadrati del nostro territorio considerati ad «elevato rischio idrogeologico». Lo evidenzia il primo Rapporto sullo stato del territorio italiano realizzato dal centro studi del Consiglio nazionale dei Geologi (Cng), in collaborazione con il Cresme, presentato a Roma. […] I comuni potenzialmente interessati da un alto rischio sismico sono 725, con 3 milioni di abitanti, e quelli a medio rischio 2.344, con 21,2 milioni di abitanti. […] Il nostro territorio ha una vulnerabilità elevatissima, per la quale siamo costretti ad inseguire le emergenze con spese continue, senza peraltro raggiungere un livello accettabile di sicurezza». […] non va sottovalutato lo sperpero di risorse perpetrato per rimediare a danni avvenuti. Se i terremoti sono impossibili da prevedere, le cause di frane e alluvioni sono evidenti nella quasi totalità dei casi: l’abbandono delle aree rurali limitrofe alle città e urbanizzazione di territori agricoli».

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Aggiornamento del 18 dicembre 2012:

http://www.enea.it/it/produzione-scientifica/energia-ambiente-e-innovazione-1/anno-2012/n.-1-gennaio-febbraio-2012-1/cosa-bisognerebbe-fare

Cosa bisognerebbe fare

Le alluvioni di novembre hanno colpito il Paese e l’opinione pubblica generando commenti a caldo di vario tipo; a freddo riportiamo le considerazioni degli esperti sui problemi del “dissesto idrogeologico” e sui possibili interventi di mitigazione del rischio

Luca Falconi, Claudio Puglisi

Una nuova serie di eccezionali eventi meteorologici ha determinato nell’ultimo autunno l’esondazione di fiumi e torrenti e l’innesco di fenomeni franosi in diverse aree del territorio nazionale. Liguria, Piemonte, Campania e Sicilia sono le regioni che hanno sofferto maggiormente di questa ennesima riproposizione delle criticità idrauliche e geomorfologiche cui è sottoposta la penisola.

[…] ci sembra che sia stato sostanzialmente ridotto il contributo dei mezzi di informazione alla consapevolezza da parte della popolazione delle dinamiche dei fenomeni geomorfologici ed idraulici in atto. Consapevolezza il cui ruolo è fondamentale nel processo di sensibilizzazione, che costituisce una delle azioni con cui fronteggiare ogni tipo di rischio.

Ma a monte della sensibilizzazione c’è un percorso che parte dalla comprensione scientifica del fenomeno avvenuto, passa per la valutazione della potenzialità di accadimento di fenomeni futuri e giunge all’adozione di adeguate misure di mitigazione. In quest’ottica, gli studi sulla pericolosità e sul rischio costituiscono una base indispensabile per la progettazione e realizzazione di opere di difesa, per una corretta pianificazione territoriale e per gli interventi di protezione civile. […]

In termini generali, la caratteristica alla base della elevata pericolosità geomorfologica ed idraulica, cui è soggetto il nostro paese, è la natura geologicamente giovane del territorio italiano, caratterizzato, cioè, da versanti acclivi, forti dislivelli e corsi d’acqua con un regime per lo più torrentizio, con portata idrica di magra, in estate, e di piena, in inverno, fortemente differenti. La situazione di base è stata aggravata negli ultimi anni da un netto incremento dell’intensità e della frequenza degli eventi pluviometrici estremi, causa scatenante di due tipologie di fenomeni strettamente collegati fra loro: le frane del tipo colate rapide di fango/detrito e le alluvioni improvvise (flash-floods). […]

A questo quadro generale vanno aggiunti altri parametri sia di origine naturale sia antropica che localmente aumentano la pericolosità del territorio. Tra le cause naturali delle colate rapide, ad esempio, oltre alla pendenza dei versanti ed alle caratteristiche di alcuni tipi di rocce affioranti, si possono annoverare la natura dei suoli soprastanti il substrato roccioso e l’esposizione dei versanti. Tra le cause antropiche, invece, si riconoscono l’abbandono delle aree montane e la conseguente mancanza di manutenzione dei versanti, lo stato di abbandono dei sistemi di terrazzamento dei versanti e dei relativi circuiti di drenaggio superficiale e sub-superficiale, l’incremento del carico sui versanti dovuto allo sviluppo della vegetazione boschiva e del sottobosco in aree precedentemente coltivate, l’incuria dei versanti in corrispondenza dei tagli stradali. Per i processi idraulici hanno un ruolo fortemente negativo la cementificazione diffusa e la conseguente impermeabilizzazione del territorio, che incrementa l’entità del deflusso superficiale a discapito dei processi di infiltrazione, e la canalizzazione dei corsi d’acqua, che aumenta la velocità con cui le precipitazioni si riversano dalla parte alta dei versanti a valle (diminuzione del tempo di corrivazione).

La propensione allo sviluppo di frane e alluvioni in un territorio, quindi, oltre ad avere un connotato intrinseco naturale, è spesso incrementata da una non adeguata gestione umana. Negli ultimi decenni si è aggiunta l’azione dei cambiamenti climatici, rappresentata da un ampliamento delle aree soggette ad alluvioni e frane e dall’incremento della frequenza di accadimento e di intensità dei fenomeni stessi. Come se non bastasse, l’espansione urbana dissennata, che ha ignorato largamente la pericolosità naturale del territorio, ha determinato un drammatico incremento delle condizioni complessive di rischio. […]

È il momento di incrementare la resilienza della nostra società attraverso azioni concrete di mitigazione ed adattamento, avviando una di quelle diverse “grandi opere” di cui il paese ha realmente bisogno. In particolare appare necessario:

  • sviluppare i sistemi di monitoraggio dei dati meteoclimatici (piovosità, saturazione del suolo, portata dei corsi d’acqua), utili ad approfondire le dinamiche di variabilità climatica ed in grado di costituire efficaci sistemi di allerta degli eventi calamitosi;
  • sostenere economicamente l’approfondimento degli studi sulla pericolosità e sul rischio condotti dalle Autorità di Bacino (ora di Distretto) e contenuti nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI), promuovendo il loro aggiornamento anche alla luce dei cambiamenti climatici in atto;
  • migliorare il recepimento delle indicazioni di rischio contenute nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) da parte degli strumenti di pianificazione territoriale, come ad esempio i Piani Regolatori Comunali;
  • finanziare la manutenzione dei versanti e degli impluvi, favorendo gli interventi non strutturali rispetto a quelli strutturali e, per i processi idraulici, favorendo i processi di laminazione delle piene, e disincentivando l’innalzamento delle golene ed il confinamento dei corsi d’acqua in aree sempre più ristrette;
  • implementare i Piani di Protezione Civile in sinergia con gli studi sulla pericolosità e sul rischio ed incrementare nella popolazione la consapevolezza del rischio e la conoscenza delle norme comportamentali attraverso robuste campagne di sensibilizzazione;
  • sviluppare gli strumenti di monitoraggio dei costi della difesa del suolo in termini di inazione, di gestione delle emergenze e di gestione sostenibile (manutenzione, messa in sicurezza, monitoraggio), come, ad esempio,  il progetto RENDIS dell’ISPRA;
  • promuovere la riconversione delle aree montane, agendo sulle dinamiche socio-economiche connesse con la produzione e sostenendo la “redditività” della manutenzione dei versanti;
  • sostenere economicamente e culturalmente la delocalizzazione degli insediamenti a maggior rischio;
  • sviluppare competenze specifiche e incrementare la presenza di figure professionali del settore nelle amministrazioni locali;
  • migliorare la cooperazione e la sinergia fra i diversi “attori”, pubblici e privati che operano nella difesa del suolo.

La comunità scientifica ha avviato da decenni un percorso di supporto alla gestione del rischio idraulico e geomorfologico sviluppando, in primo luogo, strumenti che permettessero una visione organica dei processi avvenuti nel passato […]. Nel processo di riduzione del “dissesto idrogeologico”, quindi, la ricerca gioca un ruolo fondamentale ed è imprescindibile che lo Stato si impegni a sostenere programmi di medio e lungo periodo in quest’ambito e, in particolare modo, le linee di ricerca dirette verso:

  • la modellazione meteo climatica ed il downscaling ai contesti nazionali/regionali/locali dei dati relativi agli scenari globali dei cambiamenti climatici;
  • l’analisi della pericolosità geomorfologica ed, in particolare, della suscettibilità e dell’intensità delle colate rapide;
  • nuovi sistemi di allerta e monitoraggio, a scala nazionale e locale.

Il quadro di azioni appare fortemente impegnativo e ramificato ma solo affrontando il tema in maniera sistemica si potrà superare la situazione generale di incompatibilità tra le politiche di sviluppo socio-economico fino ad oggi adottate e le dinamiche proprie dell’ambiente naturale.

Produzione scientifica › Energia Ambiente e Innovazione › Anno 2012 › n. 1 Gennaio-Febbraio 2012 › 

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Aggiornamento del 20 novembre 2013:

Ora che si è appena verificato un altro drammatico episodio in Sardegna, ci ritroviamo per l’ennesima volta a piangere i morti e a ripeterci la stessa filastrocca: il territorio non era stato messo sufficientemente in sicurezza, l’alluvione ed i morti si sarebbero potuti evitare eccetera eccetera.

Il problema è che non possiamo dare sempre la colpa allo Stato: sono d’accordo con il capo della protezione civile Gabrielli: sono gli enti locali (comuni e province) che dovrebbero maggiormente interessarsi alla messa in sicurezza del territorio, invece di pensare solo alle sagre di paese. Ci vorrebbero amministratori capaci di capire il territorio e le sue fragilità, ci vorrebbe un geologo in ciascun ufficio tecnico comunale (soprattutto nelle zone più a rischio), per valutare la sicurezza dei piani di urbanizzazione: non si può costruire edifici ed abitazioni nell’alveo di un fiume e pretendere che queste costruzioni non subiscano prima o poi i danni di un’alluvione. Di chi è la colpa? Della politica sicuramente, ma questa volta andiamo a lamentarci dai nostri sindaci anziché dallo Stato!!

L.D.

http://www.radioradio.it/news/la-difesa-di-gabrielli

La difesa di Gabrielli

NUORO «Basterebbe magari rinunciare a qualche sagra e pensare in tempo alla pianificazione territoriale». Franco Gabrielli si difende attaccando al suo arrivo in prefettura a Nuoro. Abituato al ritornello del «ci hanno lasciato soli», il capo della Protezione civile nazionale lancia un messaggio preciso: «Ricordo ai sindaci che sono autorità in questo settore. Si interroghino prima di tutto sulla struttura comunale perché esiste prima un livello provinciale e poi un livello regionale: io sono nella condizione di fare i conti agli altri, più di quanto gli altri possano fare i conti al sistema».

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