In questo post vogliamo soltanto proporvi alcuni spunti per l’approfondimento e la riflessione sul tema del divario, in ambito economico, tra le regioni settentrionali e quelle meridionali del nostro paese (con riferimento al cosiddetto “Mezzogiorno” comprendente le regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria Sicilia e Sardegna). Vi sono delle ragioni più “antiche”, relative al periodo pre-unitario, e delle ragioni più “moderne”, relative invece al periodo post-unitario. Il dualismo nord-sud quindi esiste da molto tempo, ma dopo l’Unità d’Italia ci si sarebbe aspettati una progressiva riduzione, fino a raggiungere il completo annullamento, di tale divergenza. Ciò in Italia non è mai accaduto, al contrario di quanto avvenuto invece, anche se in tempi più recenti, in Germania, dopo la caduta del muro di Berlino. Nel territorio tedesco unificato è infatti accaduto, tutt’altro che miracolosamente ma grazie al notevole impegno della politica e dei cittadini, che il divario tra Germania est e Germania ovest sia stato pienamente colmato (vedi il nostro articolo “Germania est e Mezzogiorno d’Italia: due realtà a confronto“). Dov’è il problema in Italia allora, anzi i problemi? Cosa ci impedisce di raggiungere un traguardo che consentirebbe di risollevare le sorti economiche dell’intero paese oltre che di infondere finalmente un sentimento di stima e rispetto reciproco tra il nord e il sud del paese? Infine, il vero nazionalismo, quel senso di orgoglio e di appartenenza alla propria nazione che tanto manca a noi italiani, non verrebbe forse realizzato tramite il raggiungimento di condizioni di benessere comuni ed il perseguimento di obiettivi condivisi?

L.D.

“Senza Patria, voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli tra i popoli. Siete i bastardi dell’umanità. Soldati senza bandiera, israeliti delle Nazioni, voi non otterrete fede né protezione: non avrete mallevadori. Non v’illudete a compiere, se prima non vi conquistate una Patria, la vostra emancipazione da una ingiusta condizione sociale: dove non è Patria, non è Patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi, e chi ha predominio lo serba, dacché non v’è tutela comune a propria tutela. Non vi seduca l’idea di migliorare, senza sciogliere prima la questione Nazionale, le vostre condizioni materiali: non potrete riuscirvi. Le vostre associazioni industriali, le consorterie di mutuo soccorso son buone com’opera educatrice, come fatto economico: rimarranno sterili finché non abbiate un’Italia. [...] Non vi sviate dunque dietro a speranze di progresso materiale che, nelle vostre condizioni dell’oggi sono illusioni. La Patria sola, la vasta e ricca patria Italiana, che si stende dalle Alpi all’ultima terra di Sicilia, può compiere quelle speranze. [...] Oh miei fratelli! amate la Patria”

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Libro “Le vere radici delle due Italie” di Giuseppe Galasso

Fonte: Corriere della Sera
Giuseppe Galasso riflette sulle cause storiche del divario tra Italia settentrionale e meridionale. Secondo Galasso sono solo in parte corrette le teorie che fanno risalire le cause della debolezza economica del Sud a un diversificato sviluppo socio-politico avvenuto a partire dal Medioevo. Le differenze tra Nord e Sud non sono infatti rimaste immutate nel corso dei secoli, ma si sono evolute. L’attuale divario economico e sociale è il frutto di quanto è accaduto soprattutto dopo l’Unità d’Italia e le cause sono da ricercare soprattutto nella storia recente del nostro Paese. In un recente convegno presso il Biogem di Ariano Irpino sulle origini del dualismo italiano mi è accaduto di ricordare come, pur con precedenti più antichi, una divisione dell’Italia in due grandi regioni storiche si produca solo con l’arrivo in Italia dei Longobardi nel 568, che diede davvero luogo a una crescente diversità fra le due aree. Alla fine, fra il Mille e il 1300 il Sud si qualificò per la sua economia agraria, il Nord in senso più manifatturiero, mercantile e finanziario.
Il dualismo non impedì, però, il formarsi di un legame unitario della penisola. La complementarità tra le due Italie stabilì fra loro un rapporto di «scambio ineguale» nel duplice contesto mediterraneo ed europeo. Il «sistema italiano» è stato, ed è, infatti, come un edificio con molte porte e finestre aperte e con tante relazioni con l’esterno influenti anche sui rapporti interni al «sistema».
Il dualismo comportò una condizione di subalternità del Sud, ma non una sua assenza di attività e di iniziative. Già per svolgere la sua parte subalterna l’area più debole ha dovuto avere attività e iniziative, per cui è potuta stare sul grande mercato con un’offerta interessante. Né basta. Esposto a tutti i venti delle vicende storiche, il dualismo italiano ha avuto fasi alterne di espansione o recessione; e non è neppure il contrasto frontale di due aree omogenee, con tutto il negativo da un lato e il positivo dall’altro, poiché in ciascuna area vi sono zone di assai varia condizione. È, piuttosto, il mobile intreccio di un mosaico policromo bipartito, con una forte prevalenza di toni opposti al Nord e al Sud.
Le ragioni del dualismo sono state molteplici. A partire dal primato commerciale che dopo il Mille le città del Nord acquisirono nel Mediterraneo e in Europa. Un tempo si vedeva nella mancata partecipazione meridionale alle Crociate la ragione prima della disparità fra Nord e Sud. L’altra, e prevalente, spiegazione si riferiva all’introduzione nel Sud del regime feudale, a opera dei Normanni, nell’XI e XII secolo, mentre al Nord si affermavano i Comuni.
Nessuna di queste due tesi persuade più. Molte città italiane fiorirono senza partecipare alle Crociate. D’altra parte, pur in un giudizio critico sul feudalesimo nella storia civile del Sud, si è acquisita della realtà feudale meridionale un’idea più complessa, con aspetti anche di promozione, e solo dal Cinque o Seicento in poi di più forte remora sociale. A sua volta, gran parte della società si è adagiata, nel Sud, nelle ampie pieghe del sistema feudale, con una reciproca compenetrazione di interessi, che ha perpetuato mentalità e comportamenti feudali anche dopo la scomparsa del feudalesimo. […]
Maggiore fu la parte della monarchia nella storia del Sud per la gestione delle risorse del Paese, poiché i suoi bisogni di capitali liquidi la resero sempre più dipendente dalla grande finanza del tempo. Ciò portò a favorire, in cambio delle risorse ottenute, la penetrazione delle potenze mercantili estere nel Paese, con privilegi e vantaggi che ne resero più facile e più rapida la conquista del mercato meridionale, già nella logica economica del tempo. Nel ‘300 di questa penetrazione furono protagonisti i mercanti toscani; poi, nel ‘500 e ‘600, i genovesi. Già nel ‘400 si diffuse, perciò, il luogo comune per cui si diceva che il Paese abbondava di ogni tipo di risorse, ma gli stranieri vi si arricchivano e i meridionali, per la loro infingardaggine, restavano poveri: uno stereotipo durato tenace nei secoli (ma i mercanti sfruttavano, e anche, però, stimolavano l’economia locale).
Col declino post-rinascimentale dell’Italia e quello del Mediterraneo quale mare dei traffici mondiali le cose peggiorarono. Le grandi potenze economiche moderne, francesi e inglesi in testa, soppiantarono gli italiani nel primato euromediterraneo. La complementarità del sistema italiano, pur continuando con minore intensità, venne disarticolata nella subalternità di tutta l’Italia verso i Paesi transalpini e si ebbe una sorta di regionalizzazione dell’economia peninsulare.
Ciò vuol dire che tutto il divario accumulato fra le due Italie dal ‘300 al ‘600 svanì, e che la loro condizione nel 1861 era più o meno la stessa? La ricerca storica fa riconoscere che il dualismo del Paese preesiste al 1861, ma che da allora si sono avute condizioni per cui la precedente dualità è diventata la «questione meridionale». Bisogna, perciò, distinguere fra loro il dualismo di prima e quello di dopo l’Unità, senza confonderli e senza tagli chirurgici, salvandone sia la continuità che le novità e le rotture dal 1861 in poi.

 

Libro “Il divario Nord-Sud in Italia. 1861-2011″  di Vittorio Daniele e Paolo Malanima

Le differenze di sviluppo fra il Nord e il Sud del paese cominciarono ad attrarre l’attenzione di uomini di cultura, politici, economisti, storici, geografi, a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, prima in Italia e poi anche all’estero. Da allora il dibattito non si è mai arrestato. Il perdurare di una questione meridionale in Italia deriva proprio dalla persistenza di uno squilibrio fra due aree territoriali all’interno degli stessi confini nazionali. Divari di sviluppo esistono anche in altri paesi. In Italia, tuttavia, il dualismo fra Nord e Sud è particolarmente forte e si è rivelato finora irriducibile, nonostante gli interventi realizzati. Argomento del libro è l’economia del Mezzogiorno d’Italia nei 150 anni dall’Unità al primo decennio del XXI secolo. I temi affrontati sono quelli delle differenze fra Nord e Sud nei decenni immediatamente successivi all’Unità (Cap. 1), del prodotto pro capite per regione e, poi, nel Nord e Sud (Cap. 2), del mercato del lavoro (Cap. 3), della produttività (Cap. 4). Alcuni dei materiali raccolti e ordinati, sono presentati nell’Appendice statistica del volume.
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Aggiornamento del 15 luglio 2013:

Libro “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce? Falso” di Gianfranco Viesti

Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce? Falso!
Gianfranco Viesti sfata un luogo comune duro a morire 

«Lo scopo di questo libro – scrive Gianfranco Viesti in “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che pruduce” Falso! – non è difendere il Sud, giustificare, ammorbidire. Anzi, come si vedrà per tanti aspetti non c’è «un» Sud, ma al suo interno ci sono i «buoni» e ci sono tanti «cattivi»: e questi ultimi vanno indicati e combattuti con energia. Né tantomeno lo scopo del libro è attaccare il resto d’Italia, con una misera partita doppia della corruzione e dello spreco, con uno squallido ping-pong di recriminazioni e accuse, del «noi» e del «voi». L’ambizione è notevole: provare a smontare i teoremi, gli stereotipi, i falsi idoli per stimolare interesse per come stanno davvero le cose in tutte le parti di questo nostro straordinario paese, per suscitare discussione su come possono cambiare, e sul contributo che può venire da tutte le parti d’Italia.»

Cominciamo dal primo:

Senza il Sud, l’Italia sarebbe più ricca.

[...]

Le città e i territori del Centro-Nord, ricchi di storia, culture e tradizioni, sono stati per secoli la periferia povera dell’Europa. Per trecento anni, dopo i fasti del Rinascimento, Firenze, Venezia e Milano sono rimaste assai più indietro rispetto all’Europa che cresce; ancora nella prima metà dell’Ottocento la Lombardia è una regione povera. Per le dinamiche della geografia e dell’economia internazionale, ma anche perché il Nord è composto da entità statuali piccole e deboli, soggette a dominazioni straniere. Non a caso, la rivoluzione industriale nasce assai lontano, e i suoi effetti diffusivi impiegano circa un secolo per varcare le Alpi.

Ci aiuta la ricostruzione storica delle vicende italiane. Per capire quanto tutte le parti del paese abbiano contribuito al suo sviluppo, basta ricordarne alcuni passaggi fondamentali. È stato il gettito fiscale dell’intero paese, relativamente ampio e di provenienza prevalentemente agraria, a farsi carico prima del debito che il Piemonte portò in dote all’Unità, e poi dello sviluppo infrastrutturale, delle ferrovie, delle scuole, dei telegrafi. Sono state le rimesse dei tantissimi emigrati – prima dal Nord-Est e poi massicciamente dal Sud – a finanziare il saldo della bilancia commerciale, e a permettere, soprattutto a quelle regioni che si industrializzarono prima, di importare beni capitali e tecnologie. È stato il sacrificio dell’intero paese, e in particolare dei più poveri, del Sud agricolo, a sostenere le spese per i grandi salvataggi industriali, e poi, dopo la Grande Recessione, per la nascita dell’Iri e la sopravvivenza di gran parte del settore bancario e dell’industria pesante nazionale. Negli anni della ricostruzione e del boom economico il ruolo del mercato interno è decisivo: prima di spiccare il balzo verso i mercati europei, sull’onda dell’integrazione comunitaria, l’industria italiana cresce e si rafforza servendo i consumatori domestici, fornendo loro scarpe e vestiti, frigoriferi e motociclette. E sviluppando i macchinari necessari per tutte le industrie produttrici. Negli stessi anni la grande riserva di manodopera nazionale, anche attraverso le massicce e dolorose migrazioni interne dal Sud al Nord-Ovest, consente alle imprese di crescere senza tensioni sul fronte salariale, di evitare a lungo i conflitti distributivi che emergeranno dalla fine degli anni Sessanta.

Sono le grandi scelte politiche nazionali, di un paese che già da fine Ottocento è nel club dei più avanzati, che accompagnano e per molti versi favoriscono i fenomeni di sviluppo delle città e delle regioni, differenziati nel tempo e nello spazio. C’è da dubitare che lo sviluppo di Parma o di Modena sarebbe lo stesso se ci fossero ancora i Ducati. E a questa storia hanno dato un contributo fondamentale tutti gli italiani.

Piuttosto, sarebbe importante valutare quanto, nel corso del tempo, queste scelte abbiano favorito gli uni piuttosto che gli altri, lo sviluppo di alcune aree piuttosto che di altre. Quanto siano state importanti le scelte di politica doganale, di politica industriale; le scelte relative ai grandi interventi di infrastrutturazione; di definizione di regole e modalità sui servizi pubblici, dall’istruzione alla sanità, al welfare. Lo sviluppo italiano ha favorito il Nord più che il Sud; il Sud più che il Nord? È un quesito serio – e ancora in parte inesplorato – per la ricerca storica; per meglio comprendere le radici profonde del presente. Tema da affrontare con grande attenzione e misura, tenendo a bada i facili rivendicazionismi. Per capire.

Recuperando lo spirito di Nitti. Il lucano Francesco Saverio Nitti, uno dei grandi della nostra vita nazionale, scrisse all’inizio del XX secolo un famoso saggio su «Nord e Sud», sugli effetti territoriali dell’unità e delle politiche unitarie e sul contributo delle diverse aree alla crescita del paese. Mostrò analiticamente e con chiarezza come nel primo quarantennio unitario il ruolo del Mezzogiorno fosse stato decisivo per la nuova Italia. Ma non lo fece per protestare o per rivendicare. Il suo scopo era mostrare i fatti ad un’opinione pubblica e a classi dirigenti nelle quali allora come oggi serpeggiavano pulsioni antimeridionali. Sollecitare l’orgoglio di quanti, ciascuno nel suo ruolo, avevano contribuito allo sviluppo.

Quale che ne sia stata la ripartizione interna, il benessere degli italiani è così fortemente cresciuto nei 150 anni anche perché siamo stati cittadini di un paese di rilevante dimensione; pur con tutte le sue difficoltà e contraddizioni, di una delle principali economie del mondo; di un grande caso di successo internazionale, almeno fino al «declino» dell’ultimo ventennio.

[...]

Concludiamo con questa divertente performance di Giovanni Cacioppo, che interpreta lo stereotipo del “siciliano medio”:

Giovanni Cacioppo – Ora Io Labora” (YouTube)

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Questione meridionale (da Wikipedia)

« Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. »

Giustino Fortunato

La definizione questione meridionale venne usata per la prima volta nel 1873 dal deputato radicale lombardo Antonio Billia, intendendo la disastrosa situazione economica del Mezzogiorno in confronto alle altre regioni dell’Italia unificata.

Indice

  • 1 Situazione prima dell’Unità
    • 1.1 Inquadramento e situazione Politica
    • 1.2 Situazione economica
    • 1.3 Studi economici quantitativi
  • 2 Il nuovo Regno
    • 2.1 Situazione politica
    • 2.2 Il Brigantaggio
    • 2.3 Genesi della mafia
    • 2.4 Inizio dell’emigrazione meridionale
    • 2.5 L’inchiesta Sonnino-Franchetti e la “scoperta” della questione meridionale
    • 2.6 L’avventura coloniale e la guerra commerciale con la Francia
    • 2.7 La Prima guerra mondiale
    • 2.8 Il ventennio fascista
    • 2.9 Seconda guerra mondiale
    • 2.10 La Prima Repubblica
    • 2.11 Situazione attuale
      • 2.11.1 Indicatori economici
  • 3 Riferimenti culturali
  • 4 Storiografia del problema

Studi sulla situazione economica dell’Italia all’unità (da Wikipedia)

La situazione economica dell’Italia all’unificazione, e in particolare il divario tra nord e sud della penisola, sono stati discussi dal punto di vista storico per oltre un secolo. A questo si è aggiunto in tempi relativamente recenti lo studio quantitativo, basato sull’analisi e sulla comparazione di indicatori economicamente significativi.

La principale difficoltà di questo approccio è la mancanza di dati a livello nazionale precedenti al 1891: tutti i dati precedenti sono di conseguenza da considerare ricostruzioni più o meno attendibili. In particolare i dati perdono di significato prima del 1871, a causa delle radicali trasformazioni del decennio successivo all’unificazione. Gli indicatori ricostruiti dagli storici tendono a descrivere una situazione articolata

Meridionalismo (da Wikipedia)

Il Meridionalismo è il complesso degli studi, sviluppatisi nel corso del XX secolo, riguardanti le problematiche del periodo postunitario connesse all’integrazione del Mezzogiorno d’Italia nel contesto politico, economico e culturale, originatosi nel nuovo Stato unitario. Esso si è concretizzato in un’attività di ricerca e di analisi storica ed economica, ma, anche, di proposta politica.

Indice

  • 1 Impostazione metodologica
  • 2 Meridionalisti
    • 2.1 I precursori
    • 2.2 Dall’Unità d’Italia alla seconda guerra mondiale
    • 2.3 I contemporanei
    • 2.4 Altri autori meridionalisti
  • 3 Soluzioni proposte
  • 4 Istituti di ricerca

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Aggiornamento del 2 dicembre 2013:

Il tema rimane di grande attualità. Ecco infatti i risultati della classifica 2012 sulla qualità della vita in Italia, pubblicata dal Sole 24 Ore:

http://www.ilsole24ore.com/speciali/qvita_2012/home.shtml

Come potete notare, all’ultimo posto della classifica si trova Napoli e, più in generale, il Sud Italia occupa una posizione nettamente più bassa nella classifica nazionale. Agli ultimi venti posti, infatti, troviamo esclusivamente province siciliane, pugliesi, calabresi e campane. Ma si, ma i napoletani probabilmente sono ben contenti e addirittura orgogliosi di avere tanto tempo libero a disposizione, a loro in fondo va bene così…

Libro “Se muore il sud” di A. Stella e S. Rizzo

Due giovani su tre affogano senza lavoro e la Regione Sicilia butta 15 milioni per 18 apprendisti fantasma. Ci sono treni che marciano a 14 km l’ora e i fondi Ue vanno a sagre, sale bingo e trattorie “da Ciccio”. Quattrocento miliardi di fondi pubblici speciali spesi in mezzo secolo e il divario col Nord è maggiore che nel dopoguerra. I vittimisti neoborbonici ce l’hanno con tutti a partire da Ulisse e intanto il Meridione si fa sorpassare anche dalla regione bulgara di Sofia. Figurano più braccianti disoccupati a Locri che in tutta la Lombardia ma i soldi vanno ai mafiosi che incassano contributi anche sui terreni confiscati. La Calabria ricava in un anno da tutti i suoi beni culturali 27.046 euro ma i Bronzi di Riace restano per anni sdraiati nell’androne del Consiglio regionale. La Sicilia è la regina del Mediterraneo con 5 siti Unesco ma le Baleari hanno 11 volte più turisti e 14 volte più voli charter. Undici miliardi buttati per l’emergenza rifiuti ma la Campania muore di cancro e a Bagnoli sono avvelenati anche i parchi giochi. Municipalizzate che non girano al fisco le tasse trattenute ai dipendenti ma si prendono il lusso di non sfruttare patrimoni immobiliari enormi. Alti lamenti sugli investimenti esteri ma a Messina una procedura fallimentare si chiude in media dopo 25 anni. Sovrintendenze cieche davanti alla devastazione delle coste e vincoli paesaggistici sul pitosforo di un giardino privato…

 

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