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Genova, alluvione: una tragedia che si poteva evitare.

Lunedì 07 Novembre 2011 – Scritto da Piergiorgio Pescarolo

C’è uno strano “fenomeno carsico”, per i corsi d’acqua che attraversano Genova, il capoluogo stretto stretto fra le colline e il mare. Piccoli corsi d’acqua naturali, che si chiamano Fereggiano, Cicala, Puggia, Vernazza, Noce. Ciascuno di questi (sono decine: basta un’occhiata su Google Map per rendersene conto) è, a sua volta, affluente di due dei torrenti “maggiori” che tagliano la città in senso longitudinale: Bisagno e Sturla. Appaiono e scompaiono, inghiottiti dalle convogliature realizzate negli scorsi decenni quando l’immagine di Genova mutò con l’aumento dei suoi abitanti.

Ancora una volta – e fa molto male tirare giù queste note – Genova è stata interessata da una “piena”. La tragedia di venerdì scorso, che si è portata via sei vite umane. Poteva essere evitata. Doveva essere evitata.

Una tragedia figlia dell’abusivismo edilizio?

Prima di affrontare questo argomento, consentiteci un piccolo strappo alla regola, e un’annotazione personale “al volo”. Chi scrive abita nella zona più colpita dalla piena del Fereggiano: meglio, a qualche decina di metri dall’androne di via Fereggiano 2, l’edificio in cui hanno trovato la morte cinque delle sei vittime di venerdì scorso.

Conosciamo, dunque, il pericolo latente che da decenni accompagna la vita quotidiana dei cittadini di questo lembo nord orientale di Genova. A un passo dal centro, ma dove il modo di vivere non è affatto “cittadino” nel senso più stretto del termine. Da poco più di 80 anni, infatti, l’area metropolitana di Genova è come la vediamo oggi. Marassi e Quezzi ne fanno parte dalla fine del XIX secolo, altri quartieri ne sono stati inglobati alla fine degli anni 20. E’ chiaro che il tessuto urbano è, per questo, formato da diversi “borghi” ciascuno dei quali fa, sì, riferimento amministrativo al Municipio centrale. Tuttavia mantiene una certa “identità locale”. Quella identità peraltro stravolta da esigenze di edificazione spesso incontrollata dovute a un repentino aumento della popolazione che si è registrata nei decenni passati.

E qui ci allacciamo al discorso di partenza: chi controllò i controllori? Dov’erano i piani di bacino efficaci quando, dalla seconda metà degli anni ’50 ai primi anni 70, il volto dell’immediata periferia di Genova mutò radicalmente aspetto? Evidentemente, le passate Giunte comunali non avevano tenuto conto della possibilità che le decine di corsi d’acqua minori che affettano Genova, un giorno, avrebbero potuto svegliasi, portando con loro conseguenze tragiche.

Oggi possiamo dire, ancora una volta, che le tragedie hanno sempre un nome e un cognome. E – fa molto male dirlo – è una identità tutta italiana. Il Fereggiano nasce… in campagna. Nelle colline di Quezzi, alle spalle del centro di Genova, dove l’abusivismo edilizio dei decenni passati non è riuscito ad arrivare per motivi squisitamente orografici, esiste una corona verde, fatta di boschi e sentieri. Fino all’abitato di Quezzi, infatti, il torrente non ha mai prodotto alcun effetto sulla popolazione.

Il problema si fa sentire – e vedere – quando il corso d’acqua attraversa i quartieri più a valle, quelli più abitati. Fino allo “strano fenomeno” della sua sparizione. E sì, perché sotto la massicciata della stazione Brignole, il Fereggiano confluice nel Bisagno, attraverso un “imbuto” da 500 metri cubi (un po’ poco, come si è visto) che già fu responsabile, nell’ottobre 1970, della piena del Bisagno che fu una delle cause che provocarono 25 vittime.

Venerdì scorso, il copione si è ripetuto, a 41 anni di distanza. L’”imbuto” ha respinto le acque, ha alzato il livello del torrente oltre gli argini e ha provocato un ostacolo contro il quale si è scontrato il rio Fereggiano. Per intenderci: ha creato un tappo, ha gonfiato il Fereggiano e ha provocato la tragedia.

Alfonso Bellini, il geologo incaricato di ricercare le cause da parte della Procura di Genova, ha evidenziato questa tesi. Ora è giusto che tutta Italia lo sappia: a un passo dal centro di Genova, decine di migliaia di cittadini vivono quotidianamente con una spada di Damocle sulla testa.

Una messa in sicurezza che non c’è mai stata

Non sta a noi trovarne le cause. A questo deve pensare la Magistratura. Possiamo, però, ricostruire una storia lunga 40 anni, e che origina da molto più lontano. La messa in sicurezza del Bisagno venne data per “prioritaria” in ambito nazionale già nel 1970 per la sicurezza dei cittadini. La presidenza del Consiglio di allora (primo ministro Emilio Colombo) incaricò Eugenio Gatto, ministro senza portafoglio per le Regioni, di indicare una mappatura delle cinque maggiori emergenze nazionali. Al primo posto vene indicata la messa in sicurezza dell‘Arno (che aveva esondato solo quattro anni prima). Al secondo, proprio il Bisagno, la cui portata interrata, realizzata negli anni 30 sotto viale Brigate Partigiane (che taglia in due il quartiere della Foce e da Brignole porta al mare) venne giudicata insufficiente. Di più: sopra l’interratura, venne costruito un intero quartiere, che diminuì il già stretto passaggio sotterraneo del Bisagno di circa 30 metri.

Tutti gli anni 70, tutti gli anni 80 trascorrono fra progetti “di massima” e dibattiti. Diciotto anni durante i quali le idee non mancano: deviare il corso del torrente “a monte”, oppure creare nuove vie di fuga laterali per l’acqua; ma anche abbassare l’alveo del torrente, o ampliare la copertura per portarla ad almeno 800 metri cubi. Nel frattempo (siamo all’alba degli anni 90) si decide la realizzazione di un canale scolmatore per il rio Fereggiano. Nei primi anni 90, però, ecco una nuova doccia fredda: la Tangentopoli genovese porta allo scioglimento della Giunta comunale; presso un’ansa del Fereggiano, resta per anni immobile ciò che rimane del primo tratto di un cantiere lungo 900 metri. Le bocce restano ferme sino alla fine degli anni 90, con la decisione di procedere a un allargamento e di scavare l’alveo. Un’opera da completare in tre lotti. Completata la prima parte, con la seconda sono sorti alcuni problemi. I lavori, a rilento, subiscono un pauroso innalzamento dei costi: da 50 a 70 milioni di euro. E arriviamo ai giorni nostri. Il progetto esecutivo del terzo lotto (che arriva fino alla “famosa” confluenza del Fereggiano nel Bisagno) è approvato a giugno 2008 dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Il problema è economico, ora: il costo, infatti, è di 250 milioni di euro, che oggi sono già diventati 270. Il Ministero dell’Economia dice che non può garantire la totale copertura della somma indicata. Una parte delle opere, l’abbattimento di due antiche palazzine costruite – roba di più di 150 anni fa – sull’argine del Fereggiano, e una prima copertura, viene completata. Ma, per il momento, la storia si ferma qui.

Il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, in questi giorni ha dichiarato che dove si è proceduto alla messa in sicurezza del Fereggiano, non è venuto fuori nemmeno un litro d’acqua. Gli crediamo. E non sta a noi crocifiggere gli attuali amministratori. Resta, però, una domanda: posto che le colpe della piena del Fereggiano e del Bisagno di venerdì scorso sono un po’ come il curioso andamento di questi corsi d’acqua (ora le vedi, ora non le vedi più), non si poteva pensare nei decenni passati a un’efficace opera di convogliamento delle acque? […]

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