In quest’epoca moderna, il governo degli Stati è stato purtroppo completamente assoggettato, senza alcuna ragione evidente nè cognizione di causa, alla religione economica del Dio-PIL. In realtà, la nascita, l’evoluzione e soprattutto l’apparentemente innegabile autorevolezza di questo indicatore economico indicato appunto con l’acronimo PIL (che sta, come già saprete, per Prodotto Interno Lordo), non sono così scontati come tutti ci aspetteremmo…

Nel libro “Il capitalismo, verso l’ideale cinese” di Geminello Alvi c’è un capitolo dedicato proprio alla storia del PIL. Il problema principale intorno al quale gli economisti hanno dibattuto riguarda, in estrema sintesi, le attività da includere o da escludere dal conteggio del “Prodotto Interno Lordo” di uno Stato. Le scuole di pensiero sono state molteplici, tuttavia ha avuto il sopravvento un’idea che, secondo lo stesso Dott. Alvi, a rigor di logica non sembra essere la migliore. Infatti, secondo questa idea, nel conteggio del PIL viene tenuto conto non solo, naturalmente, del cosiddetto lavoro “produttivo”, ma anche di quello “improduttivo”, i quali si distinguono nel seguente modo:

lavoro produttivo: industria e agricoltura + trasporti e commercio

lavoro improduttivo: personale amministrativo, civile e militare, lavoro domestico, pensioni, affitti, settore bancario ed assicurativo, servizi medici e personali, opere artistiche, bar e ristorazione, giustizia, etc.

Non viene affatto negata la nobiltà e l’importanza delle professioni che rientrano nella seconda categoria, tuttavia si ritiene semplicemente inadeguato contabilizzarle al fine di realizzare l’esatto computo della capacità di produrre ricchezza da parte di un Paese.

La conclusione di Geminello Alvi è quindi la seguente:

“Dovrebbe elaborarsi l’idea del dividendo nazionale, sottrarvi i consumi intermedi dei lavoratori, considerare poi i costi dello Stato per quello che sono: un costo intermedio e così via… E invece cosa si propone oggi nel tanto dissertare sul PIL? Di renderlo ancora più comprensivo, de la felicità e di indici ecologici alla moda. Quando si dovrebbe invece lavorare per restringerlo, indi per limitare l’economicizzazione omologante”.

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Per approfondire:  

http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/134-a-proposito-del-pil.html

A proposito del PIL

Scritto da Stefano Fenoaltea Giovedì 28 Febbraio 2008

Il PIL come strumento cardine della contabilità nazionale nasce negli Stati Uniti con la precisa esigenza di far fronte all’instabilità dell’economia con misure anticicliche, orientate alla creazione di occupazione. Era necessario disporre di indicatori rapidi e di breve periodo, senza un rigido fondamento teorico. Tuttavia, il PIL non è stato mai sostituito da un indice ragionato, presenta numerose imperfezioni e di fatto non è una misura attendibile del benessere. Non è oggi facile sostituirlo con strumenti alternativi e maggiormente rispondenti alla realtà.

[…] Una misura del benessere avrebbe in comune con il PIL solo la produzione di beni di consumo finali. Essa infatti escluderebbe la produzione di beni di investimento, di beni socialmente intermedi (le spese per la difesa e le forze dell’ordine); comprenderebbe la produzione delle famiglie, il valore d’uso dei beni durevoli (il PIL comprende quello delle abitazioni, di cui è noto lo stock da fonti fiscali, ma non quello degli altri beni durevoli privati e pubblici, dall’ambiente naturale un tempo trascurato ai monumenti storici che negli Stati Uniti mancano), il tempo libero dal lavoro, il tempo libero sul lavoro (almeno dei nostri impiegati pubblici). […]

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La nostra conclusione è la seguente: più indici abbiamo a disposizione e meglio è, poichè il quadro economico, sociale ed ambientale nel mondo d’oggi è assai complesso, perciò l’utilizzo di un solo indice sarebbe troppo semplificativo e banalizzante. Sapere invece che ci sono molti indici differenti e che ognuno di essi rispecchia specifiche caratteristiche di un sistema-Paese sarebbe, dal nostro punto di vista, molto più utile e realistico.

Qui di seguito riportiamo qualche esempio, preso dalla rete, di alcuni indicatori che sono stati sviluppati negli ultimi anni.

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www.tramontana.it/Tramontana/aggiornamenti/Area%20giuridico/allegati/free/Dingeo_PIL.pdf

“Il PIL non basta più?” di Giacomina Dingeo

[…] PIL: acronimo di prodotto interno lordo (GNP, Gross National Product, in inglese). Può essere definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da operatori nazionali o stranieri, purchè sul territorio dello Stato considerato. Questo valore viene calcolato a prezzi di mercato. Ovviamente il calcolo non include il valore dei beni intermedi,  altrimenti si avrebbe una illusoria duplicazione della ricchezza prodotta. Il PIL viene altresì calcolato come somma del valore aggiunto dei settori produttivi.

[…] Se il PIL, da un anno all’altro, non aumenta, giornali, politici,  economisti ne fanno un tema di dibattito pubblico e si ingegnano per capire come farlo crescere. In realtà, non è da trascurare il fatto che il reddito pro-capite sia una media che niente dice su come il reddito venga distribuito tra le varie fasce della popolazione. Il PIL può crescere anche a fronte dell’aumento percentuale della popolazione in condizioni di miseria! Ma non solo. Il PIL cresce anche se ci sono sprechi, consumi inutili, produzione di gas e altre sostanze inquinanti, distruzione immotivata (e spesso criminale) di risorse. Il P.I.L.  cresce se c’è una guerra.  Come ha detto Bob Kennedy, il PIL «Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari…non tiene conto della salute delle nostre famiglie… Misura tutto,… eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». […] alcuni economisti hanno elaborato altri indici di misurazione della ricchezza capaci di tenere conto di parametri qualitativi più afferenti al benessere che, evidentemente, non coincide solo con la maggior disponibilità di reddito. Alcuni esempi  di questi nuovi indici di misurazione standardizzata sono:

  • l’Indice del Benessere Economico Sostenibile (ISEW, in inglese), un «PIL modificato» nel quale i costi per sicurezza, salute e inquinamento sono sottratti  dal totale, definito anche PIL verde;
  • l’Indicatore di Progresso Genuino (GPI);
  • l’Indice di Sviluppo Umano (HDI) dell’ONU, usato per la classificazione dei Paesi, a seconda che essi sia sviluppati o no;
  • l’Indice di Benessere Economico (IEWB).
  • EPI (acronimo inglese di Environmental Performance Index),  indice di performance ambientale, è il parametro che contiene e sintetizza tutte le attività e i provvedimenti di un Paese rispetto all’ambiente.

[…] Ogni campagna elettorale, in qualsiasi Paese, parla di crescita,  sviluppo, ricchezza, potere d’acquisto delle famiglie come di obiettivi imprescindibili della buona politica. Che, più spesso, si riducono solo a  promesse pre-elettorali. Il fatto è che dovrebbe essere ripensato l’intero sistema economico, nella sua organizzazione,  alla luce delle tematiche ambientali che pongono problemi tanto drammatici quanto non più rinviabili.  […]

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dipeco.economia.unimib.it/persone/stanca/polec/tesine/ferrari.ppt

“QUANTO E’ ATTENDIBILE IL PIL?”

[…] Il PNL (Prodotto Nazionale Lordo) si ottiene sommando al PIL i redditi percepiti all’estero dai fattori produttivi nostrani, ad esempio:

  • profitti di filiali di imprese italiane all’estero
  • rimesse degli emigrati
  • rendite da attività finanziarie acquistate all’estero
Il PIN (Prodotto Interno Netto) si calcola sottraendo al PIL il valore degli ammortamenti, ovvero gli accantonamenti per la sostituzione del capitale consumato.
[…] il crimine accresce negli USA il PIL di diversi miliardi di $, utilizzati per le misure di sicurezza, la protezione del territorio, la detenzione, il risarcimento danni, le spese mediche e i funerali. E’ evidente che esulando dal contesto economico queste cose non sono indice di benessere di un  Paese.
[…] Se lo sviluppo economico è rappresentato da una crescita elevata e prolungata del prodotto pro-capite innescata dal progresso economico, accompagnata da importanti trasformazioni culturali, sociali,  strutturali allora abbiamo bisogno di un complesso di indicatori per misurare il grado di sviluppo economico […]
ALTRI INDICI
  • PIL calcolato con rif. all’intera economia
  • PIL pro-capite
  • Tasso di crescita della popolazione
  • Tasso di disoccupazione lavorativa
  • Tasso di utilizzazione degli impianti
  • Variazione percentuale degli investimenti
  • Tasso della concentrazione degli investimenti
  • E altri ancora
Esempi di indicatori compositi sorti dell’esigenza di migliorare i dati legati all’analisi del PIL sono:
  • Il Genuine Progress Indicator (GPI): […] tiene conto di più di venti aspetti della vita economica che il PIL ignora, ad es. della stima dei contributi economici di numerosi fattori sociali ed ambientali […]
  • Indice di sviluppo umano (ISU) […] fa riferimento a una situazione dello sviluppo umano sotto un profilo non nettamente economico, ma umano, cioè in rapporto al benessere dell’uomo […] tiene conto di tre soli fattori, che a loro volta si basano su ulteriori indicatori:
  1. livello di sanità
  2. livello di istruzione
  3. il reddito, rappresentato dal PIL pro-capite dopo una doppia trasformazione che tiene conto del reale potere di acquisto del paese. […]
  • Indice della libertà economica (Index of Economic Freedom): basata su 50 variabili, raggruppate in 10 categorie […]
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 www.misuredelbenessere.it

Misurare il benessere, una sfida da cogliere

09 novembre 2011 – Autore: Andrea Fioni, Confindustria

Il PIL guida da anni la comparazione dello sviluppo, non solo economico, nel corso del tempo e tra Stati appartenenti ai cinque diversi continenti. E’ un indicatore sintetico, internazionalmente accettato e di immediata comprensione. Come tutti gli indicatori sintetici, non abbraccia ogni dimensione del benessere di una società; soprattutto, quando il livello del PIL per abitante tende a essere elevato, si riduce la sua correlazione con altre sfere del progresso sociale (longevità, salute, deprivazione, etc.). Diventa, perciò, più difficile utilizzare un unico strumento per misurare un fenomeno indubbiamente multidimensionale: il benessere delle persone.
Tuttavia, la stessa definizione delle diverse sfaccettature che descrivono la qualità della vita in Italia è un processo delicato, e i 12 domini identificati dal comitato CNEL-ISTAT per affiancare l’indicatore PIL nella misurazione del benessere dei cittadini italiani rappresentano un set sufficientemente completo. Così come il benessere dipende da numerosi aspetti, anche i confini di tali domini non sono sempre nettamente separati e possono essere letti in continuità fra di loro.
Il mondo non è statico: in alcuni casi procede a grandi balzi, in altri avanza lentamente, ma non è mai fermo. Misurare il benessere permette di guardare il presente tenendo lo sguardo rivolto al futuro: infatti, le future generazioni opereranno in un mondo che si plasma già fin da ora. Una società in grado di rilevare i bisogni di cui è portatrice e di rispondere ad essi attraverso i propri punti di forza – creando in tal modo valide sinergie tra occupazione, utilizzo delle risorse e diffusione del benessere – è una società che si prepara ad affrontare i cambiamenti senza subirli passivamente. Anzi, cercando di rafforzare il legame tra economia di mercato e bisogni nuovi della società.

Le 12 dimensioni del benessere:

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Un nuovo indice al posto del PIL per valutare le nazioni

Esaminando l’andamento trentennale delle economie di 20 nazioni, uno studio ridimensiona le prestazioni di diversi paesi, dato che sono state realizzate erodendo il capitale naturale, e quindi in modo insostenibile. Per questo l’UNEP ha proposto un nuovo indicatore che sostituisca il PIL e contabilizzi le fonti del benessere dei paesi, includendo oltre al capitale industriale anche quello naturale, umano e di capacità di innovazione tecnologica.

In momenti di crisi come questo, l’attenzione al PIL e alla sua crescita o decrescita è spasmodica. Ma in realtà questo indicatore dello stato di salute delle economie è fallace e andrebbe rapidamente abbandonato. Parola degli esperti delle Nazioni Unite che hanno presentato un nuovo indice, l’Inclusive Wealth Index (IWI), nell’Inclusive Wealth Report 2012 (IWR) […].

L’IWI guarda al di là di parametri tradizionali di valutazione economica e dello sviluppo come il prodotto interno lordo (PIL) e l’indice di sviluppo umano (HDI) includendo una complessa gamma di attività – dal capitale industriale a quello umano e a quello naturale – per arrivare a determinare lo stato reale della ricchezza e della sostenibilità della crescita di una nazione.

L’idea sottostante all’IWI è di realizzare una contabilità della ricchezza delle nazioni individuando in che cosa risiede il loro patrimonio, prendendo in considerazione la più ampia gamma possibile dei beni di cui dispone di una nazione per garantire il benessere sociale. L’IWI dovrebbe così offrire un quadro più completo e rendere consapevoli i responsabili politici dell’importanza di conservare la base del capitale del paese per le generazioni future.

[…] La differenza fra PIL e IWI appare evidente se si prendono in esame le performances di quattro nazioni che nel periodo in esame – dal 1990 al 2008 – hanno mostrato una forte crescita del PIL: Cina, Stati Uniti, Sud Africa e Brasile, che per realizzarla hanno notevolmente impoverito la base del loro capitale naturale, ossia la somma di un insieme di risorse rinnovabili e non rinnovabili come combustibili fossili, foreste e riserve ittiche. Durante il periodo analizzato, le risorse naturali pro-capite sono infatti diminuite del 33 per cento in Sud Africa, del 25 per cento in Brasile, del 20 per cento negli Stati Uniti e del 17 per cento in Cina.

Tra il 1990 e il 2008, in termini di PIL, le economie di Cina, Stati Uniti, Brasile e Sud Africa sono cresciute, rispettivamente, del 422 per cento, del 37 per cento, del 31 per cento e del 24 per cento. Se però le performance vengono valutate in termini di IWI, l’economie cinese e quella brasiliana e statunitense sono aumentate solo del 45, del 18 e del 13 per cento, mentre il Sud Africa ha in in realtà assistito a una diminuzione dell’1 per cento.

In realtà, di tutti i 20 paesi presi in esame, solamente il Giappone non ha visto un calo del capitale naturale, grazie a un aumento della copertura forestale.

Dall’analisi condotta è emerso che in generale il maggior fattore di bilanciamento dell’erosione del capitale naturale è stato rappresentato dall’aumento del capitale umano e della capacità di innovazione tecnologica.

[…]

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Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas:

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”

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Aggiornamento del 19 marzo 2013:

http://oggiscienza.wordpress.com/2013/03/19/un-nuovo-indice-per-il-benessere/

Un nuovo indice per il benessere

Pubblicato da Livia Marin – 19 marzo 2013

ISTAT e CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) hanno pubblicato lo scorso 11 marzo un nuovo documento: si tratta del BES (il Benessere Equo e Sostenibile in Italia). Il documento, il primo del genere nel nostro Paese, si inserisce all’interno di una serie di iniziative che vogliono superare la visione classica del progresso e del benessere come unicamente legati all’indicatore del PIL. Viene quindi presentato il benessere attraverso 12 categore che vanno dalla salute ai servizi, dalle relazioni sociali all’ambiente.

Esistono molti altri esempi internazionali di indici diversi dal PIL per capire il benessere di un Paese. Se su Wikiprogress si può trovare un elenco aggiornato delle iniziative in corso nel mondo per misurare il progresso, sul sito dell’iniziativa OECD Better Life Index, ognuno può creare il suo personale indice di benessere e progresso selezionando quanto si ritengono importanti fattori come l’educazione, il lavoro, l’ambiente ecc.

Nell’infografica parliamo del documento BES 2013 e, in particolare, dei risultati relativi all’ambiente.

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Aggiornamento del 12 settembre 2014:

http://www.lavoce.info/perche-economia-criminale-non-puo-entrare-nel-pil/

Perché l’economia criminale non può entrare nel Pil

L’IMPORTANZA DEL PIL

A partire da settembre, un certo numero di paesi europei, tra cui l’Italia (ma non la Francia), inseriscono nel calcolo del Pil alcune forme di economia “criminale” (contrabbando, prostituzione e droga). Stando a quanto comunicato da imbarazzati funzionari, la decisione proviene proprio da Eurostat, l’agenzia statistica della Comunità Europea, che in questo modo obbliga i paesi membri a recepire indicazioni metodologiche risalenti addirittura al 1996 e ribadite nel 2013. (1)
Stendiamo un velo pietoso sul modo in cui la stima verrà effettuata. (2) Cerchiamo invece di capire le distorsioni economiche, prima ancora che morali, implicite in una scelta apparentemente “tecnica” ma sostanzialmente “ideologica”.

Il Pil, tra tutte le statistiche economiche, è una delle più importanti e ha assunto una valenza che va ben al di là delle classifiche tra paesi o della semplice misurazione della “ricchezza” materiale prodotta in un determinato lasso temporale. Una valenza che, nel caso dell’Unione Europea, è sancita da trattati internazionali che vincolano i comportamenti dei paesi membri, influenzando reciprocamente la vita, le speranze e il benessere di 500 milioni di persone. Ci riferiamo principalmente al Trattato di Maastricht e agli accordi successivi, attraverso i quali è stata creata la moneta unica e si sono coordinate le finanze pubbliche dei paesi membri. In questi accordi e nella loro applicazione pratica, il Pil svolge un ruolo determinante, perché è da una sua corretta misurazione che discende un’interpretazione appropriata di alcuni rapporti chiave, come quello del deficit/Pil e quello del debito/Pil.

Perché in Maastricht si è deciso di usare il Pil e non qualche misura alternativa di benessere o di felicità? Perché non sono state incluse forme di attività come il lavoro casalingo? Il motivo è che serve una misura della potenziale “base imponibile” su cui i governi possono contare per rispettare gli impegni assunti nei confronti degli investitori, privati e istituzionali, che, acquistando il loro debito, hanno finanziato la quota di spesa pubblica non coperta dalle tasse. Il Pil, se calcolato correttamente, rappresenta la misura più affidabile della capacità di un’economia di produrre reddito “imponibile”.

Visto nell’ottica dell’investitore, basta anche solo l’inserimento dell’economia “sommersa” (attività perfettamente legali ma non dichiarate, come le somme versate in nero al dentista o all’idraulico) nel calcolo del Pil per sporcarne la capacità segnaletica: il reddito dell’economia sommersa per definizione sfugge alle autorità fiscali del paese e quindi è inutile ai fini della determinazione della sostenibilità delle finanze pubbliche. Se gli abitanti di Evadolandia hanno tutti la Mercedes, ma risultano nullatenenti per il fisco, il ministero del Tesoro pagherà uno spread salato sui suoi titoli di Stato anche se sulla carta il deficit/Pil dovesse risultare inferiore al 3 per cento a causa di un Pil gonfiato dalla stima del reddito evaso.
Forse qualcuno ricorderà che nel 2006 la Grecia rivalutò nottetempo del 25 per cento il proprio Pil, includendo stime fantasiose circa la dimensione dell’economia sommersa e dell’economia criminale. In quel modo riuscì a mascherare lo sforamento nel rapporto deficit/Pil che era in atto. Come è andata a finire, lo sanno tutti. Per la cronaca, anche l’Italia (“una faccia, una razza”) è famosa per un’operazione analoga voluta da Bettino Craxi nel 1987, limitata tuttavia all’economia “sommersa”, che ci illuse per qualche anno di aver spezzato le reni alla Gran Bretagna.

LA DIFFERENZA TRA “SOMMERSO” E “CRIMINALE”

Se oltre all’economia “sommersa”, si include anche (una stima) dell’economia “criminale” all’interno del Pil, si rischia invece di compiere un vero e proprio errore di logica economica. Se il “sommerso” potrà venire alla luce del sole con una più efficiente lotta all’evasione e con una legislazione fiscale più semplice, l’economia “criminale”, invece, non potrà mai emergere. L’economia “criminale” viene combattuta ogni giorno dalle forze di polizia, dalla magistratura, dalle istituzioni. L’obiettivo è quello di azzerarla, non di farla emergere, perché il nostro comune sentire ha decretato che quelle attività sono dannose e distruggono capitale umano, sociale ed economico.
Tra l’altro, questo implica che anche le attività lecite che dipendono dall’economia “criminale” sono a rischio. Quanto maggiore la quota di Pil criminale, tanto più fragile è l’economia “lecita” del paese. […] La stima dell’economia criminale dovrebbe invece entrare nel calcolo del Pil con un peso negativo. Per capirne il motivo, facciamo un semplice esempio. Prendiamo il caso di una cosca mafiosa che impiega i soldi del traffico di droga nell’economia del proprio territorio acquistando auto di lusso, ristrutturando ville, pagando vitto e alloggio alle famiglie dei carcerati, e così via. Cosa succederebbe se un magistrato come Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, arrestando la cupola della cosca, azzerasse l’afflusso di denaro? Il Pil del territorio si sgonfierebbe non solo per l’ammontare “criminale” ma anche per quello “lecito” che le attività criminali avrebbero reso possibile.
E veniamo all’arte divinatoria che devono applicare i poveri sventurati a cui tocca il compito impossibile di inventarsi una stima del valore aggiunto delle attività criminali. Prendiamo il caso della dimensione internazionale del traffico di droga. Alcune, come l’eroina e la cocaina, non sono prodotte in Italia, ma sono importate dall’America Latina o dall’Asia. Bisognerebbe dedurre dalla spesa dei consumatori domestici il costo della merce alla frontiera. Una parte della merce che entra in Italia viene poi esportata in altri paesi europei. Il margine nell’attività di import-export, che pare rappresenti una parte importante dei guadagni delle mafie italiane, in quale settore del Pil sarà inclusa? Per quanto assurdo possa sembrare, stando allo studio recente dell’inglese Office for National Statistics, il margine degli spacciatori nella rivendita di droga importata dall’estero dovrebbe essere classificato tra i proventi dell’industria farmaceutica.
E come fa l’Istat a calcolare quale parte del valore aggiunto creato con il traffico di droga o la prostituzione rimane in Italia? Se i soldi spesi dai consumatori italiani, in droga o prostitute, vengono spediti all’estero per sfuggire ai controlli della polizia e della magistratura italiana, questi non dovrebbero entrare nel Pil italiano se non per la parte relativa al sostentamento della “rete di distribuzione” e dell’apparato “militare” in loco. Sarebbe poi curioso capire come l’Istat aggiornerà le stime del Pil in base alle operazioni di polizia e all’azione della magistratura. In teoria, l’Istituto di statistica dovrebbe poi mettere in correlazione il livello dell’attività criminale in Italia con l’attività legislativa in materia (“svuota carceri”, “Severino”, “41bis”, per esempio) o con fenomeni come l’imporsi di nuove droghe e trend di consumo.
L’inclusione dell’economia criminale o di parti di essa all’interno del Pil avrebbe quindi un senso “economico” solo se l’Europa avesse intenzione di legalizzare quel tipo di attività. Poiché non è così, rappresenta solo una fonte di errori statistici incommensurabili. […]

TRAVISATI I PRINCIPI DELL’ECONOMIA DI MERCATO

L’accettabilità sociale dell’economia di mercato si basa sulla libertà degli individui di acconsentire a una determinata transazione a un determinato prezzo . Gli individui non devono subire coercizioni, se no non è più un’economia di mercato. Si può parlare di “comune accordo” tra un drogato e uno spacciatore? Come si può considerare “libero scambio” quello tra un uomo e una prostituta, se questa è stata costretta con le sevizie e la violenza a fare una scelta di vita così degradante?
E volendo ragionare per assurdo, perché escludere il “pizzo”, la “mazzetta” o l’usura dalla definizione di libero scambio? Qualcuno potrebbe considerarle forme primitive ma efficaci di offerta di servizi di sicurezza, di consulenza e di peer-to-peer lending. Per non parlare della massima espressione della libertà individuale: la speculazione edilizia sul territorio del demanio, dove più che il “comune accordo” vale il principio del “silenzio- assenso”.
Un’ultima domanda per Eurostat (e Istat): quando considereremo Pil anche la “libera compravendita” di organi e lo scambio di materiale pedopornografico?

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Aggiornamento dell’1 gennaio 2015:

http://oggiscienza.wordpress.com/2014/12/31/happy-planet/

Happy Planet

L’indice del livello di benessere sostenibile nelle varie parti del mondo, a che punto è l’Italia?

[…] c’è chi sulla felicità ha deciso di costruire un indice […] per misurare il livello di benessere sostenibile, nelle varie parti del Pianeta. Stiamo parlando di Nic Marks, da anni impegnato nello studio sul benessere che […] ha elaborato l’Happy Planet Index (HPI).

“Fino adesso abbiamo misurato il progresso esclusivamente in base a criteri economici, senza tenere in considerazione ciò che conta veramente nella vita delle persone come la felicità e la sostenibilità ambientale – spiega Marks, riprendendo il Paradosso della felicità definito nel 1974 dall’economista Richard Easterlin, esperto di crescita economica, che evidenziò come nel corso della vita la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza [NdItaliaCheRaglia: si veda in proposito l’articolo “Invidia e desideri insoddisfatti come motori del consumismo“]

L’HPI viene calcolato moltiplicando l’aspettativa di vita per il benessere percepito, il tutto diviso per l’impronta ecologica del Paese in questione (ovvero la superficie in ettari di terra necessaria per produrre tutto ciò di cui abbiamo bisogno e per assorbire i nostri rifiuti).

[…] Dall’elaborazioni di Marks e compagni, è stato fornito un punteggio per ogni paese che va da zero a cento, fissando in 89 il valore ottimale da raggiungere entro il 2050. Risultati? È interessante notare come paesi considerati super potenze economiche , ai primi posti nella classifica per il PIL, si ritrovino nel caso dell’Happy Planet Index in zona retrocessione. È il caso degli USA in posizione 105 su 151 paesi con un punteggio finale di 37,3 su 100. In questo caso anche se aspettativa di vita e benessere si attestano su valori alti, a pesare è l’impronta ecologica che raggiunge 7,2 ettari per statunitense , il valore più alto al mondo.

Si scopre invece che il primo in classifica è il Costa Rica che conferma valori alti per aspettativa di vita e benessere percepito ma soprattutto un’impronta ecologica moderata, appena 2,5 ettari per persona, un terzo degli Stati Uniti. Ancora, i valori più alti di HPI si misurano in America Latina mentre il primo paese dell’Europa occidentale è la Norvegia in ventinovesima posizione. L’Italia è 51esima in classifica con 42 punti, frutto di un’aspettativa di vita molto alta (quarta a livello mondiale con 81,9 anni), un punteggio di benessere percepito che si assesta su poco più di una sufficienza e un’impronta ecologica alta. Non fa meglio la Germania 46esima, ne l’Inghilterra 41esima, tanto meno la Francia appena sopra l’Italia al 50esimo posto. […]

“L’HPI deve comunque essere migliorato – spiega Marks – ad esempio dobbiamo tenere conto maggiormente di quali sono i paesi dove non vengono garantiti i diritti umani e quante persone ne soffrono”.

“Inoltre – continua Marks – non dobbiamo fare l’errore di considerare l’HPI l’unico indicatore esistente ma può fornire delle buone informazioni se integrato con altri indicatori economici ed ambientali”.

In ogni caso, che si stia sperimentando e migliorando un indice per un Pianeta felice e sostenibile è già una buona notizia.

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