Cosa significa “capitale umano”? Perchè è così importante? Quali sono i dati che dimostrano l’arretratezza dell’Italia dal punto di vista della formazione e dell’utilizzo delle sue risorse umane? Nei seguenti articoli viene spiegata la nostra non incoraggiante situazione.

A proposito invece di disoccupazione, vorremmo far notare una cosa: da una recente statistica è emerso che la richiesta di lavoro in diversi settori non manca, tuttavia (sembra incredibile, ma è proprio così) per la mancanza talvolta di candidati e talvolta delle capacità necessarie, qualche decina di migliaia di posti di lavoro rimangono scoperti! Anche su questo dovremmo riflettere: le tipologie di lavoro che vengono più “snobbate” sono quelle che richiedono capacità tecniche e manuali. Facciamo attenzione, perchè pur non trattandosi assolutamente di lavori degradanti ed umilianti, sembra che gli italiani li considerino tali. Come mai? Non stiamo forse sbagliando qualcosa nell’indirizzamento al lavoro delle nostre giovani generazioni? Volete un esempio pratico? Una ditta che restaura organi, che si trova nella mia zona, sta cercando un giovane ragazzo da inserire in azienda: è un brutto lavoro secondo voi quello del restauratore di organi? Secondo me non lo è, eppure non riuscivano a trovare nessuno disposto a farlo e non so se ad oggi sono riusciti a trovarlo. L’appello che facciamo è sia ai genitori che alle scuole: basta voler per forza iscrivere i figli ad inutili corsi di laurea e basta inculcargli in testa che il lavoro più bello è quello dell’impiegatuccio seduto tutto il giorno dietro una scrivania. Non possiamo essere tutti bancari, assicuratori o ragionieri! Cerchiamo invece di fargli scoprire la bellezza e le qualità dei lavori tecnico-manuali, in particolare di quelli più specializzati, che in fondo non sono così brutti come probabilmente molti di voi tendono a pensare e non vengono nemmeno retribuiti poco, ma anzi sono molto richiesti e spesso anche ben pagati!

L.D.

 

Da “IL SOLE 24 ORE” di domenica 23 ottobre 2011:

http://www.banchedati.ilsole24ore.com/doc.get?uid=sole-SS20111023006AAA

Così l’Italia spreca i giovani talenti

23-10-2011

[…] per capacità di “importare” cervelli siamo solo 24esimi al mondo. Dopo la Grecia, per intendersi. Per invertire la rotta – spiega Paolazzi – occorre quindi rimuovere gli ostacoli alla crescita che «ci siamo fatti in casa a partire dagli anni`70». La ricetta per aumentare il Pil è complessa e riguarda un riequilibrio del fisco, la lotta all`evasione, il rilancio di investimenti e liberalizzazioni, lo snellimento di burocrazia e giustizia, gli investimenti sul capitale umano e la spinta all`occupazione giovanile e femminile. I vantaggi di queste riforme si concretizzerebbero gradualmente, permettendo al nostro prodotto di raddoppiare nell`arco di 20 anni ma da subito l`effetto annuncio porterebbe benefici. […] È però sul capitale umano che occorre investire […] I dati Ocse-Pisalo certificano, mostrando un deficit di competenze rispetto agli altri paesi e per il Mezzogiorno la distanza diventa quasi un baratro. Ma l`Italia è indietro anche in termini quantitativi, con una quota di laureati inferiore alla media, numeri di abbandoni scolastici superiori a Francia e Germania, orientamento alle facoltà scientifiche ancora inadeguato rispetto alla domanda delle imprese. A questo si aggiunge un fenomeno tipicamente italiano: coloro che non lavorano e non studiano. Nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni rappresentano il 15,9%, cinque punti in più rispetto alla media Ocse, per i1 6o% residenti nel Sud. Intervenire su formazione, apprendistato e collegamento tra scuola e lavoro darebbe ulteriore carburante alla crescita: con un`occupazione giovanile pari a qualla tedesca avremmo ad esempio un contributo aggiuntivo di Pil fino al 2,1%. […]

Sempre da “Il Sole 24 Ore”:

http://www.banchedati.ilsole24ore.com/doc.get?uid=sole-SS20111023006AAA

IL SOLE JUNIOR – L’economia spiegata ai ragazzi

È il «capitale umano» la risorsa più preziosa

Nel sistema educativo c’è la base della vera ricchezza dei Paesi 

23-10-2011

[…] Se qualcuno ha fame, è meglio dargli un pesce o insegnargli a pescare? Dargli qualcosa da mangiare può risolvere il suo problema immediato, ma per dargli la possibilità di mangiare ancora e la dignità di procurarsi il cibo da solo, è meglio insegnargli a pescare. Fuor di metafora, quel che è importante per procurarsi da vivere è quello che gli economisti chiamano il “capitale umano”. Avere risorse – petrolio, minerali, gas, terra fertile e mari pescosi – è utile. Avere braccia volenterose anche. Avere macchine avanzate, dai computer alle scavatrici, anche. Ma per mettere assieme tutto questo ci vuole il “capitale umano”, cioè lavoratori capaci e istruiti, dotati di conoscenza e di voglia di imparare. […] l’economia funziona meglio quando un Paese è governato in modo democratico e quando prevale lo spirito di collaborazione e la capacità di immedesimarsi nei bisogni degli altri.

Tiranni o democrazia

Vediamo dapprima – ho già argomentato questi punti in un libro, “L’economia spiegata a un figlio”, edito da Laterza – la democrazia.

Quando non c’è la democrazia, c’è una dittatura; o ci può essere un’anarchia, la legge del più forte, le depredazioni di banditi e pirati che scorrazzano per terre e per mari. Dal punto di vista economico, sono meglio le depredazioni dei banditi o è meglio una tirannia? È meglio la tirannia, perché il tiranno ha interesse a prendere ricchezza da una fonte rinnovabile: ha interesse a che l’economia funzioni, perché è dall’economia del Paese che trae il suo sostentamento, mentre la logica del bandito è solo quella dell’arraffare. Ma la democrazia è ancora meglio, perché dà alla gente l’incentivo a pensare alle cose giuste da fare: se la gente sa che quel che pensa conta, non si rifugia nella paura e nell’apatia, e questo è un bene per l’economia. La democrazia, insomma, va bene con l’economia, come il pane col salame. Una scienza, come la scienza economica, che predica i vantaggi della concorrenza, non può che richiedere concorrenza in tutti i campi dell’agire umano. E che cos’è la democrazia se non concorrenza? La possibilità, per ciascuno, di fondare un partito e di “vendere” le proprie idee al pubblico è l’esatto equivalente della possibilità per ciascuno di metter su una panetteria e di vendere il pane al pubblico. E, così come questa libertà d’impresa deve essere ferocemente protetta dai pubblici poteri contro comportamenti anti-concorrenza, così la libertà di offrire idee al pubblico attraverso partiti o movimenti politici deve essere ferocemente protetta con regole che mettano tutti su un piano di eguaglianza, impedendo, per esempio, a chi controlla dei mezzi di informazione, di acquisire un ingiusto vantaggio.

L’egoismo del fornaio

Insomma, quando si parla di “capitale umano” si parla non solo di “saper fare” o di conoscenze tecnologiche, ma anche di persone dotate di “educazione civica”, come si chiamava un tempo nelle scuole lo studio dei principi di base della convivenza civile. Fra questi principi di base vi è anche l’importanza della collaborazione, della fiducia reciproca. […] quando compriamo il pane non diciamo al fornaio: non mi fido, prima dammi la pagnotta e poi ti darò i soldi; e il fornaio non ci dice: prima dammi i soldi e poi ti darò la pagnotta. Ci fidiamo l’uno dell’altro e compriamo il pane senza curarci di chi dà per primo che cosa.

Il pesciolino dei Caraibi

[…] Nei banchi di corallo al largo di Panama vive un pesciolino ermafrodita chiamato hamlet. Durante il corteggiamento i due hamlet fanno a turno nell’assumere i ruoli maschile e femminile. All’inizio la “femmina” deposita solo poche uova, perché aspetta di vedere se il “maschio” rimane per fare il suo turno di “femmina”, e non se la fila via dopo aver fertilizzato le uova. Se rimane, il numero di uova depositate cresce ogni volta, man mano che la fiducia reciproca viene cementata fra i due, così come i rapporti di fiducia e di collaborazione cementano anche le scelte economiche […]

Insomma, il sistema educativo che forgia il “capitale umano” è il fondamento della ricchezza delle nazioni. E nel sistema educativo, accanto alle conoscenze letterarie e scientifiche, è altrettanto importante, per il buon funzionamento dell’economia, la tolleranza, il rispetto degli altri e dell’ambiente, e l’appassionato perseguimento della pace sociale.

– A CHI HA FAME È MEGLIO DARE UN PESCE O INSEGNARE A PESCARE? PER CONSENTIRGLI DI MANGIARE ANCORA, CON LA DIGNITÀ DI FARLO DA SOLO, È MEGLIO INSEGNARGLI A PESCARE

– PC, SCAVATRICI, MACCHINE PER LAVORARE METALLI, LEGNO E PLASTICA SONO ALTRETTANTE “CANNE DA PESCA” MODERNE, CHE AIUTANO A INVENTARE E A PRODURRE

– AVERE RISORSE (PETROLIO, GAS, TERRA, MARI PESCOSI) È UTILE. AVERE MACCHINARI AVANZATI ANCHE. MA NIENTE FUNZIONA SENZA IL “CAPITALE UMANO”: LAVORATORI E IMPRENDITORI CAPACI E ISTRUITI

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http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/futuro-dellitalia-nelle-sue-risorse-umane

Il futuro dell’Italia nelle sue risorse umane

I dati forniti qualche settimana fa dal gruppo di Andrea Cammelli, dell’università di Bologna, nel “rapporto AlmaLaurea” parlano, come usa dire, da soli: l’Italia stenta a riconoscere l’importanza del suo “capitale umano”. E, infatti, tra il 2008 e il 2011, in appena quattro anni, la percentuale di giovani che a un anno dalla laurea magistrale (3+2) risultano ancora senza lavoro è quasi raddoppiata. Nel 2008 i neolaureati disoccupati erano il 10,4%; nel 2001 sono saliti al 19,6%. Analogo l’andamento per la laurea breve (quella di 3 anni): i disoccupati a un anno dal termine degli studi erano l’11,2% nel 2008, sono saliti al 19,4% nel 2011.

È evidente che il sistema produttivo italiano non chiede giovani laureati. Non che, beninteso, la laurea sia inutile. Il tasso di disoccupazione tra i giovani tra i 18 e i 25 anni è salito, nel 2011, al 31%. Mentre tra i neolaureati è ancora inferiore al 20%. Dunque, laurearsi conviene ancora. Ma conviene sempre meno. Il che significa non solo frustrazione per i giovani che si sono dedicati agli studi. Ma anche che il paese non ha capito dove cercare il suo futuro. E che per uscire dal suo ormai ventennale declino economico l’Italia ha un’unica possibilità: investire nel capitale umano. Ce lo dice la teoria economica. Una vera e propria “teoria del capitale umano” – ovvero di un’economia fondata su lavoratori sempre più qualificati – è nata all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso a opera del premio Nobel per l’economia Gary Becker e di altri economisti, come Jacob Mincer e Theodore Schultz. Ma c’è chi la fa risalire addirittura ad Adam Smith (o, anche, per molti versi a Karl Marx). Essa si basa sulla dimostrazione che «la più importante capacità di competere di una nazione sta diventando sempre più la qualità e la conoscenza cumulata della sua forza lavoro», come ha scritto Robert Reich in un suo famoso articolo, «Who is Us?», pubblicato sulla Harvard Business Review nel 1990.

Più di recente due altri filoni di studio hanno dimostrato l’importanza crescente di “investire nel capitale umano”. Da un lato Paul Romer, Robert Lucas e Robert Barro hanno elaborato la cosiddetta “teoria della nuova crescita” dimostrando che c’è una correlazione molto forte tra la crescita economica di un paese e gli indicatori del capitale umano, in primo luogo il livello di educazione. Secondo Romer, Lucas e Barro il capitale umano è uno dei fattori che determinano la crescita economicaUn secondo gruppo di studi, peraltro interdisciplinari, ha dimostrato l’importanza della formazione nei primi anni di studio dei bambini per lo sviluppo della creatività e dell’intelligenza e, a seguire, di un ricco capitale umano in età adulta. La formazione, dunque, a livello di scuola di base (elementari), educazione secondaria (scuole medie), di educazione terziaria (università) e, aggiungiamo noi, di formazione durante tutto l’arco della vita, è decisiva per rispondere ai tre principali problemi in cui si sono imbattuti i paesi di antica industrializzazione negli ultimi decenni: il rallentamento della crescita economica a partire dal 1973, l’aumento tendenziale della disoccupazione, la polarizzazione dei redditi (con conseguente crescita della disuguaglianza sociale).

Nelle teorie del “capitale umano”, dunque, la quantità di persone diplomate e laureate diventa un fattore economico primario e imprescindibile. Alla luce di queste teorie, i dati empirici forniti di recente dall’OCSE nel rapporto Education at a Glance 2011 ci spiegano molto della condizione italiana. Il rapporto mostra (e dice esplicitamente) che il mondo è radicalmente cambiato nell’ultimo mezzo secolo. Da un punto di vista cognitivo. Il capitale umano è esploso. Nei paesi OCSE, infatti, alla fine degli anni ’50 del secolo scorso aveva un titolo di scuola media secondaria il 45% dell’universo giovanile, oggi la percentuale è salita all’81%. Ma la crescita è stata ancora più significativa a livello di “alta educazione”, ovvero di formazione terziaria. Insomma, di laureati. Alla fine degli anni ’50 nei paesi OCSE i giovani di età compresa tra 25 e i 34 anni con la laurea erano il 13% del totale. Oggi sono il 37%. L’incidenza di laureati sulla popolazione totale è dunque triplicata. Ma se guardiamo ai paesi all’avanguardia il fenomeno è ancora più impressionante. In Corea del Sud nel 2009 aveva una laurea il 63% dei giovani di età compresa tra 25 e 34 anni. In Giappone, in Canada, in Russia questa percentuale si assesta intorno al 55%. In Irlanda, Norvegia, Nuova Zelanda sfiora il 50%. In Gran Bretagna, Australia, Danimarca siamo oltre il 45%. In Francia, Svezia, Israele, Stati Uniti siamo oltre il 40%. A questi vanno aggiunti altre “tigri asiatiche”, come Singapore, Taiwan e la stessa Hong Kong (ormai passata alla Cina), dove la percentuale di laureati supera il 50% della popolazione giovanile. Nella stessa Cina ormai i laureati crescono a ritmo molto sostenuto. E già oggi il paese laurea ogni anno la metà degli ingegneri di tutto il mondo.

Ora facciamo un’estrapolazione. Da qui a trent’anni. Quando le persone che oggi hanno 25 anni ne avranno 55 e quelle che ne hanno 34 ne avranno 64. In Corea il 63% avrà una laurea. È presumibile che i giovani che stanno nascendo ora arriveranno almeno alla stesso livello culturale. Il che significa che i due terzi della popolazione in età di lavoro avrà una laurea. Qualcosa di analogo succederà in Giappone, Taiwan, Canada, Russia e così via. In definitiva, la gran parte dei paesi OCSE (ma anche Cina e India) sarà ricchissima di “capitale umano”, perché almeno la metà della popolazione in età di lavoro avrà alle spalle 20 anni di studi. Vivremo letteralmente in un altro “universo cognitivo”.

Ora guardiamo all’Italia. Il numero di laureati anche nella fascia giovanile compresa tra i 25 e i 34 anni oggi non arriva al 20%. La metà della media OCSE. Addirittura un terzo dei laureati in Corea, Giappone, Canada e Russia. Peggio di noi, nei paesi OCSE, ci sono solo Turchia e Brasile. Ma in questi due paesi il trend è in fortissima crescita. Non è questa, forse, la chiave di lettura più penetrante per leggere il declino italiano? Ma guardiamo al futuro. Fra trent’anni, abbiamo detto, oltre la metà dell’intera forza lavoro nel mondo avrà un’elevata qualificazione, a livello di laurea. Noi partiamo da una base odierna che non arriva al 15%. Se non cambiamo subito questa condizione di sottosviluppo cognitivo, che futuro pensate che avranno i nostri figli e il paese intero?

Ma c’è una domanda che forse è ancora più importante: come mai qui in Italia di queste cose nessuno ne parla? Come mai nell’agenda politica e sociale le questioni sono sempre altre?

Fonte: OECD, Education at a Glance 2011

8 aprile, 2012

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Aggiornamento del 28 ottobre 2013:

http://archiviostorico.corriere.it/2013/settembre/26/Supermarket_Italia_talenti_svendita_co_0_20130926_66773e5e-2670-11e3-8393-079133741195.shtml

Supermarket Italia talenti in svendita

Telecom si può ricomprare, un ricercatore no Ma il Paese è fuori mercato

[…] «il problema non è tanto la frequenza delle scalate di aziende italiane da parte di investitori stranieri, quanto l’assenza di scalate di investitori italiani all’estero». Ecco il punto. Anche aziende tedesche, inglesi e americane vengono acquistate: ma Germania, Gran Bretagna e Usa fanno altrettanto nel mondo. Il processo italiano è a senso unico: vendiamo e non compriamo. Non siamo un mercato, stiamo diventando un supermarket. Allo stesso modo, esportiamo giovani talenti e non ne importiamo. […] Esportiamo giovani medici in Germania e Inghilterra; biologi, fisici e matematici negli Usa e in Scandinavia; talenti artistici in Francia, Spagna, Europa Orientale; chef, geologi e agricoltori in Australia; ingegneri e architetti ovunque. Ragazzi che trovano altrove la serenità, la prevedibilità e i redditi che meritano. […] Se importassimo altrettanti stranieri, potremmo dire: non è un fuga, è uno scambio. Ma non succede. Di 20 milioni di laureati nei Paesi Ocse solo lo 0,7 per cento ha scelto l’Italia: meno di quanti hanno scelto la Turchia. In Italia ogni 100 laureati nazionali ce ne sono 2,3 stranieri. Negli Usa sono 11, in Austria 12, in Svezia 14, in Olanda e Gran Bretagna 16, in Nuova Zelanda 21, in Canada 25, in Irlanda 26, in Australia 44. I laureati italiani trasferiti nei 30 Paesi Ocse sono 395.229. Quelli che hanno fatto il percorso inverso, 57.515. Vado avanti, o basta così? Importiamo pochi talenti per mancanza di strategia in materia d’immigrazione; per complicazioni burocratiche (arrivare con il compagno/la compagna può diventare complicatissimo); perché non li vogliamo e/o possiamo pagare. […] Riassumendo: non attiriamo i talenti altrui, e facciamo scappare i nostri. In tanti modi […]

Beppe Severgnini  – 26 settembre 2013

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Aggiornamento del 30 dicembre 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/ricercatori-italiani-ancora-volta-bravi-e-fuga/dicembre-2014

Ricercatori italiani, ancora una volta bravi e in fuga

Cervelli italiani sempre più in fuga. Anche e soprattutto quando hanno idee vincenti. I cervelli stranieri, al contrario, non vengono in Italia. Anche quando avrebbero i soldi per pagarsi da soli le loro ricerche.
L’esito della selezione dei progetti di giovani ricercatori (early-career top researchers) meritevoli di essere finanziati anche con 2 milioni di euro ciascuno reso pubblico nei giorni scorsi dall’European Research Council non lascia adito a dubbi.
L’Italia ha molti bravi ricercatori. Ma questi bravi ricercatori, se possono, se ne vanno, perché il paese non offre loro l’opportunità di realizzare i loro programmi scientifici.
Ma, al di là di ogni commento, lasciamo parlare i dati, che sono chiarissimi.
L’ERC ha selezionato 328 progetti presentati da early-career top researchers, dai migliori ricercatori all’inizio della loro carriera, attribuendo loro, complessivamente, 485 milioni di euro. È la settima edizione di questa iniziativa.
La selezione è stata durissima: il 90% delle 3.273 proposte presentate è stato scartato e solo una ristretta élite ha dunque ottenuto un (ricco) grant.

Ciascuno dei vincitori spenderà il suo grant nell’istituzione scientifica che ha indicato, anche fuori dal paese. Ebbene, nella classifica per nazionalità dei vincitori l’Italia (ma occorrerebbe dire, gli italiani) è come al solito in ottima posizione. Con 28 grant vinti, il nostro paese è secondo solo alla Germania (che con 68 vincitori fa la parte del leone) e alla Francia (36 premiati). Da notare il numero molto piccolo di vincitori inglesi, appena 13.

Un segnale molto positivo è che l’Italia vanta un numero di donne vincitrici decisamente alto (18): in termini assoluti le italiane premiate sono seconde solo alle tedesche (che sono 19). Ma in termini relativi le donne italiane sono di gran lunga prime: il 64% degli italiani premiati sono di genere femminile (18 su 28), contro il 28% (19 su 68) dei tedeschi.
Ma eccoci alle dolenti note. Terza per numero di ricercatori premiati, l’Italia risulta nona per numero di ricercatori ospitati, appena 11. Preceduta nell’ordine da Germania (70 vincitori l’hanno scelta come sede delle proprie ricerche), Gran Bretagna (55), Francia (43), Olanda (34), Israele (27), Spagna (20). Poi viene l’Italia, alla pari con paesi molto più piccoli, come Austria e Danimarca. Da notare la performance della Gran Bretagna (da ottava per numero di vincitori a seconda per numero di vincitori ospitati) e dell’Olanda. Anche la Spagna ospita quasi il doppio dei vincitori dell’Italia.
Il confronto tra questi due insiemi di dati – la nazionalità dei vincitori, i paesi che li ospiteranno – è  francamente disarmante per il nostro paese. L’Italia ha infatti il bilancio di gran luna più negativo: vanta 28 vincitori ma ospita solo 11 premiati (-17). La Germania, pur avendo un altro numero assoluto di vincitori, ha un bilancio leggermente positivo (+2), mentre la Gran Bretagna ha una capacità di attrazione davvero straordinaria: con appena 13 vincitori ha 55 ospiti, con un saldo molto, molto positivo (+42). Ma anche il confronto con la capacità di attrazione degli altri paesi è sconfortante. In Germania andranno 28 vincitori stranieri, in Olanda 16, in Danimarca 9, in Spagna 6. In Italia appena 2. Davvero il nostro paese non ha alcun appeal.

Se poi consideriamo i vincitori che restano nel loro paese, il quadro è ancora più netto. Restano in Germania 41 vincitori su 68 sono rimasti nel loro paese, pari al 60%. In Spagna 14 su 19 (il 74%). In Francia, addirittura, 29 su 36: oltre l’80%. Gli italiani che invece hanno scelto l’Italia sono solo 9 su 28: appena il 32%. Due giovani top researchers italiani su tre vanno via.
L’insieme di questi dati dimostra il nostro assunto di partenza. L’Italia conferma di avere ottimi ricercatori, anche tra i giovani. E un numero di ottime ricercatrici, rispetto a quello di altri paesi, addirittura eccezionale. Ma queste bravi ricercatrici e questi bravi ricercatori che scelgono (probabilmente perché non hanno altra scelta) di andare all’estero per realizzare i loro progetti sono in numero drammaticamente superiore alla normale (e positiva) migrazione dei cervelli di altri paesi.

Al contrario, la capacità di accogliere in Italia ricercatori dall’estero e far trovare loro un ambiente adatto è drammaticamente più bassa degli altri paesi europei. E non vale evocare (solo) la contingenza economica. La Spagna è nelle nostre stesse difficoltà economiche, ma ha numeri meno drammatici. È l’ambiente complessivo italiano (in primo luogo la burocrazia e la sindrome da fortezza assediata) a risultare respingente.
Il risultato è che agisce una sorta di Robin Hood al contrario: preziose risorse umane (come gli economisti definiscono le persone capaci e qualificate) vengono sottratte a un paese (relativamente) povero e regalate a paesi più ricchi. Non è questo un spread almeno altrettanto importante dell’indice finanziario il cui andamento viene giudicato decisivo per le sorti di un paese? Fino a quanto potremo sopportare questo continuo drenaggio di cervelli?

[…]

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