Si parla di “miracolo economico italiano”, gli osannati anni ’50-’60-’70… già anche ora però ci vorrebbe un miracolo….

L.D.

 

Miracolo economico italiano

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il miracolo economico italiano (anche detto Boom economico) è un periodo della storia italiana di forte crescita economica, compreso tra gli anni cinquanta e settanta del XX secolo.

Il contesto storico

La fine della Seconda Guerra Mondiale vedeva un’Italia sconfitta ed occupata da eserciti stranieri al pari della Germania e delle altre potenze dell’Asse, condizione che aggravava la cronica distanza nei confronti dei paesi dell’Europa più sviluppata di cui soffriva sin dall’epoca del Risorgimento ed a cui sfuggivano solo poche isole felici (e.g., il triangolo industriale Milano-Torino-Genova). Le nuove logiche geopolitiche della Guerra Fredda contribuirono, tuttavia, a far sì che l’Italia, paese cerniera fra l’Europa Occidentale, la Penisola Balcanica, l’Europa Centrale e l’Africa Settentrionale, vedesse del tutto dimenticato il suo antico ruolo di potenza nemica e potesse così godere, a partire dal 1947, di consistenti aiuti da parte del Piano Marshall, valutabili in circa 12 trilioni di dollari dell’epoca. La fine di tale piano (1951) coincise inoltre coll’acme della Guerra di Corea (1950-1953), il cui fabbisogno di metallo ed altre materie lavorate fu un ulteriore stimolo alla crescita dell’industria pesante italiana. Si erano poste così le basi d’una crescita economica spettacolare, destinata a durare sino allo shock petrolifero del 1973 ed a trasformare il Belpaese da Paese sottosviluppato dall’economia eminentemente agricola ad una delle nazioni più sviluppate dell’intero pianeta. Per esempio, nei tre anni che intercorsero tra il 1959 ed il 1962, i tassi di incremento del reddito raggiunsero valori da primato: il 6,4, il 5,8, il 6,8 e il 6,1% per ciascun anno analizzato. Valori tali da ricevere il plauso dello stesso presidente statunitense John F. Kennedy in una celebre cena col presidente Antonio Segni. Questa grande espansione economica fu determinata da una serie di fattori simultanei:

In primo luogo, fu dovuta allo sfruttamento delle opportunità che venivano dalla favorevole congiuntura internazionale. Più che l’intraprendenza e la lungimirante abilità degli imprenditori italiani, ebbero effetto l’incremento vertiginoso del commercio internazionale e il conseguente scambio di manufatti che lo accompagnò. Anche la fine del tradizionale protezionismo dell’Italia giocò un grande ruolo in quella fase. In conseguenza di quell’apertura, il sistema produttivo italiano ne risultò rivitalizzato, fu costretto ad ammodernarsi e ricompensò quei settori che erano già in movimento.

La disponibilità di nuove fonti di energia e la trasformazione dell’industria dell’acciaio furono gli altri fattori decisivi. La scoperta del metano e degli idrocarburi in Val Padana, la realizzazione di una moderna industria siderurgica sotto l’egida dell’IRI, permise di fornire alla rinata industria italiana acciaio a prezzi sempre più bassi.

Il maggiore impulso a questa espansione venne proprio da quei settori che avevano raggiunto un livello di sviluppo tecnologico e una diversificazione produttiva tali da consentir loro di reggere l’ingresso dell’Italia nel Mercato comune.

Il settore industriale, nel solo triennio 1957-1960, registrò un incremento medio della produzione del 31,4%. Assai rilevante fu l’aumento produttivo nei settori in cui prevalevano i grandi gruppi: autovetture 89%; meccanica di precisione 83%; fibre tessili artificiali 66,8%.

Ma, va osservato che il «miracolo economico» non avrebbe avuto luogo senza il basso costo del lavoro. Gli alti livelli di disoccupazione negli anni cinquanta furono la condizione perché la domanda di lavoro eccedesse abbondantemente l’offerta, con le prevedibili conseguenze in termini di andamento dei salari. Il potere dei sindacati era effettivamente fiacco nel dopoguerra e ciò aprì la strada verso un ulteriore aumento della produttività.

A partire dalla fine degli anni cinquanta, infatti, la situazione occupazionale mutò drasticamente: la crescita divenne notevole soprattutto nei settori dell’industria e del terziario. Il tutto avvenne, però, a scapito del settore agricolo. Anche la politica agricola comunitaria assecondò questa tendenza, prevedendo essa stessa benefici e incentivi destinati prevalentemente ai prodotti agricoli del Nord Europa: tendenza del resto inevitabile, visto il peso specifico ormai raggiunto da aziende quali Olivetti e Fiat dentro e fuori dall’Italia, e la potenza di capitani d’industria come Giovanni Agnelli rispetto ai deboli governi della Prima Repubblica.

Le migrazioni [modifica]

Un’importante conseguenza di questo processo fu l’imponente movimento migratorio avutosi negli anni sessanta e anni settanta.

È stato calcolato che nel periodo tra il 1955 e il 1971, quasi 9.150.000 persone siano state coinvolte in migrazioni interregionali; nel quadriennio 1960-1963, il flusso migratorio dal Sud al Nord raggiunse il totale di 800.000 persone all’anno.

Gli anni sessanta furono, dunque, teatro di un rimescolamento formidabile della popolazione italiana. I motivi strutturali che indussero prevalentemente la popolazione rurale ad abbandonare il loro luogo d’origine furono molteplici e tutti avevano a che fare con l’assetto fondiario del Sud, con la scarsa fertilità delle terre e con la polverizzazione della proprietà fondiaria, causata dalla riforma agraria del dopoguerra che aveva espropriato i latifondisti e che aveva suddiviso la proprietà terriera in lotti troppo piccoli.

Ai fattori strutturali si accompagnarono quei fattori nelle Regioni del triangolo industriale.

Le ripercussioni sociali

Il 18 gennaio 1954, nelle battute iniziali del miracolo economico, il ministro dell’economia Ezio Vanoni predispose un piano per lo sviluppo economico controllato che, negli intenti del Governo, avrebbe dovuto programmare il superamento dei maggiori squilibri sociali e geografici (il crollo dell’agricoltura, la profonda differenza di sviluppo tra Nord e Sud); ma questo piano non portò ad alcun risultato.

Le indicazioni che vi erano contenute in materia di sviluppo e di incremento del reddito e dell’occupazione, si basavano su una previsione fortemente sottostimata sul ruolo che avrebbe dovuto giocare il progresso tecnologico e l’incremento della produttività del lavoro che ne sarebbe derivato.

Quelle previsioni furono, quindi, travolte da un processo d’espansione, ben lungi da quel ristagno che il piano Vanoni inopinatamente metteva nel conto delle previsioni. Proprio perché non previsto, e per mancanza di un incanalamento regolato della crescita, il processo di espansione portò con sé gravi squilibri sul piano sociale.

Il risultato finale fu quello di portare il «boom economico» a realizzarsi secondo una logica tutta sua, a rispondere direttamente al libero gioco delle forze del mercato e a dar luogo a profondi scompensi. Il primo di questi fu la cosiddetta distorsione dei consumi. Una crescita orientata all’esportazione determinò una spinta produttiva orientata sui beni di consumo privati, spesso su quelli di lusso, senza un corrispettivo sviluppo dei consumi pubblici.

Scuole, ospedali, case, trasporti, tutti beni di prima necessità restarono infatti parecchio indietro rispetto alla rapida crescita della produzione di beni di consumo privati. Il modello di sviluppo sottinteso al «boom» implicò dunque una corsa al benessere tutta incentrata su scelte e strategie individuali e familiari, ignorando invece le necessarie risposte pubbliche ai bisogni collettivi quotidiani.

La stratificazione sociale

Un altro dei mutamenti più rilevanti degli anni del miracolo economico fu la profonda trasformazione della struttura di classe della società italiana.

Uno degli indicatori che mostravano come l’Italia fosse entrata ormai nel novero dei paesi sviluppati, fu il rapido incremento del numero di impiegati, sia nel settore privato, che nel settore pubblico.

La categoria dei tecnici crebbe in maniera altrettanto rilevante in quegli anni. Al vertice del settore si collocavano i manager del comparto industriale, che furono i veri soggetti delle idee sulla nuova organizzazione industriale, le cui teorie avevano da tempo fatto scuola nelle Università americane. Il numero di dirigenti d’azienda che non vantavano titoli di proprietà delle realtà produttive che dirigevano aumentò sensibilmente negli anni del miracolo e, parimenti, aumentò il loro potere di condizionamento del ceto politico, soprattutto di quello che controllava direttamente o indirettamente l’industria pubblica.

Il consumismo

Ma gli anni della grande espansione furono anche teatro di straordinarie trasformazioni degli stili di vita, del linguaggio e dei costumi degli italiani.

Nessuno strumento ebbe un ruolo così rilevante nel mutamento molecolare della società quanto la televisione,che entrò nelle case degli Italiani nel 1954 dopo circa vent’anni di sperimentazioni. Progressivamente essa impose un uso passivo e familiare del tempo libero a scapito delle relazioni di carattere collettivo e socializzante che, alla lunga, avrebbe modificato profondamente i ruoli personali e gli stili di vita oltre che i modelli di comportamento, anche se sulle prime, a causa dello scarso numero di apparecchi presenti sul territorio nazionale, favorì tuttavia l’instaurazione di nuove occasioni d’incontro: celebri le folle che si radunavano nei bar ad ogni puntata del gioco a premi Lascia o raddoppia? condotto da Mike Bongiorno.

A questo si accompagnò anche un deciso aumento del tenore di vita delle famiglie italiane. Nelle case facevano la loro comparsa le prime lavatrici e frigoriferi (la cui produzione era svolta soprattutto da imprese italiane di piccole e medie dimensioni). Anche le automobili cominciavano a diffondersi sulle strade italiane con le FIAT 600 e 500, in produzione rispettivamente dal 1955 e dal 1957 e progettate ex novo da Dante Giacosa, che diede grande impulso alla produzione della casa torinese. Si costruirono anche le prime autostrade di moderna concezione, dopo quelle costruite già sotto il fascismo (come l’Autostrada dei Laghi e l’Autostrada Firenze-Mare) ed a partire dalla Milano-Napoli, l’Autostrada del Sole. Con le nuove vetture e lo sviluppo delle strade ed autostrade iniziarono inoltre le abitudini delle vacanze estive ed invernali, sulle spiagge e sulle montagne, con i primi relativi ingorghi e l’aumento vertiginoso di incidenti stradali.

Cinema e letteratura

Anche la letteratura e il cinema si occuparono ampiamente del boom economico che fu ripreso e trattato in molti libri e film.
Significativi di questo periodo sono, ad esempio, lo scrittore Luciano Bianciardi ed i film La dolce vita ed Il sorpasso.

Libro: “Anni di novità e di grandi cose. Il boom economico fra tradizione e cambiamento” di Patrizia Gabrielli

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta l’Italia si trasforma da paese agricolo a paese industriale. Fenomeno che altera i tradizionali schemi mentali delle italiane e degli italiani che, nel volgere di qualche anno, vedono profondamente mutate le proprie vite, dagli spazi che abitano agli alimenti che mangiano, dai mezzi di trasporto che utilizzano fino alla musica che ascoltano e agli abiti che indossano. Proprio l’ampiezza e la profondità del cambiamento sollecitano il racconto. Davanti alla pagina bianca di un quaderno o di un foglio, armati di biro o di macchina per scrivere, gli autori dei diari qui presentati hanno spostato lo sguardo sul passato e riattivato ricordi, immagini, sentimenti. Patrizia Gabrielli, attingendo ad una copiosa bibliografia e alle fonti a stampa, si dispone all’ascolto di queste voci, le inquadra nello scenario politico e sociale di quella fase e, ponendo l’accento sulle differenze di genere, intesse un racconto corale dal quale emergono oltre alla soddisfazione per il nuovo benessere raggiunto – la consapevolezza degli squilibri e delle disfunzioni di quel momento storico e i cambiamenti esistenziali che investono prepotentemente le nuove generazioni. Entusiasmi, illusioni e disincanti sono parte integrante, l’anima diremmo, delle storie narrate dai tanti protagonisti di quella stagione, che donano un quadro di grande interesse su uno dei decenni più significativi della storia italiana recente.

Libro “L’ Italia del miracolo economico” di Valerio Castronovo

Dalla fine degli anni Cinquanta, l’Italia inizia una corsa vorticosa che cambierà composizione sociale, sistema economico, equilibri politici. Una prima ventata di benessere dopo l’orrore e la miseria della guerra. La popolazione si rimescola, cambiano lo stile di vita, il costume, i bisogni e anche i desideri. Un processo di sviluppo eccezionale non solo per l’espansione della grande industria, la comparsa di tante piccole imprese, il rilancio dell’agricoltura, il potenziamento delle infrastrutture (fra cui l’inaugurazione del primo tratto dell’Autostrada del Sole) e la crescente attività di banche e casse di risparmio a sostegno degli investimenti. Ma anche perché la ‘liretta’ giunge a essere premiata nel 1959 come la moneta più salda dell’Occidente e l’economia italiana supera l’esame di maturità imposto dal suo ingresso nel Mercato comune europeo. Eppure persistono gli squilibri fra nord e sud, non si interviene sull’evasione fiscale, il lavoro nero, la speculazione edilizia e certa cultura tradizionale non demorde. L’Italia di quegli anni è un paese in bilico fra il vecchio e il nuovo, una società in parte provinciale e codina, in parte alla rincorsa di tutto ciò che sa di moderno anche nei suoi aspetti più superficiali ed eclatanti.

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