Consiglio di vedere la puntata di PresaDiretta del 9 ottobre 2011, intitolataTerra e cibo, anche se vederla può fare un po’ male al cuore. Si parla di molte questioni legate al settore agroalimentare nel nostro Paese. L’Italia vanta prodotti di eccellenza a livello internazionale, tuttavia il Made in Italy non viene minimamente tutelato dalla nostra classe politica, tanto che per ogni prodotto italiano ce ne sono almeno tre o quattro che vengono prodotti interamente all’estero ma che traggono un prezioso vantaggio tramite l’uso di prestigiosi nomi e marchi italiani, riportando sulle etichette delle confezioni parole italiane (si parla appunto di “italian sounding”), come ad esempio “Macaroni”, “Bolognese” o “Parmesan”.

http://www.italiaatavola.net/articoli.asp?cod=13429

Agropirateria danneggia il made in Italy: “Business” da 3 milioni al giorno

Oltre tre milioni di euro al giorno. Questa la cifra che registra il business della contraffazione alimentare nel nostro Paese, che nello scorso anno ha raggiunto un fatturato che supera 1,1 miliardi di euro. Lo sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori per la quale il fenomeno supera gli stessi confini nazionali. Basti pensare che ogni anno l’agricoltura italiana perde oltre 3 miliardi di euro a causa del crescente assalto dell’agropirateria sui mercati internazionali. Dai prosciutti all’olio di oliva, dai formaggi ai vini, dai salumi agli ortofrutticoli è un continuo di “falsi” e di “tarocchi” che rischiano di provocare danni rilevanti soprattutto alle nostre Dop, Igp e Stg, che rappresentano la punta di diamante del “made in Italy” nel mondo.

Il fenomeno dell’agropirateria sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Ormai non c’è più da stupirsi nel ritrovare, anche attraverso Internet, il Prosciutto di Parma, il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano prodotti in Argentina, in Australia o, addirittura, in Cina.

Per comprendere la gravità del problema delle imitazioni, la Cia mette in risalto che durante il 2008 sono fortemente aumentati i casi di sequestri di prodotti Dop e Igp contraffatti o falsificati effettuati alle dogane dei Paesi dell’Unione europea. Importazioni “taroccate”, come formaggi, vini, mele, salumi, che provenivano dai Paesi più disparati: Cina, Brasile, Australia, Sudafrica, Argentina, Canada.

Fenomeno che viene evidenziato anche nell’ultimo rapporto del Censis nel quale si afferma che in Europa, lo scorso anno, sono stati sequestrati 2,4 milioni di prodotti alimentari contraffatti, pari all’1,4% del totale dei prodotti sequestrati, con un aumento del 26% rispetto al 2007. E gli “agropirati” si camuffano dietro le sigle più strane e singolari. Si va dal Parmesao (Brasile) al Regianito (Argentina), al Parma Ham (Usa), al Daniele Prosciutto & company (Usa), dall’Asiago del Wisconsin (Usa) alla Mozzarella Company di Dallas (Usa), dalla Tinboonzola (Australia), alla Cambozola (Germania, Austria e Belgio), al Danish Grana (Usa).

Siamo in presenza -afferma la Cia- di un business di 52,6 miliardi di euro, praticamente poco meno della metà del fatturato agroalimentare italiano. Basti pensare che solo negli Stati Uniti il giro d’affari relativo alle imitazioni dei formaggi italiani supera abbondantemente i 2 miliardi di dollari. E il danno, purtroppo, è destinato a crescere, visto che a livello mondiale ancora non esiste una vera difesa dei nostri Dop, Igp e Stg, che comprendono formaggi, oli d’oliva, salumi, prosciutti e ortofrutticoli.

Una difesa che non significa soltanto la tutela di un patrimonio culturale, dell’immagine stessa dell’Italia, ma anche la valorizzazione di un settore economico che ha un fatturato al consumo di 8,851 miliardi di euro ed un export di 1,844 miliardi di euro. Prodotti che, inoltre, danno lavoro, tra attività dirette e indotto, a più di 300mila persone e che rappresentano una risorsa insostituibile per l’economia locale, in particolare per alcune zone marginali di montagna e di collina che, altrimenti, non avrebbero molte altre possibilità di sviluppo.

Insomma, l’Italia, subito dopo la Francia, è la più colpita dalla contraffazione, dall’agropirateria, dai “falsi d’autore” dell’alimentazione. Nel nostro Paese si realizza più del 21% dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini Doc, Docg e Igt e gli oltre 4mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale. Una lunghissima lista di prodotti che ogni giorno, pero’, rischia il “taroccamento”.

La situazione è, quindi, di estrema gravità: ci troviamo davanti ad un immenso supermarket del “falso”, dell'”agro-scorretto”, del “bidone alimentare”. Il più “copiato” tra i prodotti Dop e Igp è il Parmigiano Reggiano. Ad esso appartiene il primato delle imitazioni. Il suo “tarocco” lo troviamo in Argentina, in Brasile, in Giappone, ma anche in Germania e nel Regno Unito. Seguono il Prosciutto di Parma e quello di San Daniele, il Grana Padano, la Mozzarella di bufala e l’Asiago. Una forte crescita di “falsi” si sta registrando in questi ultimi tempi anche per il Gorgonzola. E cosi’ lo troviamo sotto il nome di Tinboonzola e di Cambozola.

Ma per trovare i “falsi” Dop e Igp non c’è certo bisogno di andare all’estero. È sufficiente navigare in Internet per poter avere una vera e propria vetrina del “tarocco”. In molti siti si possono acquistare formaggi come il Parmesan o il Regianito, il Provolone e l’Asiago, prodotti nel Wisconsin (Usa), la Robiola del Canada, la Mozzarella del Texas, la Fontina “made in China”, i pomodori San Marzano coltivati in California, i fiaschi tricolore di Chianti, statunitensi e australiani, il Prosciutto di San Daniele di una ditta americana.

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Ed i nostri politici cosa stanno facendo in merito a questa questione? Non molto mi pare… non era forse la Lega Nord che voleva difendere il Made in Italy all’estero? Di cosa discutono quei vecchi parrucconi mentre all’estero ci rubano da sotto il naso il mercato, il prestigio internazionale dei nostri prodotti oltre che un fiume di denaro che porterebbe più lavoro e sviluppo in Italia e che invece va a finire all’estero?

Questa è la prima questione, un lato della medaglia. La seconda questione invece è quella che fa davvero male. Perchè nel nostro Paese succede questo: mentre le industrie agroalimentari guadagnano (e anche parecchio), chi fornisce le materie prime (agricoltori ed allevatori) viene ricattato con il pretesto che è possibile far arrivare le medesime materie prime dall’estero (ma chissà come vengono prodotte…) a prezzi molto inferiori.

Nella puntata di PresaDiretta si parla di grano, pomodori ed altri prodotti come le uve da vino, si parla di pastorizia e di quote latte. SI parla di persone che lavorano per non guadagnare NULLA, a volte costrette persino ad indebitarsi, in alcuni casi sfrattate dalla propria casa e dall’azienda di proprietà. Campi che non vale la pena di coltivare perchè il grano arriva da chissà dove, pomodorini che conviene far seccare nelle serre perchè raccoglierli non vale la pena dato il misero guadagno che ne conseguirebbe (sarebbe anche inferiore alle spese per la raccolta!), vigneti i cui frutti vengono distrutti dal loro stesso proprietario perchè la loro distruzione viene retribuita più della loro raccolta. Ma dov’è la classe politica che protegge e difende il lavoro? Dov’è il rispetto del prezioso articolo 1 della nostra Costituzione? Dove sono i sindacati che consentono questo sfruttamento e che dovrebbero garantire la tutela di questi lavoratori autonomi? Tutto ciò è davvero molto molto triste…

…questo è il riassunto della puntata di PresaDiretta sopra citata:

Coltivare la terra conviene ancora? Cosa ne è rimasto del paese rurale che eravamo?

Molto poco. Le aziende agricole italiane infatti stanno per sparire: il 30% delle imprese legate alla terra ha chiuso negli ultimi dieci anni. In Lombardia sono 10 al giorno quelle che rinunciano. Sono 685mila gli ettari che un tempo erano coltivati a grano e che ora sono incolti. 20 milioni i quintali di cereali prodotti in meno.

Siamo i primi del mondo per consumo, produzione e esportazione di pasta e mai potremmo coltivare tutto il grano che consumiamo, eppure continua a  calare la produzione e a crescere l’importazione.

Cosa arriva nei nostri piatti?  Il cibo made in Italy è ancora da considerarsi tale?  Per capire gli inviati di  “Presadiretta” sono andati nei  campi accanto agli agricoltori durante la  mietitura e mentre era in corso la raccolta del pomodoro.

Le telecamere hanno anche seguito la protesta dei pastori sardi, e sono entrate nelle stalle per capire le ragioni e i torti dell’annosa questione delle quote latte.

L.D.

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Aggiornamento del 6 dicembre 2012:

Ecco qui un esempio tra tanti:

http://www.ilfattoalimentare.it/pesto-frode-alimentare.html

Il pesto inglese venduto come italiano: dichiara olio extra vergine e Grana Padano ma contiene olio di girasole, formaggio lettone e basilico israeliano

Anissia Becerra – 26 Novembre 2012

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Aggiornamento del 3 dicembre 2013:

Il fenomeno delle truffe al Made in Italy è, come abbiamo visto, particolarmente grave nel settore agroalimentare, ma anche in molti altri settori manufatturieri, come nel caso del tessile, riusciamo a farci facilmente fregare:

http://economia.nanopress.it/fabbriche-cinesi-in-italia-le-stragi-low-cost/P113473/

Fabbriche cinesi in Italia: le stragi low cost

[…] Dietro le aziende cinesi in Italia c’è spesso un giro poco chiaro di soldi, alimentato dal connubio tra la mafia nostrana e quella cinese, che garantisce un afflusso continuo di manodopera a basso costo e illegale. Gente costretta a vivere pressata in stanze senza luce né servizi e a lavorare fino a 18-20 ore al giorno per pochi euro. Vi siete mai chiesti davvero perché i prodotti che vengono da queste aziende costino così poco? C’è un genio delle economie di scala dietro oppure semplicemente questo prezzo basso è garantito dall’assenza di regole? E non si sentano esclusi coloro che acquistano prodotti (soprattutto tessili) di marca, perché da un decennio almeno il cartellino “made in Italy” nasconde manodopera cinese barricata in scantinati fatiscenti. Una vera e propria fiumana di carne da macello pronta per essere sacrificata nella prossima strage low cost.

Il potere che dovrebbe controllare trova più facile fingere di non sapere perché le aziende cinesi, anche quelle fuori da ogni regola, portano comunque soldi in circolo nel sistema economico. La miopia del politico sta nel guardare a breve termine senza ammettere le conseguenze pessime a lungo termine: evasione fiscale, infrazioni del copyright, lavoro nero, nessun contributo, lavoratori illegali. Tutto questo porta il profitto nelle mani di pochi, lasciando tutti gli altri a bocca asciutta. E chi paga per questi poveracci che non possono neanche andare dal medico? Quando tutto va bene (nel senso di quando non vengono fatti sparire) pagano gli italiani, intesi come contribuenti di qualsiasi razza e religione. Chi paga le tasse finanzia la sanità pubblica, che dovrà occuparsi anche dei lavoratori senza alcuna garanzia sanitaria. Soldi che dovrebbero essere spesi dall’azienda e che invece finiscono spesso in mazzette.

Senza contare il contraccolpo sull’economia reale: dicevamo che molte aziende cinesi comunque mettono in moto il mercato, perché producono a basso costo e vendono a prezzi stracciati. Non riuscite a leggere il rovescio della medaglia? Il mercato invaso di prodotti di scarso valore, preferiti comunque dai consumatori con le tasche vuote. Il che mette in crisi le aziende italiane o straniere (che lavorano in Italia) oneste, quelle che trattano i lavoratori come risorsa e non come carne da macello, quelle che pagano le tasse e che sono in regola anche con la sicurezza. Se dei cinesi i governi fingono di non sapere, di questi imprenditori onesti si occupano eccome, tassando le buste paga e portando le imposte d’impresa quasi al 60%. Il modo perfetto per alimentare ulteriormente la concorrenza sleale.

C’è un dato surreale in tutto questo: pare che in Cina molti imprenditori stiano decidendo di esternalizzare in altri luoghi (Taiwan, India o Africa) perché i lavoratori cinesi iniziano a pretendere troppo in termini di sicurezza e stipendio, oltre a essere meno produttivi. Aggiungiamo che l’Europa è uno dei territori di conquista prediletti dalla potenza economica asiatica, l’Italia in primis per le sue eccellenze che fanno gola a molti. Ne viene fuori un quadro tetro. Certo, chiudere le porte agli investitori asiatici sarebbe un suicidio per la nostra economia, ma non è neanche ammissibile che, nel 2013, si debba assistere a scene come quelle di Prato. Se i cinesi vogliono fare affari in Italia, ben vengano, ma c’è bisogno di regole e, soprattutto, c’è bisogno che chi di dovere faccia rispettare queste stesse regole. Distogliere lo sguardo non è più possibile, per il bene dei poveri lavoratori e di tutti noi. Solo così il nostro Paese potrà dirsi davvero civile ed evitare di trasformarsi in colonia.

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