Per quanto riguarda la ricerca, vorrei dire che può essere molto importante, a questo proposito, l’apporto delle sedi universitarie distaccate: il loro ruolo, infatti, non è tanto quello di rendere l’università più comoda ad un numero ridotto di studenti che abitano lontano dalla sede principale, quanto piuttosto quello di fare ricerca, una ricerca che sia quanto più possibile vicina alle esigenze del territorio e alle sue realtà produttive. In questo modo la ricerca applicata potrebbe dare un grande contributo all’economia di un territorio.

L.D.

 

Alla ricerca del bene comune

Articolo di Salvatore Settis, “Il Sole 24 Ore” 16 ottobre 2011

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Il ruolo della ricerca nel tempo presente deve necessariamente essere valutato rispetto agli orizzonti di una crisi economica mondiale, da cui l’Italia si è troppo a lungo illusa di poter essere immune, troppo tardi accorgendosi di essere uno degli anelli più fragili del sistema. Come, dunque, è giusto affrontare il problemi dell’università e della ricerca ai tempi della crisi economica globale? Farò qualche esempio.
In un discorso alla National Academy of Sciences del 27 aprile 2009, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha pronunciato parole esemplari: «In un momento difficile come il presente, c’è chi dice che non possiamo permetterci di investire nella ricerca, che sostenere la scienza è un lusso in una fase in cui bisogna dare priorità a ciò che è assolutamente necessario. Sono di opinione opposta. Oggi la ricerca è più essenziale che mai alla nostra prosperità, sicurezza, salute, ambiente, qualità della vita. […] Per reagire alla crisi, oggi è il momento giusto per investire molto più di quanto si sia mai fatto nella ricerca applicata e nella ricerca di base, anche se in qualche caso i risultati si potranno vedere solo fra dieci anni o più: […] i finanziamenti pubblici sono essenziali proprio dove i privati non osano rischiare. All’alto rischio corrispondono infatti alti benefici per la nostra economia e la nostra società». In questo contesto, l’America di Obama ha accresciuto i finanziamenti in università e ricerca fino al tre per cento del Pil; ha raddoppiato il bilancio di agenzie di ricerca come la National Science Foundation; ha triplicato il numero delle borse post-dottorali; ha accresciuto i benefici fiscali alle imprese impegnate nella ricerca; ha introdotto stimoli per l’innovazione in materia energetica.
Allo stesso principio si è ispirata in Germania la Exzellenzinitiative lanciata tre anni fa dal cancelliere Merkel, che ha incrementato i fondi per la ricerca di dieci miliardi di euro distribuiti in cinque anni (il 2011 è il terzo anno del piano).
Un terzo e ultimo esempio: una visione sostanzialmente identica ha ispirato in Francia il discorso del ministro della ricerca, Valérie Pécresse, che il 1° giugno 2010 ha annunciato un nuovo programma di investimenti in ricerca di 21,9 miliardi di euro nel quinquennio.
Non sto parlando di “piani quinquennali” promossi da governi sovietici del tempo che fu, bensì di lungimiranti progetti di governi di centro-destra oggi alla guida di grandi Paesi europei che giocano oggi nel mondo un ruolo determinante. Non ho bisogno di sottolineare che la politica seguita dal nostro Paese è esattamente opposta a questa: […] «sottrazioni del 7,48 per cento in termini nominali rispetto al 2009», a cui andrà a sommarsi «un ulteriore decremento del 5,53 per cento nel 2012, che comporterà il blocco di alcuni fondamentali servizi strategici forniti dalle Università italiane, con danni incalcolabili per l’utenza studentesca, per l’offerta di istruzione pubblica, per la ricerca e lo sviluppo in Italia».
In due modi opposti, dunque, è possibile reagire alla crisi: in America, in Germania e in Francia incrementando gli investimenti in educazione, università e ricerca in quanto producono innovazione, generano occupazione, creano nuovi canali di sviluppo e dunque consentono di superare la crisi; in Italia, tagliando in nome della crisi le già scarse risorse.
Il debito pubblico italiano, certo, è assai più massiccio che negli altri Paesi, e lo stiamo scoprendo in questi drammatici mesi sotto la pressione della Banca centrale europea e dell’opinione pubblica internazionale.
Ma l’Italia supera ogni altro Paese in un’enorme risorsa economica, non sfruttata e anzi generalmente rimossa dalla pubblica attenzione. […] due esperti dell’Università Bocconi, luogo di eccellenza in Italia negli studi e nella formazione in Economia: un ex rettore, Angelo Provasoli, e l’attuale rettore Guido Tabellini. […] basandosi su dati dell’agenzia delle Entrate – valutano in almeno 100 miliardi di euro l’ammontare delle tasse che gli italiani non pagano ogni anno; una cifra che dati più recenti hanno già corretto al rialzo, portandola a 120 miliardi di euro l’anno, oltre il 60 per cento dell’intero gettito Irpef. Il record mondiale nell’evasione fiscale è una costante del nostro Paese, sotto governi di qualsiasi colore, con differenze non poi tanto rilevanti fra centro-destra e centro-sinistra, […] «la prima questione da affrontare per il governo oggi è l’evasione fiscale» […].
Il mio secondo punto è l’impegno civile di chi si dedica alla ricerca attiva. […] Sembra oggi tramontata, o almeno eclissata, la figura dell'”intellettuale impegnato” che per decenni fu centrale in Italia […] Quel che a me preme è una dimensione molto più alta, molto più forte: il diritto di parola non dell’intellettuale, bensì del cittadino. Nel massimo rispetto di chi fa politica per mestiere, non dobbiamo dimenticare che “politica” è, per etimologia ma anche per le ragioni della storia e dell’etica, prima di tutto un libero discorso da cittadino a cittadino; un discorso sulla polis, dentro la comunità dei cittadini e a suo beneficio. “Bene comune” vuol dire coltivare una visione lungimirante della società, vuol dire investire sui diritti delle generazioni future, vuol dire costruire politiche incentrate sull’utilità sociale, vuol dire prioritaria attenzione ai giovani, alla loro formazione e alle loro necessità. Riconoscere la priorità del bene comune vuol dire subordinare ad esso ogni interesse del singolo, quando col bene comune sia in contrasto. Su questa visione si imperniò il grande (e irrealizzato) progetto della Costituzione del 1948 per un’Italia giusta, libera e democratica. In tal senso, ed è questa la conclusione a cui mi premeva giungere, chi fa ricerca non è un cittadino “speciale”, non deve sentirsi né più savio né più autorevole degli altri cittadini. Deve però saper parlare da cittadino ai cittadini […]
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http://www.scienzainrete.it/documenti/grafici/spesa-ricerca-e-sviluppo-del-pil

Spesa in ricerca e sviluppo (% del PIL)

Dal 1981 al 2007 c’è stata una profonda ristrutturazione geopolitica della R&S. In particolare la percentuale del PIL investita in ricerca e sviluppo e aumentata di molto in Cina e India. Nel 1995 la Cina si poneva tra gli ultimo posti per quanto riguarda questo indicatore; nel 2007 si trova a ridosso della media europea.

Inverso il cammino compiuto dall’Italia nello stesso periodo di tempo: superata non solo dalla Cina ma anche dalla Spagna, l’Italia si è progressivamente allontana dalla media europea della percentuale di investimenti nel comparto R&S in rapporto al PIL.

Autore: Elaborazione dati Scienza in rete

Fonte:  OECD Factbook 2009: Economic, Environmental and Social Statistics

Intervallo dati:  1 Gennaio, 1981 – 31 Dicembre, 2006

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http://noi-italia.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1[id_pagina]=66&cHash=57971b1e1faebb9a9c6fccc8173be704

Spesa per ricerca e sviluppo

Troppo lento il recupero sulla media Ue

UNO SGUARDO D’INSIEME

Il conseguimento di un adeguato rapporto tra spesa per ricerca e sviluppo (R&S) e Pil è uno dei cinque obiettivi cardine stabiliti nell’ambito della strategia “Europa 2020”, definita dalla Commissione europea nel marzo 2010, per accrescere i livelli di produttività, di occupazione e di benessere sociale, anche attraverso l’economia della conoscenza. In tale prospettiva, particolare risalto viene dato alla necessità di incentivare l’investimento privato in R&S. L’Italia, con un valore dell’indicatore pari all’1,23 per cento (anno 2008), appare distante dai paesi europei più avanzati, ma non lontana dall’obiettivo fissato a livello nazionale per il 2020 (1,53 per cento). Considerando che nel 2001 tale rapporto era dell’1,09 per cento, la capacità di crescita appare però limitata in assenza di un forte rilancio delle politiche della ricerca. D’altronde, la debolezza italiana si conferma anche nel settore privato con un rapporto tra spesa in R&S delle imprese e Pil pari a 0,65 per cento, al di sotto della media europea (1,21 per cento).

La spesa della R&S nell’Ue27 assorbe l’1,90 per cento del Pil (anno 2008), rimanendo sensibilmente inferiore a quella degli Stati Uniti (2,76 per cento) e del Giappone (3,44 per cento nel 2007).  […] Tra le principali economie dell’Unione, l’Italia, insieme alla Spagna, è quella in posizione peggiore.

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Un Paese che esilia i giovani talenti distrugge il suo futuro

di Salvatore Settis – 21 ottobre 2008

[…] Ci sono ideologie, regimi, situazioni che rigettano gli intellettuali, la ricerca, il pensiero creativo (il caso meglio noto è quello della Germania nazista, ma anche l’Italia fascista fece la sua parte, con intellettuali ebrei e non). Non meno massiccia di quelle è l’emigrazione forzata di giovani talenti dalla prospera e smemorata Italia degli ultimi vent’anni: secondo l’Istituto di ricerca economica di Berlino (febbraio 2008), da anni il nostro Paese esporta migliaia di ricercatori e per ogni dieci che se ne vanno meno di uno viene, o torna, dall’estero. Ma in nome di che cosa i Governi italiani, in ammirevole sintonia bipartisan, s’industriano a favorire la diaspora dei migliori giovani dal Paese? Dietro questa ostinazione c’è un’ideologia, un progetto? C’è un’idea dell’Italia, del suo futuro?

I risultati del Consiglio europeo delle ricerche (Erc) sono un’allarmante cartina al tornasole. Erc è la nuova agenzia di ricerca dell’Unione Europea, che per distribuire i suoi 7,5 miliardi ha adottato una metodologia interamente basata sul talento degli studiosi e sul merito delle loro idee. Il primo bando, riservato ai ricercatori più giovani (con un tetto di 2,5 milioni a persona), si è chiuso qualche mese fa; il secondo, per gli studiosi più avanti in carriera (con un tetto di 3,5 milioni) si è chiuso in questi giorni.

Quali i risultati italiani? Sia negli starting grants per i più giovani che negli advanced grants, l’Italia è stata prima per numero delle domande (1.760 su 9.167 nel primo caso (19,2%), 327 su 2.167 nel secondo (15%): sicuro indicatore che il Paese abbonda di ricercatori di ogni età, ma anche che essi disperano di trovare in patria i finanziamenti necessari.

Ma quante domande hanno avuto successo? Negli starting grants, i vincitori italiani sono 35, al secondo posto dopo la Germania, precedendo Gran Bretagna, Francia e Spagna; è dunque chiaro che l’Italia ha offerto a questi studiosi (età media: 35 anni) adeguata formazione e ambiente di ricerca. Se però si guarda alle sedi di lavoro scelte dai vincitori, l’Italia precipita al quinto posto. Dei 35 vincitori italiani, solo 23 resteranno in patria, gli altri (coi loro fondi europei) preferiscono altri Paesi con migliori strutture di ricerca; e dall’estero in Italia arrivano solo due polacchi e un norvegese. Al contrario, in Gran Bretagna restano 24 vincitori su 29, ma se ne aggiungono 35 da altri Paesi (6 dall’Italia); in Francia restano 26 vincitori su 32, ma ne arrivano altri 12 (2 dall’Italia). Negli advanced grants, i risultati italiani sono ancor più preoccupanti. Prima come numero di domande, l’Italia è al quarto posto per il successo (23 vincitori), dietro Gran Bretagna (45), Germania (32) Francia (30). Ma dei 23 vincitori italiani, ben 6 portano il proprio grant in altri Paesi, contro un solo non-italiano (un inglese) che ha scelto una sede italiana (Pisa). Al contrario, negli altri Paesi il rapporto fra “uscite” ed “entrate” di vincitori dei grants è molto più favorevole: il saldo netto (contro il totale di 18 grants da spendersi in Italia) è di 56 in Gran Bretagna, 32 in Francia, 26 in Svizzera.

Per attrattività l’Italia è dunque all’ultimo posto, anzi sostanzialmente assente. In compenso, il Paese svetta in cima a tutte le classifiche per numero di studiosi che hanno deciso di trasferirsi altrove coi loro cospicui fondi europei. Il bilancio è disastroso: prima per numero di domande (cioè per potenzialità), l’Italia è ultima in Europa per capacità di attrarre studiosi da fuori, ma anche di trattenere i propri cittadini.

In nome di che cosa maggioranza e opposizione, ministri e deputati assistono passivamente a questa emorragia di forze intellettuali? Nessuno potrà credere sul serio che alla base vi sia un calcolo economico. È evidente che formare nuove generazioni di ricercatori per poi “regalare” i migliori ad altri Paesi non è un buon investimento. Eppure, nella strettoia che l’università italiana sta attraversando questi dati non sembrano avere alcun peso, quasi per corale cecità di un Paese determinato a indietreggiare. I severi tagli della legge 133/2008 incideranno seriamente sul futuro dell’università. Sarebbe ingiusto non riconoscere le gravi difficoltà economiche del momento, come lo sarebbe non ammettere i troppi casi di cattiva amministrazione delle risorse da parte degli Atenei.

Il paradosso è che i finanziamenti per università e ricerca in Italia sono da troppi anni strutturalmente insufficienti (meno di un terzo dell’obiettivo fissato dall’agenda di Lisbona) ma al tempo stesso le scarse risorse vengono spesso sprecate o mal spese. […]

Crescerà il saldo negativo nel rapporto fra brain drain e brain gain; per giunta, in un Paese che compensa il crescente deficit demografico con l’immigrazione (ormai oltre il 5% dei residenti), la bassissima percentuale d’immigrazione intellettuale (inferiore allo 0,1%) trascina verso il basso il livello culturale medio. […]

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http://www3.lastampa.it/scuola/sezioni/news/articolo/lstp/465961/

Un miliardo in fuga con i cervelli

20/08/2012 – FLAVIA AMABILE

Al di là delle questioni di orgoglio nazionale e anche di un certo romanticismo, la fuga dei cervelli è un costo. Anzi, di più: una perdita netta ogni anno di più di un miliardo di euro, vale a dire il capitale generato dai 243 brevetti che i nostri migliori 50 cervelli depositano all’estero. Un valore che, considerato nei prossimi venti anni, potrebbe arrivare anche a quota tre miliardi, come risulta da uno studio dell’Istituto per la Competitività (I-Com) presentato alla fine dello scorso anno dalla fondazione Lilly.

[…] E fossero solo i cervelli a fuggire. Anche gli studenti italiani sembrano sempre meno interessati a studiare. Le matricole sono in forte calo, diminuite del 15% negli ultimi otto anni, secondo Almalaurea, con tassi di abbandono, nel primo anno di università, del 23% e del 30%, considerando anche il secondo anno.

Di fronte a queste cifre, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo sta agendo su diversi fronti. Per la prima volta da quest’anno i bandi di concorso sono più chiari e semplici, in italiano e in inglese, con maggiore apertura, in modo che possano partecipare anche persone che non appartengono al solito circuito universitario un po’ autoreferenziale fatto di assistenti dei prof ordinari. Il calendario dei bandi sarà programmato come accade all’estero in modo da dare la possibilità a chi vuole partecipare di avere tempi certi su cui basare le proprie scelte. Nelle università si insegnerà sempre di più in inglese. Dal 2014 al Politecnico di Milano l’inglese sarà addirittura l’unica lingua […]

Per semplificare ancora di più le procedure, è stato da poco inaugurato un portale, Universitaly, in collaborazione con Crui, Cineca e tutti gli atenei italiani, per fornire informazioni sui corsi universitari, accademie, conservatori e istruzione tecnica superiore. E’ disponibile anche in inglese per attirare studenti stranieri e consultabile anche attraverso i social network. […]

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Una testimonianza:

http://www.corriere.it/cronache/09_giugno_29/ricerca_clementi_e10bae7e-646a-11de-91da-00144f02aabc.shtml

Cervelli in fuga – Rita Clementi, 47 anni, 3 figli: sistema antimeritocratico

«Scappo. Qui la ricerca è malata»

Lettera della precaria che scoprì i geni del linfoma

Una laurea in Medicina, due spe­cializzazioni, anni di contratti a termine: borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di geneti­ca dell’Università di Pavia. Rita Cle­menti ( foto a sinistra), 47 anni, la ricercatrice che ha scoperto l’origi­ne genetica di alcune forme di lin­foma maligno, in questa lettera in­dirizzata al presidente della Re­pubblica Napolitano racconta la sofferta decisione di lasciare l’Ita­lia. Da mercoledì 1˚luglio lavorerà come ricercatrice in un importan­te centro medico di Boston.

Caro presidente Napolitano,

chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che…

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza… Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi – 29 giugno 2009

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Aggiornamento dell’11 dicembre 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/precari-delluniversita/dicembre-2014

I precari a vita dell’università

[…] L’indagine mostra come nelle università statali il 60% dei lavoratori (professori ordinari, professori associati, ricercatori) abbia un contratto stabile, a tempo indeterminato. Si tratta di oltre 50.000, tra docenti e ricercatori.
Di conseguenza il numero di precari (assegnisti, borsisti, lettori, co.co.co e co.co.pro) è pari al 40% del personale totale. Si tratta di circa 34.379 persone, la gran parte delle quali (20.295, pari al 59% del totale precari) è titolare di un assegno di ricerca. Altri 4.597 (13% del totale precari) lavorano con una borsa di studio e di ricerca per laureati.
Ci sono, ancora, 7.064 titolari di contratto di prestazione autonoma (21% dei precari) e infine 2.423 titolari di un contratto a tempo indeterminato (7% dei precari). L’età media del personale non permanente è di 35 anni. Uno su 5 ha più di quarantenni e 2 su 5 hanno più di 37 anni […]

A questi vanno aggiunti i giovani e i meno giovani dottorandi, ovvero coloro che, in possesso di una laurea, studiano e insieme insegnano e fanno ricerca per acquisire il PhD. Alla fine del 2013 se ne contavano 33.895. Per cui un quadro più completo di chi lavora, a vario titolo, nelle università pubbliche è quello rappresentato in Figura 4:

I dottorandi non sono, in senso stretto, precari. Sono ancora in una fase di studio. Tuttavia occorre tenerne conto, perché svolgono un’attività non solo di studio, ma anche di lavoro. E tenendone conto, si vede come la percentuale dei lavoratori permanenti nell’universo dei prestatori d’opera nelle università pubbliche scende al 43% e, di conseguenza, la percentuale di chi ha una posizione non permanente (precari in senso stretto e dottorandi) sale al 57% e diventa maggioritaria.
In realtà non è finita. Perché bisogna tener conto dei docenti a contratto. Difficile fare un conto di quanti siano, sappiamo però quante sono le docenze a contratto (una singola persona può avere più di un contratto anche in diverse università). La Figura 5 ci fornisce un quadro complessivo non tanto delle persone, quanto delle funzioni nelle università statali. E dimostra che i due terzi (il 65%, per la precisione) di questa funzioni è da attribuirsi a personale non permanente.

[…] Un buon riassunto di tutto quanto detto è contenuto nella Figura 6. Dove risulta evidente la diminuzione delle posizioni permanenti e il netto incremento delle posizioni precarie. […] Infine le remunerazioni. In Figura 7 sono riportate le remunerazioni medie del personale con contratto a termine. C’è una differenza di genere: gli uomini guadagnano in media più delle donne. […]

Questi numeri riguardano i lavoratori della conoscenza più qualificati che abbiamo in Italia. Nel loro insieme le statistiche illustrate ci forniscono una buona base per capire verso quale università (e quale società) stiamo andando e per (ri)avviare una riflessione su quale università (e su quale società) vorremmo nell’era della conoscenza.

Pietro Greco – 9 dicembre 2014

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