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• Chi siamo: La Repubblica degli Stagisti è una testata giornalistica online nata per approfondire la tematica dello stage in Italia e dare voce agli stagisti.

Il libro

Ci sono quattrocentomila stagisti ogni anno in Italia. Forse addirittura mezzo milione – il numero cresce anno dopo anno con percentuali a due cifre. Vanno in stage in multinazionali e microimprese, ditte private ed enti pubblici. Spesso a titolo gratuito, senza percepire nemmeno un rimborso spese, sperando che lo stage sia una porta d’ingresso per entrare mondo del lavoro. Speranza troppo spesso frustrata, considerando che oggi come oggi meno di un tirocinio su dieci si trasforma in un contratto.
L’Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro, come dice la Costituzione. Ormai è fondata sullo stage, diventato un passaggio obbligato per giovani e meno giovani in cerca di occupazione. E un modo in cui aziende senza scrupoli riescono a risparmiare sul costo del personale, arruolando tirocinanti anziché dipendenti, levandosi la seccatura di dover pagare stipendi e contributi.
Per accendere una luce su questa situazione la giornalista Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti,  ha scritto un libro: «La Repubblica degli Stagisti», appunto, sottotitolo: «Come non farsi sfruttare», pubblicato dalla casa editrice Laterza e nelle librerie da luglio. Un viaggio nell’universo stage alla ricerca dei riferimenti normativi, delle storie di stage vissuto, dei trucchi per scegliere bene stando alla larga dalle truffe e dalle fregature. Crossover tra saggio, inchiesta giornalistica e guida, il libro offre una panoramica su tutto quel che c’è da sapere sullo stage, raccogliendo anche le voci di tanti stagisti ed ex stagisti che raccontano la loro storia.
Si incontrano così Olimpia, emigrata in Olanda per sfuggire all’ennesimo stage; la psicologa Martina, arruolata in un’agenzia di selezione del personale e trasformata in tutor della stagista successiva; Giulio, laureando in Biotecnologie mediche che dopo un anno di stage si sente proporre (e rifiuta) una proroga di altri cinque mesi… I protagonisti di questo libro sono sparsi per l’Italia, perché lo stage si fa dappertutto e dappertutto si annidano gli abusi. E non sono solo stagisti, ma anche praticanti: perché il praticantato, al pari dello stage, è un guado che migliaia di giovani ogni anno devono attraversare per poter cominciare a svolgere alcune professioni (avvocato, commercialista, giornalista…), e spesso ne escono con le ossa ammaccate e il morale a terra.
Ma ci sono anche le storie felici, i casi positivi ed esemplari, i programmi di stage seri e utili, che aumentano davvero le competenze e traghettano nel mondo del lavoro. A questa parte positiva è dedicata un’ampia parte del libro, affinché i giovani non perdano la speranza e abbiano in mano gli strumenti necessari a poter agire in prima persona per determinare il proprio futuro.
Il libro è destinato in primis agli stagisti presenti e futuri ma anche dalle loro mamme, papà e zii che vogliano regalare una bussola con cui orientarsi nel mare magnum del mercato del lavoro italiano.

Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:
– Rapporto Excelsior 2009: sempre più stagisti nelle imprese italiane, sempre meno assunzioni dopo lo stage
– La carica dei centomila studenti stagisti: i nuovi dati di Almalaurea sui tirocini svolti durante l’università
– Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici italiani? Nessuno lo sa. L’appello della Repubblica degli Stagisti a Brunetta: ministro, ce lo può dire?

 

Vedi anche il nostro articolo “Generazione mille euro“.

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http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/l-italia-degli-stagisti-seriali-e-non-serve-a-trovare-lavoro/3791660

L’Italia degli stagisti seriali
“E non serve a trovare lavoro”

Il 19 per cento dei giovani ha fatto almeno tre stage e qualcuno ne ha anche più di cinque nel curriculum. Molti lo fanno trasferendosi in un’altra città o facendo i pendolari. Ma alla fine sono sempre meno le occasioni in cui viene proposto un contratto di lavoro, per lo più precario. I risultati dell’indagine Isfol.

di FEDERICO PACE

Riprova, sarai più fortunato. Il messaggio con il quale si invita qualcuno a tentare di nuovo la buona sorte, sembra il crudele mantra che le imprese sussurrano, con iterazione ossessiva, alle orecchie dei giovani italiani. Tanto che siamo finiti per diventare una nazione di stagisti seriali con il 19 per cento dei giovani che si è ritrovato a farne almeno tre. A ripetere più volte quell’occasione, che dovrebbe essere unica come tutte le esperienze di scoperta, in cui ci si avvicina al mondo della aziende e ci si predispone a imparare. Spesso lasciando la propria città, da pendolare o sobbarcandosi anche i costi delle spese di soggiorno. Con poche probabilità di vedersi proposto un contratto di lavoro. Sono queste alcune delle evidenze dell’indagine realizzata dall’Isfol Orientaonline e dalla Repubblica degli Stagisti presentata oggi a Roma.

L’indagine prende in analisi il profilo di quasi tremila giovani che hanno partecipato al sondaggio online [il sondaggio si è chiuso in data 6 ottobre 2009, n.d. ItaliaCheRaglia]. Quello dello stage è una promessa di formazione, e di passaggio alla vita attiva, che delude sempre di più, aiuta poco a comprendere e capire i funzionamenti dell’azienda e raramente permette di fare quel salto così complesso verso un primo impiego. Tanto che, alla fine, solo il 21 per cento riceve un’offerta di contratto e di questi solo il 2 per cento ha la “fortuna” che sia a tempo indeterminato. Per Domenico Sugamiele, direttore generale dell’Isfol, alla luce dei risultati, “andrebbero meglio meglio regolamentati gli aspetti relativi alla durata, limitandone la frequente reiterazione” e si dovrebbe prevedere l'”attestazione delle competenze acquisite da potere inserire nel libretto formativo di ciascuno”.

Tra marketing e relazioni esterne. Dai dati dell’indagine Isfol si ricava che di stage se ne fa uso soprattutto nell’area della comunicazione, nelle risorse umane e nell’amministrazione e finanza. Ma anche nella produzione e qualità e nella ricerca e sviluppo. Pochi, pochissimi ne fanno a meno. D’altronde se si scorrono i siti di offerte di lavoro se ne trovano molti. Forse troppi. Ci sono offerte di stage nel marketing, nell’analisi di costi industriali, come disegnatore Cad 3D, come business analyst, nell’ufficio acquisti, e nell’ufficio gestione sinistri, in program management, addetto controllo di gestione, risorse umane, sistemista Linux, Uffici acquisti con Sap. Ci sono grandi società automobilistiche, imprese dell’area delle assicurazioni, società di selezione, agenzie per il lavoro, società di lavoro interinale, telecomunicazioni, società importanti italiane nell’ambito dell’ottica, grande distribuzione organizzata. Tutto il sistema italiano produttivo.

L’assenza del tutor. Il questionario sottoposto ai ragazzi era composto da una ventina di domande. Proprio l’obiettivo formativo sembra tra quelli che, in qualche modo, viene mancato. Il tutor aziendale, obbligatorio secondo i termini di legge, è un riferimento costante solo per il 49 per cento degli stagisti. Per l’altra metà non è altro che una firma sul progetto formativo o una figura poco presente.

Con la valigia in mano. Molti sono i ragazzi che lasciano la propria città anche per un’esperienza di stage. Accade infatti al 26 per cento di trasferirsi in un’altra realtà urbana e a un altro 25 per cento di scoprire la complessità della vita dei pendolari. Queste scelte, non solo mostrano come in realtà ci sia una significativa quota di chi è disposto a muoversi, ma anche come tali occasioni abbiano delle ricadute economiche che finiscono per gravare spesso sullo stagista (o sulla sua famiglia).

Per un pugno di euro. Oltre la metà degli stage non prevede alcun rimborso.
Si tratta per lo più di piccole imprese (il 41,5 per cento). Nel 14 per cento dei casi non si superano i 250 euro e in un altro 17 per cento dei casi si rimane tra i 250 e i 500 euro. Se si fissa a cinquecento euro, la soglia del “buon” rimborso spese, allora si deve dire che accade solo in un caso su sei. Sono soprattutto le grandi imprese a offrire rimborsi “corposi”, sono infatti le realtà aziendali con più di 250 dipendenti da sole a coprire il 45 per casi degli operatori che offrono oltre 750 euro al mese.

Come finisce uno stage. Per lo più le offerte di lavoro arrivano in scarsa misura. Per oltre la metà si tratta solo di un saluto, una stretta di mano, e niente più. A circa sei su dieci (il 17 per cento) accade invece di ricevere una proroga, e da qui inizia già quella specie di iterazione che deforma e degrada l’esperienza dello stage. Solo all’8 per cento viene offerto un contratto, il 6 per cento si tratta di un contratto a tempo determinato. A questi si aggiunge il 13 per cento che si vedono offrire un contratto atipico. L’area funzionale in cui il rapporto tra assunzioni e inserimenti è più elevata è quella dei servizi informativi, dove il 24,3 cento degli stagisti viene inserito con qualche tipo di contratto.

La serialità dello stagista. Ma appunto se è vero che uno stage, per lo più finisce, con una stretta di mano, è altrettanto vero che lo status di stagista non finisce quasi mai. Tanto che, come detto, solo poco meno della metà riesce a fermarsi a uno. Tutti gli altri “ricominciano” da capo. Il 32,7% ha fatto due stage, il 13% tre, il 3,9% quattro, l’1,2% cinque e lo 0,7% addirittura più di cinque. Così un ragazzo su cinque si ritrova a farne almeno tre durante quel tortuoso percorso di avvicinamento a un impiego.

Più occupati nelle grandi imprese. Se si guarda nel dettaglio i risultati delle offerte, segnalano gli autori dell’indagine, ci si accorge che sono soprattutto le piccole imprese a non dare alcun seguito agli stage. Nel 54 per cento dei casi non hanno proposto ai tirocinanti né una proroga dello stage né tantomeno un contratto di lavoro. Più bassa la percentuale, ma sempre elevata, la quota di grandi imprese (il 42 per cento) che fa lo stesso. D’altro canto sono sempre le reatà aziendali più grandi a dare più occasioni agli stagisti. Sono queste che tendono a prorogare lo stage più di quanto accada nelle piccole, e inoltre sono quelle che, quando fanno un’offerta di lavoro, propongono per lo più un contratto a tempo determinato mentre la tipologia contrattuale più utilizzata dalle piccole è la collaborazione occasionale.

Il dato viene confermato in qualche modo anche dai dati di Unioncamere. Le imprese private nel 2008 hanno ospitato 305 mila stage di cui 207 mila nei servizi. Soprattutto nell’alberghiero, nella sanità e servizi formativi privati, nei servizi avanzati alle imprese e nel commercio al dettaglio. Di questo gran mare solo il 9,4 per cento è la quota di stagisti che poi vengono assunti o vengono considerati dalle imprese “da assumere”. Meno, molto meno di quanti fossero l’anno precedente: quasi il 13 per cento. Anche in questo caso sono le grandi imprese a offrire una concreta chance di lavoro: si trasforma in un’offerta nel 20,3 per cento di tirocini in imprese con più di 500 dipendenti. Mentre è solo il 6,8 per cento nel caso di aziende con meno di dieci dipendenti.

Essenziale occasione per accedere alle pratiche del mondo del lavoro, scorciatoia per impiegare risorse a un costo irrisorio, trappola in cui si rimane ingabbiati. Gli stage in Italia sono tutto questo. Ma sempre meno l’occasione vera, nonostante il suo moltiplicarsi, per accedere a un vero impiego del lavoro. Elenora Voltolina, direttore responsabile di Repubblica degli Stagisti, ha avanzato la proposta di “istituire un database dei tirocini per renderne trasparente non solo il numero ma anche l’esito, e permettere agli aspiranti stagisti di conoscere in anticipo le condizioni e la qualità formativa dei percorsi offerti dalle aziende disponibili ad ospitare tirocinanti”.

 

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