Dal sito  www.economiareale.com

VI RAPPORTO SULL’ECONOMIA ITALIANA del Centro Studi Economia Reale (giugno 2011)

[…]

Una Premessa: il trucco trentennale dei tagli “tendenziali” che fanno sempre aumentare, anno dopo anno, la spesa pubblica.

Da circa 30 anni, in Italia, si effettuano ogni anno manovre di tagli della spesa pubblica, prima di decine e decine di migliaia di miliardi di lire e negli ultimi anni di decine e decine di miliardi di euro. Nonostante tutti quei “tagli” la spesa pubblica è passata dai 373 miliardi di euro del 1990 agli 800 miliardi  di euro del  2010, rimanendo attestata a oltre il 50% del Pil.  Nel frattempo la pressione fiscale è aumentata di sei punti di Pil (dal 38% del 1990 a quasi il 44% del Pil del 2010) ed il totale delle entrate pubbliche è aumentato di oltre cinque punti (passando dal 41,8% del 1990 all’attuale 47% del Pil). Nello stesso periodo il debito pubblico è quasi triplicato (da 663 miliardi di euro  nel  1990  agli   attuali 1.840  miliardi  di  euro), passando dal 94% a quasi il 120% del Pil ed è oggi il terzo debito pubblico del mondo. Viene allora da chiedersi, dopo decenni di tagli di spesa ed aumenti  di pressione fiscale, come mai ci troviamo con il terzo debito pubblico del Mondo? Dov’è il mistero?

Il “trucco” sta nel fatto che ogni anno si discutono e si approvano tagli di spesa che sono riferiti agli andamenti “tendenziali” degli anni successivi, senza far vedere né capire che, dopo tali tagli, la spesa degli anni successivi è comunque “maggiore” di quella dell’anno in corso! Un esempio banale ma significativo. Ipotizziamo che quest’anno spendiamo 100 euro e la spesa “tendenziale” per il prossimo anno viene stimata (senza sapere bene né da chi né come) in 130. Su questa base si propone un “taglio” di 20 euro e tutti si  confrontano e litigano su “manovre lacrime e sangue e macellerie sociali varie”. Si nasconde però il dato di fatto “oggettivo” che con quel  taglio non si  è deciso di ridurre la spesa ma, in realtà, si è deciso di “aumentare” la spesa da 100 a 110!!! Ecco allora come si spiega il Mistero: i tagli di spesa sono sempre stati “finti” in quanto riferiti a valori tendenziali che non esistono ancora nella realtà mentre gli aumenti di tasse sono sempre stati veri, anche se la loro affannosa rincorsa della spesa corrente non è riuscita completamente a contenere deficit e debito. Abbiamo sempre fatto il cane che si morde la coda e….non riesce neanche a prenderla. Un esempio più concreto riferito proprio alla valutazione dell’ultima manovra  fatta dal governo nel 2010 viene indicato nel successivo paragrafo.

[…] ammesso che con la manovra si raggiunga l’obiettivo di riduzione del deficit, ci troveremo al 2013 comunque con una spesa pubblica corrente sempre elevata (avremmo solo contenuto il suo aumento), con una spesa di investimenti pubblici fortemente ridotta e soprattutto con una pressione fiscale in aumento e sopra il 44% del Pil. Va infatti notato che se si ottengono entrate da lotta all’evasione (certamente sacrosanta) senza ridurre le tasse ai “tartassati” si tratta pur sempre e aritmeticamente di un aumento della pressione fiscale. Il Servizio Bilancio del  Senato, nella sua nota Giugno 2010 n. 30 relativa alla manovra, mostra  infatti alla tab. 2.1, l’andamento delle spese e delle entrate pubbliche “prima” e “dopo” la manovra. Nel 2012, senza manovra, il totale delle spese sarebbe stato pari a 844 miliardi di euro. Con i circa 15 miliardi di tagli di spesa della manovra tali spese si ridurrebbero a 829 miliardi. Sta di fatto però che nel 2010 il totale delle spese pubbliche ammonta a 806 miliardi di euro. Pertanto, dopo il “taglio” di spesa sul tendenziale della manovra, la spesa pubblica risulta “aumentata” rispetto all’anno precedente di 23 miliardi di euro, dovuti per circa 26 miliardi in più a spesa corrente e 3 miliardi in meno di investimenti. Di fatto quindi i 48 miliardi di tasse in più sono andati a tagliare il deficit pubblico per 25 miliardi ma per il resto sono andati a coprire aumenti ulteriori di spesa corrente, per di più con una riduzione consistente delle spese di investimento.

[…] Occorre allora chiedersi se il federalismo fiscale così come si sta attuando “aiuta a catturare   l’assassino”.  In   altri termini, se potrà essere efficace nell’intaccare il binomio “licenza di spendere senza responsabilità di tassare”. Stando a quanto si è visto fino a ora la risposta è NO! Basta considerare che con il decreto delegato sul federalismo municipale aumenta la dipendenza dei Comuni dai trasferimenti dello Stato e si costringono di   fatto gli stessi comuni ad aumentare l’imposizione a livello locale. E con il decreto sul federalismo  regionale si perpetua, soprattutto sul versante della spesa sanitaria, il meccanismo che ci ha condotto alla situazione odierna di quasi  dissesto in molte regioni. Infatti i costi “standard” che avrebbero dovuto essere il perno per l’efficienza sono stati assunti come la media dei costi “storici” del 2010, proprio questi sono i costi   che,   negli   ultimi   anni,   hanno   avuto   i   maggiori   aumenti   con   le   minori giustificazioni in termini di qualità e quantità dei servizi.

[…] proprio uno “pseudo rigore senza sviluppo” di questa seconda metà del decennio ha condotto alla mancata realizzazione delle riforme strutturali promesse su entrambi i fronti politici nel 2006 e nel 2008. Ancora una volta, il tema di fondo è: esiste una alternativa di politica economica al pensiero dominante del “rigore apparente accompagnato da sviluppo asfittico ed insoddisfacente”? La risposta è SI! È possibile avere una politica che ci da “più sviluppo a parità di deficit”. Si può salvaguardare   l’equilibrio   finanziario,  anzi  conseguire  risultati anche migliori in questa direzione, e allo stesso tempo garantire più sviluppo e più occupazione al Paese. Questo è lo scopo del presente Rapporto, cioè quello di far vedere che una politica di rigore e di sviluppo può e deve essere attuata, ovviamente incidendo sulle troppe sacche di rendita sulle quali meno di mezzo milioni di italiani prosperano scaricando tutti gli oneri sui restanti 55 milioni di cittadini, soprattutto giovani, donne e persone in maggiori difficoltà di lavoro e di reddito.

Questo è solo un piccolo estratto, vi consiglio di proseguire nella lettura di questo interessante documento! Inoltre potete ascoltare in podcast da Radio24 la puntata di “Nove in punto – la versione di Oscar” del 17/06/2011 intitolata “Tagliare la spesa pubblica davvero, per meno tasse“.

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Aggiornamento del 18 febbraio 2014:

http://www.affaritaliani.it/fattieconti/crisi-mondiale-070613.html

Crisi mondiale? No, italiana. E il mistero della finanza pubblica

Venerdì, 7 giugno 2013

Durante un convegno organizzato da Mario Baldassarri, intitolato “Quo Vadis“, lo stesso ex-senatore ha voluto chiarire come la situazione italiana sia molto peggiore non solo di quella dei paesi non-occidentali, ma anche di quelli europei. Per usare uno slogan, una crisi nella crisi. “Crisi mondiali? – ha detto Baldassarri – No, crisi europea. Dentro la crisi europea, c’è una crisi italiana. Il resto del mondo sta crescendo molto più velocemente del mondo occidentale. E, a sua volta, nel mondo occidentale, gli Usa crescono più celermente dell’Europa. Ancora, l’Europa cresce meglio e più rapidamente dell’area euro che, a sua volta, è più performante dell’Italia”.

C’è un mistero attorno alla finanza pubblica italiana: “Se aumentiamo ogni anno le tasse e tagliamo i servizi, come mai abbiamo ancora adesso il terzo debito pubblico del mondo? Al netto degli interessi la spesa pubblica ha continuato a crescere anno dopo anno. La spesa in conto capitale, invece, si è quasi dimezzata. La crisi ha ridotto il gettito, ma le tasse aumentano sempre. Con più tasse, il deficit scende, ma non va mai a zero. Non avendo investimenti, ma avendo solo incrementi di tasse, non si riesce ad abbattere definitivamente il deficit. Così, il debito continua ad aumentare anno dopo anno.

In 12 anni le entrate fiscali sono aumentate di 228 miliardi di euro; ma la spesa pubblica è aumentata di 269 miliardi, e quella corrente è cresciuta di 274. Il mistero continua dal 2013 al 2017. Nei prossimi cinque anni, un aumento delle entrate di 100 miliardi sarà impiegata per coprire 75 miliardi di aumento della spesa corrente, mentre gli investimenti si ridurranno di altri 5 miliardi. Per recuperare il pil nominale – a prezzi del 2007 – che avevamo nel 2008, sarà necessario aspettare fino al 2018, così come per la disoccupazione, che conoscerà il suo picco l’anno prossimo e che poi inizierà a ripiegare fino all’8% nel 2020″.

VII RAPPORTO SULL’ECONOMIA ITALIANA del Centro Studi Economia Reale (luglio 2013)

Dentro la crisi europea, c’è una crisi italiana

Da venti anni (ed anche nelle proiezioni oltre il 2020) l’economia italiana cresce “strutturalmente” meno della media europea, che a sua volta cresce meno degli Stati Uniti e del resto del mondo. Occorre pertanto chiedersi quali siano le cause strutturali che hanno portato l’economia italiana alla crescita zero ed ora sottozero. Certamente tutte le politiche strutturali cosiddette “supply side” sono necessarie ed urgenti. Occorre anche però la consapevolezza che, da un lato, tali riforme producono effetti soltanto nell’arco di cinque o dieci anni e, dall’altro lato, la fase di profonda recessione che stiamo sperimentando assume i connotati di una crisi “da domanda”.

Dentro la crisi italiana c’è il Mistero della Finanza Pubblica

In questo quadro di specifica crisi italiana, ci siamo chiesti ancora una volta quali siano gli effetti delle politiche di bilancio pubblico (livelli e composizione di spesa ed entrate) sull’economia reale, al di là ed oltre a quelli prodotti dai saldi finanziari in termini di deficit e debito pubblico. Appare qui ciò che, negli anni passati, abbiamo chiamato “il Mistero della Finanza Pubblica Italiana”.”

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Aggiornamento dell’8 aprile 2015:

http://www.lastampa.it/2015/04/08/cultura/opinioni/editoriali/quanti-rinvii-aspettando-la-ripresa-88xH63VWuG3ttyLXa8RS9M/pagina.html

Quanti rinvii aspettando la ripresa

PAOLO BARONI – 08/04/2015
Il governo non sta progettando né nuovi tagli né l’introduzione di nuove tasse, e chi dice il contrario, sostengono Renzi ed il ministro Padoan, dice il «falso». Però non ci sarà nemmeno una riduzione delle imposte. […] I numeri sono lì a dimostrare che tra il 2010, anno in cui sono state introdotte le prime misure di austerità, ed il 2014 la spesa pubblica italiana non è affatto scesa ma anzi è cresciuta del 4,1% toccando quota 692,4 miliardi. Sono aumentati consumi intermedi e spese correnti varie mentre a scendere sono stati soprattutto gli investimenti (-23,9%). Insomma abbiamo fatto quadrare i bilanci ma ci siam fatti male da soli per non aver trovato il coraggio di affondare la lama dove c’era ancora del grasso.

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