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Intervista a Enrico Bellone – La cultura scientifica in Italia

Enrico Bellone è un personaggio assai noto nel panorama scientifico italiano, sia per il suo prestigio accademico, sia per l’impegno profuso nel campo della comunicazione scientifica. Fisico di formazione, Enrico Bellone insegna storia della scienza e della tecnica presso l’Università degli Studi di Milano.  Numerosi sono i suoi contributi e le pubblicazioni nel campo della storia della fisica (tra i più recenti: La stella nuova. L’evoluzione e il caso Galilei. Torino, Einaudi, 2003;  Caos e armonia. Storia della fisica. Torino, UTET, 2004; La scienza negata. Il caso italiano. Torino, Codice Edizioni, 2005; L’origine delle teorie. Torino, Codice Edizioni, 2006). Enrico Bellone è inoltre direttore di Le Scienze, versione italiana della statunitense Scientific American, rivista di cultura scientifica fra le più prestigiose in Italia.

A lui abbiamo chiesto di descriverci lo stato della cultura scientifica nel nostro paese

Diciamo che stiamo andando alla deriva, nel senso che le ultime analisi internazionali sulla situazione del sistema educativo in Italia ci collocano sempre più in basso. Soprattutto per quanto riguarda le materie scientifiche e in particolare la matematica.

Ultimi in Europa?

Il ritardo purtroppo è evidente, rispetto alle percentuali di ricercatori e al numero di laureati in materie scientifiche nella popolazione adulta siamo a meno della metà della media europea, non parliamo poi di paesi come la Finlandia, il Giappone o gli Stati Uniti.  L’Italia vive una condizione di grave disinteresse all’interno delle cultura diffusa per ciò che è scienza e tecnologia.

Cosa ha spinto secondo lei la nostra classe dirigente a ignorare per più di cinquant’anni i bisogni e i problemi della ricerca scientifica?

La risposta l’ha già data, e io sono d’accordo, Antonio Ruberti. Ruberti è stato rettore a Roma oltre che ministro e ha avuto incarichi a livello europeo relativi appunto alla ricerca scientifica. Una ventina d’anni fa scrisse un articolo spiegando il suo punto di vista,  in Italia, secondo Ruberti,  la scienza non è considerata dalla popolazione una forma della cultura e la classe politica riflette in sé questo atteggiamento di base che si chiama analfabetismo scientifico di massa. Non c’è quindi da stupirsi se in modo trasversale i grandi partiti in Italia a parole sono favorevoli alla ricerca ma poi i fatti riflettono il contrario. Rispetto alle altre nazioni noi siamo fermi dal  1895 e mentre gli altri paesi si sono modernizzati puntando a entrare in quella che si chiama oggi “società della conoscenza”, noi non ci siamo ancora entrati.

Sembra che la nostra cultura risenta ancora in qualche misura dell’atteggiamento di un certo idealismo che fino a poco tempo fa dominava la cultura filosofica. Penso a Croce ad esempio.

Guardi, Croce scrisse che ci sono menti profonde che si dedicano alla filosofia e all’estetica, poi ci sono delle menti minute, alle quali è concesso di dedicarsi all’aritmetica e alla botanica, però almeno Croce era un grande filosofo. Non vorrei essere troppo severo, ma in questi ultimi cinquant’anni da una parte c è un crocianesimo d’accatto, che forse lo stesso Croce respingerebbe, ma soprattutto c’è l’idea che esistono donne che partorisco esseri umani capaci di fare un libro sull’essenza della scienza e scrivono delle cose esilaranti sul principio di Heisenberg o su qualche teorema di GÖdel di cui non saprebbero darne neppure la dimostrazione. Forse il limite estremo di questa disinformazione disinvolta è dato dalle parole di Edgard Morin, in un suo libro si legge addirittura che la matematica di per sé genera nelle città sporcizia e delinquenza. Inutile aggiungere che quando uno legge questo gli cadono le braccia, tra l’atro Morin come sociologo è bravissimo, mi domando perchè non faccia il suo mestiere.

 Silvano Zipoli

Libro “La scienza negata. Il caso italiano” di Enrico Bellone

La negazione della scienza come rifiuto dell’inedito, come paura del sovvertimento di un ordine, come crisi di valori: un pregiudizio che viene da lontano e che si è radicato in maniera più o meno forte in diverse epoche e in diverse società. L’Italia più di altri paesi continua su questa strada di “rivolta della ragione”, di strenua e ottusa resistenza. Con “La scienza negata” lo storico della scienza Enrico Bellone riprende il racconto di questo rifiuto scavando nelle sue cause e nelle sue conseguenze, analizzando il ruolo non secondario che schiere di intellettuali, moralisti, religiosi e politici hanno avuto nel presentare un quadro della conoscenza deformato e pericoloso.

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Aggiornamento dell’11 ottobre 2013:

http://www.imille.org/2011/06/ricordando-enrico-bellone-litalia-e-la-cultura-scientifica/

Ricordando Enrico Bellone: l’Italia e la cultura scientifica

Massimiliano Lincetto – 1/06/2011

Enrico Bellone si è spento la notte del 16 aprile scorso. Fisico e storico della scienza, è stato per quindici anni direttore della più importante rivista di divulgazione scientifica italiana, “Le Scienze”, passando poi il testimone a Marco Cattaneo. Bellone ha sempre rivolto il suo impegno all’affermazione della dignità della scienza e della cultura scientifica nel panorama italiano.

Le Scienze ha riproposto, nel numero di maggio, il primo editoriale da lui scritto per la rivista e pubblicato nel gennaio 1996, in cui spiegava:

«L’indebolimento del legame stretto fra scienza e cultura è pericoloso. Esso alimenta l’opinione che la scienza sia solo una forma della tecnica e debba quindi sottostare a quei criteri di valutazione che giudicano positivamente solo ciò che sarà fruibile domani pomeriggio, e non prendono in considerazione ciò che invece richiederà anni di lavoro e intelligenza per realizzarsi. Sull’immagine di una scienza priva di contenuto poggiano – con un certo consenso popolare – le scuse piagnucolose circa i finanziamenti magrissimi per la scienza, il miope disinteresse verso la questione energetica, la degradazione dei rapporti tra ricerca e industria, l’inclinazione a burocratizzare una comunità scientifica che solo nella libertà può invece crescere e prosperare, il malcostume nella selezione degli studiosi, la sottovalutazione dei disastri provocati da un sistema scolastico lasciato alla deriva.»

È uno scenario che ci ricorda qualcosa. […]

Ma veniamo al sistema scolastico e culturale, che in quanto tale ha un ruolo importantissimo nella formazione dei cittadini. In quest’ambito, il nostro paese si porta dietro un’eredità pesante. Enrico Bellone aveva molto a cuore la questione, affrontata in numerosi suoi editoriali […]. Ai tempi del fascismo la riforma Gentile gettò infatti le basi di un sistema scolastico che avrebbe messo in secondo piano la cultura scientifica per molto tempo, con un liceo scientifico praticamente boicottato sul nascere. Basti pensare che fino al 1969, a differenza del classico, il liceo scientifico non permetteva l’accesso a tutte le facoltà universitarie.

Tornando ai giorni nostri, c’è qualcosa che mi è sempre sembrato significativo: l’orario dei nostri licei scientifici. Fino al 2010, prima del riordinamento voluto dal ministero, il quadro orario del liceo scientifico vedeva nel latino la materia a cui venivano dedicate più ore in assoluto. Al programma tradizionale si erano affiancate comunque varie sperimentazioni con orario modificato o esteso, tra cui alcune in cui l’insegnamento del latino veniva soppresso in favore di altri insegnamenti (è il caso del liceo scientifico-tecnologico). Con il riordinamento del 2010, gli indirizzi del liceo scientifico vengono ridotti a due: tradizionale scienze applicate. Il tradizionale prevede tre ore di latino settimanali, ma non prevede ad esempio l’insegnamento dell’informatica come materia a sé stante; informatica che, ricordiamo, è una disciplina che va ben oltre l’uso del computer e la programmazione. Completamente assenti sono poi l’insegnamento di statistica e del calcolo delle probabilità, fondamentali in moltissime scienze. Assente anche l’economia, che pur non essendo annoverata tra le scienze confina con esse, ed è comunque fondamentale per la cultura generale del cittadino. Davvero ha senso che nel nuovo ordinamento vi sia un liceo scientifico che preveda l’insegnamento del latino mentre altre materie propriamente scientifiche vengono trascurate? Più che un programma nuovo, l’orario del nuovo liceo scientifico sembra una media ponderata di quelli vecchi. Dovremmo partire da una domanda: come vogliamo costruire la formazione scientifica delle nuove generazioni?

Ma c’è un’altra questione, più importante: come vogliamo occuparci della formazione scientifica di chi non sceglie un percorso di studi a sfondo scientifico o di chi sceglie percorsi di carattere professionale?

Sono tanti i segnali che testimoniano il problema di cultura scientifica che caratterizza il nostro paese. Guardando al futuro, i temi su cui i cittadini saranno chiamati a scegliere nei prossimi anni (e nei prossimi decenni) richiederanno una consapevolezza sempre maggiore, basti pensare alle questioni aperte nel campo delle biotecnologie e della bioetica. L’analfabetismo scientifico è qualcosa che non ci possiamo davvero permettere, in particolare per i danni che produce una classe politica con scarsa consapevolezza della scienza. E questo Enrico Bellone lo aveva capito benissimo.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/alessandro-blasimme/stamina-e-politica-della-scienza-tempo-di-cambiamenti/ottobre

Stamina e politica della scienza: tempo di cambiamenti

[…] Il costituzionalista americano Cass Sunstein sostiene che il controllo pubblico dei rischi tipici delle società industriali avanzate (soprattutto quelli legati alla salute) sia in occidente una priorità politica almeno dalla metà degli anni ’60. La scienza ha un ruolo fondamentale nel processo di re-distribuzione di tali rischi e va dunque considerata come un fattore centrale nello sviluppo democratico di una società. In Italia però si fa ancora fatica a riconoscere la centralità della scienza nei processi di trasformazione politica e sociale. Eppure anche da noi, in un modo o nell’altro, c’è la scienza al centro di molte controverse vicende politiche.

Per citare solo alcuni esempi: ha a che fare con la scienza capire a quali rischi lo stabilimento dell’ILVA esponga i cittadini di Taranto, sapere se le antenne militari di Niscemi possano veramente nuocere alla popolazione, o conoscere l’impatto ambientale e sanitario reale della TAV. Ha inoltre a che fare con la scienza sapere se esista uno straccio di prova a supporto di una presunta terapia cellulare. In tutti questi casi, la scienza si intreccia con le aspettative delle persone ed entra a pieno diritto nella dimensione democratica delle scelte pubbliche. A tal proposito, Sheila Jasanoff, dell’università di Harvard, ha recentemente coniato il termine «bio-costituzionalismo» per indicare quelle fasi nella storia politica di una nazione in cui si cerca di dare un senso e una collocazione giuridica e politica alla presenza spesso destabilizzante di nuove conoscenze scientifiche, di nuove tecnologie, e dei rischi ad esse legati: che si tratti di farmaci, di embrioni generati in vitro, di cellule staminali, di scorie radioattive o di organismi geneticamente modificati, nelle società tecnologicamente avanzate, scienza e democrazia si determinano e si mettono in discussione a vicenda. Questo avviene eminentemente su due piani, quello giuridico e quello politico […]. La conoscenza scientifica – insieme, beninteso, ad altre fonti – è infatti indispensabile alla formazione di ragioni pubbliche a sostegno delle scelte politiche di un paese civile. […] È perciò urgente che il nostro paese si doti di luoghi istituzionali stabili e non estemporanei entro i quali si possa aspirare a decisioni democratiche condivise, non faziose, non ideologiche o anti-scientifiche, basate su procedure affidabili, argomenti fondati e prove rigorose, rivedibili alla luce di nuove prove e argomenti migliori. Sulla scia di quanto avviene in altri paesi (come la Francia e la Danimarca ad esempio), nei quali esistono organi istituzionali preposti alla valutazione delle opzioni tecnico-scientifiche, l’Italia deve trovare soluzioni di sistema volte a riavvicinare scienza e cittadini. Solo così è possibile immaginare un dialogo aperto e proficuo tra esperti, cittadini, associazioni e decisori, e sperare quindi di prevenire o smorzare conflitti che rischiano periodicamente di degenerare.

A tale scopo, la politica deve scegliere chiaramente e inequivocabilmente i suoi interlocutori: scelga di dar vita ad un serio progetto democratico attorno alla scienza, di farsi accompagnare e consigliare in tale processo da chi ha competenza dimostrata (e non presunta) circa le modalità di produzione della conoscenza scientifica e circa le complesse questioni etiche e giuridiche legate al suo sviluppo. Ascolti le esigenze e i punti di vista di tutti, ma da tutti pretenda rigore e trasparenza. […]

4 ottobre, 2013 – Alessandro Blasimme

Libro “Scegliere il mondo che vogliamo. Cittadini, politica tecnoscienza” di Massimiliano Bucchi

Energia nucleare, Ogm, cellule staminali, treni ad alta velocità: quanto più la scienza e la tecnologia avanzano rapidamente, tanto più la società sembra fare resistenza. Questo libro sostiene che simili questioni non tollerano né una “risposta tecnocratica” (la delega agli esperti), né una “risposta etica” (il rinvio ai valori morali dell’individuo). Quella che si rende necessaria è piuttosto una “risposta politica”: poiché ogni tecnologia incorpora una visione dell’uomo, della natura, della società, diventano indispensabili sedi, istituzioni e procedure trasparenti e affidabili attraverso cui giungere a una scelta pubblica tra alternative possibili.

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