Mi è rimasta davvero nel cuore la puntata di PresaDiretta sulla nostra “Generazione sfruttata” (RaiTre 2 ottobre 2011). Questa Italia ci sta umiliando e ci sta negando un degno futuro. Molti coetanei (dai 20 ai 40 anni) sono fuggiti all’estero, dove hanno potuto costruire una propria carriera, una famiglia e comunque trovare opportunità che qui MAI avrebbero trovato. NESSUNO di loro vorrebbe tornare a vivere in Italia…

L.D.

Questo è il riassunto della puntata:

Quanti sono i precari in Italia? Quanto lavorano per paghe da fame?  E chi se ne approfitta? Chi consente lo sfruttamento di quanti  non hanno alcun potere contrattuale, ma solo preziose competenze da offrire? Il 9 aprile di quest’anno  i precari italiani si sono dati appuntamento in piazza per protestare contro una gravissima ingiustizia sociale.  Per la prima volta in molte città d’Italia rabbia e malcontento sono usciti dagli infiniti blog e dai siti di internet per trovare forma politica. La rassegnazione sembra finita per sempre. Presadiretta ha deciso di dar voce alle migliaia e migliaia di persone che hanno perso il diritto al futuro, giovani  che sono costretti a piegarsi ai contratti a termine, di cui esistono infinite tipologie; ai disoccupati che per  cercare di lavorare  sono costretti  ad aprire  partite Iva che in realtà nascondono un rapporto di lavoro subordinato; ai ragazzi che si sottopongono a infiniti  stage che in realtà nascondono un vero e proprio impiego e non daranno loro alcun reale accesso al mercato del lavoro.La redazione di Presadiretta  ha compiuto un enorme lavoro di ricerca per individuare tutti gli stratagemmi messi in atto dai datori di lavoro.  Ci sono, infatti, infiniti modi per sfruttare la disperazione di chi non ha  lavoro.  E molto spesso anche la Pubblica Amministrazione si avvale di questo tipo di contratti capestro. Un’intera generazione  non maturerà mai il diritto alla pensione, o  dovrà sopravvivere con pochi spiccioli.Riccardo Iacona è andato a Barcellona dove la comunità più numerosa di stranieri è composta da molti giovani italiani che sono fuggiti in Spagna per cercare migliori opportunità professionali. Ne è uscito un quadro sconvolgente, un vero proprio far west normativo che nessuno vuole correggere e che consente di non pagare,  o sottopagare i dipendenti. Un universo in cui le commesse sono finte stagiste, archeologi e architetti pagano Iva per guadagni da fame, i giovani avvocati possono solo lavorare gratis.

Stesso tema quello trattato nella puntata di Report del 22 maggio 2011 intitolata “Generazione a perdere“:

L’Italia non è un paese per giovani, o meglio non lo è più da un pezzo. Perché il nostro paese non riesce più a progettare il proprio futuro? Un paese nel quale gli anziani hanno superato numericamente i giovani, non solo perché si e’ allungata la vita ma perché da più di 30 anni si fanno meno figli a causa di ripetute crisi economiche scaricate sempre sulle fasce più deboli della società e per mancanza di adeguate politiche di welfare. Se facciamo un paragone con la Francia, un paese demograficamente confrontabile con l’Italia e con adeguate politiche di welfare, da noi manca all’appello un’intera fascia generazionale: 4 milioni di giovani tra i 25 e i 35 anni. Dobbiamo quindi pensare che per chi decide le strategie politiche del nostro Paese i giovani contino poco, dal punto di vista politico siano invisibili, salvo poi giocarsi il loro stato di precarietà nelle campagne elettorali, promettendo loro un futuro migliore che non arriva mai. E allora ai ragazzi non rimane che “mettere la collera nella valigia” e andare via. La nuova emigrazione è fatta di laureati, ricercatori che non ritorneranno indietro perché trovano solo all’estero un’adeguata collocazione. Lasciando alle spalle un Paese che sta erodendo il risparmio privato per mantenere i figli, sempre più povero di risorse umane, sempre più vecchio.

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Libro: “Generazione mille euro” di Antonio Incorvaia, Alessandro Rimassa

“Un romanzo dedicato ai trentenni di oggi che regala qualche dritta su come tentare di vivere felici con pochi soldi e tanta precarietà.” – la Repubblica

Un caso mediatico di enorme portata, che ha suscitato l’interesse della stampa italiana e internazionale, e uno straordinario successo di pubblico.
Nella giungla metropolitana della Milano di oggi, gli affitti sono insostenibili, i giovani laureati condividono appartamenti minuscoli e si arrabattano tra colloqui, invii di curriculum, aspirazioni, sogni e passatempi, in una sorta di eterna adolescenza, aspettando di potersi costruire un futuro.
Claudio, ventisette anni, è venuto in città dalla provincia emiliana e cerca disperatamente di stare a galla nell’ambiente ipercompetitivo della multinazionale in cui ha trovato impiego (a progetto) come junior account nel settore marketing. Con lui abitano Rossella, che tira a campare lavorando come babysitter e hostess nelle fiere, il timido Alessio, che ha rinunciato alla carriera di giornalista per un lavoro fisso alle Poste, e Matteo, ricco e palestrato, che non arriverebbe a fine mese senza l’aiuto della famiglia. Un ritratto leggero, divertente ma drammaticamente reale dei trentenni d’oggi, precari in tutto, che guadagnano 1.000 euro al mese e si ingegnano in ogni modo per continuare a sperare in un domani meno incerto.

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Dal libro è stato tratto l’omonimo film: “Generazione mille euro“, da cui traggo la seguente triste citazione:

 

“Siamo l’unica generazione della storia in cui i figli stanno peggio dei padri”

Tutto questo però non è giusto e, secondo il mio parere, la politica non sta facendo abbastanza per noi, anzi non sta facendo proprio nulla. Anche il film “Tutta la vita davanti” è molto bello e rappresentativo: “Una commedia grottesca e surreale, ma non per questo meno realistica e a tratti poetica, che racconta il difficile inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

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Libro “L’ Italia spiegata a mio nonno. Lavoro, pensioni e famiglia: un paese che ha rinunciato al futuro” di Federico Mello

Dal 1997 a oggi il mondo del lavoro italiano ha subito una delle trasformazioni più profonde che l’Italia del dopoguerra ricordi. La cosiddetta riforma Treu e tutta una serie di modifiche legislative che arrivano via via fino alla riforma che prende il nome da Marco Biagi, il professore bolognese ucciso dalle Brigate rosse nel 2002, hanno fatto sì che il mercato del lavoro si sia trasformato fino a perdere molte delle sue caratteristiche tradizionali. Le conseguenze di queste scelte politiche sono state molte, alcune positive e altre meno: se infatti l’Italia ha conosciuto in questi ultimi anni una netta riduzione della disoccupazione, soprattutto giovanile, sono stati proprio i giovani e i più deboli a pagare le amare conseguenze di tanto “riformismo” praticato solo sulla pelle di fasce minoritarie e marginali della popolazione. Federico Mello, in modo acuto e divertente, attraverso una brillante e scanzonata lettera a suo nonno prova a spiegare, senza moralismi e dati alla mano, che cosa sia diventata l’Italia. Lo fa raccontando come e quando si è smantellato il “posto fisso”, ma solo per alcuni, i più giovani. E di come, nel frattempo, l’Italia sia diventata il paese con la classe dirigente più anziana d’occidente. Un paese in cui sembra impossibile concepire qualsiasi ricambio generazionale e qualsiasi riforma delle pensioni o del welfare che non sia un puro e semplice debito lasciato da pagare alle generazioni che verranno.

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NEET

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

NEET

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
NEET è l’acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training, in italiano anche né-né ed è utilizzato, in economia e in sociologia del lavoro, per indicare individui che non sono impegnati nel ricevere un’istruzione o una formazione, non hanno un impiego, né sono impegnati in altre attività assimilabili, quali, ad esempio, tirocini o lavori domestici. È stato usato per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo del Regno Unito, come termine di classificazione per una fascia di popolazione. In seguito, l’utilizzo del termine si è diffuso in altri contesti nazionali, a volte con lievi modifiche della fascia di riferimento. In Italia, l’utilizzo di neet come indicatore statistico, si riferisce, in particolare, alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni.

La generazione «Neet»

Giacomo Bassi – 20 aprile 2011

[…] Nel nostro Paese sono oltre due milioni, il 21,2 per cento della popolazione nazionale di riferimento: un esercito immobile di nuovi analfabeti lavorativi. Che ha perso il treno dell’istruzione, che scivola verso i confini del mercato occupazionale, che rischia di non contribuire mai al sistema previdenziale. E pesa come un macigno sulla ripresa economica italiana. «È forza lavoro che sarebbe molto utile alle imprese in un momento come questo di uscita dalla crisi – è la sintesi fatta dai principali commentatori – ma che resta inattiva, espulsa dai percorsi formativi e che contemporaneamente non riesce a entrare nel mondo del lavoro. Ed è a un passo dal diventare disoccupazione strutturale». […]

In Italia 1 giovane su 2 è precario, i salari sono tra i più bassi d’Europa. Lo rivela il rapporto Ocse

Un Paese da record, il nostro, quando si parla di lavoro, secondo l’ultimo rapporto dell’Ocse nel suo Employment Outlook elaborato sui dati di fine 2010. Ma un record, purtroppo, al negativo. L’Italia avrebbe, infatti, una disoccupazione giovanile pari al 27,9%, ben superiore alla media ponderata degli altri Paesi membri dell’Ocse (16,7%), e tra i giovani che hanno un impiego, a essere precari sono ben 1 su 2, cioè la metà. Inoltre, chi lavora, in Italia, lo fa più di chi vive all’estero, ma ha salari più bassi rispetto ai Paesi del G7: un doppio record che non fa certo sorridere.

GIOVANI E DISOCCUPATI

Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, nel Bel Paese è pari al 27,9%: tocca più le donne (29,4%) – e prevalentemente tra i 15 e i 24 anni – che gli uomini (26,8%). Dati che, entrambi, sono superiori alla media dei 34 Paesi membri dell’organizzazione Ocse, in cui la disoccupazione giovanile maschile è pari al 15,7% e femminile al 17,6%.  Dal 2007, inoltre, si è assistito a una crescita del fenomeno disoccupazione decisamente forte, dal 20,3% di 3 anni fa, al 27,9% di fine 2010: 3 punti percentuali che si fanno sentire. E ce ne stiamo accorgendo tutti.
GIOVENTÙ PRECARIA
1 giovane lavoratore su 2, poi, è precario, ovvero ha contratti di lavoro atipici: dalla collaborazione occasionale, al contratto a progetto, all’apprendistato, solo per citarne alcuni. Un dato che, dall’inizio della crisi è in costante aumento: se nel 2007 a essere precario era il 42,3% dei giovani, nel 2008 il 43,3% e nel 2009 il 44,4, nel 2010 si sfiora il record del 47%. E se addirittura facciamo un balzo indietro nel tempo approdando al 1994, si vede come all’epoca gli under 25 con contratti flessibili e lavori temporanei erano poco più di 1 su 10 (16,7%). Un dato che oggi ci pare un’utopia.
DIMENSIONE “NEET”
E tra i giovani non solo italiani, ma di tutta l’area Ocse, cresce il numero dei Neet, coloro cioè che non studiano e non lavorano che sarebbe 1 su 8 tra i ragazzi tra i 15 e i 24 anni. La cifra sta aumentando, stiamo andando nella direzione sbagliata, ha sottolineato Angel Gurria, segretario generale dell’Ocse. Bisognerebbe raggiungere una migliore corrispondenza tra le competenze che i giovani acquisiscono a scuola e quelle necessarie ne mondo del lavoro».

E IL PART TIME? SOPRATTUTTO IN ROSA
Estremamente inflazionato, poi, anche il part time (per definizione, meno di 30 ore a settimana lavorate), che le aziende propongono quando non hanno abbastanza fondi per assumere full time, e i lavoratori accettano in mancanza d’altro. Come riferisce l’Ocse, in Italia i lavoratori part time sono donne nel 79,6%, ovvero il 31,3% delle lavoratrici occupate, contro il 6,3% degli uomini. Sul totale dei posti di lavoro, nel nostro Paese il part time, tra uomini e donne, rappresenta il 16,3%.

OLTRE AL DANNO, LA BEFFA
E gli stipendi? Ridicoli, se paragonati a quelli di alcuni colleghi stranieri. Il salario medio in Italia nel 2010 è stato di 36.773 dollari (a tasso di cambio corrente), contro una media dell’Unione europea di 41.100 dollari e dell’Eurozona di 44.904 dollari. Lo stipendio medio italiano è superiore a quelli di Spagna (35.031), Grecia (29.058) e Portogallo (22.003), ma inferiore a Francia (46.365 dollari), Germania (43.352) e Gran Bretagna (47.645). chi ha i salari migliori in Europa? La svizzera, con 80.153 dollari.

DOVE STIAMO ANDANDO?
Manco a dirlo, le prospettive future non sono rosee. Il tasso di disoccupazione in Italia, infatti, sarebbe cresciuto meno velocemente che altrove, ma la ripresa così lenta come la stiamo avendo ora non fa presagire nulla di buono. «L’impatto della crisi recente sul mercato del lavoro italiano», si legge nella nota dedicata dall’Employment Outlook al nostro Paese, «è stato fino ad oggi moderato, ma la ripresa è stata lenta. Il recente rallentamento della ripresa economica nell’”area euro” suggerisce che la disoccupazione italiana rimarrà al di sopra dei livelli precedenti alla crisi per un certo tempo». Insomma, pare che ne avremo ancora per un bel po’.

E come se non bastasse, come analizza l’Ocse – che conferma ciò che sapevamo – la legislazione che nel nostro Paese regola il mercato del lavoro  «scoraggia le assunzioni, in particolare a tempo indeterminato, ostacolando così la ripresa».  E così l’Ocse avanza delle proposte, come si legge in una nota: «Al fine di promuovere la creazione di posti di lavoro e diminuire la dualità del mercato, bisognerebbe prevedere una riforma dei contratti di lavoro». Ma non è tutto. L’Italia, secondo gli esperti dell’Ocse, rappresenta «uno dei sistemi di tutela per i disoccupati meno generosi» fra le principali economie.

DAL WELFARE INEFFICACE AL RISCHIO POVERTÀ
Il sistema fiscale e di welfare, infatti, «gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie contro le conseguenze di grandi contrazioni del reddito da lavoro» rispetto ad altri Paesi dell’Ocse. In parole povere, per gli italiani, i licenziamenti portano con sè la riduzione forte del reddito disponibile per le famiglie, maggiore che per gli altri Paesi, a causa «della limitata azione di assorbimento degli shock operata dagli ammortizzatori sociali». La conseguenza? «Un aumento del rischio di povertà e di difficoltà finanziarie, anche se l’aumento massiccio di risorse per la cassa integrazione guadagni (Cig) ha contribuito significativamente a limitare il numero di lavoratori affetti da tali shock». […]

15/09/2011 – Elisa Di Battista
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Vedi l’articolo “Lavoro e Welfare in Italia: chi sta pagando per la crisi

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Aggiornamento del 4 giugno 2014:

http://www.corriere.it/economia/14_giugno_04/contratti-13-mesi-part-time-obbligato-generazione-mille-euro-4c04321a-eba1-11e3-85b9-deaea8396e18.shtml

Contratti da 13 mesi, part time obbligato: generazione «mille euro»

Dal 2008 a oggi 1,4 milioni di occupati in meno nella fascia di età 25-34

di Enrico Marro – 4 giugno 2014

L’hanno definita la «Generazione mille euro», ci hanno fatto film e libri. Ma in Italia sono tantissimi i giovani che magari avessero mille euro al mese. Devono invece accontentarsi di paghe inferiori, spesso in nero. Quando va bene ottengono un contratto regolare, ma a termine, sei mesi, un anno, sperando che dopo qualche rinnovo arrivi l’assunzione. Un percorso lento, incerto, che rende più complicato metter su casa e famiglia. Basti pensare che il 90% dei giovani fino a 24 anni vive ancora con i genitori, mentre riesce a rendersi indipendente dalla famiglia d’origine non più del 38% di quelli tra 25 e 29 anni. Percorsi tortuosi, fatti di anni e anni di redditi bassi e intermittenti che avranno un domani conseguenze negative sulle pensioni calcolate col metodo contributivo […].

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Aggiornamento del 4 luglio 2014:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-07-02/ne-scuola-ne-lavoro-italia-sono-24-mln-+7percento-2007-giovani-neet-rischio-depressione-132513.shtml?uuid=AB2CxvWB

Né a scuola né al lavoro, in Italia sono 2,4 mln (+7% dal 2007). Giovani «Neet» a rischio depressione

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