Libro “A chi finiscono i soldi dei contribuenti. L’orgia degli aiuti pubblici alle imprese private ” di Marco Cobianchi

http://blog.panorama.it/libri/2011/09/29/marco-cobianchi-mani-bucate-liberali-con-i-soldi-dello-stato/

Marco Cobianchi, “Mani bucate”: liberali con i soldi dello stato

La Confindustria lancia il suo manifesto per l’Italia, ma il libro di un giornalista di “Panorama” svela nomi e cifre degli industriali che incassano aiuti pubblici per miliardi. E che, secondo Bankitalia, hanno effetti “nulli”

di Marco Cobianchi
L’obiettivo è ambizioso: «salvare l’Italia». Gli strumenti per raggiungerlo sono impegnativi: taglio delle pensioni, taglio della spesa pubblica, vendita del patrimonio statale, riduzione delle tasse su imprese e lavoratori. Il pulpito da dove arriva il più prestigioso: la Confindustria per bocca del suo più alto rappresentante, il presidente Emma Marcegaglia, che ha illustrato, all’assemblea degli industriali toscani, la manovra come l’avrebbe fatta lei. Una ricetta più che condivisibile, soprattutto nella parte che riguarda il taglio della spesa pubblica improduttiva, compresa quella destinata a sostenere la politica.

Solo che nel capitolo della spesa pubblica improduttiva c’è una voce che Marcegaglia, coerentemente con i suoi predecessori, non ha citato ed è quella che riguarda gli aiuti di stato alle imprese private. Aiuti concessi sotto forma di sussidi, soldi a fondo perduto, incentivi, sgravi e sconti fiscali. Pensare che non lo abbia fatto perché anche le sue industrie beneficiano del diluvio di soldi pubblici alle aziende private è un sospetto legittimo.

Che i sussidi alle imprese, in Italia, siano inutili lo certificano decine di università, le sezioni regionali e quella centrale della Corte dei conti, rapporti comunitari, centri studi indipendenti. Ma il giudizio definitivo l’ha pronunciato Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce.

Nel 2009, pochi mesi dopo che Marcegaglia stessa aveva chiesto al governo «denari a sostegno delle imprese che siano veri, certi e che arrivino subito», Draghi disse una frase che dalle parti di Viale dell’Astronomia devono avere rimosso: «I sussidi alle imprese sono stati generalmente inefficaci: si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque; si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive».

Non male, vero? A supporto di questa affermazione ci sono centinaia di numeri, diagrammi, percentuali. Ne basti uno solo: tutti i sussidi alle imprese impiegati nel Mezzogiorno hanno fatto crescere il pil del Sud di appena lo 0,25 per cento rispetto a una crescita tra lo 0,6 e lo 0,9 per cento fatta registrare dalle aree depresse degli altri paesi europei.

Da questi fallimentari numeri parte l’inchiesta sulle imprese sussidiate dallo Stato che mi ha indotto a scrivere Mani bucate (Chiarelettere), il primo libro che fa nomi e cognomi delle aziende private che incassano decine di miliardi di euro ogni anno elargiti dalla Ue, dallo Stato e dalle amministrazioni locali.

Il risultato non è solo che dalla Fiat alla Pirelli, dalla Saras dei Moratti alla Stm, dall’Olivetti alla Telecom, dalle banche alla borsa, dall’editoria al tempo libero, dall’agricoltura fino allo spettacolo non esiste un solo comparto industriale che non goda di aiuti di Stato sotto le forme più varie, ma soprattutto che gli industriali italiani non sono stati capaci di mettere a frutto i soldi che lo Stato mette a loro disposizione attraverso qualcosa come 1.400 leggi tra nazionali e regionali che permettono a qualsiasi impresa, del Nord o del Sud, grande o piccola, in crisi o in perfetta salute, di succhiare soldi dalla mammella pubblica.

E così si scopre che, per esempio, lo stabilimento di Termini Imerese della Fiat è stato sussidiato (insieme con quello di Pomigliano d’Arco) con 10,3 milioni nel 2005; con una parte dei 300 milioni destinati all’occupazione del Sud nel 2009 e con altri 46,3 milioni sempre nel 2009, anche se ciò non ha impedito al Lingotto di chiuderlo e allo Stato di agevolarne la riconversione assicurando alla molisana Dr Motor Company 178 milioni di euro pubblici perché lo rilevasse insieme ad altre due imprese minori.

Anche al Nord i soldi alle imprese non sono mai mancati e non solo agli stabilimenti della Fiat o della Pirelli. Basti dire che non c’è praticamente vino piemontese che non sia stato sussidiato e che i soldi pubblici sono serviti per costruire decine di skilift sulle pendici delle montagne venete, trentine e lombarde. O che le aziende in testa alla classifica di quelle beneficiate dai sussidi per la produzione di energia elettrica verde sono nel Settentrione.

Il problema è che nessuno, nemmeno la Confindustria, ha mai quantificato a quanto ammontino annualmente le risorse «vere» che dalle casse dello Stato passano ai portafogli degli imprenditori. Tantomeno è in grado di farlo lo Stato, immobilizzato da una burocrazia di fronte alla quale anche i magistrati della Corte dei conti hanno dovuto arrendersi. Gli unici dati ufficiali riguardano i fondi europei. Nel 2008 le aziende hanno incassato 5,8 miliardi saliti a 9,5 miliardi nel 2009, mentre per il 2010 il ministero dello Sviluppo economico non ha ancora pubblicato alcun dato (perché?). Ma i soldi provenienti dalla Ue sono una parte (addirittura trascurabile) del tutto, perché la sola legge 488, quella conosciuta per avere fatto piovere sul sistema imprenditoriale italiano aiuti «a pioggia», costa da sola alle casse pubbliche più di 1 miliardo l’anno. La legge 808/85 destinata a finanziare la filiera aeronautica costa un altro miliardo l’anno, mentre le leggi per gli sgravi fiscali al Sud ne costano ogni anno quasi 2.
In effetti le leggi che garantiscono sconti fiscali alle aziende sono talmente numerose che non solo rendono il pagamento delle imposte da parte delle imprese un caso (o una svista) ma hanno la conseguenza che il 70 per cento delle entrate fiscali del Paese è garantito dalle tasse pagate da dipendenti e pensionati.

Le leggi sugli sgravi fiscali per la ricerca e lo sviluppo sono interessanti anche per un altro motivo: sono esattamente quelle che Marcegaglia continua insistentemente a chiedere al governo. Ma servono? La Banca d’Italia ha condotto uno studio concludendo che gli effetti di questi sgravi sull’innovazione sono «nulli». È il caso di ripeterlo perché raramente gli economisti di via Nazionale si lanciano in giudizi così netti: gli effetti degli sgravi alle imprese per incentivarle a investire in ricerca e sviluppo sono nulli. Che oggi si torni a chiederli dovrebbe fare pensare.
E dovrebbe anche fare pensare il fatto che proprio la Confindustria, che chiede di ridurre la spesa pubblica dello Stato, ha di fatto bloccato una seria revisione degli incentivi più ricchi del pianeta, quelli alle imprese che producono energia elettrica «verde» che costeranno 6 miliardi nel 2011, prelevati direttamente dalle bollette degli italiani. Se Marcegaglia avesse voluto aumentare la capacità di spesa degli italiani, avrebbe potuto semplicemente sostenere il tentativo (invero un po’ pasticciato) del ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani di ridurre drasticamente questi prelievi.
Non lo fece. Sarà forse perché le industrie Marcegaglia incassano, proprio grazie a queste tariffe, circa 20 milioni di euro per l’impianto di Massafra in Puglia?

Prima di «salvare l’Italia» la Confindustria dovrebbe spiegare come mai gli stanziamenti pubblici alle imprese hanno prodotto risultati che definire ridicoli è un eufemismo. Facile fare i liberali con i soldi degli altri. E «salvare l’Italia» con le tasse degli italiani.

  • Giovedì 29 Settembre 2011

 

http://www.linkiesta.it/aiuti-stato

I trenta miliardi regalati dallo Stato alle imprese

di Antonio Vanuzzo

Se negli ultimi 15 anni l’Italia è cresciuta costantemente meno della media europea non è solo colpa dei politici, ma anche delle imprese che hanno utilizzato i soldi pubblici erogati a pioggia. È quanto sostiene Marco Cobianchi, autore del libro Mani Bucate, edito da Chiarelettere. Quanto ci sono costati questi aiuti di Stato? Almeno 30 miliardi di euro e 38.070 procedimenti di infrazione aperti dalla Ue contro l’Italia.

Infografica con tutti i dati

Intervista all’autore:

Partiamo dalla cronaca, Cobianchi: la Marcegaglia ha posto un ultimatum al Governo: agire subito o stop al dialogo. Eppure, da imprenditrice, anche lei ha goduto di ampi sussidi, così come Fiat e Saras…

In Italia i sussidi servono per sopperire e compensare gli extracosti che un Paese presenta nei confronti dell’industria, che sono la criminalità e la carenza di infrastrutture. Noi usiamo i sussidi per compensarli, la Germania, invece, per l’innovazione. È per questo che siamo sempre perdenti. Le colpe sono duplici, da un lato lo Stato eroga finanziamenti senza risolvere i problemi, dall’altro le imprese solo adesso capiscono che occorre agire. Non si sono mai poste il problema della riforma degli incentivi, se ne parla solo adesso con un disegno di legge che si occupa di questo, senza comprendere che i sussidi premiano i peggiori. Parliamoci chiaro: se negli ultimi 15 anni l’Italia è cresciuta costantemente meno della media Ue non è solo colpa dei politici. Tanto le grandi imprese quanto l’albergo di Cesenatico che ha costruito l’angolo sauna con i soldi pubblici. E quando la Marcegaglia parla di politica industriale, chiede al Governo incentivi per rendere più grandi ed efficienti le imprese.

Lei ha quantificato in 30 miliardi nel 2010 il volume di aiuti di Stato concessi alle imprese. Come si arriva a quella cifra? Quanti sono fondi che provengono dall’Europa e quanti dall’Italia?
In realtà, nessuno sa con precisione quanti soldi vanno alle imprese, perché le fonti di finanziamento così come i modi di attuarli, sono un milione. I 30 miliardi derivano da una stima fatta da Mario Baldassarri, presidente della Commissione bilancio del Senato. Le agevolazioni fiscali incalcolabili, mentre sugli aiuti europei il quadro è un po’ più chiaro: 4,3 miliardi nel 2008, 9,5 nel 2009. Per il 2010, il ministero dello Sviluppo economico non ha ancora pubblicato nessun dato. Una situazione piuttosto grave visto che siamo a ottobre 2011.

Nel libro si parla di 38.070 procedimenti aperti dalla Ue contro l’Italia per aiuti ritenuti potenzialmente illegali negli ultimi 10 anni. Un dato impressionante.
Quel numero si riferisce a tutti i dossier che l’Europa ha aperto sull’Italia. È un numero spaventoso, ma purtroppo non è significativo. Ad esempio, nel 2007 siamo il Paese che ha utilizzato di più la possibilità di non notificare alla Ue i cosiddetti “aiuti de minimis” cioè inferiori a 200mila euro in 3 anni. E ne abbiamo dati a pioggia. Un dato che mi ha impressionato riguarda il finanziamento delle sale cinematografiche che proiettano film in 3D: le abbiamo pagate tutte noi, attraverso, appunto, questi contributi non notificati.

Quanti di questi 30 miliardi non vengono contabilizzati nei bilanci delle imprese o dello Stato? Il cittadino, in teoria, ha diritto di sapere come vengono spesi i suoi contributi.
È necessario fare un distinguo. Dei fondi europei sappiamo praticamente tutto fino al 2008, anno i cui il rapporto sui fondi europei del ministero dello Sviluppo si ferma. Sugli altri fondi è difficilissimo ricostruire il percorso, ho scritto un capitolo intero cercando di capirlo. I controlli, sono vicini allo zero per un caos normativo prodotto da 1.300 leggi. Tanto che perfino la Corte dei conti e la Banca d’Italia, nei loro studi, ammettono che i dati sono presi da questa o quella fonte. La cosa più grave è che alcuni contributi sono stati erogati in contanti. Situazione che, in Calabria e in Sicilia, comporta un dirottamento alla mafia di buona parte di essi.

Un altro dato interessante riguarda le 1216 leggi delle amministrazioni locali che hanno concesso sussidi alle imprese nel periodo 2003-2008. E la retorica del patto di Stabilità?
Per buona parte si tratta di sgravi fiscali ed erogazioni di fondi europei, le amministrazioni locali non usano fondi propri perché quasi mai ne hanno, però continuano a concedere sgravi fiscali. Gli imprenditori, quando dicono che bisogna abbassare le tasse sul lavoro, hanno ragione, ma è altrettanto vero che chi paga le tasse per intero lo fa solo perché non sa che esistono leggi che consentono di pagarne di meno. Un esempio: c’è una legge che concede sgravi fiscali alle società per smantellare le navi “da rottamare”, peccato che un’altra legge obblighi lo smantellamento delle navi obsolete. Morale: sono incentivati per compiere il loro dovere.

Anche le banche non sono esenti da aiuti di Stato.
Le banche hanno avuto sgravi sulla base di tre leggi: la riforma Amato del 1990, la Ciampi del 1998 e quella sulla rivalutazione dei beni immobili delle Fondazioni. Anche la finanza, quindi, è stata sussidiata. La legge Ciampi è stata ritenuta illegittima dall’Europa, ha consentito di risparmiare 2,7 miliardi di euro agli istituti di credito che però, va riconosciuto, li hanno restituiti. In uno Stato liberale, comunque, non si dovrebbe sentire il bisogno di incentivare le fusioni: se una banca è piccola può essere acquisita. È la legge del mercato.

In che modo la mafia utilizza i sussidi pubblici, come scrive nel libro, per scalare il Nord?
Il capitolo sulla mafia parte da una strage nel 2006 a Urago Mella, in provincia di Brescia, dove vengono ammazzate tre persone, tra cui l’imprenditore Angelo Cottarelli, che erogava fatture false a favore di un’azienda controllata dal clan dei Marino, ma si era intascato un milione e mezzo in più di quanto pattuito. Questo per dire che, per incamerare i sussidi, le società hanno bisogno di fatture false e se vengono dal Nord “suona meglio”. Tremonti dice che bisogna spendere i fondi europei destinati al Sud, ma è un discorso sbagliato se è svincolato dalla creazione di nuovi posti di lavoro.

3 ottobre 2011

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http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=16&id=00655530&part=doc_dc-ressten_rs-ddltit_ddddl3184st-intervento_baldassarrirelatore:1&parse=no

Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 704 del 03/04/2012

MARIO BALDASSARRI, relatore.

Da 30 anni, ogni anno, fino all’anno scorso, in base a dati ufficiali del Ministero della economia reperibili sul sito ISTAT, questa Repubblica ha distribuito mediamente 40 miliardi di euro all’anno nella voce trasferimenti alla produzione e trasferimenti in conto capitale: quelli che volgarmente io chiamo i fondi perduti. L’ultimo dato ufficiale del Ministero dell’economia indica che il totale è pari a 42 miliardi di euro: 4 miliardi provengono dai fondi europei (che, come è noto, sono fondi italiani che vanno in Europa e tornano indietro, ma sempre soldi dei contribuenti italiani sono) e 38 miliardi sono erogati con fondi pubblici italiani. […]

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Puntata di Report “A FONDO PERDUTO” del 30/03/2008

[…] nel 1992 muore la Cassa per il mezzogiorno perché prosciugava risorse pubbliche senza portare sviluppo al sud. Al suo posto nascono altri strumenti. Il più importante è la legge 488, che attraverso il Ministero per lo Sviluppo Economico dà aiuti alle imprese italiane a fondo perduto. Ad oggi sono stati deliberati 80 miliardi di euro: una parte provengono dalle nostre tasche, una parte da quelle dell’Unione Europea. L’obiettivo è sempre lo stesso, portare aiuto alle zone depresse. Ad oggi chi ha incassato di più è il gruppo Fiat con 200 milioni di euro, poi l’Enel 82 milioni, l’Eni 98, la Telecom 65, Vodafone 23, H3g 9, Rai Way 8, Air One 3, Parmalat e Parmatour altri 3 questo tanto per citare le più famose. Al sud però purtroppo c’è anche il più alto tasso di natalità e mortalità delle imprese, ovvero nascono e muoiono nel lasso di tempo che necessario per completare la pratica che serve per incassare il contributo. Ma come fa lo Stato a dare soldi su un progetto che poi non verrà completato? L’inchiesta è di Sigfrido Ranucci. […] I casi che abbiamo visto sono al centro di procedimenti giudiziari e si vedrà chi ha ragione. Però abbiamo capito che quando vediamo in mezzo alle campagne tanti scheletri di capannoni vuoti e immobili negli anni e ci chiediamo: “Ma cosa ci fanno là”, è probabile che qualcuno sia stato costruito così: con il contributo iniziale metti in piedi la struttura, poi incassi la seconda tranche e invece di usarla per far partire l’attività te la tieni. I più onesti invece arredano il capannone e assumono qualche operaio. Poi incassano la terza tranche, che dovrebbe servire a far partire l’attività a pieno regime. Chissà com’è invece inizia la cassa integrazione, sempre a nostro carico. […] Ma come funziona il meccanismo per ottenere i contributi? L’imprenditore va da un consulente specializzato e con lui costruisce il progetto. Il consulente, che incassa il 5% sull’intero finanziamento, sa cosa deve scrivere per renderlo appetibile. Dopodiché la palla passa alla banca che deve verificare la sostenibilità. Secondo la commissione antimafia le filiali delle banche in Calabria dichiarano spesso la solidità dell’imprenditore senza verificarla, e ipotizza anche un sistema di relazioni con l’imprenditoria criminale. Con il sistema delle false dichiarazioni sono stati frodati allo Stato e all’Unione Europea, dal ‘96 al 2007 fino ad un massimo di 4 miliardi di euro e sempre secondo gli investigatori 1 miliardo e 2 sono finiti nelle mani della criminalità organizzata. Ma come è possibile, se per ottenere i contributi devi presentare il certificato antimafia? […] Se vuoi ottenere i contributi è richiesto di produrre il certificato antimafia, che abbiamo visto da solo non basta. Per amministrare lo Stato non è richiesto nulla. E forse è giusto così, perché non deve essere un prefetto a decidere chi ci amministra, ma i partiti quando scelgono i loro candidati. E alla politica si chiede per esempio di avere il pudore di non utilizzare il denaro pubblico né direttamente né indirettamente per farsi l’azienda vinicola di famiglia. Comunque tutto quello che abbiamo visto è finito a Bruxelles che oggi scrive: “Sicilia e Calabria hanno il primato per frodi e irregolarità sui fondi europei destinati all’Italia.” I Ministri che dal 96 ad oggi hanno firmato gli assegni destinati alla 488 sono stati: Enrico Letta, Marzano per 4 anni consecutivi, Scajola, Bersani anche lui per 4 anni. Proprio Bersani, finalmente se ne è accorto era ora ed ha detto recentemente “chiudo la 488 perché tanti miliardi di euro fra fondi europei e quelli provenienti dalle nostre tasche sono finiti nelle mani della criminalità organizzata e in progetti senza capo né coda”. Aveva predisposto una serie di provvedimenti che in qualche modo sarebbero stati fondamentali per impedire tanto sperpero, ma poi il governo è caduto. […]

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Aggiornamento del 17 dicembre 2012:

http://www.fermareildeclino.it/articolo/italia-prigioniera

Italia prigioniera

Pubblicato: Sab, 15/12/2012 – 08:45  •  da: Redazione di Fermare il Declino

Da Pensieri Liberali de IlSole24Ore; Giovanna Guercilena intervista Luigi Zingales

[…]  Nel Grand Canyon si legge un cartello che in poche righe offre una lezione di economia particolarmente interessante per l’Italia. Ce lo racconta?

Il cartello dice: «Non dare da mangiare agli animali selvatici». Il motivo è che gli animali perderebbero la capacità di andare in cerca del cibo, mettendo così a repentaglio la loro sopravvivenza nell’ambiente naturale. Sono stati gli uomini a piantare il cartello, perché se la questione fosse stata demandata agli animali, questi avrebbero certo preferito non esporlo. Anzi, avrebbero fatto lobby per avere più cibo gratis. Lo stesso vale per le imprese. Individualmente, ogni imprenditore ha vita più facile se foraggiato dal governo: ecco perché si spende così tanto in attività di lobby. Ma nel complesso il sistema di mercato peggiora. Come sarebbe pericoloso lasciare che fossero gli animali a dettare le regole dei parchi nazionali, così è imprudente lasciare agli imprenditori dettare le condizioni del mercato. Questo non significa solo eliminare gli aiuti di stato alle imprese, come Giavazzi ha sempre predicato, ma anche eliminare le barriere all’entrata di nuove imprese e tutta la regolamentazione creata solo per proteggere le imprese esistenti. […]

 

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