http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/421044/

La rabbia degli imprenditori “Berlusconi ci ha tradito”

Monta la delusione: non ci danno ricette per uscire dalla crisi

Di MARCO ALFIERI

Ero un grande sostenitore di questo governo e di Silvio Berlusconi. Ora sono un grande deluso, non ha più alcuna credibilità…», ammette Ettore Riello, capofila di una delle dinastie imprenditoriali più importanti del ricco e laborioso Veneto dei capannoni e delle partite Iva a trazione forzaleghista. C’era la possibilità di fare riforme vere, tagliare le tasse e i dipendenti pubblici, peccato che dai giornali venga fuori lo sfacelo di un Paese in cui va avanti solo un certo mondo clientelare», donnine e intrecci perversi. «Tutto ciò offende il lavoro e le imprese», sibila Riello. «Pensavo che il nostro premier potesse farsi garante di un vero cambio, invece…» C’è chi lo chiama addirittura parricidio. Chi Rubicone oltrepassato. Chi semplicemente tabù infranto.

Di certo l’uscita di Emma Marcegaglia non solo ha l’effetto di lanciare i titoli di coda su un governo moribondo ma si spiega proprio con la frustrazione dei tantissimi Ettore Riello padani, il vero nerbo di questo esecutivo. «Il tempo è scaduto», ha certificato la Lady di Confindustria. «Dopo due anni di penultimatum finalmente l’ha detto», ironizza un sindacalista cigiellino. Malizie a parte dev’essere costato molto liberarsi da un giogo psicologico berlusconiano che, per 15 anni – dal manifesto economico del 1994, a Parma 2001 quando all’assemblea di Confindustria il Cavaliere strappò la standing ovation sulla frase must «il vostro programma è il mio programma», fino al ritorno plebiscitario a Palazzo Chigi del 2008 – ha sedotto completamente il blocco dei produttori italiani, convinti di aver spedito a Palazzo Chigi il proprio leader carismatico. Il collega Silvio, finalmente «uno di noi».

Sembra passato un secolo. Già da alcune settimane, infatti, molti sciur Brambilla hanno aperto ad una soluzione di salute pubblica, sfrattando il governo amico. Quasi un atto dovuto con l’esecutivo impantanato nel gossip e una situazione finanziaria che precipita. Molte sedi territoriali di Confindustria sono diventate letteralmente la buca delle lettere dei mal di pancia di una base inferocita. A luglio alla loro assemblea annuale gli imprenditori vicentini non hanno voluto esponenti del governo sul palco. Qualche giorno prima i colleghi di Treviso, per dire di un’altra grande provincia manifatturiera capitale del centrodestra, si erano inventati una marcia di protesta. «Certo lo tsunami è mondiale – ripete da qualche giorno il presidente di Federacciai Giuseppe Pasini, gran capo della bresciana Feralpi -, «ma in Italia facciamo molta più fatica. Ci aspettavamo una manovra orientata alla crescita, invece ci sono solo tasse, come si fa?» In questo senso le parole di Marcegaglia certificano ufficialmente un divorzio consumato da tempo.

D’altronde mai come oggi è a rischio «la roba» e il benessere accumulato in passato. «I redditi e la crescita economica sono fermi al ’99, la produttività è in caduta libera, posti di lavoro non se ne creano né possiamo più svalutare la liretta come ai vecchi tempi», spiega un grosso imprenditore varesino di simpatie leghiste. Che poi ammette: «Dopo gli anni ostili di Prodi e Visco noi imprenditori abbiamo messo la testa sotto la sabbia, aprendo un credito forse immeritato». Ancora a luglio, con la crisi economica e il sexgate del premier, si è pensato che «potesse essere Giulio Tremonti a tirarci fuori dal baratro. Ma niente». Anche il ministro di Sondrio è caduto in disgrazia. A inizio settembre a Cernobbio la rottura ufficiale: la sua lezioncina che tutto va bene non ha retto davanti alla tempesta perfetta dei mercati e ad una platea letteralmente basita. Il resto lo fa la mancanza di credibilità del governo, ormai un costo improprio insopportabile. Imprenditori che viaggiano per il mondo come l’ex presidente di Confindustria Reggio Emilia, Fabio Storchi, lo sanno bene. «La situazione è molto grave», spiega il capo di Comer industries. «In molti avevamo riposto fiducia in un governo Berlusconi con una larga maggioranza in Parlamento. Purtroppo quel credito è stato tradito. Non c’è stato alcun sostegno allo sviluppo, ci hanno persino tagliato brutalmente il credito di imposta sull’innovazione».

Naturalmente il sistema delle imprese ha molte pecche, esplose tutte insieme in questo lunga crisi mondiale: nanismo, corporativismo associativo, poca indole agli investimenti in ricerca e sviluppo e scarsa patrimonializzazione. Ma è indubbio che per tantissimi imprenditori l’essenza della fascinosa «liberazione» berlusconiana – il meno tasse per tutti e la burocrazia zero – sia rimasta mestamente lettera morta. Di più. Un recente sondaggio condotto da Confindustria Emilia Romagna dimostra che per la stragrande maggioranza delle imprese i costi della burocrazia nell’ultimo decennio sono addirittura peggiorati. Così come le imposte, schizzate ormai al 44% (60 con gli oneri complessivi). Quasi un accanimento terapeutico su un tessuto produttivo in apnea. «Nella quinta versione della manovra c’è un imponente aumento dei provvedimenti fiscali a carico delle imprese che comporterà un ulteriore incremento dei costi del 7%», si sgola non a caso Mario Pozza, gran capo degli artigiani trevigiani. Eppure da Berlusconi a Bossi avevano promesso più volte un taglio netto. Parole, parole, parole. E questa volta, persino gli imprenditori non la bevono più…

20 settembre 2011

 

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/una-per-una-le-bugie-di-b/2132438

Una per una, le bugie di B.

di Tito Boeri

Tasse. Welfare. Edilizia. Alitalia. Aiuti alle imprese. Un economista ha letto dalla prima all’ultima riga il libretto che Berlusconi farà distribuire in autunno. E ha confrontato la propaganda con la realtà dei fatti.

Se questo è il biglietto da visita per la campagna elettorale, è probabile che Berlusconi farà di tutto per evitarla. Magro il bottino di due anni di Governo sul piano della politica economica, nonostante la grandissima forza parlamentare di cui ha potuto contare quella che era fino a pochi giorni fa la maggioranza uscita vittoriosa dal voto del maggio 2008. Come direbbe l’attuale allenatore del Real Madrid, ci sono nel libretto “molti tituli, ma sero riforme”.

Non a caso la parte sulle “grandi riforme” viene pudicamente relegata alla fine. Ne elenca tre: scuola, università e pubblica amministrazione.

Sfoglia il libretto integrale

La cosiddetta riforma della scuola è sin qui consistita solamente in tagli al personale, con la reintroduzione del maestro prevalente nella scuola primaria, la riduzione dell’orario d’insegnamento nella scuola secondaria (sia di primo che di secondo grado), la riduzione degli indirizzi nella scuola secondaria di secondo grado e la richiesta di compartecipazione delle famiglie alla spesa. Il tutto esclusivamente nella scuola pubblica, dato che il finanziamento alle scuole private “paritarie” non è stato ridotto. Per chiamarla riforma ci vuole tanto coraggio. Simile la strategia seguita nei confronti dell’università, perseguita con la riduzione del fondo di finanziamento ordinario. Il disegno di legge che entro fine anno dovrebbe andare alla Camera porterà, se non viene ulteriormente diluito nei suoi aspetti innovativi, a qualche cambiamento nella governance delle università, e non prima della fine legislatura, dato che si basa sull’esercizio di deleghe. Insomma è, al massimo, una scommessa di riforma, su aspetti relativamente marginali, che non intaccano davvero la ricerca e la didattica.

Quella della pubblica amministrazione è forse l’unica riforma avviata da questo Governo, ma è stata cancellata ancor prima di entrare in vigore dalla manovra appena varata che ha posto tetti alla crescita delle retribuzioni nel pubblico impiego in modo del tutto indiscriminato, in barba ai premi al merito introdotti dalla riforma Brunetta. Nel frattempo la riforma ha perso per strada le norme sulla trasparenza della dirigenza pubblica (davvero importanti anche alla luce degli scandali nella gestione della Protezione Civile), si è esclusa dall’applicazione della riforma la presidenza del Consiglio dei ministri segnale evidente del fatto che nessuno ci crede in questa riforma e si è di molto depotenziata la class action contro le pubbliche amministrazioni e i concessionari pubblici.

C’è molto editing da fare nel documento. Molte le ripetizioni e non poche le contraddizioni. A p.5 si rimarca come si sia dovuto intervenire per ridurre i compensi dei dirigenti pubblici e dei magistrati, ma a p.7 si rivendica il fatto di non avere tagliato gli stipendi a nessuno. Forse gli autori di queste schede non si sono parlati. La verità è che gli unici compensi ad essere tagliati in modo significativo sono quelli dei ricercatori universitari che, con il blocco degli scatti di anzianità, si vedono ridurre le loro retribuzioni fino al 15 per cento. Il vero risultato che questo governo può esibire sul piano della politica economica è quello di aver contenuto il peggioramento dei conti pubblici durante la crisi.

Lo ha fatto adottando la strategia dell’immobilismo. Scegliendo di non scegliere si è evitato di cedere alle richieste di sostegno che venivano un po’ da tutte le parti, ma si è anche sbarrata la strada a misure anticicliche, che avrebbero reso la recessione meno pesante, contenendo il calo del reddito pro capite degli italiani. Nonostante i trionfali titoli di testa dei TG1 della scorsa settimana, la produzione industriale è tuttora del 20 per cento al di sotto dei livelli pre-crisi, il prodotto interno lordo + del 6 per cento più basso. Non solo il calo è stato più forte pur non avendo vissuto lo scoppio di una bolla finanziaria o il fallimento di una grande banca, ma anche la ripresa è più lenta che altrove. In effetti il Governo ha preferito accettare un maggior impatto della crisi pur di evitare un aggravamento dei conti pubblici in un paese già fortemente indebitato.

12 agosto 2011

Tags: , , ,