Nella puntata di PresaDiretta andata in onda il 25 settembre 2011 ed intitolata “Il Popolo“, emerge un confronto spiazzante, drammatico e deprimente su due realtà che, seppur inserite in contesti storici assai differenti, possono essere facilmente paragonabili tra di loro. Si tratta appunto della Germania est, molto arretrata rispetto alla Germania ovest fino alla caduta del muro di Berlino, e del nostro sud Italia, arretrato rispetto all’Italia del nord già al tempo dell’unificazione (150 fa quindi) e rimasto arretrato fino ai nostri giorni (ma il divario nord-sud è addirittura aumentato negli ultimi anni)…  quali le motivazioni?

Meglio rifletterci un po’ su…

Molti soldi in Italia sono stati confluiti dal nord al sud del Paese… il problema è che tutti questi “investimenti” non sono andati a buon fine e questi soldi sono stati sprecati…

N.B. Penso che la soluzione non sia certamente quella del federalismo nè tantomeno quella della secessione, tanto invocate dai leghisti…

L.D.

Dal sito di PresaDiretta:

In Campania si sono persi 300mila posti di lavoro in pochi anni, a Napoli e provincia il numero degli operai è calato del 48%. In questa puntata di PRESADIRETTA  le tribolazioni di un popolo senza lavoro come conseguenza di questo drastico processo di deindustrializzazione che ha colpito la terza città di Italia e tutta la sua provincia.

Padri e figli lavorano a nero nell’edilizia, nell’industria, nelle botteghe artigiane, nei bar e negli esercizi commerciali: dieci ore per  20, 30, 40 euro; niente contributi previdenziali, assicurazione contro gli infortuni, busta paga, assegni familiari. Per centinaia di migliaia di persone il sommerso è l’unica forma di accesso al lavoro. L’impoverimento è tangibile, tanto che 700mila persone in Campania vivono grazie ai pacchi alimentari dell’Unione Europea. Molte famiglie rinunciano a mandare i figli a scuola perché non hanno i soldi per le tasse scolastiche e per i libri. In alcune zone 50 per cento degli studenti lasciano gli studi dopo la terza media, prima di aver compiuto il ciclo dell’obbligo.

Negli stessi quartieri dove vive il popolo è anche insediata la Camorra, ma persino la Camorra è in crisi, e non  distribuisce più alla bassa manovalanza dell’organizzazione i proventi del traffico di droga. Migliaia di famiglie dei detenuti del crimine organizzato non ricevono più i sussidi che la Camorra garantiva alle famiglie dei propri affiliati finiti in carcere.

Sono passati vent’anni dalla chiusura del grande stabilimento siderurgico di Bagnoli: da allora nel Sud e a Napoli e non è stata fatta alcuna programmazione economica né gli investimenti necessari a costruire nuovi posti di lavoro, quelli veri, con busta paga e contributi.

Salvare Napoli significherebbe salvare l’Italia e se il Sud è in crisi trascina nello stesso destino, l’intero Paese.

Lo hanno capito bene i tedeschi. PRESADIRETTA infatti è andata a vedere come la Germania è riuscita in venti anni a diminuire drasticamente il gap produttivo tra l’ex Germania dell’Est e quella dell’Ovest. La ricetta è una sola: investimenti, un fiume di soldi ben spesi che sono arrivati nella ex DDR. Se oggi la Germania è il paese europeo che ha resistito meglio alla crisi è proprio grazie a questa politica di sostegno del loro “SUD”.

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Libro “Terroni – Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali” di Pino Aprile

Fratelli d’Italia… ma sarà poi vero? Perché, nel momento in cui ci si prepara a festeggiare i centocinquant’anni dall’unità d’Italia, il conflitto tra Nord e Sud, fomentato da forze politiche che lo utilizzano spesso come una leva per catturare voti, pare aver superato il livello di guardia. Pino aprile, pugliese doc, interviene con grande verve polemica in un dibattito dai toni sempre più accesi, per fare il punto su una situazione che si trascina da anni, ma che di recente sembra essersi radicata in uno scontro di difficile composizione. Percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l’autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell’unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra nella facciata del trionfalismo nazionalistico. Terroni è un libro sul Sud e per il Sud, la cui conclusione è che, se centocinquant’anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo. Come dice l’autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla guerra Fredda e da un muro, in vent’anni sono tornate una. Perché da noi non è successo?

Libro “Giù al Sud – Perché i terroni salveranno l’Italia” di Pino Aprile

“Mai ho viaggiato a Sud come in questi ultimi due, tre anni, e ogni volta mi sorprendo a fare il conto di quanto ne so e di quanto si possa percepire di intenso e profondo senza riuscire a cogliere l’insieme. Ho pensato che fosse più onesto raccontare le tappe del mio viaggio, senza ricorrere ad artifici che le facessero diventare parte di una narrazione unica. Ma questo paesaggio narrativo comunque parla, e sapere di noi, chiunque noi siamo, ovunque siamo, è opera collettiva. Questo libro è il mio mattone (termine disgraziatissimo per un libro) per il muro della casa che si costruisce insieme. Il Sud non ha voce, o voci piccole e sparse, ed è possibile che gli stessi protagonisti non percepiscano quanto siano parte di un tutto, forse decisivo. Vedi un Sud dove una generazione di ragazzi resta per costruire una possibilità di futuro a casa sua, riscoprendone valori sottovalutati e, con quelli, un passato negletto. Non sono idealisti, non si fanno illusioni, hanno poca stima nelle possibilità e nell’attenzione che questo paese offre, ma hanno più fiducia in se stessi. Creano un festival del cinema, si occupano di volontariato, girano per paesini dimenticati a riscoprire forme d’artigianato d’arte, gestiscono il più grande centro di prima accoglienza d’Europa, a Crotone. Mentre tutti guardano al Nord, ricco e potente, alle loro spalle, al Sud, credo stia nascendo l’Italia di domani. Un’Italia migliore.” (Pino Aprile)

http://blog.panorama.it/libri/2011/11/24/pino-aprile-giu-al-sud-ecco-perche-noi-terroni-salveremo-l%E2%80%99italia/

Pino Aprile, “Giù al Sud”: ecco perché noi terroni salveremo l’Italia

di Pino Aprile

Perché i terroni salveranno l’Italia, come racconto in “Giù al Sud?Perché sono i più interessati (ma non i soli) a farlo. Alcune cose sono divenute più chiare, nel Paese, con l’ascesa al potere della Lega nord e l’adozione di una politica ai danni del Sud, che l’ha subita inerte e persino partecipe. La parte del Paese già pesantemente penalizzata (taglio di 1.000 chilometri di ferrovie in 70 anni; esclusione dai piani di sviluppo autostradale, a parte la Salerno-Reggio Calabria; dell’alta velocità, degli aeroporti) è stata ulteriormente impoverita con la sottrazione dei fondi a essa destinati, e con i quali sono stati pagati investimenti al Nord, multe degli allevatori padani disonesti, il terremoto dell’Aquila e altro.

Ed è ripresa l’emigrazione da sud, con flussi simili a quelli degli anni 50 e 60: l’Istat ha contato, nei 10 anni fino al 2008, 700 mila emigrati; 122 mila nel solo 2008. Tantissimi i laureati, con corsi di studio eccellenti, esperienze all’estero.

L’Istat misura macrofenomeni, a me tocca, per mestiere e passione, spiare l’erba che cresce, per capire quali piantine diverranno alberi. Per il mio “Terroni“, ho girato per il nostro Mezzogiorno come mai in vita mia, negli ultimi due anni: centinaia d’incontri e paesini di cui ignoravo pure l’esistenza. Ho scoperto che una maggiore e più diffusa sensibilità, nel Meridione, era maturata da tempo. Il mio libro è stato solo uno degli strumenti per rivelarla.

Questa nuova consapevolezza si manifesta nella creazione di iniziative culturali, politiche, economiche (magari piccole, ma il seme più piccolo è quello dell’albero più grande, il baobab). A dare vita a tali fermenti sono quasi sempre giovani di ottimi studi che talvolta rifiutano offerte lusinghiere al Nord e all’estero, convinti di poter migliorare la propria condizione con quella della propria terra. È un’onda che si sta alzando, questa di chi non se ne va, tanto che l’etnologo Vito Teti la studia (Una antropologia del restare) come fosse una nuova tribù, quella della «restanza». […]

L’Italia fu unificata, 150 anni fa, con la spoliazione del Sud (distrutte industrie e commerci, svuotate le banche) e la trasformazione in «colonia interna», come Irlanda o Scozia. Il Mezzogiorno fu ridotto in stato di minorità (e oggi si cancellano persino i poeti e autori del Sud dai programmi ministeriali per i licei), nacque la questione meridionale, che prima non esisteva: lo documenta il Consiglio nazionale delle ricerche. Tale sistema, pur squilibrato, portò il nostro Paese fra i primi 10 del mondo. Adesso è superato e dannoso.

Ma chi ne trae vantaggio, il Nord, non ha interesse a cambiarlo; chi ne è penalizzato sì. Per questo, come accaduto in Irlanda, in Scozia e altrove, ci si muove per riequilibrarlo. Un’Italia più equa, invece di impoverirsi nel conflitto fra le sue parti, può correre più forte tutta insieme.

E perché dovrebbe partire oggi e dal Sud? Fu una percentuale fra l’1 e il 2 per cento della popolazione a fare l’unità d’Italia: erano professionisti (avvocati, professori, giornalisti), specie in Lombardia, Veneto, cui l’Austria dava poche possibilità di esprimere le proprie doti, dirigere. Essi crearono, allora, la propria impresa e la compirono: l’unità; ancora oggi sono maggioranza in Parlamento.

Un fenomeno analogo muove oggi il Sud. Se ci riuscirà (io, da quel che ho visto, ci credo, e lo racconto), avremo un’Italia migliore.

24 Novembre 2011

Libro “Il Sud puzza. Storia di vergogna e d’orgoglio” di Pino Aprile

Il libro di Pino Aprile è la storia di un risveglio, anzi di molti risvegli. Di occhi che si sono aperti su realtà inaccettabili, di persone che hanno potuto guardarsi le une con le altre, che si sono riconosciute e hanno deciso di fondersi in comunità. È la storia di una decisione che ne ha portate con sé molte altre, e che si riassume in un grido di protesta: “non vogliamo sopportare più”. E sono molte le cose che non vogliono sopportare più, il ricatto “o salute o lavoro” che per decenni ha avvelenato Taranto nell’indifferenza generale, i veleni della “monnezza” proveniente da molte zone d’Italia e accumulata in Campania, veleni che si infiltrano nella terra, che uccidono il cibo e le persone, ma che arricchiscono la camorra e tutti quelli che fanno affari con la criminalità organizzata, il pizzo che bisogna pagare ai soliti noti per riuscire a lavorare. In un’indagine appassionata Pino Aprile ci apre una finestra su un Sud al di fuori dei luoghi comuni, su persone che agiscono, si spendono, rischiano, indifferenti al pericolo, al ricatto, alle minacce. Come Leila Ottaviano, commerciante, la prima che ha avuto il coraggio di denunciare i camorristi che esigevano il pizzo e che ha reso Ercolano una città libera, e don Maurizio Patriciello, diventato una guida per le associazioni che vogliono liberare la piana del Volturno dai veleni che l’hanno trasformata in un inferno, e Giuseppe Di Bello, tenente della Polizia provinciale in Lucania, la cui vita viene demolita…

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Aggiornamento del 21 ottobre 2013:

Ci piacciono l’ottimismo e la fiducia di Pino Aprile, ma i dati che ci fornisce lo Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) non sono così incoraggianti. Al seguente link potete trovare il rapporto 2013 sull’economia del mMhttp://lnx.svimez.info/it/2013.html

Un Mezzogiorno a rischio desertificazione industriale, dove i consumi non crescono da cinque anni, si continua a emigrare per il Centro-Nord, il tasso di disoccupazione reale supera il 28%, crescono le tasse e si tagliano le spese, ma una famiglia su 7 guadagna meno di mille euro al mese, e in un caso su quattro il rischio povertà resta anche con due stipendi in casa. Secondo la SVIMEZ occorre rilanciare una visione strategica di medio-lungo periodo, che veda nella riqualificazione urbana, energie rinnovabili, sviluppo delle aree interne, infrastrutture e logistica i principali drivers dello sviluppo.

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Aggiornamento dell’11 dicembre 2013:

SUD, SVIMEZ: ITALIA SPACCATA A META’ NEI LEP DEI SERVIZI COMUNALI” (pdf)

“Lo studio ha analizzato i bilanci consuntivi relativi al 2011 di sei grandi comuni italiani, del Centro-Nord (Torino, Milano, Roma) e del Mezzogiorno (Bari, Napoli e Palermo), provando a capire se e quanto i Comuni riescono a coprire il fabbisogno standard di 14 servizi base, dall’acqua agli asili nido, all’illuminazione delle strade, cui avrebbe diritto nella stessa misura ogni cittadino italiano. Con il risultato, si legge nella nota, che nelle metropoli del Mezzogiorno emerge “una enorme e inaccettabile sottodotazione di servizi comunali rispetto ai LEP, livelli essenziali delle prestazioni, che lo Stato, in base alla Costituzione, ha l’impegno di garantire su tutto il territorio nazionale”.

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Aggiornamento del 21 marzo 2015:

https://www.leoniblog.it/2015/03/16/al-sud-non-basta-la-ripresina-servono-politiche-dellofferta/

AL SUD NON BASTA LA RIPRESINA. SERVONO POLITICHE DELL’OFFERTA

[…] L’aggravamento del gap del Mezzogiorno rispetto al centro-Nord negli anni di crisi è purtroppo ben noto. Nel 2013 il Pil per abitante era pari a 33,5 mila euro nel Nord-Ovest, a 31,4 mila euro nel Nord-est e a 29,4 mila euro nel Centro. Il Mezzogiorno, con un Pil pro capite di 17,2 mila euro, era a un livello inferiore del 45,8% rispetto al Centro-Nord. ll Mezzogiorno ha perso più occupazione rispetto al resto del Paese fin dall’inizio della crisi. Il tasso di occupazione maschile del Mezzogiorno, già inferiore di quasi dieci punti alla media nazionale nel 2008, ha continuato a diminuire con un ritmo più accentuato. Quanto alle donne, al Sud ne lavora solo una su tre. Sono scese le famiglie con due o più occupati in casa: sono solo il 20%. Sono salite quelle in cui non è presente alcun occupato: sono il 20%. Il tasso nazionale di disoccupazione è fatto di una media nazionale che la vede al Nord inferiore ai due terzi, mentre al Sud è doppia. Fermiamoci qui. E’ vero che i dati vanno tarati con il minor costo reale della vita, anche di un terzo inferiore al Sud rispetto  al Nord. Ma pesano anche i peggiori servizi pubblici offerti a chi vive al Sud.

Veniamo al precedente storico a cui guardare. Il divario non è poi molto inferiore a quello che gravava sulla Germania est rispetto a quella Ovest, 25 anni fa alla caduta del muro. La produttività orientale venne calcolata alla riunificazione pari a un terzo di quella occidentale, e di conseguenza così si partì come base salariale. Che rapidamente crebbe però fino a due terzi di quella occidentale nel corso di due rinnovi contrattuali. La Germania Ovest fornì a quella orientale quattro pilastri di solidarietà. Primo: un gigantesco trasferimento di competenze tecniche ai vertici delle amministrazioni pubbliche. Secondo: un’amministrazione straordinaria, la Treuhandanstalt, che portò alla privatizzazione di 33 mila grandi medie e piccole aziende tedesche in 5 anni, restituendone molte altre agli ex proprietari pre-regime. Terzo: un cambio alla pari tra marco occidentale e orientale, contro il parere della Bundesbnak e per volontà di Khol. Quarto, un meccanismo di trasferimento di risorse finanziarie il cui terzo pacchetto è ancora in vigore fino al 2019, e che attraverso i fondi di perequazione tra Laender occidentali e orientali toccò all’inizio il 9% del Pil complessivo tedesco annuale (all’epoca, più del 50% del Pil della ex DDR), per scendere poi oggi sotto il 5%. Il risultato non è ancora la piena parificazione del reddito, occupazione, e produzione. Ma è stato un successo straordinario di livellamento del gap, rispetto alla nostra storia unitaria centocinquantennale che ha visto il gap diminuire solo tra gli anni ’50 e gli anni ’80 del Novecento.

E ora le conclusioni da trarre, rispetto alle parole di Padoan. Già si era capito dall’impostazione sin qui seguita dal governo, che non si nutre fiducia in politiche ad hoc per ridurre il divario tra Nord e Sud. Se questo significa non ripetere gli errori del passato, cioè l’assistenzialismo clientelare degli ultimi decenni di intervento straordinario e della somma di Casmez e Iri, nonché anche del tentativo giacobin-dirigista dei patti territoriali di era ciampiana, non si può che essere d’accordo. Sono esperienze fallite, e soprattutto la prima ha generato raffiche di punti di debito pubblico ,abituando al prendi-e-fuggi di sussidi e trasferimenti pubblici in assenza di piani industriali seri. In realtà, alimentando dunque l’illegalità e distruggendo fiducia e capitale sociale, che sono i presupposti di ogni crescita economica.

Tuttavia, se ciò significa credere che verrà la ripresa nazionale e risolverà da sola il gap, vuol dire scommettere su un prospettiva fallace. Già siamo reduci da vent’anni di crescita italiana molto più tenue rispetto a quella delle altre nazioni avanzate. E dunque una crescita di zero virgola non può smuovere macigni. Ma, soprattutto, il divario è troppo accentuato nella partecipazione al mercato del lavoro, negli investimenti e nel reddito perché queste precondizioni della crescita non meritino misure ad hoc. Cioè regole diverse sul versante dell’offerta, prima e più che risorse finanziarie.

Qualche esempio. Il Jobs Act finora manca del capitolo relativo alle politiche attive: ebbene l’Agenzia nazionale che intermedierà domanda e offerta non può essere la stessa al Nord e al Sud, l’accreditamento e il modello organizzativo deve essere per forza diversi, se vogliamo mordere la bassa partecipazione al lavoro al Sud. La riforma della scuola, al suo avvio parlamentare, non deve prevedere un canale duale professionalizzante uguale in tutto il territorio, ma diverso per specifiche produttive e densità di inoccupati rispetto alle qualifiche richieste localmente. La miriade di micropartecipate pubbliche locali in perdita è più grave al Sud che al Nord, come si desume dai loro conti economici, e la conseguenza è un’offerta di livello troppo basso dei servizi pubblici. La perequazione finanziaria tra Regioni non ha realizzato né una loro sufficiente autonomia finanziaria (e al Nord continua la spoliazione di risorse da parte dello Stato centrale), né si è data obiettivi di recupero del gap meridionale lontanamente analoghi a quelli del patto tedesco tra Ovest ed Est. Le centinaia di diverse norme incentivanti a livello regionale nel Sud restano una fiera di sprechi, i cui effetti sono nulli su impresa e lavoro.

Non è vero dunque che i disastri del passato impediscono ogni nuova politica per il Sud. E’ vero il contrario: se il Sud non è messo in condizione di recuperare parte rilevante di un gap tanto catstrofico in pochi anni, è l’Italia in quanto tale che continuerà ad avere crescite da nana. Alla lunga, non è solo l’euro asimmetrico che non può reggere tra paesi a divergente produttività: in piccolo, vale esattamente lo stesso per l’Italia.

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