Considerando che la nostra SPESA PUBBLICA CORRENTE ammonta al 52% del Pil, ogni provvedimento che possa permetterci di ridurla, razionalizzando ed ottimizzando i costi ma senza rinunciare alla qualità dei servizi, sarebbe sicuramente da accogliere positivamente. Proprio per questo, anche l’accorpamento dei comuni italiani più piccoli dovrebbe essere preso seriamente in considerazione dal governo. Gli studi che dimostrano i potenziali vantaggi di una riforma di questo tipo sono già stati fatti, basterebbe solo avere la voglia ed il coraggio, da parte della politica, di metterla in pratica…

L.D.

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/manovra-stracquadanio-e-la-fronda-pdl-alternativa-ecco-le-nostre-proposte-939744/

Manovra, Stracquadanio e la fronda Pdl ‘alternativa’: “Ecco le nostre proposte”

ROMA – ”Siamo circa una ventina ma contatti sono in corso; sa non e’ facile trovarli. Comunque oggi contiamo di mettere nero su bianco le nostre proposte sulla manovra”. Così Giorgio Stracquadanio, quasi il portavoce delle ”proposte alternative” sulla manovra in seno al Pdl.

Stracquadanio anticipa all’Ansa le proposte del gruppo che, dice, dovrebbe rinfoltirsi nelle prossime ore. […]

– Stop a qualsiasi forma di pressione fiscale. Bisogna bloccare tutte le forme di incremento della pressione fiscale già previste. Quindi neppure l’aumento dell’Iva va bene. No alla tassazione dei redditi che andrebbero a colpire quelle fasce sociali che ancora sono da stimolo agli acquisti.

(Esattamente il contrario di quanto fatto nella manovra!!)

– ”Fondere” i Comuni e le Province. Non si tratta di abolire i piccoli comuni dotandoli di una sorta di Podestà – spiega – ma di ”fondere” i piccoli comuni fino alla soglia virtuosa dei 5000 abitanti. Infatti sotto tale soglia, secondo i dati del Viminale, un cittadino costa di media 1300 euro. Sopra costa 750 euro. Si deve portare la soglia per la sussistenza delle Province a 500.000 abitanti. Come i comuni quelle che non raggiungono tale soglia dovranno essere ”aggregate”. Dovranno essere cancellati tutti gli Enti intrmedi, e sono tanti, tra regione Provincia

(Segue approfondimento sul tema…)

– Privatizzare le Municipalizzate. Devono essere privatizzate, magari con forme diverse, le 700 municipalizzate. Ciò deve accadere in tempi brevi: 18 mesi. pensiamo a commissari ‘ad acta’ che siano incaricati della messa sul mercato delle municipalizzate.

(Leggi questo articolo: LINK)

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Libro “L’accorpamento dei piccoli comuni” di Giuseppe Castronovo

L’attuale assetto ordinamentale dei Comuni italiani è affetto da due gravi patologie: la presenza di migliaia di piccoli Comuni con poche centinaia di abitanti che non hanno nemmeno il “materiale umano” per dar vita alle loro stesse rappresentanze elettive; il dogma dell’uniformità secondo cui una grande città e un piccolo Comune debbano essere retti dallo stesso schema giuridico. Questa è una situazione pregiudizievole per i cittadini che non trovano nel Comune il soggetto in grado di rispondere ai loro bisogni costituzionalmente riconosciuti. Per rendere l’azione dei Comuni all’altezza dei compiti loro affidati, il presente studio propone l’accorpamento di quelli più piccoli in modo da formarne dei nuovi in grado di meglio assolvere i loro compiti istituzionali, sotto il profilo demografico e territoriale, nonché economico. Attraverso una dettagliata analisi del principio costituzionale del buon andamento della Pubblica Amministrazione e dei relativi criteri di economicità, efficienza ed efficacia, si vuol dimostrare come “unire due piccole autonomie non vuol dire sopprimerle ma farne una più grande e più efficiente“.

http://www.wakeupnews.eu/manovra-e-piccoli-comuni-intervista-esclusiva-a-giuseppe-castronovo/

Manovra e piccoli comuni: intervista esclusiva a Giuseppe Castronovo

Tra le proposte più discusse dalla recente finanziaria vi è quella relativa l’accorpamento dei comuni che non raggiungono i 1000 abitanti. Wakeupnews ha dunque cercato di capire meglio i possibili risvolti di questa soluzione con Giuseppe Castronovo, autore del libro, edito da Rubbettino, “L’accorpamento dei piccoli comuni”. Aiutato dalla lunga esperienza nel campo della pubblica amministrazione, il dottor Castronovo ha ampiamente investigato i problemi dell’attuale assetto comunale, danneggiato dalla presenza di comuni talvolta così piccoli da non raggiungere i numeri di un condominio.

Secondo la tesi sostenuta nel volume, quindi, l’accorpamento è certo una soluzione ma alla sola condizione che non sia mirato esclusivamente all’economicità, ma anche ad un miglioramento della qualità della vita del cittadino. Perché, come la Costituzione insegna, la cura della persona dovrebbe comunque sempre venire prima degli interessi dell’istituzione.

Il tema dell’accorpamento dei piccoli comuni è balzato agli onori della cronaca con la recente manovra finanziaria. Da esperto in materia, come giudica il provvedimento?

Così formulata, la proposta governativa mi delude per motivi sia di metodo sia di merito. In particolare, non capisco perché si voglia subordinarne l’attuazione al censimento che si effettuerà nell’autunno di quest’anno. Data la complessità dell’operazione, nel caso dell’ultimo censimento, datato 2001, i dati furono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale soltanto nel 2003. Vien da sé che i dati del prossimo rilevamento verranno ufficializzati nell’estate 2013. Questo implica che le elezioni comunali dei prossimi due anni si svolgeranno senza tener conto della manovra. Non capisco perché diluire nel tempo se il provvedimento nasce con carattere d’urgenza.

Quindi, secondo Lei, si tratta di un tentativo di “temporeggiamento”?

Grazie all’esperienza maturata come segretario comunale e sindaco, non ho remore nel dire che molti comuni faranno il gioco sporco. Faccio il caso di realtà intorno ai 900 abitanti: sicuramente, la gran parte, al censimento, raggiungerà la quota 1000 necessaria al salvataggio. Non dico sia possibile resuscitare i morti  ma, magari, persone trasferitesi all’estero potrebbe risultare di nuovo residenti.

Ha giustamente ribadito l’urgenza della manovra. Come spiega il fatto che si arrivi ora a questa soluzione, mentre, agli inizi di luglio, il Parlamento, e il Pd in particolare, si schieravano contro l’abolizione delle province fortemente sostenuta da Di Pietro?

Qui, è necessaria una puntualizzazione: questo provvedimento è stato presentato dopo che la Bce ha preteso ulteriori garanzie da parte nostra. C’era bisogno di una nuova manovra, presentata in fretta e furia, che ponesse sotto controllo la spesa pubblica. Non voglio usare paroloni come commissariamento ma non si può negare che alcune scelte siano state fortemente caldeggiate dall’Unione europea. Del resto, dobbiamo fare gioco di squadra e non si possono pretendere sacrifici solo da Grecia e Spagna.

A proposito di riduzione delle spese, però, Lei sostiene che l’accorpamento non è solo una questione economica. Anzi, lo scopo prefissato è innanzitutto  un miglioramento dei servizi.

Il principio di sussidiarietà, inserito nella nostra Costituzione nel 2001, è stato una buona scelta, ma solo sul piano delle idee. La realtà italiana conta 8101 comuni, 1964 dei quali non raggiungono i 1000 abitanti e non possiedono dunque le strutture e il materiale umano necessari a tutelare i diritti costituzionalmente garantiti. Al momento del prelievo fiscale, tutti i cittadini sono uguali; dovrebbero esserlo altrettanto anche quando si tratta di usufruire dei servizi. In questi piccoli comuni, la spesa è di pura autoalimentazione della struttura pubblica. Di contro, l’accorpamento permetterebbe di sfruttare al meglio le risorse della sussidiarietà.

Ma ad un cittadino, magari allarmato all’idea di fare grandi spostamenti per il rinnovo di un documento, come spiegherebbe il suo progetto?

Quando parlo di fusione, mi riferisco al fatto che 2 ipotetici comuni A e B possano diventare un’unica entità giuridica, con un solo sindaco, una sola giunta e così via. Ho voluto abbracciare proprio il punto di vista del cittadino, per cui gli uffici che operano a diretto contatto con il pubblico resterebbero operanti. Non credo invece che il cittadino abbia bisogno di recarsi quotidianamente presso gli uffici tecnici o finanziari del suo comune. Non solo, ciò che verrebbe risparmiato in questo modo potrebbe essere investito in altri servizi di pubblica utilità.

Un’altra importante critica all’idea dell’accorpamento è stata mossa dal giurista Valerio Onida che, affrontando il tema da una prospettiva storica, ha bollato il progetto come un “disegno razionalizzatore astratto”.

L’attuale situazione comunale italiana è stata ereditata dagli Stati preunitari. Nel 1850 non c’erano luce, auto o tutte quelle tecnologie che oggi facilitano la nostra quotidianità. Perché non sfruttarle e metterle al servizio del cittadino? L’autorevole professor Onida parla di “accorpamento massiccio” ma io credo che quest’accorpamento non si possa definire massiccio. Contrariamente a  quella governativa, la mia proposta è più flessibile e attenta alle diverse esigenze poste da aree montane, più isolate, e realtà di pianura, dove comuni, anche numerosi, si susseguono senza soluzione di continuità. Occorre considerare non solo il dato demografico ma anche quello geografico.

A questo punto la domanda è legittima:  l’accorpamento si farà davvero?

Non a caso, il sottotitolo del mio libro recita “un tortuoso e difficile percorso tra vincoli costituzionali e mancanza di volontà politica”. L’accorpamento proposto da questa manovra è di serie B: non riduce le persone giuridiche. Se viene eletto un sindaco, allora c’è ancora un comune! I comuni, purtroppo, sono considerati dalle forze politiche terreni di coltura per la crescita elettorale e non so fino a che punto vi sia la volontà di rinunciarvi. In democrazia, fare le leggi è molto difficile e, spesso, si guarda più ai risultati immediati che a quelli sul lungo periodo. Pur di non inimicarsi i cittadini si rischia di optare per soluzioni che non risolvono i problemi di fondo.

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