Sono sufficienti tre fattori:

1. disoccupazione

2. maggiore “povertà” o, detto in altri termini, forte riduzione del potere d’acquisto

3. aumento del divario sociale

Questi soli 3 fattori possono determinare drastici cambiamenti nella nostra vita di tutti i giorni. Questi tre fattori sussistono già nel nostro Paese, come dimostra questo breve estratto (dal sito  www.nove.firenze.it):

http://www.nove.firenze.it/vediarticolo.asp?id=b1.01.11.14.45

[…] A fianco della questione della crescita economica si imporrà sempre di più negli anni a venire il problema della distribuzione del reddito. E’ quanto emerge dal rapporto Irpet “L’uscita dalla crisi: strategie di crescita ed effetti distributivi”, presentato oggi [11 gennaio 2011] durante la Conferenza di inizio anno. Uno studio che fa il punto sul biennio appena trascorso per poi spingersi a delineare lo scenario dei prossimi cinque anni. La ripresa, spiegano all’Irpet, non potrà che essere trainata dalle esportazioni, con l’industria manifatturiera e metalmeccanica che torneranno ad essere protagoniste. Ma dovremo fare i conti con una domanda interna che resterà per anni stagnante, anche per gli effetti di manovre finanziarie fortemente restrittive. […] Ma la relazione dell’Irpet mette soprattutto in guardia dalla riduzione del peso del reddito da lavoro che ricadrà sulle famiglie. Quest’ultime infatti, fra cinque anni, potrebbero vedere il loro potere di acquisto poco sopra il livello del 2010, con pesanti conseguenze su quelle più povere, enfatizzando quindi anche il ruolo delle politiche distributive a fianco di quelle per la crescita. Lo studio prende in esame il quinquennio 2011-2014: «Accanto all’inizio di una ripresa economica trainata unicamente dall’export a fronte di una domanda interna che rimane stagnante – riflette Benedetti – Irpet colloca gravi problemi sulla distribuzione del reddito, con le famiglie povere che diverranno sempre più povere, complice il tasso di disoccupazione destinato a non ridursi, e le famiglie benestanti destinate a un miglioramento della loro posizione. Insomma, si acuisce il divario sociale. […]

Ciò che è accaduto in Gran Bretagna pochi mesi fa è un campanello d’allarme che dobbiamo tenere ben presente. Si è trattato di una manifestazione sociale decisamente violenta, una cosa che sembra arrivare da un paese lontano, invece arriva proprio da qui vicino, dalla Gran Bretagna. Non possiamo escludere che ciò si possa verificare anche nel nostro Paese, dove, come abbiamo visto, i principali fattori scatenanti sono già presenti. Noi non siamo diversi dagli inglesi, perciò, nelle medesime circostanze, potremmo comportarci esattamente allo stesso modo.

Questo, per chi non avesse seguito le vicende, è quanto accaduto a soli 1500 chilometri circa da noi.

http://www.lettera43.it/economia/macro/25913/sua-maesta-disoccupazione.htm

Sua Maestà disoccupazione

Uk, non c’è lavoro: il fallimento di Cameron.

Nel Regno Unito che ancora si deve riprendere dai tumulti di agosto a Londra e in cui il dibattito sul disagio sociale resta acceso, i dati ufficiali dell’Istituto nazionale di statistica britannico sull’occupazione spargono nuova benzina sull’incendio del crescente disagio sociale.

Da maggio a luglio 2011, infatti, 111 mila dipendenti pubblici, fra amministrazioni locali e centrali, hanno perso il lavoro. Un dato che è stato solo parzialmente controbilanciato da un aumento di 41 mila posti nel settore privato.
AUSTERITY CONFERMATA. Il premier David Cameron, che da tempo cammina sui carboni ardenti, è stato costretto ad ammetterlo: i numeri sono «sconcertanti». Eppure, non sono sufficienti a cambiare le politiche del governo, o a convincere Downing Street ad allargare le maglie dell’austerity: la coalizione, al contrario, proseguirà nella sua politica di tagli alla spesa pubblica. […]

D’altronde, non è difficile immaginare che la piazza sarà gremita. Oltre 2,5 milioni di cittadini britannici sono al momento senza un impiego, e la cifra potrebbe salire di altri 250 mila entro il 2012.

Il tasso di disoccupazione è al 7,9%: di questi, circa 1 milione sono giovani. Anche la disoccupazione femminile è al livello più alto da 23 anni a questa parte.

CONDANNATI AL PART-TIME. E la debolezza del mercato del lavoro è un mix micidiale di vari elementi: la mancanza di offerta, un aumento del 40% in pochi mesi delle redundancy – i licenziamenti per sovrannumero – e almeno un terzo dei giovani lavoratori obbligati a prestare servizio part time perché non esistono lavori a tempo pieno.
I centri per l’impiego ormai offrono quasi esclusivamente lavori di bassa qualità e dall’orario ridotto. Se il momento è critico per il settore pubblico – ai 111 mila posti persi da maggio a luglio si devono aggiungere i 38 mila bruciati nel trimestre precedente, e i 54 mila di quello ancora prima – anche il settore privato, nonostante i posti creati – non naviga in acque tranquille.
IL PIANO DI CRESCITA. Eppure Cameron aveva un piano di crescita. E lo aveva presentato lo scorso ottobre di fronte alla Confederation of British Industry, la Confindustria britannica, convinto che funzionasse.
A fronte di tagli alla spesa pubblica, che si preannunciavano superiori agli 80 milioni di sterline, il premier aveva auspicato una sostituzione rapida da parte del settore privato di un apparato statale in ritirata. In questo modo la crescita del commercio e dell’industria sarebbero state stimolate.
STIMOLO INSUFFICIENTE. Ma, evidentemente, lo stimolo non è bastato a far assorbire i fuoriusciti dal settore pubblico da parte di quello privato. Nonostante la promessa, finora non mantenuta, di «sbloccare 200 miliardi di sterline di investimenti» per infrastrutture, settore energetico e sviluppo del tessuto industriale.
E nessuno, all’opposizione, ha mancato di rimarcarlo. «Il piano di Cameron di sostituire il lavoro pubblico con il lavoro nel settore privato non sta funzionando», ha detto il leader dei laburisti Ed Miliband. «I dati lo dimostrano, il governo sta fallendo nel suo intento, visto che per ogni due posti persi nel pubblico ne viene creato meno di uno nel privato». […]

Il disagio è forte, specie nelle fasce della popolazione a minore istruzione e a minore reddito. E la scarsa rappresentanza sindacale, di certo, non aiuta i lavoratori che possono contare su uno stipendio che spesso si aggira intorno alle 1.000 sterline, quando tutto va bene.
IL DISAGIO DELLE PERIFERIE. Certo, i riot sono stati un fenomeno di non facile lettura, nemmeno per sociologi ed economisti. Al disagio sociale si è aggiunta anche tanta criminalità comune. […]

di Daniele Guido Gessa

Giovedì, 15 Settembre 2011

 

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