Vorremmo sfatare il luogo comune, tanto caro alla Lega Nord, secondo il quale gli immigrati, siano essi clandestini o meno, ruberebbero il lavoro a noi italiani. Questo non è assolutamente vero (per un esempio, vedi l’articolo “Produzione del Grana Padano: gli immigrati salvano la tradizione italiana“), chi pensa ancora che sia così dovrà ricredersi, alla luce di numerosi studi che dimostrano il contrario.

L’Italia ha due problemi: il primo è la xenofobia ampiamente diffusa (consigliamo a proposito il film “Cose dell’altro mondo”) ed il secondo è l’incapacità della politica di gestire adeguatamente il problema dell’immigrazione. In merito a questo secondo punto, infatti, si scopre che a volte agli immigrati non vengono concessi diritti importanti, come la cittadinanza italiana ai bambini che nascono in Italia, altre volte invece viene loro concesso troppo, come nel caso delle pensioni che continuiamo a pagare ad immigrati che non hanno mai vissuto e pagato tasse in Italia ma che, grazie alla legge sui ricongiungimenti familiari, prendono la pensione dal nostro paese pur vivendo nel loro paese d’origine.

L.D.

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http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2012/01/27/news/la_cittadinanza_ai_figli_degli_immigrati_e_una_follia_e_un_assurdit_non_darla-28850095/

Cittadinanza ai figli degli immigrati: ecco perché l’Italia è indietro

Sono circa un milione i minorenni residenti in Italia, figli di genitori stranieri. Di questi circa 650 mila sono nati nelle strutture sanitarie del nostro Paese. Una legge (la n° 91 del 1992) ormai inadeguata. L’appello del Presidente della Repubblica e la Campagna “l’Italia sono anch’io” (www.litaliasonoanchio.it/) promossa da 19 associazioni

di CARLO CIAVONI

[…] La cittadinanza solo per discendenza. La legge sulla cittadinanza – l’ultima in ordine di tempo – compirà vent’anni il prossimo 5 febbraio. E’ la numero 91 ed è basata sullo “ius sanguinis”, il diritto di sangue. Non prevede, infatti, lo “ius soli”, cioè il diritto che si acquisisce (come accade per chi nasce negli Usa) per il fatto stesso di fare il primo vagito sul suolo italiano, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Dunque, lo status giuridico dei bambini, figli di immigrati, cui capita di nascere in Italia è inestricabilmente legato alla condizione dei genitori: se i padri ottengono la cittadinanza (compiuti dieci anni di residenza legale) questa si trasmette automaticamente anche ai figli. Come un’eredità. Gli altri casi. Il “beneficio” della cittadinanza italiana spetta di diritto anche a chi nasce in Italia da genitori ignoti o apolidi; oppure il figlio di genitori ignoti trovato sul territorio italiano di cui non si trova nessun’altra cittadinanza; o ancora: lo straniero che risiede da tre anni o che è nato in Italia, del quale si riescono a rintracciare antenati diretti di nazionalità italiana; infine: il ragazzo già diciottenne adottato da cittadini italiani, che però risiede in Italia da almeno 5 anni. […]

Come funziona in Europa e negli USA.

In Germania. E’ sufficiente che uno dei due genitori viva legalmente sul territorio da almeno 8 anni per concedere al figlio il diritto alla cittadinanza, già al momento della nascita.

In Irlanda. Bastano tre anni di residenza nel paese da parte di uno dei due genitori.

In Belgio. Al bambino nato nel paese viene concessa la cittadinanza automaticamente quando compie 18 anni. Oppure entro i dodici mesi se i genitori sono residenti da dieci anni.

In Portogallo. Se i genitori hanno risieduto nel paese da almeno 10 anni è concessa la naturalizzazione alla nascita. Gli anni si accorciano a 6, se i genitori provengono da un Paese di lingua portoghese.

La Francia. Rappresenta un’eccezione. Infatti lo “ius soli” vige del 1515, anche se nel corso del tempo si è attenuato progressivamente. Al momento la legge prevede che i bambini di genitori immigrati diventano francesi a tutti gli effetti soltanto a 13 anni e a 16 anni può essere il ragazzo stesso a chiederla. Per i diciottenni nati e vissuti nella patria di Victor Hugo c’è addirittura l’obbligo di prendere la cittadinanza francese.

In Gran Bretagna. Acquista la nazionalità britannica chi nasce sul territorio britannico anche da un solo genitore che sia già cittadino britannico al momento della nascita. La nazionalità si può acquistare per “ius sanguinis”, cioè per discendenza, ma solo se almeno uno dei genitori è già cittadino britannico, a sua volta non per ius sanguinis.

In Olanda.
 Anche in Olanda la nascita sul territorio non garantisce la cittadinanza. Chi invece è nato dopo il 1985 da un padre o madre olandesi e sposati, o da madre olandese non sposata, acquista automaticamente la nazionalità olandese, anche se nasce fuori dal territorio.

In Spagna.
 La cittadinanza si acquisisce per nascita da padre o madre spagnola, oppure per nascita sul territorio anche da cittadini stranieri, di cui però almeno uno deve essere nato anch’esso in Spagna. Per naturalizzazione, dopo residenza legale per 10 anni, ma il tempo si riduce a due anni per i cittadini di paesi iberoamericani e altri paesi con legami particolari con la Spagna. Si riduce ad un anno in caso di nascita sul territorio nazionale o matrimonio con un cittadino spagnolo.

In Svizzera. Acquista la cittadinanza (che sia nato o meno in Svizzera) chi è figlio di padre o madre svizzeri, se sposati, o di sola madre svizzera, se i genitori non sono sposati. Lo “ius soli” non conferisce di per sé il diritto di cittadinanza.

Negli Stati Uniti. Chi nasce negli Stati Uniti è cittadino americano, a meno che non sia figlio di diplomatici stranieri residenti, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. E’ anche cittadino americano chi nasce all’estero se entrambi i genitori sono americani e almeno uno è stato residente negli Usa. Basta anche un solo genitore americano se è vissuto almeno 5 anni negli Usa prima della nascita di cui almeno 2 dopo il 14° anno d’età. Si può diventare anche americani per naturalizzazione: dopo il 18mo anno di età, se si è in possesso di un permesso di soggiorno permanente negli Usa e si è vissuti negli Stati uniti per cinque anni meno 90 giorni dalla data della richiesta. Gli anni sono ridotti a tre meno 90 giorni se il permesso di soggiorno è stato acquisito per matromonio con un cittadino americano.

27  gennaio 2012

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Immigrazione clandestina (da Wikipedia)

Problematiche

Gli immigrati clandestini seguono vie illegali per raggiungere il paese di destinazione, e si affidano molto spesso a malavitosi che sono indicati come schiavisti che gestiscono vere e proprie tratte degli esseri umani. Un esempio sono i cosiddetti scafisti che ammassano enormi quantità di persone su navi di scarsissima qualità e sicurezza (le carrette del mare) partendo dalle coste settentrionali dell’Africa per arrivare nei Paesi mediterranei: l’Italia è una delle mete preferite perché il tratto dall’Africa alla Sicilia e in particolare a Lampedusa è molto corto rispetto agli altri possibili. Per molti di loro il viaggio continua verso altri Paesi europei. Questi scafisti si fanno pagare somme molto ingenti in cambio della speranza di una nuova vita, e sono spesso alleati con varie organizzazioni criminali oltre che, spesso, con complicità di parte della polizia del paese d’origine: attorno all’immigrazione clandestina c’è un forte indotto criminale fin dall’origine.

Essendo entrati illegalmente, i clandestini non possono entrare nel mercato del lavoro ufficiale. Pertanto, arrivati a destinazione, vengono spesso sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli che li usano come manodopera a basso costo, approfittando del fatto che sono facilmente ricattabili a causa della loro posizione irregolare. In quanto manodopera a basso costo, i clandestini sono gli immigrati più soggetti alle accuse di abbassare i salari medi (un fenomeno che è detto svalutazione sociale) e di togliere il lavoro alla popolazione italiana peggiorandone la qualità della vita.

Molti clandestini finiscono anche nella rete della criminalità organizzata, che li sfrutta per svolgere il cosiddetto lavoro sporco, ovvero le mansioni più basse, meno desiderabili e più rischiose.

Politiche dell’immigrazione

Le politiche dell’immigrazione sono un tema centrale della politica, in particolar modo, dei Paesi più ricchi.

L’introduzione di quote per l’immigrazione, se da un lato dovrebbe evitare un afflusso troppo massiccio di immigrati che non potrebbero essere assorbiti dal mercato del lavoro, dall’altro può finire coll’incentivare l’immigrazione clandestina.

A fronte di un numero di immigrati irregolari vengono spesso applicate delle sanatorie, che da un lato portano fuori dall’illegalità molti immigrati, ma che dall’altro non sono che un prendere atto che le politiche per fronte di fronteggiare il problema non sono state efficaci.

http://www.apiceuropa.com/wp2/?p=2752

Banca d’Italia: gli immigrati non rubano il lavoro

19 Agosto 2009

L’immigrazione straniera verificatasi in Italia negli ultimi anni non solo non ha tolto lavoro agli italiani ma anzi ne ha aumentato le possibilità occupazionali, secondo uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia che smentisce alcuni luoghi comuni.
Lo studio, dedicato al fenomeno dell’immigrazione e contenuto nel Rapporto sulle economie regionali del 2008, sottolinea come «la crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazioni per gli italiani» ed evidenzia «l’esistenza di complementarietà tra gli stranieri, gli italiani più istruiti e le donne». Secondo le rilevazioni della Banca d’Italia sono infatti aumentate le possibilità di occupazione per i cittadini più istruiti che mirano a posti di gestione e di amministrazione, rispetto alla massa di stranieri con mansioni tecniche ed operaie, e per le donne che, grazie a badanti e baby sitter, riescono a poter far fronte agli impegni fra famiglia e lavoro.
Il numero degli immigrati stranieri regolarmente presenti in Italia sfiora i 4 milioni, secondo le stime dell’ultimo Dossier Caritas/Migranti, con un’incidenza del 6,7% sulla popolazione complessiva a fronte di una media del 6% nell’UE. Il tasso di attività degli stranieri in Italia è mediamente del 73,2% (88% per i soli maschi), cioè di circa il 12% in più rispetto agli italiani, mentre il loro tasso di disoccupazione è di due punti più elevato (8,3% in media e 12,7% per le donne).
Il Rapporto osserva tuttavia che gli stranieri hanno sì un tasso di occupazione superiore a quello degli italiani ma scontano un più basso livello di scolarità: questo, insieme a una maggiore concentrazione in settori e mansioni a minori contenuto professionale (nelle regioni del Centro-Nord Italia il 79,3% degli stranieri occupati regolari fa l’operaio contro il 35,1% degli italiani), comporta che i redditi da lavoro dipendente nel settore privato degli stranieri siano inferiori di circa l’11% a quelli degli italiani. Il 44% circa degli stranieri immigrati è infatti impiegato in occupazioni non qualificate o semi-qualificate (contro il 15% degli italiani), percentuale che sale a quasi il 60% nel Sud del Paese.
La crisi economica in corso ha poi avuto forti ricadute sui lavoratori stranieri: cassa integrazione e mobilità sono aumentate per loro in misura doppia: «Nelle liste di mobilità la presenza degli immigrati è doppia rispetto agli italiani» osservano i responsabili della CGIL.
Molti immigrati stranieri in Italia hanno invece scelto il lavoro autonomo: gli artigiani costituiscono circa un decimo della popolazione adulta straniera, con 165.114 titolari d’impresa, 52.715 soci e 85.990 altre figure societarie; dal 2007 l’aumento è stato di un sesto, una crescita ben più accentuata rispetto ad aziende con titolarità italiana.

http://www.apiceuropa.com/wp2/?p=2615

Diritti umani: il Consiglio d’Europa critica l’Italia

17 Aprile 2009

«L’Italia deve porre fine alla discriminazione e alla xenofobia e migliorare la propria politica in materia di immigrazione» scrive il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, nel suo Rapporto basato sul monitoraggio svolto in Italia tra il 2008 e l’inizio del 2009.
Secondo il commissario, infatti, «nonostante siano stati compiuti degli sforzi, permangono preoccupazioni per quanto riguarda la situazione dei rom, le politiche e le pratiche in materia di immigrazione e il mancato rispetto dei provvedimenti provvisori vincolanti richiesti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo».
Hammarberg ritiene che le autorità «dovrebbero condannare più fermamente ogni manifestazione di razzismo o di intolleranza e garantire l’effettiva applicazione della legislazione anti-discriminazione», così come dovrebbe essere istituito un organismo nazionale indipendente (mediatore) per rafforzare la tutela dei diritti umani e potrebbe essere utile aumentare il numero di rappresentanti dei gruppi etnici in seno alle forze di polizia italiane.
Esprimendo preoccupazione per la situazione dei rom, perché «permane nei loro confronti un clima di intolleranza» e le loro condizioni di vita sono «tuttora inaccettabili» in molti campi visitati, il commissario critica l’opportunità di effettuare un censimento nei campi rom e sinti e si dichiara preoccupato per la sua «compatibilità con le norme europee che disciplinano la raccolta e il trattamento di dati a carattere personale».
Nel suo Rapporto, Hammarberg ribadisce le proprie critiche sul disegno di legge sulla sicurezza pubblica, che rischia di avere effetti negativi sui diritti degli immigrati. «La criminalizzazione degli immigrati è una misura sproporzionata, che potrebbe avere l’effetto di acuire le tendenze discriminatorie e xenofobe che già si manifestano nel Paese», mentre la recente disposizione adottata dal Senato italiano, che consente al personale medico di segnalare alla polizia gli immigrati irregolari che si rivolgono al sistema sanitario, «è profondamente ingiusta e potrebbe portare a una loro maggiore emarginazione» osserva il commissario del Consiglio d’Europa, rilevando anche come l’Italia non abbia provveduto ad applicare le misure provvisorie vincolanti richieste dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per porre fine alle espulsioni in Tunisia (dove gli espulsi rischiavano la tortura), «compromettendo in tal modo gravemente l’efficacia del sistema europeo di protezione dei diritti umani».

Come viene gestita l’immigrazione all’estero? Vediamo alcuni esempi…

La Germania lancia il “contratto d’integrazione”, attraverso il quale gli immigrati che intenderanno stabilirsi a lungo nella Repubblica federale dovranno dichiarare la propria volontà ad integrarsi e a sottostare ai diritti e ai doveri del Paese d’adozione, promettendo di rispettarne i valori e di impararne la lingua. Da parte sua, lo Stato si impegnerà invece a favorire il loro inserimento in società.

Altri Paesi hanno già provveduto a tutelarsi nei confronti delle “invasioni” da parte di immigrati stranieri.

In Francia chi vuol diventare cittadino francese deve accettare i valori e le leggi della Republique, oltre a dimostrare di conoscere sufficientemente bene la lingua.

In Inghilterra il “test di naturalizzazione” prevede la conoscenza della lingua, delle tradizioni democratiche e delle leggi, ma richiede anche il saper risolvere a livello pratico alcune soluzioni quotidiane, come ad esempio cercare una casa o pagare una bolletta.

In Spagna, uno straniero che vuol chiedere la cittadinanza deve giurare fedeltà al re e alla costituzione, senza dover superare un esame di lingua.

Infine, negli Stati Uniti, per conquistare la “Green Card” uno straniero deve sostenere un test di “buona cittadinanza”, che verte su lingua, storia, leggi e Costituzione.

E in Italia?

  1. Pacchetto sicurezza: introdotto il reato di immigrazione clandestina (Legge 15.07.2009 n° 94 , G.U. 24.07.2009)

  2. Accordo di integrazione tra straniero e Stato

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http://filmup.leonardo.it/sc_cosedellaltromondo.htm

FILM: Cose dell’altro mondo (2011)

Mettiamo una bella, civile e laboriosa città del Nord Est. Mettiamo che questa città abbia una percentuale alta di lavoratori immigrati, tutti in regola e ben inseriti. E mettiamo, per esempio, che un buontempone d’industriale si diverta a mettere quotidianamente in scena un teatrino razzista: iperbole, giochi di parole, battute sarcastiche, tutte, ma proprio tutte, così politicamente scorrette da risultare esilaranti. Mettiamo che un giorno il teatrino si faccia realtà, che gli immigrati, invitati a sloggiare, tolgano il disturbo. Per sempre… “Cose dell’altro mondo” esplora questo paradosso, con lo stesso linguaggio politicamente scorretto del suo protagonista: ironia in luogo della drammaticità, imbarazzo al posto dell’ideologia, tenerezza dove si vorrebbe conforto sociologico.

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Indagine ISTAT 2011: “I migranti visti dai cittadini” (pdf)

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Aggiornamento del 17 giugno 2013:

Ecco cosa può succedere quando gli immigrati vengono discriminati dalla popolazione e dal mercato del lavoro: rivolte e proteste, come accaduto di recente in Svezia.

Come fare? Non si può non permettere l’integrazione dei cittadini stranieri, al contrario questa va assolutamente promossa e favorita. Tuttavia, si potrebbe forse pensare a stabilire un tetto massimo per il numero di immigrati…

http://www.repubblica.it/esteri/2013/05/23/news/svezia_proteste_fiamme_stoccolma-59477766/

Svezia, la rivolta degli immigrati.
In fiamme la periferia di Stoccolma

23 maggio 2013

http://www.ilpost.it/2013/05/26/il-dibattito-sullimmigrazione-in-svezia/

Il dibattito sull’immigrazione in Svezia

26 maggio 2013

[…] La Svezia è considerata da tempo un paese tranquillo ed egualitario, ma le agitazioni di questi giorni hanno aperto un ampio dibattito sul tema dell’integrazione degli immigrati, la maggior parte dei quali sono arrivati nel paese grazie anche alle politiche di asilo approvate nell’ultimo decennio. Gli immigrati costituiscono circa il 15 per cento della popolazione e arrivano principalmente da Turchia, Libano, Somalia, ma negli ultimi anni anche da Iraq, Afghanistan e Siria: nel 2012 sono state accettate 44 mila richieste di asilo politico.

In molti casi però l’integrazione degli immigrati all’interno della società è risultata essere molto difficile, nonostante i numerosi programmi statali: ci sono corsi di lingua e di storia gratuiti e l’assistenza e le opportunità di lavoro sono equiparate a quelle degli svedesi. Tra gli immigrati, il tasso di disoccupazione è di dieci punti maggiore rispetto a quello di chi nasce all’interno dei confini svedesi (16 per cento contro 6 per cento) e il livello di scolarizzazione è ancora molto basso. […]

La Svezia rimane comunque uno dei paesi in cui la parità di trattamento, tra cittadini e immigrati, rimane ampiamente tutelata, ma secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) sono presenti differenze sociali ed economiche molto accentuate tra svedesi e immigrati, in primo luogo riguardo alla disparità dei redditi. […]

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