Non sarebbe tanto il dato sulla disoccupazione a preoccuparmi, se sapessi che le imprese stanno reagendo bene alla crisi e sono incentivate dal Governo ad investire per rimanere competitive a livello internazionale… ma così purtroppo non è, le aziende stanno andando in generale piuttosto male, tra chi fallisce e chi decide di spostare la produzione all’estero. Sono mesi che Confindustria è sul piede di guerra, senza tuttavia ricevere adeguato ascolto dal governo Berlusconi. Il nocciolo del problema si sposta dalla disoccupazione alla difficoltà delle nostre aziende, di qualunque tipo e dimensione esse siano, a rimanere sul mercato. Risollevarsi dalla crisi e tornare ad avere occupazione sarà ben difficile se non proteggiamo quel che abbiamo di più caro, cioè le nostre imprese. Come fare? Semplicemente riducendo loro il carico fiscale che stanno duramente sopportando da troppi anni, ridandogli in questo modo l’ossigeno necessario per poter riprendere fiato e la fiducia di poter investire con serenità, sia nell’innovazione tecnologica che nel capitale umano. Inoltre, se le imprese non fossero così soffocate dalle tasse come lo sono ora, forse non avrebbero così bisogno di fare ricorso allo sfruttamento dei giovani (stagisti, tirocinanti, contratti di apprendistato etc.) e del lavoro in nero, e forse anche per le donne ci sarebbe più spazio (ricordo che le donne sono in generale pagate meno rispetto agli uomini e sono discriminate a causa della potenziale maternità).

  1. Sulla crisi d’impresa: Osservatorio trimestrale sulla crisi d’impresa Cerved Group (marzo 2011)

  2. Sulla disoccupazione ed il mercato del lavoro:

http://www.lindro.it/La-crisi-fa-strage-di-giovani#.TnsmkewjAjo

La crisi fa “strage” di giovani

La crisi economica continua a falciare posti di lavoro. Soprattutto fra i giovani. Oggi altri dati a conferma della gravità della situazione. Da Roma, i numeri di Confindustria. Persi 730 mila posti solo negli ultimi anni. “Il mercato del lavoro rimane imballato” scrive il Centro Studi degli industriali. L’occupazione, misurata sulle unità di lavoro, rimane vicinissimo allo zero: +0,2% nel 2012, dopo il +0,9% nel 2011 e il -0,7% nel 2010. Da Parigi, i dati dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Che dicono, sostanzialmente, due cose. Primo, la crisi non ha ridotto più di tanto la quantità di gente che lavora. Le stime dell’ILO, l’Organizzazione internazionale del lavoro, sottolineano che l’effetto reale della crisi finanziaria internazionale sulla disoccupazione italiana si può quantificare in un aumento del 2,5% prendendo in considerazione il primo trimestre del 2010 rispetto al secondo del 2007, indicato convenzionalmente come l’inizio della crisi. Niente di drammatico, insomma. Allora dove sta il problema? L’impatto della crisi recente sul mercato del lavoro italiano, e siamo al secondo punto, è stato sì moderato, ma ha cambiato in profondità la qualità del lavoro, con il sempre più massiccio ricorso a contratti a tempo determinato o di collaborazione. Tanto è vero che “il declino della disoccupazione appare dovuto interamente alla creazione di posti di lavoro con contratti a termine o atipici (inclusi i cosiddetti collaboratori), mentre il numero di posti con contratto indeterminato tende ancora a contrarsi”. Se la disoccupazione non è arrivata alla stelle, insomma, è solo grazie al maggior ricorso a contratti atipici da parte delle aziende. Questo ha creato quello che l’Ocse chiama un ’mercato duale’. Chi ha un contratto a tempo indeterminato ha garanzie quasi ferree e può contare su ammortizzatori sociali funzionanti. Tutti gli altri si ritrovano senza paracadute. Non è un caso se “la crisi ha colpito duramente i giovani (in età compresa tra i 15 e i 25 anni). Nella fase di recessione il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di 9,7 punti percentuali, raggiungendo il 28,9% (tasso destagionalizzato) nell’aprile 2010”. Chi va in pensione o chi viene mandato in cassa integrazione è sostituito quasi unicamente da precari. “In particolare, tra il primo trimestre del 2010 e il primo trimestre del 2011, il numero di lavoratori con contratto permanente e a tempo pieno risulta essersi ridotto ancora di 72 mila unità”. L’altro problema è la bassa velocità con la quale il Paese sta uscendo dalle sabbie mobili: “La ripresa occupazionale – scrivono gli economisti di Parigi – è stata alquanto moderata. Il tasso di disoccupazione italiano è sceso di solo mezzo punto percentuale, in linea con l’evoluzione media degli altri paesi Ocse e il recente rallentamento della ripresa economica nell’area euro suggerisce che la disoccupazione italiana rimarrà al di sopra dei livelli precedenti alla crisi per un certo tempo”.

“Licenziare è ancora troppo difficile”
Come uscire, dunque, dalla morsa della bassa crescita e del precariato. L’Indro lo ha chiesto ad Andrea Bassanini, senior economist dell’Ocse, uno dei curatori del report sull’Italia. “Non definirei tragica la situazione dell’Italia. Il Paese non ha i tassi di disoccupazione di altre nazioni in crisi. Certo, se si vanno a scomporre i dati, si notano delle criticità. Il governo qualcosa sta facendo. Consideriamo positivo, per esempio, quanto stabilito in finanziaria su una riforma del contratto di lavoro. Ma bisogna fare di più”. Bassanini parla di una ristrutturazione generale e complessiva del sistema del welfare state e dei rapporti imprese-dipendenti. Una ricetta che a qualche sindacato andrà di traverso, l’economista dell’Ocse lo sa, e per questo consiglia al governo, in via preventiva, di sedersi a un tavolo con le parti sociali. Quello che a Parigi temono è l’unilateralità con la quale il governo ha invece inserito nell’ultima finanziaria quell’articolo 8 che, sostanzialmente, permette licenziamenti più facili. “Ma la strada è quella” puntualizza Bassanini. “Mi spiego. Oggi, in Italia, ci sono troppe tipologie di contratti. Da una parte bisogna armonizzarli, dall’altra far sì che le aziende non trovino troppo conveniente assumere a tempo determinato o che ricorrano all’escamotage di contratti di collaborazione che, in realtà, sono contratti di lavoro subordinato”. In che modo? “Beh, intanto uniformare l’aspetto fiscale. Oggi, un imprenditore paga troppo poco un contratto a tempo, bisogna che anche a questo sia applicato il regime fiscale di uno a tempo indeterminato”. Detto questo, però, l’economista osserva come sia ancora troppo difficile licenziare in Italia. “Il mercato del lavoro va reso più dinamico e va sgomberato da fattori poco chiari e confusionari. Un esempio? Si potrebbe eliminare il reintegro forzato in azienda o in ufficio per chi è stato licenziato. Il governo può prevedere delle forme di risarcimento in denaro senza che si obblighi il datore a riprendersi il lavoratore”. L’Ocse ammette che la rigidità del sistema italiano ci ha permesso di resistere bene alla crisi, però sottolinea che è ora di cambiare. “Altrimenti – ancora Bassanini – chi è già garantito, come i “vecchi” lavoratori, continuerà a poter contare su cassa integrazione e altre misure di sostegno, chi è precario continuerà a rimanere scoperto. […]

di Agostino Riitano – 15 Settembre 2011

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E che dire delle quattro donne operaie morte nel crollo dell’edificio in cui lavoravano a Barletta?

Ci sono persone che lavorano in condizioni da terzo mondo, specialmente nel sud Italia… ciò non dovrebbe accadere in un paese che vanta uno sviluppo come il nostro e che non a caso (e non per molto ancora, secondo me) fa parte del gruppo del G7! Un paese si può chiamare “avanzato” solo quando realmente è in grado di andare avanti migliorandosi e portando avanti una situazione di sempre maggiore sviluppo della propria condizione economica e di benessere sociale. Mi sembra che in Italia ciò non stia accadendo, anzi al contrario stiamo regredendo e ci stanno sorpassando progressivamente dei paesi che, per ragioni storiche, riteniamo meno avanzati di noi… se andiamo avanti così il nostro passato diventerà il nostro futuro… bella prospettiva!!

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=460153&IDCategoria=11

Barletta, strage delle operaie: «Lavoravano a 4 euro l’ora»

BARLETTA –  Lavoravano in nero, senza contratto, per poter vivere, anzi per «sopravvivere», per pagare il mutuo per la casa o per poter semplicemente fare benzina. In quel laboratorio di confezioni dove cucivano magliette e tute da ginnastica lavoravano dalle 8 alle 14 ore: dipendeva se arrivavano o meno buone commesse. Prendevano 3 euro e 95 centesimi all’ora. Le storie delle quattro operaie morte nel crollo della palazzina di via Roma, a Barletta, è quella di donne del Sud che combattono, che si danno da fare per potersi sposare o per pagare un mutuo, per dare una mano ai risicati bilanci di famiglia. «Lavoravano in nero per pochi euro all’ora e dopo alcune verifiche – fa sapere la Cgil di Barletta-Andria-Trani – sembra che l’azienda fosse completamente sconosciuta all’Inps».

[…] E purtroppo – dice il segretario generale della Cgil Bat, Luigi Antonacci – «molte sono le lavoratrici che accettano situazioni analoghe a quelle delle operaie morte nel crollo perchè guadagnare pochi euro al giorno serve comunque per mandare avanti la famiglia e prendersi cura dei propri figli»[…] «Era gente semplice, – hanno detto ai giornalisti alcune delle persone che sostavano in lacrime davanti all’obitorio – gente che lavorava per poter sopravvivere». «Contratto? Nessun contratto – hanno detto – avevano le ferie e la 13esima pagate, questo sì, ma non erano regolari». Non è, il loro, un voler puntare l’indice accusatorio: le loro parole sono sembrate rassegnate ad una situazione che è piuttosto diffusa in tutta la Puglia, nel Sud. E anche il sindaco di Barletta, Nicola Maffei, è di questo avviso: «Non mi stento di criminalizzare chi – dice – in un momento come questo viola la legge, assicurando, però, lavoro a patto che non si speculi sulla vita delle persone».

«Con la crisi del tessile-abbigliamento-calzaturiero – fa anche presente il sindacalista della Cgil Antonucci – un tempo trainante per l’economia locale, molte grandi aziende hanno chiuso i battenti e sono rimaste solo tante piccole attività sconosciute all’Inps, realtà a conduzione familiare e ubicate nei posti più impensabili: sottani, scantinati o locali a piano terra in edifici antichi, proprio come quello di via Roma». «Mia nipote – racconta oggi la zia di una delle vittime – prendeva 3,95 euro all’ora, mia nuora, che lavorava con lei, quattro euro». […]

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Aggiornamento del 17 luglio 2014:

http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2014/07/12/disoccupazione-dramma-over-anni-ritrovare-lavoro-durissima_8wf50k5gUTbSCv6oTRaDfK.html

Disoccupazione, dramma over 50: più 147% in 5 anni e ritrovare lavoro è durissima

Articolo pubblicato il: 12/07/2014

[…] il 2013, per gli over 50, si e’ rivelato un anno nero: l’incremento dei disoccupati per questa fascia di età ha infatti sfiorato il 147% rispetto al 2008, un esercito di 438 mila lavoratori troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per essere reinseriti sul mercato, in assenza di politiche efficaci. E la difficoltà a ritornare in pista si aggrava con il tempo: per un ultracinquantenne infatti la ricerca di una nuova occupazione può durare in media, dato 2013, anche più di 2 anni, 27 mesi per l’esattezza, 6 in più rispetto al totale dei disoccupati. E’ uno studio dell’Adapt, il centro studi fondato nel 2000 da Marco Biagi, a fare il punto sulla situazione occupazionale dei lavoratori ‘maturi’. […]

Tra il 2008 ed il 2013, inoltre, quasi il 60% della crescita dei disoccupati uomini ultracinquantenni è stata alimentata dai settori delle costruzioni e dell’industria manufatturiera. Le donne, invece, hanno perso lavoro soprattutto nei comparti dei servizi collettivi e alla persona. […] il suggerimento che arriva dal centro studi si concentra sui servizi all’occupazione. […]

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