Vi proponiamo qui un’indagine sullo stato occupazionale dei laureati in Italia, che mette in luce appunto quanto sia difficile per un laureato trovare lavoro. E’ difficile per tutti, questo è chiaro, ma il confronto che viene fatto è tra la situazione italiana e quella di molti altri paesi europei: da noi i laureati sono molto meno ricercati. D’altra parte l’ho sperimentato e lo sto tutt’ora sperimentando io stessa, ogni giorno. Le statistiche parlano chiaro e, soprattutto, dicono la verità. Trovare un lavoro per il quale sia valsa la pena aver studiato tanto è veramente difficile. Chi lo trova è fortunato, io fin’ora non lo sono stata molto… Inoltre, a peggiorare ulteriormente la situazione, ci si mette il fatto che se un laureato si volesse accontentare di un lavoro qualunque, perchè ormai rassegnato dalle troppe domande di lavoro ignorate o scartate, il fatto di avere una laurea è addirittura un ostacolo. Anche questo ho potuto sperimentarlo io stessa, in prima persona. Dove sono da ricercare le cause di tutto ciò?

L’articolo che riportiamo qui, scritto da Irene Tinagli, è molto interessante e cerca di dare una risposta proprio a questa domanda. Secondo l’autrice, con la quale non possiamo che essere pienamente d’accordo, le responsabilità sono da ricercare e combattere su un triplice fronte:

1. Da una parte abbiamo un sistema universitario ipertrofico dal punto di vista del numero di corsi di laurea, ma scarsamente dedito (in particolare dopo la riforma che ha introdotto il cosiddetto 3+2) ad una formazione concreta e fruibile sul mercato del lavoro della figura dei laureati. Questo anche perchè la qualità della formazione si è ridotta notevolmente, visto che a nessuno viene negata la possibilità di conseguire una laurea. Cos’è successo dunque in questi ultimi anni? Gli italiani sono diventati improvvisamente e popolarmente più intelligenti? Con rispetto parlando per tutti gli studenti universitari, i laureandi ed i laureati post-riforma, ma forse oggi le lauree vengono elargite in maniera un po’ troppo buonista e meno seria rispetto al passato. La critica che muoviamo qui è che non è possibile andare avanti pensando che una laurea non si debba negare a nessuno. Al contrario, la laurea si può e si deve negare, alla luce delle capacità personali di ciascuno studente. Il termine “Università” non coincide con il termine “cultura”: la cultura va diffusa il più possibile, ma non necessariamente attraverso il canale dell’Università. Vi sono altre modalità ed altri strumenti di diffusione della cultura, l’Università deve avere esclusivamente lo scopo di fornire delle figure professionali utili e richieste sul mercato del lavoro. Io proporrei anche un’altra cosa: per evitare di avere troppi studenti fuori corso, ai quali tutti noi  contribuiamo a pagare l’Università, bisognerebbe stabilire un numero massimo di anni di fuori corso (ad esempio due anni), oltre i quali non sia più possibile laurearsi, con proroghe soltanto per gli studenti-lavoratori.

2. Dall’altra parte abbiamo invece un sistema economico-produttivo che non si è mai rinnovato, come è successo invece in altri paesi sviluppati. La diretta conseguenza è che i laureati da noi sono meno ricercati e quindi meno valorizzati, non sappiamo dove metterli perchè, mentre gli altri andavano avanti introducendo processi innovativi, noi siamo rimasti indietro, legati ai processi tradizionali che avrebbero dovuto essere invece progressivamente abbandonati.

3. Infine, quello che manca moltissimo da noi è un sistema di ORIENTAMENTO per gli studenti e le famiglie. Oggi si fa orientamento illudendo gli studenti, spiegando loro ciò che potrebbero forse un giorno diventare, ma l’orientamento che sarebbe utile e necessario è invece molto diverso: bisognerebbe rendere note delle statistiche su quanto una professione viene richiesta sul mercato del lavoro, entro quanto tempo dalla laurea si trova lavoro, con quali forme contrattuali e con quale retribuzione media, allo scopo di ricercare il più possibile un matching tra domanda ed offerta di lavoro ed avere così il minor numero possibile di disoccupati.

Cosa fare quindi? Dovremmo puntare su:

1. Università più serie e più severe;

2. Imprese che sappiano rinnovarsi costantemente e rimanere all’avanguardia, sfruttando soluzioni tecnologiche avanzate anzichè manodopera a basso costo;

3. Riformulare l’attuale sistema di orientamento, non solo per le università ma anche per le scuole professionali e tecniche.

L.D.

 

http://www.abruzzo24ore.tv/news/L-Italia-non-e-un-Paese-per-laureati/10007.htm

L’Italia non è un Paese per laureati

Indagine di Almalaurea sui nuovi ”dottori”

L’Italia? Non è un Paese per giovani, tantomeno per laureati. Troppo qualificati, troppo colti, troppo preparati, impossibile accontentarli tutti e allora che si fa? Semplice: il posto da carrellista lo diamo all’ingegnere, quello dell’operatrice call center all’insegnante di lingue mentre agli sportelli della posta basta qualche laureato in Scienze della Comunicazione e il gioco e fatto. I diplomati? Ma a lavare le scale no? Le donne poi, con questa fissa del lavoro e dell’autonomia a tutti costi! Non potrebbero andare a cucinare e a lavare i piatti come fanno quelle sante femmine del Terzo mondo? Questo non è un Paese per gente qualificata. Non la vogliamo, che vada all’Estero a fare le sue richieste assurde. Qui è il breve termine, la media riuscita, il respiro corto e affannoso della burocrazia a dettare le regole. Il futuro è una terra straniera, il presente carta straccia, il passato? Se vi riferite al patto sociale che ha reso possibile il matrimonio tra laurea e lavoro qualificato potete scordarvelo. Basta dare un’ occhiata ai numeri diffusi dall’ultimo rapporto di Almalaurea sulla condizione dei neolaureati italiani. […]

L’INDAGINE ALMALAUREA

Il Consorzio universitario bolognese, tra i più attivi e innovativi del Paese, vanta la partecipazione di ben 52 Atenei e una banca dati contenente la bellezza di circa un milione e duecentomila curriculum vitae di laureati. Un tesoro di inestimabile valore intellettuale cui fino a qualche anno fa le imprese non esitavano ad attingere per trovare eccellenze da impiegare nei propri reparti. Soltanto nel 2008 sono stati 460 mila i profili freschi di laurea ceduti alle imprese italiane dal Consorzio, ma come per le altre sfere dell’economia nostrana anche tale trend sembra aver ceduto ai colpi inferti dalla crisi mostrando i segni di un inequivocabile ridimensionamento: nei primi due mesi del 2009 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, le richieste inoltrate dai direttori del personale alla banca dati di Almalaurea sono scese del 23%. Un calo che questa volta non interessa solo quei comparti del tessuto socioeconomico ritenuti eccessivamente rigonfi o inflazionati, ma anche le cosiddette “lauree forti”: i nuovi “dottori” del gruppo economico statistico hanno subito una flessione del 35%, mentre la domanda di ingeneri è scesa del 24%.

Persino nell’Apocalisse di Giovanni è scritto che quando l’ingegnere non lavora c’è da iniziare a preoccuparsi… ovviamente si scherza, ma vedendone uno che spinge il carrello a Fiumicino e un altro in cassa integrazione ad appena 30 anni, mi viene in mente che la fine del mondo, almeno di quello conosciuto, sia già bella che iniziata.

Battute a parte, in Italia la relazione tra laureati e occupazione stabile risulta sempre più logorata. Come dissero i bravi a Don Abbondio, pare proprio che “questo matrimonio tra la signorina Laurea e il signor Posto fisso non s’ ha da fare”. Ma se pensate che la crisi possa essere rappresentata da Don Rodrigo vi sbagliate. L’ostacolo al matrimonio tra laureato e lavoro qualificato non è stato compromesso dall’attuale crisi, ma da qualcosa di molto più ampio, oscuro e complesso di cui la crisi è soltanto un mero quanto doloroso effetto. Il quadro fornito da Almalaurea descrive gli ultimi 7 anni di mercato lavorativo italiano, e dai dati contenuti nel dossier la discesa dei laureati nel girone dei disoccupati sembra essere iniziata in tempi non sospetti, quando ancora produzione e consumi si mantenevano su livelli stabili. Secondo gli autori della ricerca, la percentuale di laureati (vecchio ordinamento) che ha trovato impiego ad un anno dal conseguimento dal titolo è passata dal 57,5% del 2001 al 51,4% del 2008. Non solo. Se si considera che nel 2008 il tasso di disoccupazione è schizzato di ben 3 punti percentuali rispetto all’anno precedente, il timore che il 2009 possa riservare un andamento addirittura peggiore si fa sempre più fondato.

CIAO, SONO UN ATIPICO E TU?

Crisi o non crisi il problema è lo stesso. Le assunzioni. La stabilità. Il patto sociale. La laurea sembra non sia più in grado di assicurare una strada facilitata o comunque lineare al lavoratore in cerca di occupazione. Anche il contratto che lega il laureato all’impresa di norma è atipico, dunque essere “dottori” non garantisce più quella stabilità economica e professionale offerta ai nostri genitori dopo il conseguimento del titolo. Anni fa la condizione di precarietà era, per la gran parte dei laureati, uno stato temporaneo, una sorta di limbo empirico nel quale rifugiarsi e mettersi alla prova, in attesa di svolgere la professione attinente al proprio percorso di studi. Ma ultimamente le cose sono cambiate: oltre un quarto dei laureati che lavorano da almeno 5 anni si trova stretto nella morsa del lavoro atipico, e se la percentuale tende a diminuire con il passare degli anni (ad un anno dalla cerimonia di laurea il dato si aggira intorno al 50% per poi ridimensionarsi), la proporzione di quanti subiscono il ricatto del contratto a scadenza dopo anni ed anni dal termine degli studi, risulta essere palesemente indecorosa per un sistema sociale che ancora vanta di essere fondato sulla famiglia e sul lavoro.  

LO STIPENDIO: SEMPRE PIU’ LEGGERO

Secondo le stime del rapporto, negli ultimi 4 anni il guadagno mensile netto (rivalutato ai valori attuali) è sceso del 6%. Nel 2005 quanti si erano laureati nel 2000 guadagnavano decorosi 1.428 euro mensili, importo sceso a 1.343 euro dopo tre anni con una perdita del potere d’acquisto pari al 6%. Considerando il confronto territoriale tra le diverse aree dello Stivale, è lo stipendio del laureato che vive al Nord quello più alto: 1.392 euro mensili a fronte delle 1.118 euro percepite nel Sud Italia. Una disparità che però non deve ingannare: al netto del differente costo della vita presente nelle due macroaree, il divario si attesta intorno al 2%.

IL 3+2.  BELLO E INUTILE

Secondo le stime sono i più bravi (voto medio riportato 109/110). Si tratta dei circa 30 mila laureati del nuovo ordinamento coinvolti nel dossier di Almalaurea, ma nonostante le migliori performance di studio, soltanto il 28% del totale ha trovato un posto stabile, mentre il 49% continua a vedersela con contratti di natura atipica. Più complessa la lettura della situazione relativa ai laureati di primo livello (campione pari a 105 mila individui). Se si escludono quelli che continuano gli studi (molti), emerge che quasi il 70% di chi consegue il titolo triennale o di base trova lavoro entro un anno dal diploma di laurea. Il 47% del campione però mostra un contratto precario, e soltanto il 40% riesce a conquistare la stabilità, spesso al prezzo di uno status socio-professionale non adeguato al titolo di studio conseguito.

Giovanna Di Carlo

www.almalaurea.it

______________________________________________________

XIII Indagine sulla Condizione occupazionale dei laureati
Roma – 7 marzo 2011

La fuga dei cervelli

Il fenomeno del lavoro all’estero è un investimento o una  “fuga” per le difficoltà riscontrate in Italia?  I laureati specialistici biennali  con cittadinanza italiana del 2009 che lavorano all’estero, a un anno dal titolo, sono il 4,5% (erano il 3% nel 2009). La ridotta numerosità del collettivo impone una certa cautela nell’interpretazione dell’analisi per gruppi disciplinari, se non per quelli più numerosi: ingegneria (il 29% degli occupati all’estero proviene da questo gruppo), linguistico (16,5%), economico-statistico (16%) e politico-sociale (12%). I laureati specialistici italiani che lavorano all’estero provengono per la maggior parte da famiglie economicamente favorite, risiedono e hanno studiato al Nord e già durante l’università hanno avuto esperienze di studio al di fuori del proprio Paese.

Ad un anno dalla laurea, ha un lavoro stabile il 48% degli italiani occupati all’estero, 14 punti percentuali in più rispetto al complesso degli specialistici italiani occupati in patria. Questo è il risultato dell’effetto combinato di una minor diffusione, all’estero, del lavoro autonomo (3% contro l’8 degli occupati in Italia) e di una maggior presenza di contratti a tempo indeterminato (45% contro il 26%). Oltre il 70% dei laureati specialistici  italiani occupati all’estero è impiegato nel settore dei servizi; in particolare, si concentrano nel  ramo dell’istruzione e ricerca (19%), nel commercio e nel settore delle consulenze (10% per entrambi) e nel ramo informatico (8%). Anche le retribuzioni medie mensili sono notevolmente superiori a quelle degli occupati in Italia: gli specialistici trasferitisi all’estero  guadagnano, ad un anno, 1.568 euro contro 1.054 dei colleghi rimasti in madrepatria anche se, ovviamente, questi valori devono essere necessariamente valutati con riferimento al diverso costo della vita.

“Per ogni cervello che entra ne esce uno e mezzo”. Approfondimenti specifici suggeriscono di porre attenzione non tanto sulla mobilità in uscita che, confrontata con quella degli altri paesi europei, non mostra segni di particolare diversa intensità, quanto sui flussi in entrata. La ridotta presenza di studenti esteri nel nostro sistema universitario, così come quella di ricercatori non italiani nei centri di ricerca fa riflettere sul modesto grado di attrattività complessivo del nostro sistema paese, con il risultato del perpetuarsi di un gravoso saldo negativo.

______________________________________________________

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9851

L’ITALIA NON SA DARE VALORE AI SUOI LAUREATI

Di IRENE TINAGLI – 7 marzo 2012

Per tutti quelli che da tempo si accalorano nel dire quanto inutile sia la nostra università, gli ultimi dati dell’indagine Almalaurea potrebbero sembrare una conferma delle loro opinioni. Aumenta infatti il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea, sia per coloro che escono dalla triennale (dal 16% al 19%) che per quelli che hanno intrapreso la specialistica (dal 18% al 20%). Mentre tra i laureati che invece lavorano aumenta il tasso di «precarietà» e diminuisce, in termini reali, il salario di ingresso. E’ prevedible quindi che adesso riemergano interpretazioni che leggono in questi dati i sintomi dell’inutilità del titolo di studio, della cattiva qualità delle nostre università o delle cattive abitudini dei nostri giovani, che cercano la laurea quando non è necessaria, o che si rifiutano di spostarsi o di fare lavori più umili e via dicendo.

Questa lettura non solo è parziale e incompleta (perché comunque l’occupabilità e gli stipendi dei laureati restano complessivamente migliori che per gli altri) ma anche profondamente ipocrita, soprattutto quando a farla non sono accademici in vena autocritica, ma rappresentanti del mondo delle imprese, della politica e del lavoro. Infatti, nonostante le indubbie debolezze del nostro sistema universitario, non possiamo ignorare che l’Italia ha un sistema economico-produttivo che non ha mai compiuto fino in fondo quel processo di trasformazione e riqualificazione produttiva avvenuto in altri Paesi, ed è in larga parte incapace di valorizzare e assorbire competenze, talenti e nuove tecnologie.

Questa incapacità la si coglie, per esempio, dalle previsioni di assunzione delle imprese raccolte ogni anno da Unioncamere, che mostrano un’incidenza della domanda di laureati del 12.5% su tutta la domanda di lavoro (contro il 31% degli Stati Uniti, per esempio). Ma la si coglie soprattutto osservando, più in generale, la composizione dell’occupazione in Italia e il suo andamento nel tempo. Gli ultimi decenni hanno visto, in tutti i Paesi industrializzati, un enorme cambiamento nella struttura occupazionale, con un progressivo svuotamento delle fasce operaie ed impiegatizie e un aumento di tutte le occupazioni più qualificate: tecnici specializzati, manager, imprenditori, professionisti (accompagnato anche da un parallelo aumento delle occupazioni senza alcuna qualifica). Un fenomeno legato all’avvento delle nuove tecnologie, alla crisi della vecchia industria e all’emergere di nuovi settori economici più smaterializzati: informatica, nanotecnologie, telecomunicazioni e via dicendo, fino all’intrattenimento e ai videogames. L’aumento di queste occupazioni di fascia alta è stato consistente in tutti i Paesi industrializzati, ed il loro peso sulla forza lavoro è arrivato, in casi come Inghilterra e Olanda, a superare il 30% della forza lavoro, assorbendo e attraendo grandi dosi di «capitale umano», ovvero laureati, specialisti e dottorandi.

Tutto questo in Italia non è avvenuto: la crescita delle occupazioni di fascia alta è stata abbastanza contenuta negli Anni Novanta, e negli ultimi anni ha avuto un trend negativo che, come mostrano i dati Eurostat, l’ha riportata sotto il 18% dal 19% di qualche anno fa. Un calo moderato, ma che colpisce di fronte agli andamenti positivi di tutti i più grandi Paesi europei.

E sulla mancata riqualificazione del sistema economico italiano i nostri politici, imprenditori, e sindacalisti non possono incolpare studenti e professori, ma devono assumersi le proprie, enormi responsabilità. Perché sanno benissimo come in Italia per troppo tempo questo processo sia stato temuto e osteggiato dalla maggior parte delle forze sociali e politiche in campo. Ed è noto come ogni investimento in nuove tecnologie e ricerca sia stato visto spesso come accessorio, e come ogni industria che non fosse sufficientemente «pesante», che non fosse «manifattura» sia stata considerata minore, o come ogni discussione sul ruolo dei servizi avanzati, delle industrie creative e culturali sia stato spesso derubricato come «fuffa». Una fuffa che negli altri Paesi non solo genera milioni di posti di lavoro qualificati, dando opportunità di crescita a tanti giovani laureati, ma che aiuta le stesse industrie tradizionali ad essere più efficienti, internazionalizzate e creative nel modo di riorganizzarsi e competere nei mercati internazionali. Recuperare il tempo perduto non sarà semplice. E non si dica che il salto si potrà fare aggiungendo nuovi e costosi incentivi: non serviranno. La situazione si cambia facendo dell’Italia un Paese dinamico e competitivo, con un mercato del lavoro che supporta efficacemente le riorganizzazioni aziendali e le riqualificazioni dei lavoratori, che si apre agli investimenti stranieri, che cambia i criteri con cui da decenni si appaltano servizi nella pubblica amministrazione e con cui si distribuiscono sussidi, incentivi e protezioni varie alle imprese, e che introduca una concorrenza chiara e trasparente che dia la possibilità alle imprese davvero più brave di competere e crescere. Perché la meritocrazia e la competenza di cui tanti amano parlare non si instaurano né per decreto né per incentivo, ma creando un sistema in cui diventino necessità.

______________________________________________________

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/27/internet-crea-o-distrugge-lavoro/160339/

Internet crea o distrugge lavoro?

di Peter Kruger – 27 settembre 2011

Tra le tante critiche piovute sul post in cui suggerivo di considerare i social media come una possibile fonte di crescita per l’Italia, nessuno ha posto la domanda forse più insidiosa: ok, ammesso anche che Internet crei posti di lavoro, quanti ne distrugge? Soprattutto, qual è il bilancio complessivo per l’economia? Che la rete abbia comportato distruzione di lavoro, non vi sono dubbi. Chiedete ai commessi di Blockbuster o ai venditori delle agenzie di viaggio. Del resto Internet è un potente strumento di disintermediazione che procura benefici per chi può approfittarne, ma mette in forte difficoltà chi si trova sul lato sbagliato della disintermediazione. Dunque, domanda lecita: tra posti creati e distrutti, il processo è virtuoso o meno?

Recentemente, in occasione dell’eG8 di Parigi, la società di consulenza McKinsey ci ha fornito qualche primo dato significativo. L’analisi mostra un contributo fortemente positivo della cosiddetta economia digitale nei 13 paesi presi in considerazione, tra cui l’Italia. I principali contributi sono in termini di crescita economica, produttività delle imprese e disponibilità di spesa per i consumatori. Per quanto riguarda il lavoro, lo studio mostra che per ogni posto perso negli ultimi 5 anni a causa dell’avvento della rete, se ne sono creati in media 2,6 nuovi. In Francia, ad esempio, a fronte di 500 mila impieghi persi, circa 1,2 milioni sono stati creati. Un contributo decisamente positivo. Non abbiamo ancora dati ufficiali per l’Italia, anche se è noto che McKinsey sta conducendo una serie di approfondimenti sul nostro paese. […] come mostra la ricerca McKinsey, da qualunque punto di vista si osservi l’impatto di Internet sull’economia, il risultato è sempre virtuoso. Difficile quindi che si sia in presenza di un impoverimento netto nel processo di sostituzione da vecchie a nuove professioni.

E i social media? Non abbiamo dati precisi in termini di creazione occupazionale netta in questo settore dominato da aziende come Facebook, Twitter, Linked-in e altri. Ma vi è una considerazione che ci fa essere molto ottimisti. A differenza della prima ondata di servizi Internet, quelli nati tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, in cui i benefici ricadevano principalmente su chi disponeva delle risorse tecnologiche per approfittarne, la nuova ondata (chiamatela 2.0, o come preferite), di cui fanno parte anche i cosiddetti servizi cloud di aziende come Google, Microsoft, Apple e altri, si caratterizzano proprio per il fatto di estendere l’accesso della tecnologia alla più vasta platea possibile. Non bisogna essere Mark Zuckerberg per aprire la fan-page del bar in cui lavoriamo.

Si tratta di piattaforme che portano efficienze e nuove opportunità di business a quasi ogni settore produttivo e commerciale. […]

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/rete-crea-ricchezza-posti-lavoro/191915/

La Rete crea ricchezza o posti di lavoro?

di Giampaolo Colletti – 17 febbraio 2012

Da qualche tempo i puristi delle tematiche del lavoro tuonano contro le grandi aziende digitali, da Google a Apple passando oggi più che mai per Facebook. La critica, neanche tanto velata, è che queste nuove imprese non danno lavoro, quindi di conseguenza non creano occupazione sui territori dove sono localizzate: a riprova di questa tesi, che dichiaro subito di non condividere, c’è il numero dei dipendenti. In fondo, affermano questi puristi, i numeri sono numeri.

Così la macchina da guerra dei social network rappresentata da Facebook si appresta a gestire quasi un miliardo di persone interconnesse con soli 3.200 dipendenti. In America le due società a maggiore capitalizzazione sono oggi Apple e il colosso petrolifero Exxon. La prima è espressione di un’economia digitale e la seconda di una fisica e tradizionale. Apple ha 425 miliardi di dollari di capitalizzazione spalmati per 60mila dipendenti, Exxon dà lavoro a 103mila dipendenti.

In questo caso il confronto a prima vista risulta impressionante. Ma andiamo oltre perché in realtà le cose stanno diversamente. Dall’America all’Europa: pochi giorni fa uno studio Deloitte ha calcolato che Facebook avrebbe creato in Europa occupazione per 232mila lavoratori, di cui 34mila in Italia.

Così ha scritto pochi gioni fa Massimo Sideri sul Corriere: “Il sospetto a caldo è che l’econonomia digitale sia a bassa intensità di capitale umano. Ma in realtà occorre considerare che più che creare posti di lavoro, Facebook li farebbe circolare”. Il lavoro circolare è quello che si crea grazie all’indotto e al potenziale della Rete, un lavoro certamente meno stabile ma che alimenta la piccola imprenditoria, le start up e le aziende “liquide” ed effervescenti.

Qualche mese fa un’altra indagine, quella della McKinsey, ha concluso che nello scontro titanico tra vecchi e nuovi business il saldo è positivo: i posti di lavoro sono aumentati e l’indotto dell’economia digitale è in crescita. Certamente la Rete non è la panacea di ogni male e per affrontare le problematiche del mondo del lavoro occorre fare valutazioni ben più complesse, ma attenzione a demonizzare a prescindere le nuove economie digitali.

 ____________________________________________________________

Aggiornamento del 12 aprile 2013:

Abbiamo visto come in Italia non si riesca a dare valore ai laureati, ma in compenso si riesce benissimo a dare valore a chi lavora nel mondo dello spettacolo. Tanti laureati, come me, in Italia guadagnano 1000 euro al mese. I laureati con uno stipendio un po’ più altro magari possono arrivare a guadagnare sui 3000 euro al mese, chi guadagna tanto dai 5000 euro al mese in su. E le veline, tanto per fare un esempio, quanto guadagnano? Tra stipendio fisso e sponsor arrivano a 7000 euro al mese: davvero una bella umiliazione per chi ha studiato, guadagna 1000 euro al mese e non ha neppure il posto fisso…

L.D.

http://www.iospio.it/master.php?pagina=notizia.php&id_notizia=4801

ALTRO CHE STIPENDI D’ORO
ECCO QUANTO GUADAGNANO LE VELINE

di Luciano Verre – 05/10/2012

Chissà cosa vi eravate immaginati. Milioni su milioni. Affari d’oro. Vita da “nababbe”. Sarà così? No, sembra che non sia così. Lo stipendio delle due nuove veline Alessia Reato, 22 anni, aquilana, e la discussa Giulia Calcaterra, 20 anni, novarese, non sarebbe uno stipendio da “ricconi”. Per danzare a “Striscia la notizia” percepirebbero 200 euro a puntata, che dedotte le tasse scenderebbero a 150 euro, sempre a puntata. Facendo quattro conti, 150 euro al giorno per sei giorni fa 900 euro a settimana, per quattro settimane in un mese fa 3600 euro al mese. In effetti, nonostante i tempi di crisi, non sembra uno stipendio da far strabuzzare gli occhi. Ma bisogna ricordare che per Alessia e Giulia (come per tutte le altre veline del passato) l’impegno è della durata di pochi minuti a puntata, quanto dura il loro stacchetto; inoltre non parlano mai, non leggono nulla… Inoltre va sottolineato che le veline hanno la possibilità di rimpolpare il ‘magro’ stipendio con la realizzazione degli spot pubblicitari all’interno di “Striscia”. In buona sostanza, risulterebbe che lo stipendio finale, tra stacchetto e pubblicità, ammonterebbe a circa 7 mila euro. Non male per una ventenne…

 ____________________________________________________________

Aggiornamento del 15 gennaio 2015:

http://www.scienzainrete.it/documenti/grafici/se-vai-avanti-con-gli-studi-trovi-piu-lavoro-meno-al-sud/gennaio-2015

Se vai avanti con gli studi trovi più lavoro, meno al sud

Giuseppe De Nicolao sul Manifesto sfata il mito secondo cui tanti giovani sprecano tempo all’università credendo di trovare un lavoro redditizio quando invece decine di panetterie, pizzerie, ospedali, artigiani sarebbero in cerca di manovalanza più o meno qualificata con stipendi ben sopra il reddito medio. De Nicolao mostra che la realtà è diversa: i tassi di occupazione sono a vantaggio dei laureati. Eppure nella fascia di età tra i 25-34 anni i dati relativi al tasso di occupazione mostrano, per l’Italia, una difficoltà maggiore a collocarsi e in particolare al sud dove il tasso di occupazione dei laureati (che era comunque minore che nel resto d’Italia) negli ultimi due anni è stato minore di quello dei diplomati. 

I dati ISTAT sui tassi di occupazione 2014 segmentati per titolo di studio e fascia di età non sono ancora disponibili, appena pubblicati si potrà capire se questa tendenza si sta stabilizzando. Nel caso si rafforzerebbe l’ipotesi che l’industria italiana sta perdendo la capacità di impiegare profili più qualificati e quindi competitività internazionale e avrebbe ulteriori argomenti di discussione il dibattito (si veda la ricerca McKinsey sul mercato del lavoro) se debba essere la scuola a formare i profili che servono all’industria italiana o se debba essere l’industria italiana a crescere per poter impiegare competenze avanzate.

Tags: , , ,