http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=779:per-combattere-la-mafia-bisogna-parlarne&catid=2:editoriali&Itemid=4

Per combattere la mafia bisogna parlarne

L’esortazione del giudice Paolo Borsellino che risale al 1992 è stata accolta dal fratello Salvatore che gira l’Italia per continuare a tenere acceso il dibattito e l’attenzione. Anche per non dimenticare quelli che hanno perso la vita nella battaglia

«Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene».

Questa era l’esortazione di Paolo Borsellino, il giudice ucciso in via D’Amelio il 19 luglio 1992. Ora il fratello, Salvatore Borsellino, non si stanca di girare l’Italia per tenere sveglie le coscienze […] Tra il pubblico intervenuto c’erano anche tantissimi giovani, persone che nel 1992 erano poco più che bambini, ma che ricordano le madri piangere nel sentire la notizia degli omicidi dei due magistrati. Perchè così tanti giovani? Ci hanno risposto che venire ad ascoltare una testimonianza diretta è l’unico modo per saper la verità, per saper perchè sono accaduti determinati fatti in Italia.

«Non crediamo più nei telegiornali o nella carta stampata nazionale – hanno affermato – Scrivono solo quello che vogliono, scrivono sotto dettatura di lobby di potere di destra e di sinistra. Noi ci documentiamo in internet, nella rete ci sono numerose testimonianze, video interviste, siti internet, che portano sì tesi differenti, ma che permettono di farci liberamente un’idea propria di cosa è accaduto. Solo in internet o ascoltando testimonianze dirette si può arrivare alla verità».

Assieme a Salvatore Borsellino, a lasciare la sua testimonianza c’era anche Benny Calasanzio, a cui la mafia ha ucciso sempre nel 1992 sia lo zio, Paolo Borsellino (omonimo del giudice, ndr) e otto mesi più tardi il nonno, Giuseppe. La loro unica colpa è di non aver ceduto alle minacce della criminalità organizzata, mentre con sacrifici tentavano in quegli anni di avviare una piccola azienda edile.

«Il tempo per piangere i morti è terminato da tempo – ha affermato Benny, ora 23enne e giornalista – vengo a raccontarvi la mia storia, la storia di una famiglia straziata dagli attacchi della mafia non per farvi commuovere, ma per farvi indignare, indignare di vivere in uno Stato che fino ad oggi ha fatto ben poco per fermare la malavita, per farvi arrabbiare quando tra i candidati politi ci sono persone condannate per mafia o per altri crimini».

(per approfondimenti www.bennycalasanzio.blogspot.com).

L’eroismo non è l’omertà, ma avere il coraggio di lottare contro un sistema corrotto a tutti livelli, combattere il sistema delle raccomandazioni, del clientelarismo e delle tangenti.

 «Quando il 19 luglio 1992 la bomba dilaniò i corpi degli uomini della scorta, Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Agostino Catalano e quello di Paolo Borsellino, il giudice era  57 giorni che sapeva che sarebbe stato ucciso, diceva di non avere tempo e aveva ragione – così esordisce il fratello nel raccontare l’ultimo giorno di vita di uno degli “eroi d’Italia” – Io ero a Milano quel giorno e ci misi quattro ore a sapere cosa era successo, mentre, da indagini fatte sulle telefonate partite dalla rocca dove fu azionato il detonatore, coloro che diedero l’ordine ricevettero in 140 secondi la telefonata che annunciava la morte di Paolo Borsellino. In via D’Amelio non avrebbero dovuto esserci automobili parcheggiate, ma paradossalmente la via dove tre volte la settimana mio fratello andava regolarmente a trovare nostra madre, non era considerata un obiettivo sensibile. Ancora dopo sedici anni non si sanno i nomi dei mandanti, forse perché, come disse Leonardo Sciascia, lo Stato non può processarese stesso».

In quei giorni Paolo Borsellino stava ascoltando le testimonianze di pentiti molto importanti per le informazioni che rivelavano, in particolare sulla presunta collusione tra lo Stato e la mafia, tra l’antistato e la mafia. Il giorno dell’omicidio misteriosamente un uomo si avvicina alla macchina blindata e sottrae la borsa di cuoio contente i documenti del magistrato. La borsa fu ritrovata, ma priva dell’agenda rossa, quell’agenda che Borsellino usava per scrivere i suoi appunti durante gli interrogatori. Chi è in possesso di quell’agenda? Che utilizzo ne fa? Forse è utilizzata per ricattare l’intera classe dirigente italiana? Chi ha ucciso Paolo Borsellino lo ha fatto per impossessarsi di quelle informazioni? Queste le domande a cui Salvatore Borsellino cerca da anni una risposta. Domande che alimentano il senso di sfiducia della gente verso lo Stato, e verso coloro che hanno utilizzato metodi più illeciti che leciti per assicurasi il potere.

Scritto da Matteo Speziali – 27 ottobre 2008

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Questo è il link di un’inchiesta di Legambiente sullo smaltimento illegale di Pneumatici Fuori Uso (PFU) in Italia, un esempio degli innumerevoli traffici illegali di cui la mafia è responsabile: Dossier “Copertone Selvaggio” (pdf). Riporto solo un piccolo estratto, per far capire quanto, sia economicamente che a livello ambientale, questo traffico ci danneggi:

 

Danno economico per l’ambiente, lo Stato, i cittadini

E’  possibile  stimare  le  conseguenze  economiche  di  “copertone selvaggio”, che vanno dal mancato pagamento dell’IVA per le attività di smaltimento,  alla  vendita  illegale  di  pneumatici,  dalle  perdite  causate alle imprese di trattamento, fino agli oneri per la bonifica dei siti illegali di smaltimento.

La  perdita  economica  per  lo  Stato  può  essere  quantificata  in  circa 143,2  milioni  di  Euro  l’anno,  di  cui  140 milioni  per  il  mancato pagamento  dell’IVA  sulle  vendite  e  circa  3,2  milioni  di  euro  per  il mancato pagamento dell’IVA sugli smaltimenti;  i  mancati  ricavi  degli  impianti  di  trattamento,  costretti  a  lavorare  a regimi  ridotti  a  causa  della  fuoriuscita  degli  PFU  dal  ciclo  legale, possono essere quantificati in almeno 150 milioni di euro l’anno;  i  costi  di  bonifica  delle  discariche  abusive  di  PFU  sequestrate  nel periodo  2005-settembre  2010,  che  solitamente  sono  a  carico  dei contribuenti, possono essere stimati in almeno 400 milioni di euro.

Sulla  base  di  queste  stime  non  è  azzardato  ipotizzare  un  danno economico  complessivo,  sia  alle  finanze pubbliche  che all’imprenditoria  legale,  accumulato  sempre  nel  periodo  2005-settembre 2010, di oltre 2 miliardi di euro (esattamente 2.086).

L’impatto sul territorio

Dalla  lettura  delle  indagini  svolte  delle  Forze  dell’ordine  emerge  che  i PFU  finiti  nel  circuito  illegale,  quando  non  sono  oggetto  di  traffici nazionali  o  internazionali,  si  muovono  dentro  camion  e  tir  alla  volta  di aree abbandonate, campi agricoli, aree industriali dismesse e greti dei fiumi, quando non finiscono direttamente in mare.  Diventano un elemento tipico delle discariche abusive di tutta Italia a  ridosso  delle  città  e  delle  aree  industriali  e  ne contraddistinguono, spesso, il degrado paesaggistico.  Il volume ingombrante e la loro sostanziale indistruttibilità ne fanno un elemento  immancabile,  con  enormi  danni  ambientali  quando qualcuno decide di incendiarli.
Inoltre,  la  forma  cava  e  la  particolare  miscela  dei  materiali  fa  sì  che  il copertone  mischiato  ad  altri  rifiuti  tenda  a  “galleggiare”  in  discarica  e allo  stesso  tempo  a  trattenere  all’interno  acqua  piovana,  creando  un habitat ideale per la proliferazione di zanzare e topi.  Di  questi  habitat,  anche  a  ridosso  di  città  e  centri  abitati,  è  pieno  il nostro  Paese.  L’ultima  scoperta  è  dell’8  ottobre  scorso  e  riguarda Palermo:  in  viale  Regione  Siciliana  i  carabinieri  hanno  scoperto  un deposito illegale di 200 metri cubi di PFU spalmati su un’area di 5 mila metri quadrati.

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Film consigliato:

“Alla luce del sole” di Roberto Faenza

Un film come “Alla luce del sole” serve a smuovere gli animi, perchè troppo spesso ignoriamo le condizioni vere del nostro Paese a causa forse del palese oscurantismo da parte della stampa. La mafia, la camorra, ci sono ancora, non sono scomparse. La camorra uccide per affermare il potere, la mafia non ne ha più bisogno; é penetrata ormai nella società, nella politica, nell’economia, nella cultura, nella forma mentis della Sicilia. Persone come don Pino Puglisi, come Borsellino, come Falcone ci fanno capire che bisogna combattere ancora contro la mafia, contro ogni mancanza di giustizia, contro ogni forma di prevaricazione, per il bene del Paese e per il bene delle generazioni future. E’ un dovere di ogni cittadino.

“Alla Luce del Sole” è soprattutto un film che emoziona: un pugno nello stomaco, che fa male, che fa scattare, commuovere e soffrire per l’indignazione e la vergogna che le molte scene dure e secche del film fanno sgorgare dal cuore dello spettatore. La rabbia che si prova nel vedere un uomo solo, tratteggiato dal bravissimo Luca Zingaretti, predicare nel deserto, martire e profeta in patria, schiacciato da un cancro dalle vertiginose ramificazioni, è insopprimibile. Un plauso lungo e sentito a Roberto Faenza, che ha voluto con ostinazione questo film che in molti si sono rifiutati di produrre, l’ha sceneggiato e diretto, dando vita ad un’opera imperfetta ma viscerale e sanguigna, proprio come Padre Pino Puglisi, 3p per gli amici.

 

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