http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/02/25/in-italia-linefficienza-dei-servizi-pubblici-porta-la-pressione-fiscale-effettiva-dal-43-al-51/

La pressione fiscale vera? E’ al 51%, non al 43%

La pressione fiscale non va calcolata solo in base a tasse e imposte: va considerato anche quanto il cittadino ottiene in cambio. E se l’insieme e la qualità dei servizi sociali sono inferiori a quanto si paga, la pressione fiscale vera è più alta rispetto al dato ufficiale. In Italia, considerata la cronica inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi, la corruzione, la pressione fiscale effettiva non è intorno al 43%, ma al 51%. Ad affermarlo è l’Ufficio Studi di Confcommercio, nel rapporto “Economia, lavoro e fiscalità nel terziario di mercato”.

Lo studio di Confcommercio mette a confronto la pressione fiscale con l’indice di performance del settore pubblico di 17 Paesi, tutti europei a eccezione di Stati Uniti e Giappone.

La pressione fiscale si definisce come la somma di imposte, tasse e contributi in percentuale al  Pil. L’indice di performance del settore pubblico è una media di diversi indici, che vanno dal tasso di corruzione alla quota di economia sommersa fino alla qualità delle infrastrutture di trasporto.

I Paesi virtuosi sono naturalmente quelli nei quali l’indice di performance del settore pubblico è superiore alla pressione fiscale, cioè il gettito fiscale si traduce in una spesa pubblica efficiente, che rende più di quanto il cittadino paghi. E’ quello che succede per esempio in Giappone, con una pressione fiscale al 28,3%, che però, tenendo conto della performance del settore pubblico, scende al 24,5%. Negli Stati Uniti si passa dal 26,9% al 26,1%, la differenza è poca, ma il fisco pesa la metà che in Italia. Ci sono anche Paesi nei quali il fisco pesa di più, in termini ufficiali, rispetto all’Italia: in Svezia per esempio la pressione fiscale è al 47,1%, corretta però considerando la performance del settore pubblico diventa 44,8%. In Danimarca si scende dal 48,2% ufficiale al 45% effettivo. In Austria si scende moltissimo, dal 42,8% ufficiale al 37,8% effettivo.

Tenendo conto dell’indice di performance del settore pubblico, l’Italia è il Paese con la pressione fiscale effettiva più alta tra i Paesi industrializzati, l’unico ad andare oltre il 50%.

Si potrà dire che si tratta di un calcolo arbitrario. Però il ragionamento fila: se io pago per la sanità pubblica, e poi l’ospedale più vicino non funziona, e devo andare in una clinica e pagare, questo si traduce in un aumento della mia spesa per servizi. E’ così per la scuola, per il trasporto. E fa bene Confcommercio a suggerire di spostare il dibattito dal versante delle tasse e delle imposte a quello della “riduzione e qualificazione della spesa pubblica”.

 25 febbraio 2011

 

http://www.blogrisparmio.it/fisco/fisco-in-italia-necessari-155-giorni-all-anno-per-pagare-tasse-e-contributi.html

Fisco: in Italia Necessari 155 Giorni All’Anno per Pagare Tasse e Contributi

Lo scorso gennaio [2011] un’indagine de “Il Sole 24 Ore”, rilevò un dato piuttosto serio sul quale riflettere.

“Nel 2010 le famiglie italiane hanno lavorato fino al 27 novembre per coprire spese ed imposte”.

Ciò significa che in un mese le famiglie lavorano 19 giorni per coprire le spese, 8 per pagare le tasse ed hanno a disposizione solo 3 giorni per il tempo libero o per il risparmio.

Sul tema è intervenuta anche la Cgia di Mestre, che ha calcolato il “tax freedom day” del 2011, ovvero il giorno in cui i contribuenti smettono di lavorare per pagare le tasse e i contributi allo Stato. Questo giorno cade, oggi, sabato 4 giugno, mentre domani 5 giugno sarà appunto il giorno della liberazione fiscale. Insomma dopo 155 giorni i lavoratori, spiega l’associazione, smettono di lavorare per il fisco. Un dato in linea con quello dello scorso anno, mentre sono ben 40 i giorni di lavoro in più necessari oggi per arrivare al tax freedom day, rispetto al 1980, quando la liberazione fiscale cadeva il 25 aprile. Nel 1985 i giorni necessari per arrivare alla liberazione fiscale erano 126 (fino al 7 maggio), nel 1990 salirono a 140 (20 maggio), nel 1995 a 150 (31 maggio) e nel 2000 a 152 (1 giugno). Una diminuzione si riscontrò nel 2005, quando i giorni scesero a 147 per un tax freedom day che cadde il 28 maggio.
Per calcolare questi dati l’Ufficio Studi della Cgia ha diviso il valore del Pil, che per il 2011 è solamente stimato, per i giorni dell’anno, arrivando così ad un dato medio giornaliero. Dopodichè sono stati considerati, il gettito di imposte, le tasse e i contributi da versare allo Stato e sono stati divisi per il Pil giornaliero.

Il valore calcolato rende l’idea del fatto che a causa di un peso fiscale troppo gravoso, i contribuenti italiani lavorano quasi metà dell’anno per lo Stato. In proposito il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, ha sottolineato come: “sui contribuenti onesti grava una pressione fiscale che arriva a toccare il 51-52%, un carico che non ha eguali in Europa. Solo la Svezia e la Danimarca hanno un livello di tassazione superiore al nostro”. Come uscire dalla situazione? Per l’associazione degli artigiani mestrini, con meno spesa pubblica potremmo ridurre anche le tasse.

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Curva di Laffer

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La curva di Laffer è una curva a campana che mette in relazione l’aliquota di imposta (asse delle ascisse) con le entrate fiscali (asse delle ordinate). Fu impiegata da Arthur Laffer, economista dell’University of Southern California (California meridionale, Usa) per convincere l’allora candidato repubblicano alle presidenziali del 1980, Ronald Reagan, a diminuire le imposte dirette.

Laffer ipotizzò che esiste un livello del prelievo fiscale oltre il quale l’attività economica non è più conveniente e il gettito si azzera, quanto meno se il prelievo raggiunge il 100% del reddito, e quindi che le due grandezze siano legate da una curva continua a forma di campana che ha un massimo (per il teorema di Weierstrass), ovvero un’aliquota che massimizza il gettito fiscale. […]

Nella teoria keynesiana, il debito pubblico è pari alla differenza fra tasse e spesa pubblica; il gettito fiscale è dato dall’aliquota moltiplicata per il PIL o reddito nazionale, ed è direttamente collegata alla produzione della ricchezza. Secondo Laffer esisteva un’aliquota, corrispondente all’ascissa del punto più alto della curva a campana, oltre la quale un aumento delle imposte avrebbe disincentivato l’attività economica e quindi ridotto il gettito, in misura crescente, fino al punto in cui il prelievo fiscale, se raggiungesse il 100%, causerebbe l’azzeramento del gettito. È noto l’andamento qualitativo della curva, mentre esiste un dibattito fra economisti riguardo al valore dell’aliquota che ottimizza le entrate pubbliche. […] Oltrepassata l’aliquota ottimale il gettito fiscale tende a diminuire per tre fenomeni: evasione, elusione, sottrazione. […]

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Aggiornamento del 21 giugno 2013:

Pensate forse che, in quasi due anni e mezzo, la pressione fiscale sia diminuita?!?

http://www.corriere.it/economia/13_giugno_19/Corte-conti-evasione-conflitti_503a9aea-d8dd-11e2-8ffc-5f2d0b7e19c1.shtml

Corte Conti: «Balzo pressione fiscale al 53% 
Il sommerso vale il 18% del Pil»

19 giugno 2013

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Aggiornamento del 26 luglio 2013:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-07-25/pressione-fiscale-italia-record-105631.shtml

Pressione fiscale, Italia da record: quella effettiva è al 54% del Pil

25 luglio 2013

Pressione fiscale, Italia sul podio più alto. Con il 54 % della pressione fiscale effettiva, quella riferita al Pil emerso, il nostro Paese conquista nel 2013 il record della tassazione fra le economie sviluppate. […]

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Aggiornamento del 21 settembre 2014:

Ad un anno di distanza dal lancio di una delle infinite proposte per rilanciare l’economia italiana, fatta questa volta dall’Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali (ALDAI) esattamente nel settembre del 2013, siamo ancora fermi allo stesso medesimo punto, senza che le cose siano minimamente cambiate. Inutile quindi lanciare progetti, inutile predicare tanto: la politica è altrove e non ascolta le proposte di nessuno, noi siamo qua ad attendere che loro facciano qualcosa, ma intanto la realtà è che il tempo passa e le cose non cambiano mai:

Diamo un futuro al nostro Paese!

di Franco Del Vecchio | 24 settembre 2013
Il manifesto di ALDAI – Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali – offre una serie di spunti chiave sul da farsi, alla base di un sano processo di riforma, apartitiche ma pragmatiche e più che ragionevoli.

Diamo un futuro al nostro Paese!

Siamo tornati al PIL di inizio millennio. In tutti i comparti industriali i livelli produttivi sono inferiori a quelli precedenti la crisi e siamo declassati in BBB. Da anni il nostro Paese non crea nuova ricchezza per finanziare il welfare e il benessere; resta un Paese zavorrato da un debito pubblico sempre più pesante, che drena enormi risorse, le sottrae alle necessarie politiche di stimolo alla crescita e alla competitività.

Stiamo consumando i risparmi dei nostri padri, pur di non affrontare i problemi del Paese.

Burocrazia, sprechi, lentezza, parassitismo, riducono giorno per giorno la competitività.
Chi le tasse le ha sempre pagate subisce nuovi aumenti e vede spostarsi sempre più avanti il “tax freedom day”, ossia il giorno in cui si smette di lavorare solo per pagare le tasse. Quest’anno abbiamo lavorato fino a metà luglio per pagare le imposte nazionali e locali. La tassazione più alta al mondo accelera l’impoverimento del Paese. La destabilizzante riforma in campo pensionistico, attuata in una fase di profonda crisi recessiva, ha prodotto il dramma sociale degli esodati e creato tensioni sociali.Abbiamo perso 50 anni di conquiste: libertà, lavoro, benessere, certezza del futuro, dignità e immagine. Come nel medioevo, non ci sentiamo rappresentati, ci sentiamo oppressi, tartassati, servi di uno stato confusionario. Centinaia di migliaia di disoccupati, giovani, manager e pensionati chiedono giustizia.

Rimbocchiamoci le maniche per evitare il fallimento del Paese.

È giunto il momento di adottare le misure che si usano in famiglia e nell’impresa:

1° tagliare i costi improduttivi,
2° rendere competitivo il sistema Paese,
3° creare sviluppo e valore.

È necessario tagliare, non del 2% ma del 25% in 5 anni, la spesa non più sostenibile dell’apparato pubblico. È urgente affrontare i tagli alla spesa pubblica improduttiva attraverso i costi standard e la “spending review” per ridurre l’onere dell’apparato pubblico. Il Paese non è in grado di sostenere 400 miliardi di € di costi. Riduciamo del 25% in 5 anni tale spesa per iniziare ad abbattere il debito pubblico e finanziare lo sviluppo.

Abbiamo la necessità di ridistribuire il sistema di rappresentanza e ottimizzare i servizi pubblici fra: Comune, Provincia, Regione, Stato, Europa, iniziando quelle riforme strutturali che anticipino l’Europa del 2020, eliminando duplicazioni e sprechi. È ora di definire chi ci rappresenta e cosa fa per noi. È necessario riformare, razionalizzare e dimezzare in 5 anni i costi delle rappresentanze all’estero. In 100 anni sono cambiate le esigenze e le relazioni fra gli Stati e dobbiamo cominciare a trasferire competenze ad un sistema di rappresentanza europeo. È ora di riformare il sistema educativo basato sulle esigenze dell’800 adottando tecnologie abilitanti per favorire nuove metodologie d’apprendimento. È arrivato il momento di dimezzare le spese della politica e della rappresentanza cedendo sovranità al territorio e all’Europa.

Dobbiamo liberare risorse improduttive facendo cassa con un oculato processo di privatizzazioni e vendita del patrimonio improduttivo dello stato. Basta politiche di parte, autoreferenziali, senza visione sistemica, inconcludenti, prive di obiettivi strategici, senza iniziative concrete, tanto per tirare avanti. Smettiamo di galleggiare sui problemi, organizziamoci per aggredirli perché il Paese questo chiede e di questo ha bisogno.

Abbandoniamo le chiacchiere stucchevoli e parliamo responsabilmente di cose serie: lavoro, crescita, agricoltura, industria, esportazioni, turismo, efficienza del sistema Paese, credibilità nel mondo.

  • Riduciamo del 25% in 5 anni il carico fiscale e contributivo sulle imprese e sui redditi da lavoro.
  • Investiamo in infrastrutture logistiche e digitali, almeno il 2% del PIL, per migliorare la competitività.
  • Valorizziamo il nostro “petrolio:” patrimonio culturale, radici storiche, stile di vita, ambiente, tradizioni, alimentazione, creatività, design, competenze, …

Diamo vita ad un nuovo rinascimento. Comunichiamo le nostre virtù, i nostri talenti, valorizziamo il merito e trasformiamo la considerazione che il mondo ha di noi in risultati economici.
Riprendiamo i Paesi Europei virtuosi. Non lasciamoci staccare.
Svegliamoci e diamo una speranza ai nostri giovani.

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