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Mentre in Italia assistiamo sgomenti al continuo arretramento della ricerca scientifica e tecnologica, con fondi in continua erosione, attività di ricerca nelle università ridotte all’osso, e fuga all’estero in massa di giovani talenti, se diamo uno sguardo a cosa invece succede in Cina lo sgomento viene sopraffatto da un misto di invidia e sconforto.

In Cina gli investimenti in Ricerca e Sviluppo continuano ad aumentare (non a diminuire) a ritmi vertiginosi.

L’Accademia cinese delle scienze ha presentato un programma per l’innovazione da qui al 2020 – mentre in Italia non riusciamo a fare un piano che duri più di qualche mese.

Il programma prevede un aumento ulteriore dei finanziamenti, un aumento della ricerca di base e applicata e sulla produzione di energia.

La Cina è certamente il maggior produttore di CO2 e inquinanti (i cinesi aprono una nuova centrale a carbone ogni due settimane, con conseguente riversamento nell’atmosfera di tonnellate aggiuntive di Co2). Ma allo stesso tempo è diventata la nazione leader nel settore delle energie rinnovabili. A ottobre 2010 un rapporto di Clean Edge concludeva che le aziende cinesi sono pronte a dominare il mercato del lavoro nel settore.

Il programma cinese Innovazione 2020 prevede la creazione di tre centri di ricerca per scienze dello spazio, tecnologie per centrali a carbone e scienze della terra, oltre a programmi per il trasferimento tecnologico.

Negli ultimi 12 anni la spesa in ricerca scientifica è cresciuta di sette volte. Tra il 2002 e 2007 la Cina ha aumentato del 51% la frazione di PIL dedicata alla R&S, portandosi al 2%, ovvero il doppio che in Italia.

E un fenomeno in continua crescita è quello del rientro in Cina di ricercatori e laureati dalle migliori università americane ed europee, attirati da programmi e politiche di rientro dei cervelli, nonchè dalle crescenti opportunità ed eccellenze in patria. Addirittura ora sono gli scienziati occidentali a trovare opportunità di lavoro in Cina.

E non si può che constatare come le università cinesi stiano scalando le classifiche mondiali in tutti i settori, dalla tecnologia al business. Ad esempio, la Hong Kong University of Science and Technology’s School of Management nella foto è al primo posto nel mondo con il suo programma Executive MBA  (Financial Times Ranking 2009).

Se qualcuno crede ancora che il vantaggio cinese stia nel lavoro a basso prezzo e nella concorrenza sleale, cose pur sempre reali, dovrà presto aprire gli occhi e scoprire che la Cina produce invece ricerca, innovazione e conoscenza, e su quello si fonderà il suo più forte vantaggio competitivo.

 Io credo che in Italia faremmo bene a seguirne l’esempio.

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