Povertà culturale è un’espressione che ci permette di ingentilire la ben più offensiva parola “ignoranza“. Chiamatela come volete, resta il fatto che, in una società come la nostra che si vanta di essere così colta, la realtà dei fatti sta dimostrando il contrario. Accusate pure la scuola se volete, i professori incapaci: la scuola e i professori hanno sicuramente una parte di responsabilità in tutto ciò, ma i veri artefici siamo noi.

Complimenti a Roberto Serra per questo bell’articolo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/12/la-dittatura-dellignoranza/151287/

La dittatura dell’ignoranza

di Roberto Serra | 12 agosto 2011

Ognuno di noi comincia a morire veramente quando lascia che la povertà lo spinga a essere meno di quanto potrebbe e ciò, fatalmente, impoverisce anche gli altri.

Il filosofo George Steiner sostiene che il novanta per cento degli statunitensi si esprima usando un vocabolario di 380 parole, mentre Shakespeare, 500 anni fa, ne usava 24 mila. Gli si potrebbe obiettare che, probabilmente, il cittadino medio inglese contemporaneo a Shakespeare non usi un vocabolario molto più quantitativamente nutrito di quello dello statunitense odierno, ma è certo che a noi è stato consegnato Shakespeare con tutto il suo vocabolario attualizzato dai traduttori.

Alla stessa maniera, abbiamo Omero, Virgilio, Yourcenar, Melville, Ovidio, Hesse, Kafka, Dovstojevskiy, Bulgakov, Calvino, Pericle, Levi, Voltaire, Pavese, Joyce, Simenon, Proust e che ognuno ci metta il resto della letteratura compreso Dante che, nonostante le letture di Benigni, ci avverte che “…fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza.”

Certo, Dante attribuisce a Ulisse queste parole come esortazione ai propri compagni a proseguire la navigazione nell’Oceano oltre lo stretto. Una perorazione a curiosità e ricerca che potrebbe sembrare contraddittoria, in quanto Ulisse cuoce con Diomede nell’ottava bolgia, la penultima prima dell’abisso finale, destinata ad accogliere i consiglieri fraudolenti. E quindi a chi fa un cattivo uso dell’intelligenza, secondo lui più fine a sè stesso e lontano da Dio.

Settecento anni dopo Dante e a quattrocento anche da Shakespeare, il nostro modo di esprimerci dovrebbe essere più preciso ed efficace, invece siamo diventati succubi di strumenti che avrebbero dovuto semplificarci la vita come televisione o telefono cellulare, non condizionarla. La Notte che Inventarono il T9” è una apprezzabilissima canzone dei Caraserena, che rappresenta con delicata ironia la nostra disarmata acquiescenza alla tecnologia, inadeguata alle promesse di chi la vende e, soprattutto, alle necessità di chi la usa. Sarebbe ridicolo esprimersi come nel Duecento, non trovo intelligente nemmeno ridurre le parole ai loro codici fiscali.

Ironia a parte, il processo di depauperamento delle prospettive nostre e dei nostri figli è, a vario modo, in atto e non avrebbe senso pretendere scuole pubbliche ben finanziate e forti di programmi validi e moderni se non si avesse poi anche cura di darne seguito usando la cultura come ecologia mentale.

Quando sono stanco il mio parlare si assottiglia, il mio linguaggio si fa frammentario e impreciso, e se sono impreciso come posso comunicare? Più sono distratto e preoccupato e più i miei pensieri si indirizzano a senso unico verso la fonte dei miei problemi, togliendomi di fatto la libertà di pensiero e la fantasia, indicandomi la via della reazione e non la direzione della mia volontà, togliendo spazio alla varietà di scelta e di azione. La volontà di impoverire non è solo quella che mi toglie cibo dal piatto, ma anche quella che mi rende privo delle risorse necessarie per reagire alla dittatura della povertà.

Dopo venticinque anni di galera e isolamento, Nelson Mandela avrebbe ben potuto ritrovarsi annebbiato e abbruttito, invece respinse l’offerta di chi gli offriva la libertà in cambio della condanna della lotta del suo popolo con queste lucide e inevitabili parole: “Solo un uomo libero può negoziare i termini della propria schiavitù”.

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