Tratto da “Cuore” di Edmondo de Amicis

M’ha destato un rimorso quella medaglia data a Precossi. Io che non ne ho ancora guadagnata una! Io da un po’ di tempo non studio e sono scontento di me, e il maestro, mio padre e mia madre sono scontenti. Non provo più nemmeno il piacere di prima a divertirmi, quando lavoravo di voglia, e poi saltavo giù dal tavolino e correvo ai miei giuochi pieno d’allegrezza, come se non avessi più giocato da un mese. Neanche a tavola coi miei non mi siedo più con la contentezza d’una volta. Sempre ho come un’ombra nell’animo, una voce dentro mi dice continuamente: – Non va, non va. – Vedo la sera passar per la piazza tanti ragazzi che tornan dal lavoro, in mezzo a gruppi d’operai tutti stanchi ma allegri, che allungano il passo, impazienti di arrivar a casa a mangiare, e parlando forte, ridendo, e battendosi sulle spalle le mani nere di carbone o bianche di calce: e penso che hanno lavorato dallo spuntar dell’alba fino a quell’ora; e con quelli tanti altri anche più piccoli, che tutto il giorno sono stati sulle cime dei tetti, davanti alle fornaci, in mezzo alle macchine, e dentro all’acqua, e sotto terra, non mangiando che un po’ di pane; e provo quasi vergogna, io che in tutto quel tempo non ho fatto che scarabocchiare di mala voglia quattro paginucce. Ah sono scontento, scontento! Io vedo bene che mio padre è di malumore, e vorrebbe dirmelo, ma gli rincresce, e aspetta ancora; caro padre mio, che lavori tanto! Tutto è tuo, tutto quello che mi vedo intorno in casa, tutto quello che tocco, tutto quello che mi veste, che mi ciba, tutto quello che mi ammaestra e mi diverte, tutto è frutto del tuo lavoro, ed io non lavoro: tutto t’è costato pensieri, privazioni, dispiaceri, fatiche, e io non fatico! Ah, no, è troppo ingiusto e mi fa troppa pena. Io voglio cominciare da oggi, voglio mettermi a studiare, come Stardi, coi pugni serrati e coi denti stretti, mettermici con tutte le forze della mia volontà e del mio cuore; voglio vincere il sonno la sera, saltar giù presto la mattina, martellarmi il cervello senza riposo, sferzare la pigrizia senza pietà, faticare, soffrire anche, ammalarmi; ma finire una volta di trascinare questa vitaccia fiacca e svogliata, che avvilisce me e rattrista gli altri. Animo, al lavoro! Al lavoro con tutta l’anima e con tutti i nervi! Al lavoro che mi renderà il riposo dolce, i giuochi piacevoli, il desinare allegro; al lavoro, che mi ridarà il buon sorriso del mio maestro e il bacio benedetto di mio padre.

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