Libro “MALASCUOLA: Se io fossi il Ministro dell’istruzione raddoppierei lo stipendio agli insegnanti”di Claudio Cremaschi

Dieci milioni di italiani hanno sognato, almeno una volta, di allenare la nazionale di calcio. Io sono meno ambizioso. Mi accontenterei di fare il Ministro dell’Istruzione

Sono il nuovo ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Prima di me si sono succeduti in viale Trastevere tanti altri Ministri, intenzionati a cambiare la scuola italiana. Ognuno di loro aveva un’idea alla quale era particolarmente affezionato: abolire gli esami a settembre (D’Onofrio); rimettere gli esami a settembre (Fioroni); riformare gli esami di maturità (Berlinguer), riformare la riforma degli esami (Moratti); introdurre il modulo dei tre maestri per due classi nelle scuole elementari (Mattarella); tornare al maestro unico (Gelmini). E poi chi si preoccupava dei grembiuli degli alunni, chi dell’educazione stradale; chi rivalutava Dante e chi riscopriva le tabelline, chi si occupava di educazione sessuale , chi amava i giudizi e chi ripristinava i voti, lo statuto degli studenti e il cinque in condotta… Non sarebbe giusto liquidarli come argomenti di nessun conto. Ma è difficile cancellare la sensazione che sia un “parlar d’altro”, un cimentarsi con piccole questioni marginali, spesso puramente nominalistiche, un “gattopardesco” cambiare i nomi delle cose, lasciando tutto immutato. E che i problemi veri non si affrontino: non si riesce, non si vuole, non si può. 

Non si può perché la scuola è ormai da anni un tema di scontro politico. L’ultima stagione di riforme risale agli anni ’60, all’introduzione della scuola media unica, e poi alla stagione dei decreti delegati e degli organi collegiali. Riforme che – benché abbiano prodotto risultati non all’altezza delle speranze – avevano saputo suscitare un profondo dibattito nella scuola e sulla scuola, un fermento di discussione, di ricerca di sperimentazione di partecipazione. I decenni successivi furono una serie interminabile di tentativi abortiti: la lunga stagione delle sperimentazioni (eterne e mai soggette a verifica), le tante, troppe riforme – non sostanziali – degli esami di maturità, l’invasione delle mille “educazioni”. Educazione stradale. Educazione sessuale (anzi, no, educazione all’affettività e alla sessualità, è più politicaly correct), Educazione alla pace. Educazione alla legalità. Educazione alimentare. Educazione alla sicurezza, tabagismo, alcolismo, droghe leggere, pesanti, dipendenze, prevenzione. Anoressia, bulimia (pedofilia?). Disagio giovanile. I tentativi, timidi, di modificare ruolo e formazione di docenti e dirigenti, la riforma dell’università, l’accorpamento delle unità scolastiche… tanti tentativi, guidati a volte dalla necessità di contenere una spesa ormai fuori controllo, a volte dalla generosa illusione di cambiare dall’interno, influenzando la didattica con la modifica degli esami, scardinando vecchie strutture con nuovi strumenti, l’informatica, le educazioni, i progetti, in una scuola che non riusciva ad essere riformata dalla politica.

Oggi siamo all’allarme rosso. I rapporti OCSE segnalano che i livelli di formazione dei nostri alunni sono agli ultimi posti tra i paesi europei. Rispetto ai traguardi che il Consiglio Europeo di Lisbona aveva stabilito come obiettivi da raggiungere entro il 2010 siamo drammaticamente indietro; anzi, si è registrato un peggioramento tra il 2000 e il 2006,  persino per quanto riguarda le capacità elementari di lettura. Non si è realizzato l’innalzamento dell’obbligo. La dispersione e l’insuccesso continuano: il 20% dei giovani non raggiunge il diploma,  con costi sociali ed economici insostenibili. Non esiste una selezione di giovani talenti, e tantomeno luoghi di ricerca per coltivarne le competenze e la creatività. Gli studenti universitari continuano a laurearsi più tardi dei loro compagni europei. Non si è fatto nulla nel campo dell’apprendimento permanente. Insomma, non siamo messi bene.”

Sono le prime pagine del libro. Se avrete la pazienza di proseguire la lettura, potrei convincervi che è possibile cambiare la scuola italiana, renderla più efficace, rispondere ai bisogni dei ragazzi e delle famiglie, e insieme valorizzare gli insegnanti, ricostruire il loro ruolo sociale, e aumentarne in modo significativo la retribuzione. Tutto senza metterci un euro. Cercherò di spiegare dove e quanto si può risparmiare nella scuola, senza perdere in qualità, senza ridurre il servizio, senza creare, come si ripete in modo rituale e ormai stucchevole, “scuole di serie A e di serie B”. Indicherò anche come e dove reinvestire quello che si risparmia per migliorare la scuola italiana. Insomma: risparmiare sulla spesa scolastica, migliorando la qualità della scuola e aumentando la retribuzione dei docenti. Un miracolo, un’idea folle, la quadratura del cerchio? O le solite promesse elettorali di un aspirante ministro? Eppure si può. Proverò a spiegare come nelle pagine che seguono.”

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