Riportiamo qui una serie di libri-inchiesta che analizzano e descrivono i problemi del sistema universitario italiano:

1. L’ università truccata

Un libro di Roberto Perotti

L’università italiana sta morendo di nepotismo, scarsa selezione nel vagliare il corpo docente, mancanza di incentivi alla produzione scientifica, incapacità di individuare prospettive da seguire da parte di chi ha il compito di governarne l’evoluzione. L’università italiana non è produttiva né equa, non facilitando la mobilità sociale. Praticamente ogni ministro ha legato il proprio nome a una rivoluzione dell’università, suscitando dibattiti infiniti su ogni comma di legge. Ma un osservatore esterno che guardasse ai risultati invece che ai mille rivoli delle normative non si accorgerebbe di nulla. Ciò che serve è una cosa sola: abbandonare l’illusione di poter controllare tutto dal centro e introdurre invece un sistema di incentivi e disincentivi efficaci. Questo saggio è la fotografia impietosa di una catastrofe educativa che pesa sul futuro dell’Italia. Ma anche la coraggiosa proposta di alcune riforme semplici e radicali, per rompere definitivamente con decenni di palliativi. Un sistema dove sia nell’interesse stesso degli individui cercare di fare buona ricerca e buona didattica ed evitare comportamenti clientelari. Un sistema in cui ogni ateneo possa fare quello che vuole, ma dove chi sbaglia sia chiamato a pagare. Un sistema che elimini la straordinaria iniquità attuale, in cui le tasse di tutti finanziano l’università gratuita dei più abbienti.

2. I ricercatori non crescono sugli alberi

Un libro di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi

Le nuove leve non riescono a entrare nel mondo della ricerca, l’università è dominata dalle baronie, i concorsi sono truccati, i ricercatori sono pagati poco: casi isolati o problemi strutturali? È possibile riformare il sistema della ricerca e dell’università? Queste le domande cui questo libro risponde, descrivendo lo stato dell’università e della ricerca in Italia: dalla forma barocca dei bandi per i posti da ricercatore alle carriere basate sull’anzianità e il conseguente invecchiamento dei docenti universitari, fino alla proverbiale inamovibilità di chi dirige la ricerca. Si passano in rassegna i punti su cui politiche responsabili dovrebbero intervenire per iniziare un percorso verso un sistema meritocratico invocato a gran voce da tutti, ma da nessuno realmente messo in pratica. Cambiare le cose non sarà facile perché sono tanti i piccoli interessi che gravano sulla ricerca e sull’università. Eppure la situazione è talmente degenerata da rendere un intervento necessario e improrogabile.

3. Candido o del porcile dell’università italiana. Storia vera di un cervello senza padrino

Un libro di Ernesto Parlachiaro

C’è un luogo, in Italia, nel quale il valore e il merito professionale contano meno di nulla: questo luogo è l’Università, specialmente le facoltà umanistiche. In Italia “è più facile che un asino passi per la cruna di un ago, che un nuovo Kant possa diventare, senza un padrino, dottore di ricerca in filosofia”: un paradosso che è tutto il senso di questo racconto. Benché scritto sotto la forma leggiadra di una favola volterriana, “Candido” è infatti tratto da una vicenda reale e denuncia con spietata lucidità la corruzione che regna sovrana nel reclutamento di ricercatori e docenti dell’Università italiana.

4. Processo all’università. Cronache dagli atenei italiani tra inefficienze e malcostume

Un libro di Cristina Zagaria

Un lucido e documentato atto d’accusa contro l’università di “Cosa Nostra”. Intercettazioni telefoniche, confessioni, conversazioni rubate con microspie e denunce raccontano il volto malato degli atenei italiani da Palermo a Milano. Questo libro vuole capire cosa sta succedendo, senza finti pudori. È un immaginario processo all’università, dall’ultima riforma Moratti ai primi passi del governo Prodi. Storie vere, con nomi e cognomi di singoli atenei, professori e studenti. Storie, però, che al di là della cronaca, diventano esempi generali e offrono uno sguardo senza censure su un’università in cui esiste un “galateo” delle buone regole per truccare i concorsi; un’università nella quale, in una logica tribaIe, si accavallano e si sovrappongono leggi di “territorio” “di sangue”, “di fedeltà” e dove comunque vince quasi sempre il potere. Una rigorosa ricostruzione che propone ai lettori la fotografia di un’università irrimediabilmente malata, smascherando debolezze e inefficienze di politici e istituzioni.

5. Parentopoli. Quando l’università è affare di famiglia

Un libro di Luca Nino

“I nostri figli sono più bravi perché hanno la forma mentis tipica di noi professori”. È normale, per questo docente, che il figlio abbia vinto il concorso universitario. È una questione di geni, di educazione, di ambiente. Una “selezione naturale”. Da questa storia pubblicata sul sito di Corriere.it è nato un libro-inchiesta, scritto grazie alle centinaia di e-mail spedite da tutta Italia. Il web s’è scatenato: proteste, denunce, nomi e cognomi, testimonianze di innumerevoli concorsi truccati. Ecco svelata l’Università italiana divenuta ormai “Affare di Famiglia”. Come al bar, nelle botteghe, nelle aziende, anche nei dipartimenti universitari, più membri di una stessa famiglia lavorano fianco a fianco. E i Magnifici Rettori? Sono tra i primi ad assumere figli, mogli, nipoti e portaborse. Chi paga? Noi, ovviamente. Il professore con quattro figli in ateneo. Il rettore che comanda da 25 anni. La famiglia con otto docenti. Il candidato più bocciato. Ecco i racconti dei casi limite e gli sforzi della giustizia per riportare la legalità nelle cattedre. Ecco le loro storie incredibili in un viaggio attraverso interviste ai protagonisti e improbabili giustificazioni. Da Torino a Palermo, passando per Milano, Bologna, Modena, Firenze, Roma, Messina e tante altre città italiane. Infine, gli intrecci familiari nelle dinastie accademiche di Napoli e la sanità campana. Il tutto accompagnato dall’urlo di rabbia e di vergogna che emerge dalle lettere dei cervelli costretti ad andarsene.

6. Un paese di baroni. Truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana

Un libro di Davide Carlucci ed Antonio Castaldo

Questo libro racconta l’università dei privilegi e anche l’università di chi lavora seriamente tutti i giorni e per pochi soldi. Le storie e le testimonianze di chi si è ribellato contro i concorsi truccati rivelano un sistema fortissimo, basato molto sull’obbedienza e molto meno sul merito: esistono delle vere e proprie gerarchie nazionali per ogni disciplina, chi occupa il vertice comanda su tutti. Un sistema tanto chiacchierato, e oggetto di generale indignazione, ma che fino a oggi tutti hanno accettato. Importante era non fare i nomi. Funziona così l’università. Stipendi d’oro assegnati con un criterio gerontocratico (basta qualche anno di anzianità per guadagnare più del 90 per cento dei professori americani). L’impegno spesso è risibile (il “tempo pieno” di un professore ordinario è 3 ore e 39 minuti al giorno, mentre i ricercatori spesso si dedicano totalmente alla didattica), i più furbi arrotondano bene con le consulenze. E poi le lobby: “bianche”, “rosse” e “nere” (senza dimenticare Comunione e liberazione e l’Opus Dei). Chi non sta alle regole, è fuori. Studenti, dottorandi e ricercatori, magari dopo una vita di studio, esperienze all’estero e pubblicazioni in riviste autorevoli, aspettano il loro turno. Ma non è detto che ce la facciano. Anzi. Nascono blog e siti internet che danno voce alla loro frustrazione: per difendere l’università pubblica e la voglia di un futuro più onesto e più giusto.

7. I baroni. Come e perchè sono fuggito dall’università italiana

Un libro di Nicola Gardini

Nicola è un giovane studioso. Ha una laurea italiana e un dottorato americano. Tutto ciò che desidera è concentrarsi sulle sue ricerche, condividerle con altri studiosi, trasmettere ai più giovani ciò che ha imparato dai suoi maestri. Ma in Italia non è possibile. Perché l’università italiana è sempre meno il luogo della ricerca, dell’insegnamento, della trasmissione del sapere. Nell’università italiana non governano il merito e la competenza. Nell’università italiana governano i “Baroni”: uomini di potere abituati a gestire l’Accademia come un giocattolo personale, a premiare la fedeltà anziché la libertà, a preferire un mediocre candidato “locale” a un ottimo candidato “esterno”. In barba all’interesse degli studenti e anche all’interesse generale. Questo libro è un documento unico. È una denuncia e una confessione. Ma soprattutto è una storia vera: il racconto paradossale e a tratti kafkiano di dieci anni passati a barcamenarsi tra concorsi veri o fasulli, promesse fatte e non mantenute, vessazioni inutili, cose non dette o cose mandate a dire. Dove tutto conta tranne ciò che dovrebbe contare: l’originalità della ricerca, la dedizione all’insegnamento. Il lieto fine è purtroppo amaro. Perché Nicola diventa professore a Oxford, dove vince un concorso pur non avendo conoscenze. E l’Italia perde l’ennesimo “cervello”, l’ennesimo studioso regalato a un paese che non ha speso nulla per formarlo ma che ne sa mettere a frutto doti e lavoro come la nostra Università non sa più fare.

8. L’ università per tutti. Riforme e crisi del sistema universitario italiano

Un libro di Andrea Graziosi

Le università italiane sono assenti dai posti alti nelle graduatorie internazionali, sono carrozzoni giganteschi, spesso sull’orlo del fallimento, culturalmente provinciali ed emarginate. Come si è precipitati in questa situazione e che cosa si può fare per uscirne? La lucida e stringente analisi di Graziosi ripercorre cinquant’anni di riforme e mutamenti che hanno trasformato la vecchia università di élite in una grande e indistinta università di massa, che era indubbiamente necessaria alla moderna società italiana, ma che si è gettata alle spalle ogni esigenza di eccellenza e di ricerca. Interessi corporativi e buone intenzioni si sono spesso saldati nel risultato perverso di produrre un degrado progressivo della formazione universitaria. A questa situazione, sostiene l’autore, è urgente porre rimedio con una serie di cambiamenti che mirino a separare fortemente le funzioni dello studio universitario, distaccandone l’istruzione professionale, differenziando gli atenei, e incentivando e sostenendo le eccellenze.

 

9. Gioventù sprecata. Perché in Italia non si riesce a diventare grandi

Un libro di Marco Iezzi e Tonia Mastrobuoni

Ma chi ha detto: “Mandiamo i bamboccioni fuori casa!” (il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa) lo sapeva che per l’attuale ‘generazione mille euro’ comprare casa è un miraggio, ottenere un prestito o tramutare un’idea geniale in un’impresa una missione impossibile, approfittare della flessibilità per costruirsi una carriera in ascesa una pia illusione? Che non c’è verso di sfuggire per anni alla trappola del precariato, con prospettive di pensioni da fame? Come si spiega che condividano lo stesso, amaro destino due generazioni che dovrebbero essere distanti fra loro, i ventenni e i quarantenni? Allora è il mammismo italiano, e tutti gli altri luoghi comuni che ne conseguono, la causa di tutto o il nostro paese che fa acqua? Il volume indaga nella prima parte come e perché si è arrivati a queste condizioni e quali sono le conseguenze anche nei comportamenti, nei desideri e nelle aspettative di tante donne e uomini. Nella seconda parte raccoglie le storie di alcune ‘mosche bianche’ – Chloè Cipolletta, Emma Dante, Frida Giannini, Michel Martene, Valeria Parrella e Filippo Preziosi, le eccezioni che confermano la regola – e quelle di alcuni cervelli in fuga esiliati: Paola Antonelli, Ugo Bot, Antonio Giordano, Roberto Isolani, Enrico Moretti e Luca Santarelli. In ultimo, le opinioni sui giovani di sei grandi vecchi: Gae Aulenti, Andrea Camilleri, Dario Fo, Margherita Hack, Dacia Maraini e Mario Monicelli.

10. Malata e denigrata. L’università italiana a confronto con l’Europa

Un libro di Marino Regini

Una buona diagnosi è il primo passo per ogni buona cura. Ecco da cosa nasce questa snella e al contempo dettagliata inchiesta sulle gravi carenze di funzionamento e di risultati del nostro sistema universitario rispetto ai più avanzati in Europa. L’analisi, infatti, riguarda le cinque grandi aree di criticità divenute leit-motiv delle polemiche recenti: la proliferazione dei corsi di laurea, l’insoddisfacente “produttività” degli atenei, la disattenzione verso il mondo del lavoro, il predominio dei “baroni”, gli sprechi e le inefficienze nella spesa. Dal confronto, si scopre così che molte anomalie imputate al nostro sistema universitario non sono in realtà tali, mentre altre carenze dipendono indubbiamente da vizi antichi del ceto accademico italiano. Ma anche per queste, assai utile appare guardare a ciò che accade in altri paesi più simili al nostro: molti degli argomenti utilizzati nelle polemiche recenti non sono infatti assenti altrove. La differenza cruciale è nell’atteggiamento dell’opinione pubblica e dei media e nel comportamento dei governi. Dominati, nei paesi vicini, da una forte e diffusa preoccupazione per la perdita di competitivita e dalla determinazione a investire in modo selettivo ingenti risorse per porvi rimedio. Il contrario di quanto avvenuto in Italia, dove carenze e lacune diventano pretesto per un’ulteriore diminuzione dei già scarsi investimenti nella ricerca e nella produzione di capitale umano.

11. Il laboratorio

Un libro di Renzo Tomatis

«Volete sapere una cosa? Viviamo ancora nel Medioevo». Semmai, da quelle strutture feudali, sembra scomparsa la Cavalleria. Il diario di un giovane medico destinato alla fama professionale, spinge ad una comparazione tra i laboratori americani e l’istituto di ricerca italiano.

Quando questo libro fu scritto e pubblicato, a metà degli anni Sessanta, suscitò interesse, scalpore e un certo scandalo. Erano gli anni iniziali del centro-sinistra, un dollaro valeva attorno a seicento lire, s’accendevano le polemiche sulla «fuga dei cervelli» oltreoceano, molti speravano e quasi credevano che si aprisse per l’Italia un’era di modernità, forse un po’ più giusta, come un’uscita da uno strano, prolungato, feudalesimo. E una delle più persistenti strutture feudali questo libro descriveva: nel diario di un giovane medico destinato alla fama professionale, negli Stati Uniti per un periodo di ricerca, il laboratorio americano – dove lavorava – e l’istituto di ricerca italiano – dove periodicamente ritornava per mantenere i legami – si contrapponevano come due sistemi; si offrivano alla comparazione parallela. Piccolo nido della ricerca specializzata, il primo: e talvolta, forse spesso, luogo di aspra competizione. Complessa piramide burocratica, l’istituto italiano, volta alla perpetuazione di una gerarchia e di un potere personale, incardinato in altri poteri personali e gerarchici, ma abitato da persone gentili, facondi umanisti, brillanti conversatori. Nella nota di oggi al Laboratorio (dal titolo Trent’anni dopo), l’autore dice che più che la denuncia colpisce la mitezza; ma resta la forza comparativa, non tanto tra Italia e America: tra Italia e Italia, anni Sessanta e oggi. Ebbene, come dice Kurt Vonnegut nel Grande tiratore: «Volete sapere una cosa? Viviamo ancora nel Medioevo». Semmai, da quelle strutture feudali, sembra scomparsa la Cavalleria.

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http://www.camelotdestraideale.it/2008/11/08/roberto-perotti-la-universita-truccata-si-spende-tanto-e-male/

Roberto Perotti, “L´università  truccata”: si spende tanto e male

8 novembre 2008

[…] quando ho scritto questo post, però, mi si è fatto notare (nei commenti), alcune cose: l´Ocse dice che i finanziamenti alla nostra Università  sono bassi, rispetto a quelli di altre nazioni, così com’è bassa la spesa pro-capite per studente. Allo stesso tempo, mi si è obiettato che non è con i tagli che si possano curare i mali che affliggono gli Atenei, proprio perché i finanziamenti complessivi rivolti ad essi, se paragonati a quelli di altri paesi, sono assai più contenuti.

Come si tenterà  di dimostrare in questo post, tali obiezioni sono tutte prive di fondamento!

Innanzitutto, perché come qui si è già evidenziato, la più parte dei soldi indirizzati alle università , non viene destinata agli studenti o alla ricerca: in quanto utilizzata, quasi esclusivamente, per pagare stipendi a baroni e affini (che continuano ad assumere parenti, senza freno alcuno).

In secondo luogo, come spesso avviene, non è sufficiente leggere un dato – nel caso in esame, quello dell’Ocse relativo all’ammontare dei finanziamenti italiani all’Università  – per ottenere una risposta esaustiva, e per comprendere un fenomeno. […]

Quelle analisi, come si dirà  di seguito, non tengono conto di alcuna specificità italica (specificità che rende la nostra Università unica al mondo): ad esempio il fatto che il 50% degli studenti universitari italiani sia fuori corso, e che il 20% non dia esami […]. In altre parole, per il nostro paese, il dato Ocse si riferisce “alla spesa media per studente iscritto“, e, quindi, non tiene conto del fatto che una quantità industriale di studenti universitari non frequenti corsi, seminari o lezioni in laboratorio, perché all’università  non mette piede! E siccome questa gente non frequenta materialmente le facoltà, nonostante risulti iscritta ad esse, non costa all’Università quanto costerebbe se effettivamente frequentasse i corsi e se desse esami. Anzi, si può dire che non costi un accidente, è come non esistesse, come se non fosse iscritta. Chiaro?

Per le altre Nazioni, invece, l´Ocse ha usato un altro parametro: “la spesa per studente equivalente a tempo pieno, cioè calcolando il numero degli studenti pesati per i corsi effettivamente seguiti e gli esami effettivamente sostenuti”. Metodo che per la nostra università  non è stato impiegato, proprio perché quel tipo di indice era difficile da ricavare, dato l’elevato numero di fuori corso e l’alta percentuale di studenti che non sostengono esami. […]

Ora, i chiarimenti appena riportati, non li ha formulati il pirla che vi scrive (che, a malapena, riesce a fare un’addizione). Ma il professor Roberto Perotti, nel libro L´Università  truccata […]

“Questo ci indica cosa non va nella spesa italiana: non è l’ammontare totale per studente, o la remunerazione media dei docenti, che è insufficiente; è la sua distribuzione e la sua progressione che sono perverse”.

“In Italia si pagano pochissimo i ricercatori appena entrati nell’università , cioè i più giovani e motivati, ma c’è una progressione stipendiale velocissima per effetto della sola età, che porta gli stipendi medi e massimi a essere ben superiori a quelli britannici. Inoltre, in Gran Bretagna c’è la possibilità  di retribuire molto le superstar di ciascuna disciplina, il che spiega perché in quel paese sono maggiori gli stipendi massimi degli ordinari”.

“Ancora più evidente (e sorprendente, data la mitologia sulla povertà  delle ricerca in Italia) è la differenza con il sistema statunitense. Come mostrano Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005), un ordinario italiano con 25 anni di servizio da ordinario può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani in università  con corsi di master (cioè tra le migliori, inferiori solo a quelle che hanno corsi di dottorato), indipendentemente dalla sua produzione scientifica (rileggetevi 1000 volte questi pochi righi, per favore, nota di Camelot)”.

“Ma mentre nelle università  americane il rapporto tra lo stipendio tipico degli ordinari e degli assistenti è di 1,5 a 1, in quelle italiane il rapporto tra lo stipendio a fine carriera di un ordinario e quello di ingresso di un ricercatore può arrivare a raggiungere valori di 4,5 a 1″.

“In altre parole: si spendono molte risorse per premiare esclusivamente l´anzianità  di servizio; queste risorse sono necessariamente sottratte ai giovani, che sono tipicamente i ricercatori più motivati e proficui (in molte discipline, soprattutto quelle scientifiche, la produttività  e la originalità  accademica raggiungono infatti un massimo verso i 40-45 anni)”.

“E’ questo un sistema che sembra fatto apposta per allontanare i talenti: sono esattamente coloro che pensano di non potercela fare con le proprie risorse che avranno più incentivo a scegliere una carriera che remunera esclusivamente l’anzianità, una variabile in cui tutti sono egualmente bravi senza nessuno sforzo”. […]

“Anche i finanziamenti statali agli atenei, distribuiti dal Fondo di Finanziamento Ordinario, riflettono quasi esclusivamente i finanziamenti passati, e quindi sono totalmente indipendenti dalla performance”. “Una parte di questi fondi, la Quota di Riequilibrio (che non ha mai superato il 10 percento del totale, e recentemente è scesa quasi a zero), avrebbe dovuto essere distribuita per correggere gli squilibri fra atenei”. “Ma poiché le variabili da “riequilibrare” sono potenzialmente infinite, la sua distribuzione è avvenuta in base a una quantità  di criteri, alcuni semplicemente bizantini; in particolare, qualsiasi tentativo di attribuirne almeno una parte in base alla qualità  delle ricerca è fallito”. […] a tutt’oggi la qualità  della ricerca non figura tra i parametri in base ai quali assegnare i fondi statali agli atenei“. […]

L´Università  va cambiata.

E chi si oppone a ciò, non lo fa di certo nell’interesse degli studenti e della ricerca. […]

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