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“La scuola che vorrei”: quella italiana è troppo autocentrata

Giovedì 30 Settembre 2010

Sono presentati oggi, durante il convegno di presentazione della ricerca “La scuola che vorrei” che si svolge a Milano nel teatro Litta, i risultati emersi dalla ricerca “la scuola che vorrei” condotto dalla Fondazione Intercultura in collaborazione con l’Università di Milano Bicocca. La fondazione si è rivolta a 50 borsisti che hanno avuto la possibilità di sperimentare un sistema scolastico diverso da quello italiano. Sono stati selezionati in base a: città di provenienza, sesso e Paese estero di destinazione.  A marzo si è tenuto nella sede della Fondazione a Colle di Val d’Elsa un incontro con loro per discutere sul tema: “la scuola italiana che vorrei” durante il quale sono state riunite le idee dei ragazzi che potrebbero essere utili per riformare il sistema scolastico italiano. L’incontro con gli studenti era stato ricco di riflessioni, segno del fatto che la scuola è stata oggetto di molti pensieri che non hanno mai avuto occasione di venire espressi in contesti di ricerca che conferissero loro visibilità e forza. Questa ricerca era stata anche un’occasione per parlare come interlocutori consapevoli e competenti.

A sorpresa, in base a questo studio, gli studenti indicano tra le materie obbligatorie, oltre a un Italiano che permetta di sapere scrivere, alla matematica e all’informatica («Vogliamo studiare ‘Con il’ computer, non ‘Il’ computer»), all’inglese (meno letteratura, più conversazione), si insinuano anche lo sport (come «palestra fisica ed etica»), la geografia mondiale («Non solo fisica, ma politica, culturale, ambientale»), la storia contemporanea («Altrimenti, chi ci aiuta a guardare al nostro presente e al futuro?»), l’educazione civica e alla vita democratica («Siamo cittadini del mondo!»).

Tra le materie a scelta vengono indicate, tra le altre, ‘Lè religioni (non solo quella cattolica), l’ecologia, le lingue extra-europee, l’economia e il diritto, la musica, la fotografia, il teatro, e sì, anche il latino e il greco. Da non perdere un periodo di studio all’estero, come chiave di volta per una scuola che voglia aprirsi al mondo e le attività extrascolastiche come parte della vita scolastica («Scuola come luogo di vita, come nei campus americani»). Dalla quantità alla qualità. Senza ridurre il numero di materie, anzi la loro varietà e ampiezza è un punto di forza della scuola italiana, tuttavia emerge dal confronto con l’esperienza all’estero che i nostri programmi vanno coordinati meglio rispetto alla durata del calendario: «Non si possono fare 40 volte i Sumeri e poi leggere a casa, a scuola finita, della Guerra Fredda!», vanno collegati molto di più al presente, liberati dal giogo della completezza e dal mito dell’enciclopedismo («In Germania il professore ha fatto tre, quattro lezioni di presentazione del quadro storico del Medio Evo, poi noi abbiamo sviluppato delle tesine specifiche») e soprattutto sprovincializzati, allargati alla realtà del mondo: «La scuola italiana è molto autocentrata culturalmente, ma neppure ti trasmette un forte senso di identità nazionale» affermano i ragazzi.

Tra le pecche della scuola italiana segnalate dagli studenti c’è anche la sua durata. Diversamente da molti altri Paesi europei e non solo, dove il ciclo di studi è di 12 anni, il nostro ne dura 13, uno di più. In altre parole: così entriamo nel mondo del lavoro un anno dopo. La proposta è di un unico percorso scolastico che offra la possibilità di scelta o di approfondimento nell’ultimo biennio o triennio e che preveda che l’ultimo anno sia di transizione all’Università o al mondo del lavoro: «L’ultimo anno di preparazione all’università potrebbe evitare le tantissime bocciature alle facoltà con test di accesso o le scelte sbagliate». In base all’esperienza all’estero, dove la rotazione delle classi è una normalità, emerge una proposta concreta, quella della scelta e costruzione da parte dello studente del piano di studi: la scuola che vorrei deve strutturarsi, almeno a partire dal triennio, per il 60% del calendario con materie obbligatorie e nel rimanente 40% con quelle a scelta, organizzate con un sistema di crediti.

Criticati molto duramente da questi studenti, ma anche riconosciuti e rispettati, gli insegnanti rappresentano il punto di partenza da cui costruire la nuova scuola ideale. Basta «con gli stipendi da metalmeccanici e gli anni di precariato che non portano a nulla» altrimenti i professori non saranno mai motivati ad essere più preparati, capaci di ottenere rispetto e di far mantenere i giusti ruoli e le giuste distanze. A loro, rileva lo studio, soprattutto, viene rimproverato di utilizzare metodi monotoni e passivizzanti, considerando gli studenti «non solo come un vaso da riempire di contenuti accademici, bensì come menti fresche che criticano, si confrontano, analizzano, come succede, ad esempio, negli Stati Uniti».

Ma il progetto di ricerca, durato quasi un anno di lavoro, non si sofferma solo sulla figura dei docenti. La scuola, emerge dalla ricerca, è trascurata, vecchia e ha molti difetti […]

 

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