Troverete diverse informazioni nel seguente articolo. Quello che vi proponiamo qui di seguito è una sorta di percorso che parte da un’indagine sulle condizioni di lavoro dei nostri dottorandi di ricerca. Si tratta di una delle tante indagini che hanno lo scopo di osservare il mondo dall’alto e di estrapolare statisticamente dei dati rappresentativi di una situazione reale. Troverete poi una testimonianza vera, lo sfogo colmo di amarezza e disillusione di una dottoranda, resasi conto che il percorso di dottorato che si accingeva ad intraprendere sarebbe stato privo di valore una volta terminato. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato, ma bensì di uno stato d’animo piuttosto diffuso che accomuna tutti coloro che hanno fatto o stanno facendo un percorso di dottorato. Questa tragicità purtroppo è assolutamente reale, non mi sembra di esagerare: un’esperienza come il dottorato dovrebbe essere vissuta come una delle esperienze migliori per chi si affaccia con la propria passione ed i propri sogni all’affascinante mondo della ricerca, ma l’altra faccia della medaglia, ovvero l’assenza di prospettive future e l’acquisizione di un titolo privo di valore al di fuori della realtà universitaria, è davvero molto triste. Come leggerete, questa tristezza può portare giovani e talentuosi   ricercatori in erba a compiere il più folle dei gesti…

Sarebbe bello avere la possibilità di un riconoscimento del valore del titolo di dottorato anche al di fuori dell’Università, nel mondo delle imprese, e sarebbe bello se fosse possibile ottenere un titolo di dottorato anche attraverso ricerche vere e proprie realizzate proprio per conto di imprese (purchè si tratti di vera ricerca però, non come i “dottorati industriali” che stanno nascendo ma che riguardano “progetti aziendali che nulla hanno a che vedere con la ricerca, nella mai sopita illusione che sia possibile fare innovazione senza ricerca”). Sarà mai possibile, in questo paese, dare più valore a chi ha le capacità e la volontà di generare dal nulla conoscenza e innovazione, anziché premiare chi copia e obbedisce senza mai usare un briciolo della propria testa?!? 

http://www.dottorato.it/documenti/ADI/2007/20070326-convegnoCRUI/20070326-Abstract-v1.91.pdf

Indagine sulle condizioni di lavoro e le aspirazioni professionali dei dottorandi di ricerca in Italia

Aspirazioni professionali ed utilità percepita del dottorato di ricerca

Si registra una sostanziale disillusione dei dottorandi rispetto alle possibilità di continuare a svolgere attività di ricerca una volta conseguito il titolo di dottorato; infatti, mentre desidererebbe continuare a fare ricerca l’82,2% degli intervistati, prevede effettivamente di poterlo fare appena il 44,8%. […] La struttura preferita in cui continuare a svolgere attività di ricerca rimane per la maggioranza degli intervistati l’Università, e sia il desiderio che la previsione più diffusa sono quelle di poter rimanere in Italia; tuttavia, con quello che potremmo definire sano realismo, quote relativamente più sostenute di dottorandi prevedono di doversi recare all’estero per poter continuare a svolgere attività di ricerca. Tra coloro che invece dichiarano di voler abbandonare la ricerca per dedicarsi ad altre tipologie di lavoro, il 46,2% desidera ottenere un’occupazione presso un’impresa privata in Italia, ed il 58,7% prevede effettivamente che tale sarà il suo destino; scompare invece tra chi vuole abbandonare la ricerca la propensione a collocarsi in un futuro professionale localizzato fuori dall’Italia.

Sollecitati ad esprimersi sulla propria condizione occupazionale nella futura attività lavorativa principale, il 73,4% dei dottorandi dichiara che desidererebbe ottenere un lavoro alle dipendenze, ma soltanto il 40,6% prevede di ottenerlo realmente. La preoccupazione per il proprio futuro si evidenzia anche attraverso il dato relativo ai soggetti che prevedono di trascorre un periodo senza occupazione o con occupazione precaria/instabile una volta conseguito il titolo di dottorato (71,4%); se a tale quota si aggiunge anche la percentuale di dottorandi che non sa prevedere a cosa andrà incontro (14,1%), si ottiene un quadro decisamente scoraggiante: soltanto il 14,5% degli intervistati prevede infatti di passare direttamente dal conseguimento del titolo allo svolgimento di un’occupazione stabile. Ciò nonostante il fatto che la maggioranza relativa dei dottorandi (48,1%) si dichiari disponibile a spostarsi ovunque, anche all’estero, per svolgere la propria attività lavorativa.

Il giudizio sull’utilità del dottorato rispetto allo svolgimento della professione futura presenta aspetti controversi; mentre infatti la netta maggioranza ritiene che il dottorato sia molto utile o indispensabile per l’acquisizione delle opportune competenze (73,2%), e per eventuali progressioni di carriera (65,2%), per quanto riguarda il reperimento della prima occupazione dopo il conseguimento del titolo la maggioranza (58%) dichiara che il dottorato di ricerca è a tal fine poco utile o del tutto inutile.

Chiamati ad esprimersi poi sull’effettiva spendibilità del titolo di dottorato sul mercato del lavoro i dottorandi non hanno dubbi: per il 90,8% degli intervistati il titolo a cui aspirano non offre adeguate prospettive di inserimento professionale. Sono a riguardo non prive di interesse le indicazioni fornite dagli intervistati rispetto alle misure da adottarsi al fine di migliorare la spendibilità del titolo di dottorato; per i dottorandi di ricerca infatti i provvedimenti più efficaci in tal senso sarebbero il riconoscimento del valore legale del titolo (36,8%), ed una maggiore vicinanza tra università ed imprese (34,6%), misure entrambe “esterne” al dottorato di ricerca, che vengono indicate nel complesso dalla netta maggioranza degli intervistati (71,4%); per contro, gli aspetti che possiamo definire “interni” al dottorato, ossia che riguardano riforme direttamente rivolte alla modifica di caratteristiche proprie dei corsi di dottorato, vengono indicate solo da una minoranza di intervistati (24,7%), mentre in gran parte le risposte in cui vengono suggerite altre misure (4%) sono anch’esse riconducibili a provvedimenti inerenti le condizioni a contorno del dottorato (maggiori finanziamenti alla ricerca, più “cultura” della ricerca in Italia). […]

In definitiva, i dottorandi intervistati sembrano avere le idee piuttosto chiare: per migliorare le prospettive di inserimento professionale offerte dal dottorato non è su quest’ultimo che si deve intervenire, poiché i corsi di dottorato assicurano una formazione adeguata e forniscono competenze strategiche; per contro, manca un riconoscimento adeguato delle competenze acquisite con il dottorato (ciò che risulterebbe “garantito” – per gli intervistati – dal riconoscimento del valore legale del titolo), così come un raccordo efficace tra l’università e le imprese, ossia tra l’agenzia formativa che immette sul mercato del lavoro professionalità altamente qualificate nel campo della ricerca scientifica ed i potenziali titolari della corrispettiva “domanda” di risorse umane.

 a cura di Vincenzo Pischedda – ADI

Undicesimo rapporto sullo stato del sistema universitario (gennaio 2011)

___________________________________________________________________________

UNA TESTIMONIANZA:

http://www.cervelliinfuga.com/profiles/blogs/la-fuga-del-mio-cervello

La fuga del mio cervello

Mi chiamo Simona Ruffini e sono una dottoranda di ricerca.
Detta così sembra la frase d’esordio di una riunione agli alcolisti anonimi ed in un certo senso lo è. Sto cercando di smettere ma non ci riesco. Sto cercando di smettere di studiare, sto cercando di smettere di fare ricerca, sto cercando di smettere di amare l’Università più di qualunque altro luogo al mondo, e devo dire che in questo il nostro governo mi da una grande mano, ma… semplicemente non posso. Così mi restano 635 giorni, 19 ore e 3 minuti (al momento della creazione del blog e’ quanto manca alla fine del dottorato ) prima di lasciar fuggire il mio cervello.
Nel febbraio di quest’anno ho raggiunto uno degli obiettivi più importanti per me: ho vinto un dottorato di ricerca. Il mio dottorato è in Scienze Forensi ed è attivo a Roma Torvergata. Non che fossi una novizia dello studio: dopo una laurea in psicologia, un master internazionale in scienze criminologico-forensi, una scuola di alta formazione in psicologia giuridica, 3 libri e diverse pubblicazioni mi sono detta: “adesso si che sono arrivata!” E invece in realtà non sono nemmeno partita. Ovviamente non ho borsa di studio e tantomeno ho una prospettiva di carriera. Eppure mi dicono che il dottorato è il più alto riconoscimento accademico che si possa raggiungere. Il problema non è finirlo il dottorato, ma cosa farci una volta terminato.

Ecco perchè questo blog, perchè non ho idea di cosa fare con questo titolo una volta conseguito; così cerco di scoprirlo strada facendo. In realtà mi correggo: so perfettamente cosa voglio fare, il punto è dove. Mi pare ovvio che in Italia la ricerca non è considerata, e questa è una grande idiozia. L’italia forma i cervelli migliori e poi li regala al mondo. Ammiro profondamente i ricercatori che scelgono di rimanere, ma ammiro altrettanto quelli che decidono di partire. Diciamo che ammiro i ricercatori per definizione! Navigando nei siti delle università estere è facile comprendere quanto i ricercatori siano apprezzati ed impiegati. Fa tristezza da un lato, e dall’altro mi spinge a provarci. Inizio a pensare che i cervelli fuggano dall’Italia perchè qui restano altri organi meno pensanti.

 ___________________________________________________________________________

UNA TRAGICA FINE:

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/09/14/visualizza_new.html_1783294540.html

Dottorando si suicida all’università, per me non c’è futuro

Cercava lavoro per sposarsi. I genitori, un omicidio di stato

14 settembre 2010

ROMA – “La storia di questo ragazzo mi fa venire i brividi. E’ presto per commentare questo gesto. Quando uno decide di togliersi la vita è possibile che ci siano un milione di cose in mezzo”. Simone Canese ha 41 anni, è di La Spezia, nel curriculum una laurea in Scienze Biologiche e un dottorato in Scienze Ambientali a Genova. Così commenta la morte di Norman Zarcone, il dottorando siciliano di 27 anni che si è suicidato ieri gettandosi da un terrazzo della facoltà di Lettere di Palermo.

Canese è un ricercatore precario dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), lo è da cinque anni, da 11 è a Roma, è uno dei 100 studiosi che un anno fa, sotto Natale, occuparono il tetto del loro Istituto per due mesi, protestando contro i tagli del Governo alla ricerca, che avrebbero significato l’addio a quei 1200-1300 euro al mese che costituiscono la busta paga. “Se quello che spende il Governo per la ricerca è sempre di meno – dice – poi ha poco da dire parole. Tutti noi ricercatori, noi precari passiamo attraverso questa esperienza per la quale é passato questo ragazzo siciliano. Molti di noi mettono tutto quello che loro hanno nello studio. Molti di noi ci si dedicano più che al 100%. Quando poi tutto questo 100% ti manca, è logico che vai in crisi“. Ora, lui come altri, ha avuto il rinnovo di un contratto a tempo determinato per tutto il 2010. Ecco che quindi fra tre mesi si ritroverà nella stessa situazione di un anno fa.

“Fra tre mesi – prosegue – si ripresenta il solito problema, e sicuramente in maniera più grave, perché di anno in anno i tagli che stanno facendo sulla ricerca sono sempre di più. Questo vuol dire che ci sono meno soldi per la ricerca, meno soldi per i contratti, soldi per le assunzioni non ce ne sono, la situazione è complicata. Adesso a dicembre si presenterà il nodo, penso, per un centinaio di persone, 100-150. Però molti sono quelli che sono andati a casa già nel giugno 2009 e non sono rientrati, dopo 10-15 anni di precariato. Molti dei miei colleghi, pur precari, hanno ruoli internazionali riconosciuti da varie parti. Questo perché il fatto di essere un precario, di avere un contratto a termine, non pregiudica la carriera. La cosa brutta è quando ti dicono che il lavoro che fai, che tutto l’impegno che tu hai messo per anni non serve a nulla. Anche noi sul tetto abbiamo avuto momenti molto duri. Dopo 60 giorni di tetto molti ragazzi erano stanchi e provati psicologicamente. Questo però è stato poco visibile”

___________________________________________________________________________

Aggiornamento del 19 ottobre 2012:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/dottorato-di-ricerca-apprendisti-sempre

Dottorato di ricerca: apprendisti per sempre?

Nella società della conoscenza i dottori di ricerca sono un lievito. Di giovani che dopo la laurea hanno speso almeno altri tre anni per addestrarsi all’indagine e a lavorare alla frontiera del sapere, hanno bisogno per crescere l’università, ma anche il sistema produttivo e la società nel suo complesso. Bene dunque ha fatto la Commissione Europea a elaborare e adottare i “Principi per una formazione dottorale innovativa”, auspicabile pietra tombale di una concezione del dottorato di ricerca che vedeva nel giovane dottorando un apprendista al servizio dell’accademico-supervisore, la cui migliore prospettiva era costituita dalla speranza di prenderne, un giorno, il posto. Non solo. Il dichiarato, ambizioso obiettivo dei “Principi” è anche quello di promuovere e diffondere nella società civile il valore del dottorato di ricerca e della ricerca tout court.

Questo nella ragionevole convinzione che tanti problemi di modernizzazione, internazionalizzazione, innovazione di imprese private ed enti pubblici possano essere risolti con la mentalità e l’approccio del ricercatore.

Purtroppo, quanto sta avvenendo in queste settimane in molte università italiane fa temere che stia prendendo piede un’interpretazione ‘pomodoro e basilico’ dei “Principi”. Liberato il dottorato da quell’aggettivo qualificativo (accademico) che ne rappresentava ormai un sempre più angusto letto di Procuste, si rischia adesso di privarlo anche del sostantivo che ne rappresenta l’essenza: ricerca. Il cosiddetto ‘dottorato industriale’ nel nostro paese sta nascendo spesso su progetti aziendali che nulla hanno a che vedere con la ricerca, nella mai sopita illusione che sia possibile fare innovazione senza ricerca. Si tratta di un equivoco potenzialmente letale. Nei paesi che hanno ‘inventato’ il dottorato industriale (Paesi Bassi, Svezia, Norvegia Danimarca, alcune università del Regno Unito), questo resta saldamente ‘di ricerca’, tanto che i dottorandi non conseguono il titolo se non hanno pubblicato i risultati del loro progetto di tesi in articoli scientifici. A questo punto è fondamentale che intervenga con rapidità e vigore l’Autorità ministeriale d’indirizzo del sistema universitario italiano, il MIUR, emani l’atteso Regolamento per il dottorato di ricerca. Non ci può essere spazio per i furbi. Se i giovani dottorandi, da apprendisti nell’accademia si trasformeranno in apprendisti nelle imprese, in “dottori senza ricerca”, non avremo fatto né l’interesse dei giovani, né quello delle imprese, né quello del paese.

Tratto da: L’Unità – 10 ottobre, 2012

___________________________________________________________________________

Aggiornamento del 30 marzo 2014:

Questa è una proposta per dare valore al titolo di Ph.D., attraverso l’inserimento nell’ambito della formazione scolastica:

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-03-25/rivoluzionare-scuola-proposta-113844.shtml?uuid=ABmJHW5

Rivoluzionare la Scuola. Una proposta

di Armando Massarenti – 23 marzo 2014

[…] coloro che in questi anni sono stati ammessi a uno o più dottorati costituiscono una élite culturale importante. Verso la quale però, manco a dirlo, il sistema Italia si è dimostrato assai inconcludente e irriconoscente. Perché allora non risarcirli regalando loro la possibilità di entrare nella scuola per partecipare, insieme ai migliori docenti, a un grande esperimento per rinnovarne insegnamenti e metodi? Potrebbero, a seconda della loro specializzazione, o essere ammessi direttamente a insegnare, oppure utilizzati per rinnovare le stesse basi dell’insegnamento. L’obiezione principale a questa proposta è che nessuno ha insegnato loro a insegnare. Ma in realtà questa è una carenza generale del nostro sistema. Ben pochi all’università si preoccupano degli aspetti didattici. […]

___________________________________________________________________________

Aggiornamento del 6 giugno 2014:

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/dottorati_dottorandi_posti_universit_dati/notizie/718121.shtml

Università: dottorandi senza futuro, posti crollati del 19%

 di Camilla Mozzetti – 30 maggio 2014

«Mi chiamo Serena R. è sono una dottoranda di ricerca. Detta così, sembra la frase d’esordio a una riunione degli alcolisti anonimi e in un certo senso lo è, perché in questo Paese non ho un domani». Sono le prime righe scritte da una delle tante ricercatrici italiane sul proprio blog. Un lavoro nelle università nazionali si può solo sognare e molti hanno perfino smesso di farlo. Una vita con il fiato sospeso, la loro, come ha raccontato anche il cinema, nel film di Costanza Quatriglio. I motivi? Molteplici. Dalla mancanza di opportunità per chi, terminato il dottorato, invece di essere assunto viene accompagnato alla porta, al sottofinanziamento del sistema accademico e, di conseguenza, all’assenza di un numero adeguato di borse di studio. È un rapporto a tinte scure, quello tratteggiato dall’Adi, l’Associazione italiana dottorandi, che fotografa l’immagine di un’Italia fanalino di coda rispetto ad altri paesi europei. […] 

LE CRITICITA’
A detta dell’Adi uno dei principali problemi che attanagliano la categoria, riguarda lo stuatus giuridico del ricercatore: il dottorando è considerato uno studente per quanto riguarda i diritti, ma è assimilabile a un lavoratore per i doveri. E in prospettiva, l’associazione evidenzia tre criticità alle quali il ministero dell’Istruzione e il governo dovrebbero porre rimedio quanto prima. «Rifinanziare le università, sbloccare il turn over, fermo al 2008, e – conclude Bonatesta – cercare di utilizzare questi ricercatori anche nella pubblica amministrazione e nel terziario». […]

___________________________________________________________________________

Aggiornamento del 21 giugno 2014:

http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=8263

CONTINUA IL GRAVE CALO DEI POSTI DI DOTTORATO

SI È ARRIVATI AL TERZULTIMO POSTO NELLA CLASSIFICA EUROPEA CON 35 MILA POSTI DI DOTTORATO RISPETTO AI 70 MILA DI FRANCIA E 208 MILA DELLA GERMANIA

In Italia, in sei anni, sono calati del 20% i posti di dottorato: circa 35mila ragazzi rispetto ai 70 mila della Francia ed i 94 mila della Gran Bretagna ed i 208 mila della Germania. In rapporto alla popolazione l’Italia si posiziona tristemente al terzultimo posto in Europa.  Il divario tra nord e sud del paese continua ad allargarsi, infatti nel mezzogiorno sono stati tagliati il 57% dei corsi di dottorato, e le posizioni bandite sono diminuite del 15%. Secondo uno studio recente dell’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, seguendo le attuali politiche, tra 4 anni il 96,6% degli attuali 15.300 ricercatori post-dottorati con contratti a termine rischia di “essere espulso dal sistema accademico”. Quale sarà il futuro quindi per la cultura e la ricerca scientifica? Quale sarà il futuro dell’Italia senza investimento nelle nuove generazioni? 

Redazione MolecularLab.it – 18/06/2014

___________________________________________________________________________

Aggiornamento del 30 gennaio 2015:

https://oggiscienza.wordpress.com/2015/01/29/come-stanno-i-dottori-di-ricerca/

Come stanno i dottori di ricerca?

Una misura delle possibilità che si aprono dopo il dottorato di ricerca

Sono 30 candeline quelle spente dalla grande famiglia che comprende tutti coloro che hanno conseguito un dottorato di ricerca. Quest’anno infatti è stato inaugurato il trentesimo ciclo di questo percorso di formazione, a cui è possibile accedere dopo una laurea di secondo livello.
L’amore per lo studio o la speranza di una carriera accademica possono spingere a proseguire il proprio percorso di studi. Ma a lungo andare quanto conviene fare un dottorato di ricerca? Quali difficoltà potrebbero presentarsi in futuro?

È stata pubblicata da poco l’indagine Istat riguardante il grado di occupazione di coloro che hanno conseguito il dottorato di ricerca nel 2008 o nel 2010.  Il quadro generale non è negativo, sebbene  il valore registrato durante questa seconda analisi sia in leggera diminuzione rispetto all’edizione precedente. A quattro anni dal conseguimento del titolo (2010), lavora il 91,5% dei dottori di ricerca mentre è in cerca di un lavoro il 7%. A sei anni dal conseguimento del titolo (2008) lavora una percentuale leggermente superiore, il 93,3% e cerca un lavoro il 5,4%.
Il dato riportato esprime solo una media: non tutti i dottorati pagano allo stesso modo in termini di sicurezza di lavoro post-titolo. I dottori delle Scienze matematiche e informatiche e dell’Ingegneria industriale e dell’informazione sono quelli più facilmente impegnati in un’attività lavorativa. Infatti il numero degli occupati in questo settore sale a oltre il 97% a sei anni dal dottorato e oltre il 95% a quattro anni. Nel caso dei dottori delle Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche la media di quelli che lavorano si abbassa intorno all’88%.

Ma quanto è attinente il lavoro post-dottorato con quanto studiato fino a quel momento? Spesso chi decide di proseguire gli studi intraprendendo la strada del dottorato, fatica a lasciare il mondo della ricerca di cui è innamorato. La sensazione che si respira lungo i corridoi degli atenei è confermata anche dai dati: il 73,4% dei dottori occupati del 2008 e il 74,4% di quelli del 2010 continuano a svolgere anche ora attività di ricerca e sviluppo.
La cosa tuttavia riguarda soprattutto il sesso maschile: infatti ben 3 donne su 10 hanno dovuto cambiare strada e sono impegnate in attività lavorative per nulla connesse alla ricerca. E questo si ripercuote anche nel grado di soddisfazione: le donne manifestano livelli di soddisfazione inferiori rispetto agli uomini sia per quanto riguarda il grado di autonomia sia per le mansioni svolte, ma anche per le prospettive di carriera o di sicurezza del lavoro.
Su quest’ultimo punto però l’incertezza sale anche tra gli uomini. Circa la metà dei PhD occupati infatti ha un lavoro a tempo determinato. A sei anni dal conseguimento del titolo, la quota di occupati con un lavoro a termine è pari al 43,7%, mentre raggiunge il 53,1% tra i dottori osservati a quattro anni. Se non sembra una percentuale così alta, basti dire che il dato è già in crescita rispetto all’indagine precedente, quando era del 35,1% e del 43,7%.

A questo si aggiunga che lo sbocco più naturale per il dottorato di ricerca, ossia la carriera accademica, diventerà sempre più un miraggio.
Infatti la sensazione di instabilità percepita da chi lavora nell’ambito della ricerca, trova conferma anche negli scenari aperti dalla nuova Legge di Stabilità 2015. Al comma 347 dell’articolo 1, si stabilisce di fatto che possa essere assunto un solo ricercatore di tipo b ogni due professori ordinari, contro la proposta precedente che prevedeva un rapporto di 1 a 1.  Nel comma successivo, il 348, lo stato mette a disposizione cinque milioni di euro da spartire per il triennio 2015, 2016 e 2017, troppo pochi per assicurare l’assunzione di una buona parte di giovani che stanno frequentando il dottorato all’interno dell’ambito accademico.

Malgrado tutte le incertezze il dottorato resta però una possibilità da non lasciarsi scappare. Infatti quelli che hanno l’opportunità di intraprendere questo percorso saranno sempre meno. Dal 2007 ad oggi la riduzione dei posti di dottorato banditi in meno a livello nazionale è di oltre 6.600 unità.  Un numero che dice a chi è entrato nel percorso il valore di quello che ha guadagnato, ma che lascia agli altri la riflessione su quanto l’Italia stia puntando al ribasso in tema di alta formazione.

Tags: , , , , ,