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L’Economist: “Italia guarda avanti e risorgi”

Ci sono momenti formativi per un popolo che chi è bravo sa cogliere. Ebbene, oggi sappiamo che l’Economist è bravo. È un articolo stupendo, su cui riflettere. Si intitola: Per un nuovo Risorgimento. Sottotitolo: L’Italia deve smettere di incolpare i morti per i suoi guai e guardare avanti (qui la versione integrale). L’autore John Prideaux. Ci dice che dobbiamo smettere si incolpare il passato per i nostri sbagli, che lo spauracchio del comunismo è una fola agitata a comando. Invece la nostra maggiore debolezza, ahimé, non è il passato, ma il presente:

La debolezza economica più persistente dell’Italia è la sua incapacità di crescere negli ultimi 20 anni, periodo particolarmente positivo per l’economia fino a poco tempo fa. Per dirla in parole semplici, le aziende italiane hanno un problema di produttività e competitività. Per meglio capire questo, immaginiamo che l’economia italiana sia come un suo tipico bar, dove si vendono cappuccini, caffè espresso, sandwich e succhi d’arancia freschi, un vero pilastro della civiltà italiana contemporanea. Molti italiani credono che la loro economia sia fondata sulla produzione manifatturiera e sull’industria. Ma dal momento che il 70% della forza lavoro di fatto è assorbita dal settore dei servizi, questo bar caffè è più rappresentativo dell’economia italiana che non aziende come Fiat o Zanussi.

ALTRI COLPEVOLI – I nostri problemi sono tanti, endemici, brutti e schifosi, ma noi italiani abbiamo abilmente trovato altri colpevoli:

Evasione fiscale, bassa produttività, proprietà familiare, mercato finanziario asfittico, mancanza di competitività: questi problemi sono ben documentati e a disposizione di tutti coloro che vogliono dare un’occhiata. Eppure il governo è stato veloce nel trovare altri colpevoli: la Cina per aver messo in crisi il sistema produttivo italiano; l’Unione Europea per il fatto di imporre regole complicate alle aziende e agli agricoltori italiani; il sud per il fatto di trascinare verso il basso il resto d’Italia. Ma il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.

RACCOMANDAZIONI – E poi ci sono le raccomandazioni, le famiglie, che in Italia dominano tutto, rallentano tutto. Basta il titolo del paragrafo dell’Economist con relativo sottotolo per capire: “Uomini del Rinascimento: i cartelli che rendono la vita facile per pochi privilegiati danneggiano pesantemente tutti gli altri”. Questo è il fatto, indubitabile. Ma c’è dell’altro:

L’Italia è una vera giungla di piccoli privilegi, rendite e chiusure. Ciascuno ha la sua lobby con cui lavora per rendere le riforme pressoché impossibili.

Qualcuno ha qualcosa da commentare? Ma continuiamo a farci del male. Leggiamo che:

All’interno di questo sistema chiuso, i perdenti vanno ad ingrossare le fila dei disoccupati, di cui i giovani rappresentano una percentuale sproporzionatamente elevata. Oltre un quinto dei giovani di età compresa tra 15 e 29 anni non lavora né studia. I giovani che hanno un lavoro nell’economia formale spesso devono accettare condizioni sfavorevoli, così come stabilito in una riforma datata 2003.

ANTI MERITOCRATICI – Poi l’Economist dice che gli italiani sono profondamente anti-meritocratici, e che conflitti nella vita pubblica cospirano contro il cambiamento. Siamo un paese vecchio come la civiltà, accidenti. E poi abbiamo lui.

Silvio Berlusconi è stata la figura dominante della politica italiana negli ultimi 17 anni, più di un decimo della vita dell’Italia come nazione. Attribuirgli troppi meriti o criticarlo per lo stato attuale dell’Italia vuol dire valutare eccessivamente il potere di un uomo, anche se è un miliardario che ha usato i suoi soldi per creare un suo partito politico, che ha raggiunto la più alta carica ufficiale e poi se ne è servito per tutelare i suoi interessi. Se l’Italia è un paziente con qualche strana malattia, Berlusconi ne è il sintomo, più che la causa. Tuttavia egli ha in qualche modo plasmato il Paese a sua immagine e somiglianza. Anche se continua ad affermare scherzando che vivrà ben oltre i 100 anni, a 74 anni è al crepuscolo della sua carriera politica. Di recente ha fatto capire che si ritirerà nel 2013. Cosa si sarà lasciato indietro?

LAVARSI LA FACCIA – Un disastro, te lo diciamo noi, Economist, e lo sai anche tu. Come sai chi siamo, noi italiani che abbiamo di recente riscoperto la patria.

Malgrado tutti i suoi problemi, comunque c’è ancora molto da ammirare in Italia. È un Paese ricco, in pace e civilizzato che non sembra essere troppo in crisi. Il suo presidente Giorgio Napolitano riesce a galleggiare serenamente sopra lo scompiglio politico e usa la sua carica ampiamente onoraria per tenere a bada alcuni dei più eccentrici ed esagerati politici eletti. La sua costituzione ha resistito sorprendentemente bene al bombardamento. La Banca d’Italia è una grande istituzione in un Paese che non ne possiede molte. Il suo presidente, Mario Draghi, dovrebbe essere un ottimo leader per la Banca Centrale Europea. L’Italia ha molti coraggiosi attivisti antimafia che rischiano la vita per tenere in piedi la vecchia tradizione di attivismo civico. E come attestano 42 milioni di turisti all’anno, è un bellissimo Paese da visitare. Nella sua breve vita come nazione l’Italia è stata ricostruita più volte. Tuttavia negli ultimi decenni il Paese è vissuto della rendita di un miracolo economico giunto al termine negli anni ’70. Potrebbe andare avanti in questo modo più meno indefinitamente, impoverendosi e invecchiando sempre più, ma comunque restando a galla abbastanza agevolmente. Per il momento sembra che questa sia la cosa più probabile che possa accadere. Ma il Paese ha un bisogno disperato di un nuovo risveglio, come quello che portò all’unificazione 150 anni fa.

Mia madre adottiva è un’inglese abbonata all’Economist che dice che noi italiani siamo “bella gente” e che noi eravamo una civiltà quando loro, gli inglesi, si pitturavano il viso di blu. Loro hanno smesso e noi abbiamo cominciato. Laviamoci la faccia, che è meglio.

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http://blog.panorama.it/economia/2011/06/09/economist-torna-alla-carica-contro-il-cav/

Economist tona alla carica (contro il Cav)

Certo stavolta l’Economist è andato giù pesante nella copertina del suo ultimo numero: nel 2008, infatti, Berlusconi era «unfit to lead Italy». Ora è «the man who screwed an entire country» (l’uomo che ha fregato un intero paese). Il sospetto è che anche il settimanale della City voglia contribuire, da un palco internazionale, a dare una spallata al governo, pubblicando un articolo al vetriolo dedicato appunto alle ultime vicende politiche (e non) del premier. Eppure il settimanale nello stesso numero ha inserito uno speciale dedicato al nostro Paese (Per un nuovo Risorgimento), scritto dal giornalista John Prideaux, dove si scopre, a una lettura attenta, che la scarsa competitività dell’Italia non dipende solo dalle mancate riforme dei governi di centrodestra.

Insomma, l’impressione è che il settimanale londinese prima lanci il sasso e poi ritiri la mano. Perché alla fine i problemi strutturali dell’Italia, puntualmente elencati nel report, sono quelli arcinoti ai suoi abitanti. Eccoli: l’incapacità del Sud di raggiungere il Nord in qualsiasi settore; la bassa crescita (quella del Pil a prezzi costanti dal 2000 al 2010 è stata pari allo 0,25% su base annua); l’elevato debito pubblico (di cui il 47% è detenuto all’estero, percentuale inferiore alla maggior parte dei paesi Ue); la scarsa produttività del lavoro (0,1% annuo dal 2001 al 2005); l’invecchiamento della popolazione (nel 2030 per ogni pensionato vi saranno due italiani di età compresa tra 20 e 64 anni); il capitalismo familiare e chiuso agli investitori stranieri; la giungla di piccoli privilegi e lobby; i sindacati rimasti agli anni ‘70; una classe politica che negli ultimi vent’anni è riuscita a varare poche riforme.

Ma tutto ciò, ovviamente, non è solo imputabile alle promesse non mantenute dei governi presieduti dal Cavaliere: «Sarebbe un errore dire che tutti i problemi economici del Paese dipendano da Berlusconi» […]

  • massimo morici
  • Giovedì 9 Giugno 2011

 

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