Mi è stato chiesto, in questi giorni, perché diavolo W&P dovrebbe occuparsi di Ricerca, e dello stato della Ricerca. La risposta è semplice: perché la qualitá della nostra Medicina, della nostra alimentazione, del nostro ambiente dipendono dalla Ricerca.

Come Beppe Grillo ha sottolineato piú volte sia nei suo spettacoli che nel suo blog, l’Italia sta crollando lentamente in quella classifica mondiale del grado di civilizzazione delle Nazioni basata sui parametri “pesanti”, quelli che contano davvero, come ad esempio la spinta verso la Ricerca e l’Innovazione.

Come ho promesso nel post precedente, W&P pubblica oggi una lunga intervista ad un ricercatore italiano che ha preferito rimanere anonimo: visti i contenuti non avrete difficoltà a commprendere i motivi di questa scelta…

Non è stato facile arrivare alla fonte, sia per questioni chilometriche (un paese della Comunitá Europea) che per la comprensibile riottositá del ricercatore a mettersi in gioco in prima persona. Ma i contenuti ci aiuteranno senz’altro a capire un po’ meglio perché, come le statistiche ci mostrano inesorabilmente, stiamo finendo nella merda, e ne siamo contenti.

[Da qualche parte in Europa, qualche tempo fa]

D: Dottore, qual è lo stato della ricerca in Italia?

R: Innanzitutto vorrei dire esplicitamente che tutto quello che Le dirò parte, ovviamente, dalla mia esperienza diretta. Non conosco a fondo tutti i campi della ricerca, e tuttavia non credo che la differenza tra i vari settori sia molta.

Comincerei col dire che, in molti campi, esiste solo la ricerca statale: la ricerca privata praticamente non c’è. In Italia le aziende, anche quelle grosse, comprano i brevetti dall’estero, e io credo che questo sia un handicap gravissimo per l’Italia. Negli Stati Uniti ovviamente, ma anche in Asia e nel resto dell’Europa, le aziende fanno molta innovazione, con reparti di R&S fortissimi. È difficile avere una vera competitività se non si riesce a innovare.

Di fatto, che differenze ha vissuto sulla Sua pelle tra i sogni di quello studente che da grande voleva a tutti i costi fare lo scienziato, e la professione concreta del ricercatore?

C’è una differenza enorme… Parlando in generale, credo che la delusione come categoria psicologica faccia parte dell’esperienza di tutti: si idealizzano le aspettative delle proprie scelte… però, forse, in alcuni campi – e la Ricerca è uno di questi – la delusione è maggiore che in altri. Quando facevo la tesi di laurea ricordo che il mio relatore, che aveva esperienza diretta sia del mondo accademico che del mondo aziendale, quando gli dissi che volevo fare la carriera di ricercatore mi rispose “ma chi te lo fa fare? In Italia fare Ricerca significa scrivere trattati sull’igiene orale alla corte di Francesco d’Austria…”. Lì per lì non capii questa frase, l’ho capita col tempo. In Italia, purtroppo, chi fa ricerca vende fumo. La mia passione era quella di costruire qualcosa, di contribuire ad un processo costruttivo: prendere un problema e cercare una soluzione. Quello che si fa in Italia – anche all’estero, ma in Italia di più – è avere una soluzione e cercare il problema. Non è una frase mia, è una frase che viene spesso citata per sottolineare l’inutilità di tanti lavori scientifici. C’è chi ha dei metodi, delle idee, ed è alla ricerca di un problema per poterle vendere. E questa è una cosa molto frustrante.

Purtroppo, dopo tanti anni scrissi una lettera a quel professore, dandogli ragione: avevo voluto credere che quella disillusione nascesse da sue personali esperienze, e che per me sarebbe stato diverso. Invece è difficile sfuggire a queste logiche perverse. In quella lettera dissi anche che speravo di riscrivergli, dopo ancora qualche anno, che ero riuscito a ritagliarmi un mio piccolo spazio, in cui fare cose che hanno senso. E lui mi rispose “te lo auguro, ma sono scettico”. Purtroppo, finora non sono riuscito a smentirlo…

Quali sono gli ostacoli che concretamente frenano lo scienziato brillante, quello che ha davvero le idee?

[Riflette a lungo] È una domanda difficile… Io credo che ci siano vari fattori. Probabilmente uno di questi è che negli anni ’80, in Italia, sono andate in cattedra (universitaria) molte persone incompetenti. Erano gli anni in cui nella Scuola statale eri assunto anche se non eri laureato, e anche all’Università era molto più facile diventare professore, perché i posti erano molto più numerosi rispetto a oggi. Sono entrate tante mezze calzette, persone incapaci. E poi io credo che culturalmente, in Italia, ci sia una forza clientelare che all’estero non esiste. Ho contatti professionali con colleghi che fanno Ricerca in Germania, in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna, negli USA… Non è che all’estero siano degli stinchi di santo: però non sono ai nostri livelli. Il problema è che in Italia ci sono molti incapaci in ruoli di potere all’interno dell’ Università.

Come funzionerebbe, esattamente, questo meccanismo  clientelare?

Per fare carriera all’interno dell’Università è necessario pubblicare molto; esiste quindi tra i ricercatori una forte competizione in questo senso. Il problema è che spesso la competizione è falsata: io faccio degli articoli, e insieme a me pubblica il mio professore, e persone che quegli articoli non li hanno neanche letti; e che – Le assicuro – non saprebbero neanche spiegarne il contenuto. Sono certo che questo Le sembrerà assurdo… ma se i professori coi quali ho “collaborato” in questi anni leggessero gli articoli che hanno firmato non li capirebbero.
Questa è quindi una competizione a vendere fumo: a chi bara di più. In alcuni articoli abbiamo presentato dei risultati sperimentali inventati o per lo meno gonfiati, perché non c’era tempo  di ricavarli realmente. Non c’è tempo per fare vera Ricerca: Ricerca significa leggere articoli, per vedere lo stato dell’Arte; avere tempo per organizzare delle idee, sviluppare procedure, trovare esperimenti… e solo alla fine pubblicare. La pubblicazione dei risultati è – in teoria – solo l’ultimo passo. Ma un processo così lineare può essere seguito solo se si ha intorno la calma necessaria: se si ha la frenesia di dover pubblicare…

Io pubblico in media dieci articoli all’anno. Se si è obbligati a reggere questo ritmo perché si deve contrastare la concorrenza dei colleghi, che come te sono impegnati a vendere fumo, manca il tempo materiale per digerire gli argomenti, ragionare, trovare davvero le soluzioni giuste… Sei spinto a vendere chiacchiere, per competere con altri venditori di chiacchiere. E non puoi fare diversamente, perché altrimenti non vincerai i concorsi.

Com’è nato tutto questo?

L’idea che mi sono fatto è che, probabilmente, nella Ricerca è successo quel che è successo in altri campi: nel mondo del calcio, ad esempio, o della politica. Quando nel ’92 scoppiò Tangentopoli, Borrelli fece un’affermazione: che il sistema delle tangenti aveva portato, alla fine, ad una selezione in negativo: gli imprenditori che non accettavano dei compromessi erano tagliati fuori. Nella Ricerca in Italia, chi non accetta questo sistema è tagliato fuori: deve andare all’estero, o entrare nelle aziende come tecnico. È impossibile non accettare questi compromessi. Quando facevo il dottorato ero una persona molto idealista, e pubblicai pochissimo, tutto a nome mio. Finito il dottorato, e con varie esperienze negative alle spalle, ho accettato anch’io il compromesso.

Ma quali sono le forze che tengono in piedi questo sistema?

Ci sono professori che sono diventati ordinari – cioè il massimo livello di carriera – utilizzando articoli scritti da altri. E purtroppo conta la quantità degli articoli, non il loro contenuto. Nella realtà dei fatti, le commissioni che valutano il lavoro dei ricercatori hanno un arbitrio quasi completo. Ma se si presenta un candidato con una quantità di pubblicazioni maggiore, hanno più difficoltà a farti vincere, anche se sei raccomandato.

…E ci sono molti raccomandati nel mondo della Ricerca?

Anche qui, Le potrà sembrare che io parli col dente avvelenato, perché la mia esperienza non è stata gratificante… ma Le parlo col massimo della sincerità: io non credo che sia possibile fare carriera in Italia se non si ha alle spalle un gruppo potente che fa pressione in tuo favore. Per scrupolo scientifico, dirò che almeno il 90% dei concorsi è deciso a priori. La commissione – costituita da membri interni ed esterni – si accorda con il Dipartimento ospite: è il Dipartimento che decide chi deve vincere. È davvero rarissimo che accada qualcosa di diverso: quasi impossibile.

Ricorda quando scoppiò Calciopoli? Pubblicarono conversazioni di arbitri che concordavano le partite… ebbene, se si registrassero le conversazioni dei professori nei corridoi, in occasione di un concorso, Calciopoli sarebbe un evento secondario! Nel nostro ambito le cose vanno molto peggio… in ambito sportivo c’è comunque bene o male un fattore merito: una squadra di condominio non può vincere il campionato di Serie A, e con un arbitraggio regolarmente scandaloso partita dopo partita la cosa sarebbe palese a tutti. Nella Ricerca, invece, Le assicuro che i membri di una squadra di condominio possono diventare tutti Ricercatori! Io conosco varie persone a questo livello. Perché non c’è più nessun riscontro, nessun altro criterio se non l’arbitrarietà delle commissioni.

Come vengono istituite le Commissioni?

Non sono sicuro di conoscere tutti i dettagli: ogni scatto di carriera nel mondo accademico ha una tipologia di concorso leggermente diversa. Generalmente parlando viene bandito un concorso, e per legge i commissari sono eletti dai professori di quell’ordinamento (ad esempio Matematica) a livello nazionale. Ma le elezioni sono concordate.

Quindi il sistema delle clientele è ben chiaro e stabile: tu oggi aiuti me, domani io aiuto te…

Certo, assolutamente. Se in un concorso vuoi fare di testa tua, far vincere un candidato non concordato a priori, devi inimicarti l’ambiente.

Qual è, in ogni caso, l’iter di uno studente che vuole diventare Ricercatore?

Innanzitutto la Ricerca è strettamente associata ad un percorso di insegnamento. Detto questo, negli anni ’80 era tutto molto più semplice. Oggi l’iter prevede che, discussa la tesi, vi sia un periodo di Dottorato che dura 3-4 anni, ed a cui si accede per concorso. I concorsi sono interni al singolo Dipartimento del singolo Ateneo.

…Ed anche questi sono pilotati?

Assolutamente sì. In genere sei raccomandato dal tuo relatore. Negli ultimi anni, purtroppo, la situazione è peggiorata. Siccome sono diminuiti i fondi per la Ricerca – purtroppo sia a causa dei governi di destra che di sinistra – i pochi posti a disposizione sono disputati con molta più pervicacia. Anni fa c’erano più soldi, e quindi uno bravo aveva più chances di farcela. Adesso quasi tutti i posti sono lottizzati. Io ho fatto vari concorsi, in varie università. In alcuni il pilotaggio era chiaro: prima del concorso mi avevano detto chi avrebbe vinto, e le “previsioni” sono state sempre confermate. In altri casi la cosa era più libera. In complesso, su dieci posti direi che almeno 5-6 erano pilotati. Ora, con meno risorse, i posti pilotati sono oltre nove su dieci. Con questo concorso si diventa, oggi, “Dottore di Ricerca”. In teoria questo titolo non è necessario per accedere ai concorsi di Ricercatore: ma, nella pratica, con una competizione così serrata se hai meno punti sei tagliato fuori. Non hai nessuna chance.

A questo punto l’iter come continua?

Ci sono tre o quattro anni di Dottorato, a seconda della disciplina. Alla fine è necessario conseguire il titolo di Dottorato attraverso un esame, senza il quale non si va avanti: è un titolo di studio a tutti gli effetti. Ma è un evento molto raro essere bocciati. Ci sono due tipologie di Dottorato: quella con borsa e quella senza borsa. In genere ogni concorso le prevede entrambe. Chi vince i posti senza borsa è costretto a mantenersi agli studi in qualche modo.

Qual è l’iter del Dottorato?

Si seguono dei corsi tipo universitario ma in genere più semplici, più leggeri. Ogni corso ha un esamino finale. Vede, le regole in Italia sono fatte molto bene: è la prassi che non va. In genere gli esami sono concentrati nei primi due anni, quelli dedicati al perfezionamento: fai ricerca, ma intanto studi e ti perfezioni. Negli ultimi anni fai soltanto ricerca. Alla fine dei tre o quattro anni devi presentare un lavoro di ricerca (la Tesi di Dottorato), concordato col tuo relatore, che è come una tesi di laurea. Solo che, a differenza della tesi di laurea, viene sviluppato nel corso dell’intero Dottorato. Come per la tesi di laurea, il relatore ti farà fare una ricerca che riguarda le sue aree, i suoi temi. E nella pratica succede (quasi sempre) che i risultati di tale ricerca verranno pubblicati unendo il tuo e il suo nome. Ora, se sei fortunato trovi il relatore intelligente, che contribuisce costruttivamente alla tua formazione e ricerca, lavora insieme a te e sviluppa le idee insieme a te. Ma spesso il professore è un parassita e basta.

Che succede se non si passa l’esame?

Credo esista ancora la legge secondo cui il dottorato si può fare solo una volta nella vita: se fallisci non puoi più rifarlo, non è come all’università, dove puoi riscriverti da un’altra parte. In teoria, come dicevamo, potresti comunque fare i concorsi da ricercatore. Ma in pratica… devi cambiare carriera.

Cosa succede in caso di promozione?

Una volta succedeva che, quando un Dipartimento aveva speso risorse per formarti, tipicamente ti invitava a restare: era quasi automatico far carriera all’interno del Dipartimento. Adesso, dopo il Dottorato, c’è una specie di imbuto, di collo di bottiglia: proprio perché i fondi sono stati ridotti tantissimo. Quindi – cito numeri non verificati ma verosimili – se una volta su dieci persone che facevano il Dottorato nove diventavano professori, adesso la media è molto, molto inferiore. Diciamo quattro o cinque se non di meno. Semplicemente perché non ci sono più risorse: molti, finito il Dottorato, se non hanno trovato gli appoggi giusti vanno nelle aziende, oppure all’estero. Purtroppo, per le aziende italiane il titolo di Dottorato non vale nulla: mentre negli Stati Uniti, ad esempio, è una cosa molto apprezzata. Da noi, dopo quattro anni di Dottorato sei l’equivalente di un neolaureato… Per chi acquisisce il Dottorato, c’è un interregno prima di diventare ricercatore che, per quanto mi consta, in Italia dura in media dai due ai quattro anni. Tecnicamente, da qualche anno a questa parte, si chiamano “Assegni di Ricerca”; qualche anno fa erano dette “Borse di Studio Post-Doct”.

Qual è la funzione di questo periodo?

Si tratta di un contratto a termine a tutti gli effetti, nel corso del quale fai ricerca ma alla fine del quale non si ha alcuna garanzia di continuare a lavorare: non si è valutati nel merito, è sempre una scelta politica. Gli assegni di ricerca sono solo un modo per non mandare a casa gente che ha finito il Dottorato: quindi si trovano dei finanziamenti (provenienti dal Ministero, o da specifici progetti di ricerca) per dare dei contratti a queste persone nella speranza che nel frattempo si riesca a sistemarli: cioè, che si rendano disponibili risorse per attivare altri concorsi per Ricercatori. Come ho già sottolineato, è necessario distinguere la regola istituzionale dalla pratica: durante gli anni di assegno di Ricerca si partecipa ai concorsi, nella speranza di vincerli. E si possono vincere anche subito, in teoria. Anzi, per quello che dicevamo, se si è particolarmente bravi o particolarmente raccomandati si possono vincere concorsi anche prima di finire il Dottorato. In questo periodo non c’è valutazione del tuo lavoro, non ci sono esami… c’è una certa libertà. E comunque questo è il periodo di massima produttività del Ricercatore in Italia, proprio a causa della concorrenza spietata: perché le pubblicazioni valgono per i concorsi. Non sto, naturalmente, valutando il merito dei contenuti… Dopo di che, è un po’ come quando ci si sposa: ti sistemi, e rallenti… Anche quando non si percepiscono più gli assegni si può continuare a fare concorsi. Se vinci un concorso diventi Ricercatore, hai un impiego statale, e ti viene assegnato un Corso universitario (in genere dei primi anni). Non puoi essere più licenziato: hai un contratto a tempo indeterminato. Dopo tre anni, se ricordo bene, c’è un concorso per diventare Ricercatore Confermato, un passaggio in pratica del tutto formale nel quale viene valutato il tuo operato di ricerca nel triennio: non ho mai sentito di qualcuno che non sia stato confermato. Credo si tratti di un residuato bellico, un passaggio che oggi non ha significato. A questo punto ci sono almeno altri due gradini nella carriera accademica: il concorso per diventare Professore Associato e Professore Ordinario. Anche a questi si potrebbe partecipare indipendentemente dalla propria posizione professionale, purché si sia conseguita la laurea in quella facoltà. Cresce lo stipendio. Passi da corsi dei primi anni a corsi degli ultimi anni, con un rapporto evidentemente diverso con gli studenti, meno pesante e più gratificante. Continui però a fare sempre Ricerca, che è il motivo per cui hai scelto questo mestiere… (Io ho calcolato di lavorare 50 ore a settimana… più di un metalmeccanico). Il Dottorando deve rispondere al suo tutor, chi gode dell’Assegno di Ricerca risponde al suo professore. Non istituzionalmente, ma perché da quei legami dipendono le tue possibilità di far carriera. Man mano che cresce il tuo livello i vincoli alla tua ricerca diminuiscono: anche per diventare associato o ordinario serve la raccomandazione; però una volta che sei ricercatore non puoi essere licenziato, per cui, se ti accontenti, una certa libertà in più rispetto a prima ce l’hai.

Cosa possiamo dire alla fine di questa chiacchierata?

Bah, come avrà compreso la mia è una visione piuttosto desolata e pessimistica, ma largamente condivisa nel nostro ambiente. Fino agli inizi del ‘900 era più facile per uno sconosciuto fare una pubblicazione geniale e diventare il Darwin o il Fermat della situazione… adesso la Ricerca è diventato un mestiere come tutti gli altri, non è più artigianato portato avanti da pochi appassionati, e questo ne ha un po’ diminuito lo “smalto romantico”: ma era inevitabile. Purtroppo, però, è anche diventato un mestiere molto lobbystico, almeno in Italia. Riuscire a fare carriera perché sei una persona di talento è molto più difficile, anche se non impossibile. Perché siamo pieni di mestieranti: succede in Italia e all’estero, ma da noi molto, molto di più.

Quali soluzioni si possono trovare a questo stato di cose? Se potesse fare una riforma illuminata, cosa cambierebbe? C’è un modo per far funzionare la Ricerca, o i problemi nascono – in fondo – dalla cultura stessa?

[Lunga pausa di riflessione] È una domanda difficile, chi mi sono posto tante volte… Io credo che riformare non sia impossibile. Ma – ammesso che ci fosse la volontà politica – sarebbe necessario colpire il sistema introducendovi meritocrazia: scardinare i clientelismi, il potere dei baroni… il che significa fare dei concorsi non cercando regole formali – che si riescono a scavalcare sempre – ma cercando regole che siano davvero incoraggianti per l’obbiettività. Quando nel ’96 ci fu il primo governo di sinistra (ed io sono di sinistra!) venne fatta una riforma e il concorso da Ricercatore, che allora era nazionale, divenne locale, con una commissione locale. La cosa avveniva all’interno della spinta all’autonomia delle Università, e in quei tempi andava di moda pensare che rendendo autonomi gli enti locali automaticamente si sarebbe indotta una competizione positiva. Ora è chiaro che, in un sistema come quello italiano, la localizzazione aumenta il problema, non diminuisce: come commissario cosa fai, ti metti contro i tuoi colleghi, coi quali lavori gomito a gomito tutti i giorni? Bisognerebbe introdurre gradualmente meritocrazia nel sistema, e sperare in un progressivo riciclo di questa classe dirigente che, pian piano, favorisca persone in gamba e scarti i parassiti. Parliamo comunque di decenni, ma si può fare. Il fatto è che quando sento parlare di soluzioni al problema delle Università si tratta sempre di soluzioni di facciata, che introducono norme nuove per i concorsi che però non toccano il problema del clientelismo. Non siamo, insomma, davanti ad un problema tecnico né intellettuale: è una questione culturale, che rispecchia esattamente la maturità della società. Anzi, io penso che, purtroppo, l’Università è uno di quei campi in cui si è maggiormente manifestata la propensione italiana al sistema clientelare.

Secondo Lei perché all’estero le cose vanno diversamente?

Anche questa non è una domanda facile. Io ho avuto modo di viaggiare parecchio, conoscere tante persone che lavorano in ambienti accademici stranieri… Secondo me si tratta principalmente di una questione culturale. All’estero il clientelismo e il lobbysmo sono molto minori che in Italia, anche se esistono. Se Lei va in un’università americana, discussioni come quelle che qui si sentono liberamente nei corridoi lì farebbero arrossire tutti. In USA, poi, c’è probabilmente un’attenzione maggiore ai risultati; ma è difficile distinguere veramente cosa sia sistema e cosa sia cultura. Comunque gli anglosassoni sono molto pragmatici, come popolo. Io ritengo che la scienza moderna sia nata in Italia: con Galileo, con l’esperimento di Redi, con gli ultimi rinascimentali. La Controriforma della Chiesa Cattolica ha distrutto la Ricerca in Italia consegnandola, di fatto, a Newton ed ai suoi colleghi del nord Europa, al pragmatismo protestante. E poi la rivoluzione scientifico-tecnica, e di conseguenza la Rivoluzione Industriale, l’hanno fatta gli inglesi… mentre da noi, nel ‘600, andavano di moda gli intellettuali pedanti che vendevano chiacchiere: siamo rimasti ai Don Ferrante manzoniani. A mio parere l’Italia ha perso una scommessa molto grande. Nel XVI secolo, ci dicono gli storici, c’era da noi un sistema che molti chiamano precapitalista, o capitalista arcaico: Le città commerciali come Firenze, Venezia, Genova… erano in quel periodo il maggior esempio di società di mercato mai visto nella storia dell’uomo. Molti storici si domandano come mai la rivoluzione del mercato di massa (nel XVI secolo il mercato era ancora prevalentemente un mercato d’elite) e la conseguente rivoluzione industriale non sia avvenuta da noi, in Italia, bensì un paio di secoli più tardi, in Inghilterra. Probabilmente uno dei motivi – sicuramente non l’unico, forse neanche il più importante – che hanno determinato l’eclissi dei paesi latini (sud Europa) in favore di quelli nordici è stato il rifiuto del progresso della nuova scienza che pur era nata da noi in quegli anni. La  scienza ha un approccio pragmatico alla “Verità”, che deve essere costruita passo dopo passo. Le “scienze sperimentali”, soprattutto, cioè quelle che si basano su dimostrazioni di laboratorio (la fisica, la chimica, la biologia…) a differenza delle “scienze matematiche”, che si basano su teoremi, sono discipline con una forte componente “pratica”, “fattiva”. Lo scienziato è una persona che si sporca le mani, non è un aristocratico pensatore che ragiona e basta. Credo che noi latini – forse a causa di questa tara culturale – siamo viceversa abituati a ragionare sempre sui massimi sistemi. Chi non dimostra l’esistenza di Dio, ma costruisce il motore a vapore, è uno che non conta nulla: perché col motore poi fai il treno, i telai meccanici ma non hai fatto Scienza con la “S” maiuscola. E’ un modo di pensare secondo il quale la “tecnica” è inferiore alla “Scienza”. Il risultato è che non solo la tecnica, snobbata e rifiutata dai pensatori aristocratici latini, è stata fatta dai paesi nordici, ma anche la “scienza” è passata nelle loro mani, perché le due cose non sono divisibili. Gli scienziati italiani o latini che hanno fatto la storia della scienza dal ‘700 in poi si contano sulle dita di una mano, perché mentre nel nord Europa nasceva la scienza moderna, noi abbiamo preferito continuare a vendere chiacchiere. Stiamo ancora pagando le conseguenze, naturalmente.

“Nessun Paese è migliore della sua università e nulla può sostituire

l’università nel compito di formare la classe dirigente di domani”

( da un appello del 2004 presentato al Governo da un gruppo di intellettuali italiani)

Su ricerca e innovazione l’Italia è in regressione e dati su dati lo dimostrano. Ad esempio, dall’”European Innovation Scoreboard” del 2007 scopriamo che l’Italia si classifica solo al 20° posto su 33 paesi europei, ma sul fronte della regressione siamo al primo posto, poiché nel documento stilato nel 2008 siamo stati sorpassati da Spagna, Portogallo e Grecia, riuscendo a tenere dietro (per fortuna!) paesi come Cipro, Malta, Lituania e Turchia, mentre il finanziamento pubblico destinato alla R&S (Ricerca & Sviluppo) si è ridotto contestualmente dallo 0,56% allo 0,52%, rispetto ad una media Ue pari allo 0,65%.

Inoltre, dal 1985 al 2004 è diminuita, dal 5% al 4,6% del PIL, la spesa per l’istruzione, mentre per ogni euro che si spende per chi ha meno di 30 anni se ne spendono 3,5 per gli over 65. Le statistiche servono per far riflettere e dati di questo tipo fanno pensare ad un Paese che sta investendo poco sui giovani e sulla loro formazione, di conseguenza anche sul proprio futuro.

Di Gianfranco Di Mare, Wellness & Performance

Fonte: wellnesseperformance.blogosfere.it

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