Tratto dalla puntata di “Nove in punto. La versione di Oscar” del 2 febbraio 2011 (ascoltabile in streaming dal sito di Radio24):

Titolo della puntata: “Asilo culturale alla Germania”

“Gentile Cancelliere Angela Merkel, Le invio una richiesta che è frutto della grande difficoltà di fare cultura in Italia. Una difficoltà che non è solo di carattere economico e tecnico ma soprattutto di carattere sociale”. Questo l’incipit di una lettera aperta, dal sapore amaro e provocatorio, scritta dal direttore del Cam, Contemporary Art Museum di Casoria. E’ solo una provocazione?
A Nove in punto, Antonio Manfredi, direttore del Museo d’Arte Contemporanea di Casoria, Philippe Daverio, critico d’arte e conduttore televisivo e Filippo Cavazzoni, direttore editoriale dell’Istituto Bruno Leoni. Per l’IBL segue inoltre i temi della politica della cultura e dello spettacolo.

Allego il link all’interessante programma “Passepartout” condotto da Philippe Daverio (in onda su RaiTre) e riassumo qui di seguito alcuni argomenti trattati nella puntata di “Nove in punto” sopra citata.

  • Alla maggioranza degli italiani la questione culturale NON interessa. In genere, la questione culturale interessa ad una minoranza colta, che DI NORMA si rispecchia, almeno parzialmente, nella stessa minoranza che guida uno Stato. In Italia la situazione è ANOMALA: la minoranza colta NON E’ PIU’ la stessa che guida il Paese!
  • In tutta Europa la crisi ha costretto i Governi ad effettuare dei tagli. In Germania Angela Merkel ha applicato il seguente principio: “la cinghia per tutti fuorché per la formazione e la ricerca”. In Italia abbiamo invece applicato l’esatto opposto: “la cinghia per tutti e SOPRATTUTTO per la cultura e la ricerca”. Questo dimostra una cosa molto semplice: che chi ci governa non solo è una massa di IGNORANTI sotto il profilo culturale, ma anche dal punto di vista economico (i soldi spesi in cultura sono stati infatti definiti come “improduttivi e sottratti all’erario”) !!! Queste persone che ci governano, quindi, non sembrano avere la più pallida idea dell’indotto economico che la cultura può produrre per uno Stato e non hanno nemmeno minimamente presente la grandiosità (sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo) del Patrimonio artistico-culturale italiano. Una vera VERGOGNA!
  • Esistono due sole strade per non far deperire un Patrimonio artistico-culturale: la prima consiste nel destinare ad esso un sufficiente apporto di risorse pubbliche (ma in Italia ciò non è evidentemente stato fatto ed è alquanto improbabile che venga fatto nei prossimi anni, né da questo né da qualunque altro Governo, considerando anche il fatto che il Patrimonio italiano ha davvero dimensioni vastissime, che lo rendono difficilmente governabile con l’attuale modalità centralizzata), la seconda strada consiste invece nell’affidare la gestione a società private;
  • Anche i fondi destinati all’Italia dall’Unione Europea per interventi in campo culturale vengono, nella maggior parte dei casi, tristemente sperperati.
  • Le donazioni effettuate da parte di privati cittadini non godono di un regime fiscale particolarmente incentivante;
  • Il Teatro La Scala di Milano, nel 2010, ha pagato allo Stato 39 milioni di tasse e ne ha ricevuti dallo Stato soltanto 37 milioni!!!
  • SOLUZIONE proposta:  far gestire le istituzioni culturali ad enti privati, naturalmente for profit (per profitto). Attenzione: i beni culturali non verrebbero venduti ma resterebbero di proprietà dello Stato, verrebbe solamente data in concessione la loro gestione a società che li sappiano far fruttare, con l’obbligo di reinvestire parte del ricavato per la manutenzione degli stessi beni che hanno temporaneamente in concessione.

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Aggiornamento del 28 settembre 2014:

http://www.managementnotes.it/post/134224/art-bonus-o-malus

Art bonus…..o malus?

Con un importante credito d’imposta, ribattezzato “art bonus”, si spera di rilanciare la gestione dei beni culturali in Italia. Ma il vero problema è la la mancanza di buone pratiche manageriali

“Adesso i privati non hanno più nessun alibi” sembra che abbia detto Il ministro dei Beni Culturali Franceschini. Si riferisce alla norma introdotta dal governo per premiare con un importante credito di imposta le donazioni effettuate da privati per sostenere gli enti, perlopiù pubblici, che gestiscono i beni culturali. La tesi è che servono più soldi per la cultura, lo stato non li ha, ma il governo offre un incentivo enorme, che mai si era visto. E così, sembra di poter leggere fra le righe, si è finalmente trovata una soluzione ai problemi della cultura, che sono dovuti alla mancanza di fondi.

Questa tesi è purtroppo invece la causa del grave problema del declino della gestione e conservazione dei beni culturali nel nostro Paese. Perché presuppone che il problema sia quello della mancanza di fondi, non del modo come essi vengono spesi, e, in altre parole, gestiti i beni culturali. Per fare un confronto con i temi di gestione d’impresa, sarebbe come dire che siccome un’impresa non va bene occorre reperire maggiori fondi per consentirne la sopravvivenza. Una cosa peraltro verificatasi nel caso delle crisi delle banche, giudicate troppo importanti per potere fallire e perciò salvate dagli interventi pubblici, a carico dei contribuenti.

Il problema invece è di ben altra natura, e dipende sostanzialmente dalla mancanza di efficienza ed efficacia della gestione dei beni culturali, oggi realizzata perlopiù attraverso istituzioni pubbliche (nelle loro articolazioni statali o regionali) o peggio para o persino criptopubbliche (le sciagurate fondazioni di partecipazione senza patrimonio).

Nell’immaginario collettivo, che trova molti sostenitori nel nostro Paese, la gestione dei beni culturali deve essere pubblica, per garantire in primo luogo la conservazione del nostro patrimonio artistico, poi per definire il tipo di fruizione più corretta e opportuna per il pubblico e quindi per favorire anche un accesso adeguato da parte di tutta la popolazione. Questo è in realtà un luogo comune privo di fondamento.

In primo luogo perché la mano pubblica, che correttamente deve esercitare il controllo sulla conservazione dei beni, deve perciò evitare pure di gestirli, finendo altrimenti in un evidente conflitto di interessi. In secondo luogo perché la gestione, che significa valorizzazione dei  beni culturali, richiede anche la capacità di svolgere un’attività di erogazione di servizi, che é tipicamente un’attività di impresa a contenuto imprenditoriale, da svolgere con competenze manageriali.

Inoltre l’obiettivo della realizzazione del profitto non può essere vista con l’orrore di un incesto, come fanno i puristi depositari della gestione dei beni culturali, persone di impressionante spessore culturale ma spesso privi di formazione ed esperienza in campo manageriale. Esistono ampie dimostrazioni, fra tutte si ricordino i lavori di Hayeck e Friedman, di come il profitto, realizzato in condizioni di mercato e nel rispetto delle regole, consente una superiore efficienza ed efficacia. E questo vale nella produzione di qualsiasi bene o servizio, anche nella cultura.

Per consentire un pieno accesso a tali servizi anche alle classi sociali meno abbienti basterà prevedere un contributo pubblico in termini di voucher per acquisire per esempio i biglietti di ingresso dei musei. I cittadini comprenderanno così anche il valore di una visita a un museo, oggi affogata nel prezzo “politico” o “sociale”. Favorendo così il sostegno della domanda a supporto della libera scelta dei cittadini, invece che dell’offerta, a favore di abili lobbisti che gestiscono i beni culturali. Anche qui si tratta di un’idea non nuova, l’uso dei voucher, proposta già dagli economisti classici scozzesi, ma poi ben sviluppata da Friedman.

Infine è noto che la produzione di servizi per la gestione e conservazione dei beni culturali attraverso istituzioni pubbliche impone di seguire le rigide regole del diritto amministrativo, che cozzano  geneticamente  contro  i principi di flessibilità richieste dalle regole di un buon management.

Ecco perché non servono incentivi a dare più soldi a enti pubblici intrinsecamente inefficienti: sembra quasi un modo per perpetuare la cattiva situazione esistente. Serve invece una seria riforma che porti alla privatizzazione della gestione di tali beni sotto un robusto controllo pubblico indipendente, con adeguati sostegni finanziari pubblici sul lato della domanda invece che dell’offerta, perché tutti possano avere accesso ai servizi culturali. Inutile dire che ciò incentiverà anche i gestori a migliorare la loro offerta per attrarre maggiore pubblico.

Anche il ministro Franceschini, forse, adesso non ha più alibi…

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