Perchè è importante tenere d’occhio il debito pubblico?

Il debito pubblico italiano è l’emergenza della nostra epoca:  la sua presenza è una minaccia costante per il nostro futuro, per i nostri sogni e progetti. Creatura quasi mitologica per le giovani generazioni, condiziona e condizionerà la nostra vita personale, riducendo la nostra capacità decisionale, incidendo direttamente nella vita di ogni giorno. Eppure si sa cosi poco di esso, come si è generato, a quanto ammonta, come ridurlo in maniera sostanziale. Il nemico più letale, perché invisibile ai più.

 

Quello riportato qui di seguito è un articolo non aggiornatissimo (risale al 2009) ma che illustra in modo chiaro e sintetico la situazione economica italiana attuale, mettendo in luce le difficoltà ed i punti chiave su cui dovremmo puntare.

Dal sito: http://racconta.espresso.repubblica.it/espresso-wikileaks-database-italia/dettaglio.php?id=20

 6 aprile 2009

«L’Italia è il malato d’Europa,
debito pubblico spaventoso»

L’ambasciata Usa non può fare a meno di notare che il nostro Paese ha subito meno di altri la crisi dei subprime, ma non è per nulla ottimista sul futuro della nostra economia: «A Roma si compiacciono di aver evitato il peggio e non colgono l’occasione per provare a innovare. I governi di tutti i colori politici hanno fatto errori politici strutturali e sembra vogliano continuare così»

L’ITALIA SCHIVA IL ROVESCIO FINANZIARIO, MA LA RECESSIONE PICCHIA DURO

1. La cautela, la strategia di evitare al massimo gli investimenti a rischio e una severa supervisione hanno permesso al sistema bancario italiano di eludere l’aspetto peggiore del capovolgimento finanziario che ha colpito gli Stati Uniti e altri Paesi. Ma la recessione mondiale determinata da questa crisi finanziaria ora ha iniziato a colpire con molta violenza anche l’economia italiana, che dipende completamente dalle esportazioni. Si prevede che nel 2009 il prodotto interno lordo avrà un crollo pari al 5-4% e la disoccupazione salirà all’8%.
Il governo ha istituito un sistema per rinforzare il capitale delle banche italiane, ma la sua capacità di dare uno stimolo fiscale più forte all’economia è ostacolata da un debito pubblico già di per sé enorme. Guardando in avanti, dopo la ripresa globale, le esportazioni verso il resto dell’Europa e gli Stati Uniti probabilmente tireranno fuori l’Italia dalla recessione, per farla purtroppo solo ripiombare nello stesso caos finanziario in cui si trovava prima che la crisi iniziasse: semplicemente, ritornerà a essere «il malato d’Europa», condannato dalla demografia e dalle cattive politiche economiche ai tassi di crescita più bassi d’Europa.

PER QUESTA VOLTA LE BANCHE ITALIANE L’HANNO PASSATA LISCIA, MA IN CHE MODO?

2. Il sistema bancario italiano ha in parte evitato la catastrofe che ha inghiottito i mercati finanziari degli Stati Uniti e del resto del mondo. Prima della crisi, il mondo degli affari, i politici e l’opinione pubblica italiana criticavano il sistema finanziario dell’Italia per la sua incapacità di sostenere modelli produttivi innovativi e di dare slancio alle imprese, e l’ambasciata statunitense era in prima fila nel portare avanti questa critica. Ma sono state proprio la diffidenza verso l’innovazione e il limitato indebitamento nel settore dei derivati a tenere gli italiani lontani da quello che oggi sembra solo il primo round della crisi economica globale.

3. Tuttavia, i motivi per cui le banche italiane l’hanno passata liscia non sono sempre così positivi. Chi ha in mano le redini dell’economia italiana e i banchieri dicono, con un pizzico di tracotanza, che le banche hanno evitato parecchi problemi limitando i prestiti alle imprese e alle famiglie che garantivano sicurezza e alte possibilità di rientro. E, per certi versi, è anche vero (ndr che questa strategia ha protetto il sistema bancario).

4. La cautela ha tenuto le banche italiane lontane dai prestiti sub-prime e dal mercato per i derivati basato sui mutui sub-prime e sull’esotico «credit default swap». Ma mantenere le banche lontane dal rischio elevato, dagli investimenti ad alto rendimento, significava comunque operare in un mercato domestico ad alto margine, dove le istituzioni finanziarie continuavano a beneficiare di margini di deposito/prestito 2 o 3 volte superiori a quelli ottenuti in altre economie sviluppate. Siccome in Italia operano diverse banche a capitale straniero, ai consumatori e agli investitori italiani era negata la competitività che avrebbe ridotto l’alto costo dei servizi bancari. Il risultato finale è un settore finanziario lento in un’economia lenta già di suo.

MA LA RECESSIONE ORA PICCHIA DURO

5. Nonostante le caratteristiche delle banche e l’aver evitato gli asset tossici, l’economia italiana non sfuggirà alla recessione globale scatenata dalla crisi finanziaria, perché la sua salute dipende completamente dalle esportazioni. E ora con la riduzione delle esportazioni, la crescita della disoccupazione e lo stop dei nuovi investimenti gli effetti della recessione si fanno sentire anche qua.
Come riportato nel resoconto e da dati più recenti, si prevede una contrazione del pil tra il 2 e il 4% (OCSE). (La peggiore performance dell’economia italiana dal dopoguerra si è registrata nel 1993, quando il pil è precipitato al 2,5%.).
La crescita della disoccupazione fa aumentare le preoccupazioni della politica, spaventata dalle previsioni di un picco all’8%, per la fine del 2009. Stranamente, i sondaggi tra i consumatori effettuati nei primi due mesi del 2009 rilevano che, in generale, si aspettano un peggioramento della situazione, ma allo stesso tempo percepiscono la propria condizione economica come favorevole. E le imprese, dal canto loro, si mantengono abbastanza disfattiste – probabilmente per la drammatica contrazione della produzione industriale (-4,3% nel 2008) e delle esportazioni (scese del 26% nel gennaio 2009). Così, la sfiducia tra le imprese resta bassa, come rilevano i sondaggi, che spiegano anche la caduta del 1,9% negli investimenti fissi lordi, nella seconda metà del 2008.

PRONTI A DARE SOSTEGNO ALLE BANCHE…

6. Il governo italiano resta focalizzato sulla necessità di assicurare che il capitale delle banche si mantenga sufficiente, e cerca di darvi sostegno attraverso l’emanazione di titoli a capitale ibrido, in seguito chiamati in modo informale con il nome del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Per il governo, la salute del sistema finanziario delle banche è la chiave della ripresa economica, e sostiene che un’insufficienza di capitale impedisce alle banche di rendere adeguatamente fluido il sistema economico. Politici e banchieri affermano che utilizzare questo schema ibrido significa affrontare la situazione ad armi pari, rispetto agli aiuti di Stato che gli altri governi europei hanno dato ai loro settori finanziari. Tecnicamente ha senso rinforzare il capitale scoperto, agli inizi di marzo, ma la controversa partecipazione delle banche deve essere sottoscritta, per le ancor vaghe condizioni che limitano l’indennizzo per i dirigenti e i «trader» e per concordare ulteriori, insolite tutele per le loro procedure di prestito e portfolio. La situazione ha scatenato un diverbio tra il ministro Tremonti e il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che ha dichiarato pubblicamente la supremazia dell’istituzione di cui è a capo nella supervisione del sistema bancario.

7. Sotto questo schema, le banche che vi aderiranno (finora le domande arrivano a un totale di circa 8,5 miliardi di euro) emetteranno bond convertibili completamente sottoscritti dal governo italiano. I bond convertibili fruttano interessi, ma solo se la banca distribuisce dividendi a tutti i suoi azionisti. Il tasso d’interesse e il premio per convertire i tassi da bond in azioni ordinarie (che ripagheranno i contribuenti) crescerà nel tempo. E i tassi, in nessuna delle due forme (debito o quota di capitale), daranno diritto di voto al governo.

8. Tremonti probabilmente vede nei bond che portano il suo nome un veicolo per imporre la sua eclettica visione del mondo economico, a beneficio di quegli attori che a suo avviso sarebbero stati lasciati indietro dalla globalizzazione – come ad esempio le piccole imprese. Purtroppo, molte di queste aziende sembrano incapaci, se non disinteressate, ad adeguarsi al cambiamento necessario a incontrare la domanda di un mercato più dinamico e di una competizione che ora si gioca su scala globale.
Ex-socialista, come molti nel partito di governo Pdl, Tremonti non ha una sua base politica, ma deve la sua influenza al suo rapporto con il primo ministro Berlusconi e al sostegno della Lega Nord, l’alleato minoritario della coalizione. Alleato dell’ultim’ora, che però ha una sua forza, sono le piccole imprese familiari – che sostengono di aver sofferto per la rottura dei rapporti che avevano con le banche locali, quando nella recente ondata di fusioni societarie sono state assorbite da istituti maggiori. E Tremonti ora può ergersi a loro difensore e paladino spronando le banche a concedere prestiti più generosi alle piccole e medie imprese. E, sotto questo aspetto, potrebbe anche essere in gioco il desiderio del ministro di essere visto all’estero e in Italia come il campione dell’equilibrio tra le regole di mercato e la responsabilità sociale.

…MA NON CI SONO SOLDI PER STIMOLARE L’ECONOMIA

9. Nonostante l’attivismo di Tremonti, il governo italiano ha un margine davvero ristretto d’azione fiscale per stimolare l’economia, tenuto conto del già alto debito pubblico in rapporto al pil (attualmente al 107% e secondo le proiezioni arriverà al 110%, e forse lo supererà – ben al di sopra delle direttive del trattato di Mastricht che imponeva un massimo del 60%) e di un carico tributario già molto oneroso (l’aliquota dell’imposta sul reddito è del 43%, il più alto del mondo sviluppato).

10. L’11% del reddito del governo italiano serve a coprire gli interessi del deficit pubblico, mentre la maggior parte del bilancio è costituita da capitoli di spesa difficili da ridurre. Dal punto di vista delle entrate, il governo certo può spremere un altro po’ i contribuenti – però tenendo conto del fatto che le tasse sono già alte e l’evasione fiscale a dir poco dilagante. E sebbene il governo italiano abbia predisposto di tagliare le tasse per incentivare gli investimenti privati o la spesa (ma su questo tema non ci sono stati atti concreti), nel breve termine, potrebbe rivelarsi difficile, se non impossibile, finanziare le sue casse, per coprire il sempre crescente deficit. Tutto questo si traduce in un modestissimo pacchetto di stimoli fiscali (il meno incisivo nel gruppo dei Paesi europei più sviluppati) che finora continua a farsi sentire poco, come i settori specifici che rientrano nei loro sforzi di lobbying.

GUARDANDO IN AVANTI

11. L’Italia si è costruita una solido sostegno nelle esportazioni dei prodotti di nicchia, e tra i consumatori europei ha una reputazione molto alta per il design e la manifattura tessile maschile di pregio. Più del 40% delle sue esportazioni va verso i ricchi mercati di Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. E la ripresa dell’economia di questi Paesi trascinerà l’Italia nella loro scia. Lo stesso dicasi, per i produttori di energia e di commodity, che sono ugualmente tra gli obiettivi delle esportazioni italiane, che potrebbero dare una spinta alla ripresa, come la nuova richiesta globale di energia e di materiale greggio. Grosso interrogativo, nel breve termine, è la performance dei mercati di Europa centrale e orientale, a cui l’Italia è ugualmente agganciata per la crescita delle esportazioni e degli investimenti all’estero. Intanto, resta debole la penetrazione del mercato italiano nei confronti di economie che seppur emergenti sono già enormi come quelle di Cina e India. Un banchiere ci ha detto che la maggior parte delle aziende italiane non è capace (o interessata?) a soddisfare gli ordini nella scala richiesta da questi nuovi giganti dell’economia.

E DOPO IL RICOVERO: IL RITORNO DEL «MALATO D’EUROPA»

12. Per quanto a lungo questa flessione globale possa durare, alla fine l’Italia si ritroverà comunque paralizzata da un settore pubblico abnorme, un’economia troppo regolata, un’insufficiente competitività nei settori chiave, come i servizi finanziari, un regolamento poco flessibile del lavoro, la corruzione e una popolazione sempre più vecchia, e in costante calo. Che detto in altri termini significa un mercato del lavoro con poche opportunità professionali, che costringerà ancora i giovani – sempre meno numerosi – a emigrare.

13. Per il momento, il partito italiano dello scetticismo verso la globalizzazione e dei difensori del modello italiano, potrà pure sentirsi compiaciuto per aver evitato la catastrofe finanziaria. E i politici del governo di sicuro sentiranno di aver fatto un ottimo lavoro monitorando e supportando le banche, la fiducia del capitale e del consumatore.
Ma, per quanto riguarda lo stimolo fiscale da dare all’economia, l’Italia non si è spinta tanto in avanti, di sicuro non quanto noi chiediamo ai nostri partner, semplicemente perché i politici sanno perfettamente di non poter fare più di tanto, schiacciati come sono dall’ombra di un debito pubblico davvero enorme – che, del resto, è emblematico (e anche le sue conseguenze lo sono) degli errori politici strutturali perseguiti da lungo tempo dai governi italiani, di tutti i colori politici. Purtroppo, l’attuale crisi sarà interpretata come un segnale di incoraggiamento verso quei richiami che invitano l’Italia a perseverare nella debole politica economica. Richiami, che di sicuro supereranno di gran lunga quelli di alcuni politici, come ad esempio il Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione Brunetta, che hanno invitato a vedere invece nell’attuale crisi un’opportunità per rendere l’Italia maggiormente competitiva sul mercato internazionale.
Purtroppo, prevediamo che alla fine di questa crisi gli italiani si ritroveranno negli stessi problemi strutturali di sempre, ma con poca voglia di affrontare una seria (e faticosa) riforma. E l’Italia, quasi certamente, si troverà ricacciata in quei malesseri da cui era afflitta, già prima della crisi.

DIBBLE

A cura del visualdesk del Gruppo Editoriale l’Espresso

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