I nostri articoli storici
Abbiamo già parlato molte volte del fatto che l””industria del turismo” italiana ha ampissimi margini di miglioramento. Questo per dirla in modo dolce, detta in modo più realistico si può affermare che il turismo in Italia (tranne un paio di eccezioni, ovvero la riviera romagnola in Emilia Romagna ed il Trentino Alto Adige) sia organizzato e gestito piuttosto male…
Parliamo invece ora delle vacanze degli italiani.
Dando una rapida occhiata alle ultime due indagini pubblicate dalla società Trademark Italia, ho trovato la situazione piuttosto deprimente.
La mia personale, probabilmente un po’ di nicchia, concezione di viaggio è: andare a scoprire un territorio, parlare con le persone che vi abitano, imparare cose nuove, entrare a contatto con la realtà e le eventuali problematiche locali. Se non si viaggia così, dal mio punto di vista non si può nemmeno considerare un “viaggio”, ma soltanto uno “spostamento” verso un altro luogo per fare la stessa vita che si fa a casa (ad eccezione del fatto di andare a lavorare naturalmente), un modo per spegnere il cervello e non imparare nulla di nuovo. Vale la pena andare in vacanza soltanto per NON FARE NULLA e per NON PENSARE A NULLA? Dal mio punto di vista NO…
A questo proposito, ho raccontato una mia recente esperienza nell’articolo “La Sicilia che non ti aspetti“.
Sono giustificabili, ma comunque deprimenti, i risultati che indicano che gli italiani non vanno all’estero perchè non sanno comunicare in inglese, che vanno sempre nelle stesse mete conosciute, che non hanno voglia di esplorare nemmeno l’Italia, che scelgono la località in base al mare e alle spiagge, che quando vanno all’estero (questa è una mia constatazione) vanno a rinchiudersi nei villaggi turistici, ovvero in bolle di realtà artificiale, come nel film “The Truman show“: Mar Rosso, Caraibi, Seychelles, Maldive, Kenya eccetera eccetera. Si arriva là, ci si spalma su una bella spiaggia, si mangia nei ristorantini per turisti ed in genere non si impara un bel niente. Ci hanno costretti a sognare tutti lo stesso sogno: mare azzurro e spiaggia bianca. Fine. Come nel film “The Beach” (che consiglio naturalmente di vedere):
« Io credo ancora nel Paradiso, ma almeno ora so che non è un posto da cercare fuori: perché non è dove vai, lo trovi dentro, quando senti per un momento nella tua vita di far parte di qualcosa… e se lo trovi, quel momento… dura per sempre »

Ecco a me quando dicono “c’era un mare bellissimo e delle spiagge splendide” mi viene l’orticaria! Va bene il mare e la spiaggia, ma a parte quello, cosa visitate, quanto esplorate nei luoghi in cui andate in vacanza? Se solo ne avessi le possibilità economiche, io me andrei a visitare città e Stati moderni, in Germania, Francia, nord Europa, per vedere com’è la vita là, come vengono accolti i turisti e quali servizi vengono loro offerti, per poi fare il confronto con quello che invece vivo e mi ritrovo qui in Italia. Cosa posso imparare da un viaggio in mezzo al deserto o in un paese sottosviluppato? Certo può essere un’esperienza da fare, ma forse più che del gap tra noi ed un paese sottosviluppato sarebbe più utile rendersi conto del gap tra noi e chi è più avanti di noi!!
Detto questo, auguro buone vacanze a tutti!
L.D.
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INDAGINE TRADEMARK 2012 – DOVE VANNO IN VACANZA GLI ITALIANI (pdf)
“[...] Non è ancora pronta la fotografia del Paese scattata dal nuovo censimento, ma possiamo dare per certo il dato 2010: il 45,2 per cento della popolazione tra i 25 e i 64 anni di età è scarsamente scolarizzata, si è fermata alla licenza di scuola media. Deduzione: se non sai dove stanno le città, se non hai una cultura geografica, se non parli le lingue straniere, probabilmente non hai neppure voglia di esplorare, visitare l’ignoto, fare ricerca artistica e culturale. Se non hai studiato, non sai la geografia, non conosci l’inglese, il francese o il tedesco è molto probabile che tu non abbia voglia di viaggi internazionali. La sociologia consente di anticipare che non avere studiato e non conoscere lingue e geografia è positivo per il turismo nazionale. Nel 2012 più turisti italiani restano in Italia. Soprattutto la lingua inglese, essenziale per viaggiare, ordinare la colazione e non sentirsi emigranti, non fa parte del bagaglio culturale di 8 italiani su 10. Questa è la principale ragione per la quale gli italiani evitano i paesi stranieri o vanno all’estero viaggiando in gruppo, con guida e interprete. Ma questo non è tutto, perché circa la metà dei connazionali non sa distinguere tra Lunigiana e Maremma, tra Cilento e Salento, tra Calabria e Basilicata, tra Carnia e Brianza, così anche parte delle bellezze territoriali e paesaggistiche perdono identità. In sintesi, gli italiani non sono “strutturati” per viaggiare alla ricerca delle meraviglie del pianeta, non volano lontano in modo autonomo e indipendente, temono i modelli alimentari diversi dai loro, non vanno all’estero e non vanno nemmeno alla scoperta dell’Italia. E poi, non è questo l’anno giusto per sperimentare o per andare dove noti capiscono; meglio restare in patria per ragioni economiche, per risparmiare, anche se, riflettendo un po’, le vacanze di alta stagione in Italia costano il doppio di quelle greche, spagnole, turche o croate. E’ normale, visto che la metà degli italiani fa vacanze nelle due settimane centrali di agosto e quindi … quello è il momento dei supplementi e dei sovraprezzi. [...]
• si riducono le escursioni d’arte, cultura e religione ma non quelle enogastronomiche [...]
• tra quelle vicine, le preferite sono quelle attrezzate e collaudate che garantiscono un’organizzazione turistica efficiente, senza sorprese.
[...] Si stimava che una ventina di milioni di italiani fossero influenzati, nelle scelte di vacanza, dal piccolo schermo, dalla popolarità televisiva di certi territori, dal gossip e dalla tv di costume. Si riteneva che con l’arrivo di internet altrettanti italiani venissero incantati dai siti web. Approfondendo l’indagine si scopre che nel 2012 probabilmente 2/3 del totale dei turisti italiani, chiamiamoli domestic, cercano riferimenti più solidi, più aggiornati a proposito di qualità, di onestà dell’offerta, di semplicità dei rapporti ospitali e di italianità “a tavola” parlandone con amici e parenti. La decisione sulla scelta della destinazione di vacanza - lo dice il campione interpellato da Ipsos – solo nel 7,1% dei casi avviene attraverso internet [...].
Fondamentali elementi di scelta sono quelli classici: il sole e il mare (la balneazione), il tipo di costa preferito (sabbia o scoglio), l’accessibilità (distanza, sforzi e fatica per raggiungere la spiaggia), infine la durata del viaggio e la sicurezza del ritorno a casa. [...]“
INDAGINE TRADEMARK 2013 – DOVE VANNO IN VACANZA GLI ITALIANI (pdf)
“[...] La 22a indagine realizzata da Trademark Italia rivela
un’Italia “avvitata” su se stessa, diffidente, decisa a risparmiare,
a ridurre i budget di spesa, a contrarre le giornate di vacanza
e a tagliare le spese. [...]“
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www.trademarkitalia.com
Da 25 anni, Trademark Italia è societa leader al servizio del turismo e dell’industria dell’ospitalità con consulenze specialistiche, manuali operativi e osservatori della domanda.
L’esperienza acquisita in questi anni è vastissima: dalla partecipazione a tender internazionali alla realizzazione di alberghi e villaggi turistici, dalla teoria di marketing ai master plan più ambiziosi, dal rilancio di piccoli ristoranti alla “rivoluzione” manageriale in grandi alberghi.
L’esperienza ci ha insegnato a non dare niente per scontato: il “Pianeta Turismo”, infatti, muta continuamente, i comportamenti dei turisti ed in generale dei viaggiatori si evolvono sempre più rapidamente.
E noi abbiamo imparato a leggerli, anticipando le tendenze e analizzando le contingenze. Abbiamo aiutato i nostri clienti ad identificare le loro esigenze, a risolvere i problemi, a raggiungere successi di gestione e consolidarli.
In 25 anni Trademark Italia è cresciuta insieme a loro, fino a diventare la società leader in Italia nella consulenza e nel marketing per il turismo e l’ospitalità.
Sognare il cambiamento, ma tenendo sempre i piedi per terra. Essere realistici, magari un po’ pessimisti, ma nonostante tutto fare qualcosa per cercare di cambiare. Il libro “7 mosse per l’Italia” è un po’ come il nostro blog: romantico, realistico, critico ma fortemente propositivo.
Per questo ve lo consigliamo:
www.7mosse.it
Un navigatore e un mercante, aiutati da 4 velisti, accompagnati da 4 grandi chef e da 13 compagni di viaggio, gente di pensiero e di azione, che si alterneranno di tappa in tappa, scriveranno le 7 mosse da attuare subito per migliorare il nostro Paese. Sono persone che non fanno la Politica attiva, né desiderano farla.
Nessuno di loro è pregiudizialmente di destra o di sinistra, lontani mille anni luce da beghe partitiche.
Mai “contro”, sempre “per”.
Attraverso questo sito, migliaia di italiani ci manderanno i loro suggerimenti. Durante il viaggio nascerà un documento dal linguaggio moderato ma determinato che, secondo noi, potrà essere di qualche utilità a chi la politica la fa perchè nominato (preferiremmo eleggerli) a svolgerla.
Giunti a New York consegneremo questo documento all’Italia.
Poi ciascuno di noi tornerà al proprio mestiere.
Vi proponiamo questo bell’articolo, datato 2007, che fa un bel parallelismo tra la situazione italiana e quella descritta nel romanzo di Ayn Rand ”La rivolta di Atlante” (1957).
N.B. Nel blog abbiamo già parlato di quasi tutti gli argomenti presi come esempio dall’autore…
Certo che siamo proprio un’Italia… con la coda di paglia!!!
http://oggettivista.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1642708
9 ottobre 2007
In Italia l’Atlante non si ribella
A cinquant’anni dalla pubblicazione del capolavoro di Ayn Rand, “La Rivolta di Atlante” è tempo di bilanci. Applichiamo il suo modello fantapolitico all’Italia del 2007.
La Rand, nella sua lucida descrizione di una lenta degenerazione totalitaria, aveva scritto che lo Stato, come sua prima mossa, avrebbe emesso leggi di emergenza per impedire la crescita delle grandi aziende.
Già fatto: le aziende che diventano troppo grandi vengono direttamente multate. In Italia abbiamo un’economia che è ancora incentrata su grandi “campioni nazionali”, perennemente in crisi e perennemente salvati dallo Stato, o tramite leggi, o tramite partecipazioni dirette di capitale pubblico. La grande impresa privata, praticamente, non è mai cresciuta. Chi cresce, lo fa solo grazie a leggi ad hoc, o si espande all’estero.
La Rand aveva previsto un aumento vertiginoso della tassazione.
Già fatto: non solo le tasse non accennano a diminuire, ma aumentano. E mentre i politici rappresentati nel romanzo della Rand erano convinti di fare qualcosa di impopolare, un male necessario, da noi un ministro arriva a dire che è bellissimo pagare tasse.
La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe rubato sempre più risorse ai cittadini per pagare aiuti a paesi più poveri e dittatoriali.
Già fatto: i nostri governi (sia di centrodestra che di centrosinistra) lo stanno facendo da un pezzo. Spendiamo miliardi per aiutare dittature che ci considerano apertamente come dei nemici e che sponsorizzano dei terroristi che minacciano direttamente la nostra sicurezza. Spendiamo altri miliardi per proteggere investimenti di imprenditori favoriti dai politici, in base a progetti bizzarri di politica estera, in regimi dittatoriali inaffidabili, dove un privato non investirebbe neppure un centesimo.
La Rand aveva previsto che lo Stato sarebbe diventato molto meno trasparente e avrebbe avviato progetti e operazioni segrete.
Già fatto da un pezzo: in Italia non sappiamo praticamente niente di quello che è avvenuto negli ultimi 40 anni.
La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe impedito la ricerca privata, per concentrarla nelle sue mani.
Già fatto, in pratica: da noi la ricerca non è proibita, ma pesantemente ostacolata per motivi religiosi. Sarà anche lecita la ricerca privata, ma in Italia esiste quasi solo una ricerca finanziata dallo Stato. Così come c’è solo un cinema finanziato dallo Stato, un’arte finanziata dallo Stato…
La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe fortemente regolamentato i trasporti ferroviari.
Già fatto: da noi le ferrovie sono direttamente monopolizzate dallo Stato, da sempre.
La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe proibito il licenziamento dei lavoratori e punito i lavoratori che avessero deciso di lasciare il loro posto di lavoro.
Già quasi fatto: negli anni ’70 eravamo praticamente a questo livello, ma anche adesso che il nostro mercato del lavoro è stato parzialmente liberalizzato, tutto ruota ancora attorno al posto fisso e alla non licenziabilità di chi ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Chi non ha un posto fisso è ancora costretto (dalla rigidità delle regole imposte al mercato) a vagare tra un posto precario e l’altro.
La Rand aveva previsto che i tribunali avrebbero emesso sentenze solo contro i capitalisti, nell’interesse dello Stato.
Già fatto: per il proprietario di un’attività economica, piccola o grande che sia, è facilissimo beccarsi una condanna per aver violato una delle migliaia di leggi che vincolano la sua attività. L’operaio, il sottoproletario immigrato e l’abusivo sono molto più protetti dalla magistratura, che giudica con criteri sociali e non tanto di giustizia oggettiva.
La Rand attribuiva a uno dei dirigenti aspiranti totalitari del suo romanzo questo ragionamento: lo Stato, per legittimarsi, ha bisogno di condannare dei colpevoli. E il modo migliore per trovare tanti colpevoli è quello di emettere tante leggi, complesse e l’una in contraddizione con l’altra, così che tutti siano colpevoli e tutti abbiano qualcosa di cui farsi perdonare.
Già fatto: in Italia abbiamo 50.000 leggi. Sfido chiunque a conoscerle e rispettarle tutte. Quasi tutti gli italiani hanno alle loro spalle reati non perseguiti e di conseguenza sono perennemente ricattabili. Di più: un sistema mediatico incentrato sull’accusa, fa passare per colpevoli coloro che sono ancora sotto inchiesta. Col risultato che si è colpevoli fino a prova contraria.
La Rand faceva dire a uno dei dirigenti aspiranti totalitari del suo romanzo: “abbiamo realizzato una rivoluzione anti-industriale”.
Già fatto: in Italia prevale una cultura anti-industriale (prima nel nome dell’austerità, ora nel nome della difesa dell’ambiente) al punto che una grande azienda para-statale usa come slogan “La vera rivoluzione è non cambiare il mondo”.
La Rand prevedeva che si sarebbe affermata una cultura relativista, preludio ad un ritorno al peggior irrazionalismo religioso.
Già fatto: nessuno riconosce l’esistenza di un diritto naturale, nella cultura prevalente un sistema di pensiero vale l’altro, una legge vale l’altra, una cultura vale l’altra. Se si deve chiedere pubblica ammenda, all’indomani dell’11 settembre, dopo aver affermato che “la civiltà occidentale è superiore” è perché nessuno crede più che un sistema fondato sulla ragione e sulla libertà dell’individuo, sia realmente superiore a tirannidi fondate sulla forza e sulla fede cieca in qualche dottrina. Oggi ci troviamo a non sapere come affrontare i nuovi pericoli totalitari, perché noi non sappiamo a quali valori appellarci e non riconosciamo loro come pericoli.
La Rand prevedeva che si sarebbe affermata, nella gente comune, una mentalità fatalista, del tutto priva del concetto di responsabilità individuale.
Già fatto: la stragrande maggioranza della popolazione italiana, anche quella che non vuole pagare le tasse, vuole comunque servizi gratuiti in tutti i settori, chiede allo Stato di abbassare i prezzi di tutti i prodotti e vuole una casa anche a costo di rubarla (tanto ora l’occupazione abusiva delle case, sempre più frequente, non è neppure più considerata un reato penale). Il rispetto della proprietà privata, evidentemente, è ai minimi livelli. Basti vedere che almeno da una decina d’anni a questa parte, uno dei giochi preferiti degli adolescenti è quello di rubarsi la roba in casa o a scuola. Mentre nel romanzo di maggior successo in Italia l’eroe è un ladruncolo e il simbolo del suo amore è un simbolo di schiavitù (il lucchetto).
La Rand aveva previsto che un sistema del genere sarebbe collassato in pochi anni.
Invece noi non siamo collassati: continuiamo a vivere nella stagnazione, ma non crolliamo, né ci sentiamo poveri. Ma solo perché c’è ancora un fitto scambio con paesi stranieri molto più liberi di noi e siamo inseriti in un’Unione Europea che è sì statalista, ma già più liberale rispetto ai progetti dei nostri governi.
La Rand aveva sperato in una ribellione delle persone più produttive e creative della società, che avrebbero dovuto cessare ogni forma di collaborazione con lo Stato e ritirarsi nella clandestinità. Privato del suo miglior capitale umano, lo Stato sarebbe imploso da solo, come è avvenuto in Unione Sovietica.
Da noi la fuga dei cervelli è iniziata da un pezzo. I nostri migliori premi Nobel sono vissuti all’estero e hanno lavorato fuori dall’Italia. I più ricchi tendono a depositare i capitali all’estero, anche se questo governo sta incominciando a braccarli. Ma la maggioranza delle persone produttive preferisce scendere a compromessi con lo Stato, entrare nel sistema, ritagliarsi privilegi, vivere di rendita. La maggioranza dei nostri imprenditori vive all’ombra dello Stato. E non se ne fa una colpa. Siamo pieni di quelli che la Rand definiva “uomini pratici”, persone che non hanno un progetto alla base delle loro azioni, ma pianificano solo nel breve periodo, totalmente dipendenti dalle circostanze e dalle opportunità create da altri.
Insomma, in Italia l’Atlante, colui che regge il peso del sistema sulle sue spalle, non si ribella. Preferisce vivacchiare e lagnarsi.
Tags: problemi dell'italia
Il problema, di cui spesso abbiamo parlato, si chiama “consumo di suolo” e riguarda appunto la massiccia cementificazione di aree verdi che è avvenuta negli ultimi decenni.
Le soluzioni possibili sono costituite dalle seguenti tre R: Ricostruire (dopo aver demolito edifici preesistenti naturalmente), Ristrutturare oppure Riempire. Si, avete capito bene, proprio “riempire”: è una novità, ma si tratta effettivamente di inserire moduli abitativi prefabbricati all’interno di edifici esistenti. Può piacere o non piacere come soluzione, ma io la trovo di sicuro geniale, considerando soprattutto il risparmio economico che consente di avere rispetto alle prime due soluzioni, che sono effettivamente piuttosto onerose.
1) RICOSTRUIRE
In tal caso, è obbligatoria la certificazione energetica del nuovo edificio:
www.certificazione-energetica.com
2) RISTRUTTURARE
GUIDA+ DEL Sole24Ore:
http://www.ilsole24ore.com/guide/guidepiu/2012/ristrutturare-casa/index.shtml
Ristrutturare Casa con lo sconto del 50%
Ci sono solo due mesi e mezzo di tempo per ristrutturare casa con la possibilità di detrarre il 50% delle spese: le regole contenute nell’articolo 11 del decreto legge 83/2012 valgono fino al 30 giugno del 2013. Dal primo luglio lo sconto tornerà infatti al 36%. Chi ha intenzione di servirsi dello sconto del 50%, mai così alto in precedenza, deve affrettarsi a decidere cosa vuole fare per poi chiedere le autorizzazioni edilizie e contattare le imprese. In questa Guida+ ingegneri, architetti e geometri, imprese del settore e proprietari potranno trovare le informazioni necessarie per godere della detrazione e orientarsi tra gli interventi ammessi – di cui si riporta l’elenco completo – , le procedure da seguire e gli adempimenti da rispettare. Un capitolo è dedicato ai materiali e al godimento della detrazione per chi acquista direttamente i beni da utilizzare nell’intervento. La Guida+ mette poi a confronto gli sconti in edilizia e gli incentivi del 55% per il risparmio energetico. Il quadro aggiornato e completo del Piano casa nelle diverse Regioni che, negli ultimi mesi, hanno prorogato le scadenze consente infine di capire quali sono i bonus volumetrici per gli ampliamenti e cui si può usufruire e a quali condizioni.
3) RIEMPIRE
www.casazera.it
Casazera è il living lab sviluppato nell’ambito del progetto di ricerca Ecostruendo. È un prototipo abitabile prefabbricato in legno a secco, a basso impatto ambientale per la riqualificazione urbana di edifici industriali dismessi.
Casazera è un nuovo modello di abitare sostenibile, un concept progettuale innovativo.
ARCHITETTURA
CASAZERA è l’innesto di nuovi volumi abitativi autonomi all’interno di una struttura industriale esistente integralmente conservata nella sua logica compositiva. Tagli volumetrici all’interno del corpo di fabbrica generano affacci diretti verso l’ambiente esterno, pozzi di luce naturale interni. Il verde integrato in spazi esterni di relazione privati aumenta la qualità spaziale ed architettonica dell’intervento. Si genera un’architettura residenziale intensiva costruita con i pieni e con i vuoti che definiscono a tutti i livelli una continuità con la città e un tessuto di relazioni visive.
TECNOLOGIA
CASAZERA mira al maggior livello di prefabbricazione in stabilimento ed integrazione impiantistica possibile. La tecnologia costruttiva si basa sulla prefabbricazione leggera a secco, ossia l’assemblaggio meccanico di materiali stratificati di vario tipo, su una intelaiatura in legno. Ogni unità abitativa o cluster di unità abitative è strutturalmente indipendente rispetto alla struttura industriale esistente al fine di consentire la massima flessibilità progettuale; tutte le superfici che racchiudono il volume riscaldato sono costituite da un telaio in legno tamponato esternamente ed isolato all’interno. Il completamento dei pacchetti di parete e solaio con successivi strati funzionali (isolamento termico, tenuta all’acqua, ecc.) varia in funzione dell’esposizione e dei requisiti prestazionali richiesti.
ENERGIA
Il concept energetico di CASAZERA integra il sistema edificio-impianto con l’obiettivo di massimizzare le sinergie per il raggiungimento di un’elevata prestazione energetico – ambientale. Nel rispetto dei massimi livelli di comfort, sicurezza e qualità, si raggiunge operando su più leve:
1) contenimento della domanda energetica: sfruttamento di tecnologie passive ed elevato grado di isolamento dell’involucro edilizio;
2) uso razionale dell’energia: installazione di sistemi tecnologici ad elevato rendimento;
3) sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili disponibili in sito
4) integrazione di un sistema di automazione e controllo dell’edificio (BMS) per massimizzare l’efficienza energetica degli impianti tecnici dell’edificio in relazione alle condizioni ambientali esterne e ai differenti profili di utilizzo e occupazione.
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Aggiornamento del 15 maggio 2013:
Purtroppo per l’edilizia non è un buon momento, come indicano i dati del Rapporto Immobiliare 2013. La crisi economica c’è e si sente, manifestandosi in modo particolarmente acuto nei settori dove le spese sono più consistenti, come appunto l’edile e l’automotive.
A parte ciò, la cosa che mi sconvolge è il calo enorme del nostro potere d’acquisto: andando a vedere le case nuove che vengono costruite, ho notato che le dimensioni delle abitazioni nell’ultimo ventennio si sono notevolmente ridotte. Le nuove abitazioni sono piccolissime, hanno stanze gnomesche, per non parlare dei giardini nanoscopici e dei garage lillipuziani!! Ma come si fa a comprare case così piccole spendendo così tanto (150 – 250 mila euro), spesso grazie a mutui di 20-30 anni?!?! E’ vero che dall’inizio della crisi i prezzi sono un po’ calati, ma per fortuna: sono 20 anni che gli stipendi in generale non aumentano, mentre i prezzi hanno continuato ad aumentare in modo inversamente proporzionale ai mq. Rivolgo un appello ai costruttori edili: le piccionaie sono fatte per i piccioni, le abitazioni degne di tale nome sono, a mio parere, tutta un’altra cosa. Si parla anche dell’ “indice di accessibilità“, il quale dimostrerebbe come gli italiani possano ancora, nonostante tutto, permettersi l’acquisto di una casa: questo indice a dire la verità non mi convince molto. Si, si può ancora comprare un’abitazione, ma indebitandosi di brutto oppure grazie a liquidità messe a disposizione dai genitori o magari dalla vendita di immobili ereditati. Lo dico per esperienza personale, sia diretta che indiretta: non è assolutamente facile per una coppia di giovani comprare casa, nonostante il suddetto indice dica il contrario…
L.D.
http://www.ediltecnico.it/18192/rapporto-immobiliare-2013-e-un-bagno-di-sangue/
Rapporto Immobiliare 2013: è un bagno di sangue!
[...] Il documento descrive la situazione delle compravendite di immobili relative all’anno 2012 ed è stato realizzato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate in collaborazione con l’Associazione Bancaria Italiana.
Un bagno di sangue. Non ci sono altre parole per descrivere il calo del volume di affari che il mercato immobiliare ha dovuto registrare lo scorso anno. Stiamo parlano di un -25,7% rispetto al 2011, mentre il valore di scambio complessivo scende, parallelamente, di quasi 27 miliardi di euro.
Non tutto è nero, per fortuna. Il documento infatti registra la sostanziale tenuta dell’indice di accessibilità (affordability index), che misura la possibilità di accesso delle famiglie italiane all’acquisto di un’abitazione. Questo indice sintetizza l’analisi dei vari fattori che influenzano la possibilità per le famiglie di comprare casa indebitandosi e ne descrive l’andamento. [...]
http://www.repubblica.it/economia/2013/04/04/news/prezzi_delle_case-55912265/
Calano i prezzi delle case: giù del 4,6%. Soffre il nuovo, tracollo per l’usato.
4 aprile 2013
Tags: casazera, consumo di suolo, edilizia, potere d'acquisto, rapporto immobiliare 2013, ristrutturare casa
Contro la “spesa a Chilometri Zero”
8 maggio 2008 – Dario Bressanini
[...] Recentemente ha cominciato a diffondersi l’uso dei “chilometri percorsi” dal cibo (i food miles nel mondo anglosassone, che potremmo anche tradurre con chilometri alimentari) come indice per misurare l’impatto ambientale. La semplice logica dietro questo concetto è che più un alimento ha viaggiato, più energia ha consumato, più combustibili fossili ha bruciato, più gas serra ha emesso (ricordo che i gas serra includono l’anidride carbonica, il metano e altri gas) e quindi più alto è l’impatto ambientale e meno il cibo è ecologicamente sostenibile.
Studi recenti però mostrano che le cose non sono così semplici e che i chilometri percorsi non sono un indicatore sensato dell’impatto ambientale e della sua sostenibilità. [...] Una delle difficoltà risiede nel fatto che circa la metà del chilometraggio percorso, il 48%, è attribuibile al compratore. [...] In più la grande distribuzione [...] trasporta in modo più efficiente le merci, utilizzando meno autoveicoli pesanti al posto di un numero più elevato di veicoli più piccoli meno efficienti che verrebbero utilizzati da un sistema distributivo non centralizzato. [...] Se comperate pomodori a febbraio (e non mi dite che non lo fate! Li compero anche io, faccio “outing”
) anche se sono prodotti a due passi da casa e li acquistate in un Farmer’s market, sono cresciuti in serre riscaldate e illuminate artificialmente, e quindi hanno richiesto più energia di analoghi pomodori coltivati in sud Africa. [...] ricordatevi dell’Ecologia di Scala: un piccolo produttore è spesso più inefficiente dal punto di vista energetico. In più pensate che uno studio del 2007 ha calcolato che se fate 10 km in macchina per andare a comperare solamente 1 kg di verdura, generate più CO2 che non facendola arrivare direttamente dal Kenya. Ancora una volta, i consumi energetici individuali, o la produzione di CO2, possono essere superiori a quelli per portare i prodotti sino ai mercati. [...]
La mia personale impressione è che in realtà lo slogan della spesa a km 0, nonostante abbia poco senso economico e scientifico, sia destinato a rimanere tra noi ancora per un po’, per il semplice fatto che viene utilizzato come strumento di marketing e di promozione commerciale. Detto brutalmente, si vuole vendere non solo un pomodoro prodotto localmente, ma anche l’idea che in questo modo state “salvando il mondo”(indipendentemente dal fatto che sia vero o meno), approfittando del fatto che su una fascia di consumatori “attenti” questi messaggi fanno presa. [...]
http://www.libertiamo.it/2010/11/01/vizi-tanti-e-virtu-poche-della-spesa-a-km-zero/
Vizi (tanti) e virtù (poche) della ‘spesa a km zero’
01 novembre 2010
[...] In primo luogo la sovranità alimentare è fonte di insicurezza alimentare e di instabilità dei prezzi: se gli approvvigionamenti provengono tutti da una stessa area geografica, sono più facilmente soggetti ai rischi a cui le produzioni agricole sono normalmente esposte, e lo sono tutti insieme. [...] Un mercato aperto non è vantaggioso solo per i consumatori, ma anche per gli stessi agricoltori, che possono approfittare di sbocchi commerciali più ampi per i loro prodotti [...]. Un altro discorso è quello della sostenibilità ambientale: pretendere che tutto il fabbisogno agroalimentare sia prodotto vicino alla porta di casa significa che gran parte della produzione avverrebbe in aree climatiche e su terreni non vocati. [...] Mentre non ha alcun fondamento scientifico l’ipotesi secondo la quale ridurre le distanze percorse dal cibo porterebbe a una riduzione delle emissioni di gas serra, dato che il trasporto su lunghe distanze incide per il 4% sulle emissioni legate al cibo , mentre il resto proviene dalle fasi di produzione, stoccaggio e conservazione. [...]
Tags: chilometro zero
http://www.associazionelucacoscioni.it/campagna/fine-vita-e-eutanasia
Fine vita e eutanasia
Le decisioni di fine vita sono decisioni personalissime e, in quanto tali, devono essere prese con la massima libertà dalla persona per se stessa. In Italia, benché la Costituzione riconosca che nessuno può essere obbligato ad alcun trattamento sanitario contro la propria volontà, non vi sono leggi che regolino l’affermazione delle volontà della persona: né una legge sul testamento biologico, né sull’eutanasia. L’Associazione Luca Coscioni, anche attraverso la lotta di Piergiorgio Welby, ha imposto una discussione su questi argomenti e oggi si batte contro proposte di legge illiberali su questa materia.
http://www.associazionelucacoscioni.it/campagna/eutanasia
Eutanasia
STORIA E PROBLEMA – Il significato letterale di eutanasia è quello di buona morte. Un dibattito sull’eutanasia è comparso negli ultimi decenni del XX secolo: principalmente per il perfezionamento delle macchine con cui si può tenere in vita un morente per tempi lunghissimi e per l’allungamento della vita. Lo scontro etico-giuridico si delinea tra coloro che ritengono che la fine della vita umana sia un evento a noi disponibile e coloro che ritengono che la vita umana sia un valore inviolabile. Un tipo di eutanasia è quella attiva volontaria, atto con il quale qualcuno produce esplicitamente la morte di un’altra persona che è affetta da una grave malattia e vicina alla morte e che patendo gravi sofferenze fisiche e psicologiche chiede dunque, in modo consapevole, al suo medico curante e ad altri medici di essere aiutato a morire. Nel caso invece dell’eutanasia involontaria, l’atto eutanasico per la persona non più competente dovrà essere considerato non approvabile se non si dispone di direttive anticipate, mentre si può accettare nel caso in cui vi sia la volontà precedentemente espressa. C’è poi il caso dell’eutanasia passiva, legata ad una serie di distinzioni tra azione ed omissione, sospendere e iniziare una cura, mezzi di intervento terapeutici straordinari o ordinari.
In Italia l’eutanasia attiva costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 (Omicidio del consenziente) o dall’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del codice penale.
Al contrario la sospensione delle cure (cosiddetta “eutanasia passiva”) costituisce un diritto inviolabile in base all’articolo 32 della Costituzione italiana in base al quale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Principio affermato, tra l’altro, dalla sentenza con la quale il Tribunale di Roma ha prosciolto Mario Riccio, il medico che ha praticato a Welby la sedazione terminale. Tuttavia in Italia viene disatteso anche questo principio che conduce al fenomeno dell’eutanasia clandestina. In tale ottica, la battaglia radicale di Piergiorgio Welby ha incarnato la semplice applicazione del diritto di ogni malato a non essere sottoposto a terapie mediche contro la propria volontà. E casi come quelli di Giovanni Nuvoli, costretto a lasciarsi morire di fame e di sete per ottenere il riconoscimento di un diritto che la stessa Costituzione gli garantiva, dimostrano che nel nostro Paese tale diritto viene spesso disatteso, anche in relazione agli anatemi integralisti lanciati quotidianamente dalle gerarchie vaticane.
COSA FACCIAMO NOI: L’Associazione Luca Coscioni si batte affinché il fenomeno dell’eutanasia clandestina venga alla luce e il dibattito sulla legalizzazione dell’eutanasia venga calendarizzato in parlamento. A tal proposito è in atto una raccolta firme per una petizione al Parlamento italiano (http://www.associazionelucacoscioni.it/appelloeutanasia) per effettuare un’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina e gli altri aspetti della morte all’italiana, e affinché vengano discusse proposte di legge per la legalizzazione o depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito. Stiamo raccogliendo anche adesioni per una petizione al Parlamento europeo (http://www.associazionelucacoscioni.it/rassegnastampa/petizione-al-parlamento-) per chiedere che tutti gli Stati membri rispettino l’autonomia del paziente.
LA NOSTRA CAMPAGNA PER LA LEGALIZZAZIONE DELL’EUTANASIA:
www.eutanasialegale.it
SOCCORSO CIVILE - Continuiamo ad offrire il nostro sostegno, legale, materiale e medico, a tutti quei malati che, volendo legittimamente interrompere un trattamento sanitario al quale siano sottoposti contro la loro volontà, vengano ignorati dalle istituzioni e dalle strutture sanitarie che li assistono.
Eutanasia, 2-3 italiani al mese all’estero per morire. “Iniziativa popolare come divorzio”
L’associazione Luca Coscioni lancia la campagna “Eutanasia legale”, per raccogliere le firme necessarie alla presentazione di una legge d’iniziativa popolare che renda legale in Italia la dolce morte. “Nel Nordest, il 70% degli elettori della Lega e il 71% dei cattolici sarebbe a favore dell’eutanasia”, afferma il radicale Marco Cappato
lealbere.it
La storia di questo progetto nasce con la dismissione…
…dell’area industriale della Michelin (1927 – 1999) ed è quindi una storia tipica delle città europee: le industrie, che si sono sviluppate in passato in aree non urbane, con la crescita delle città si ritrovano in area urbana e oggi devono essere trasformate in modo da integrarsi con essa. Trasformare un’ex area industriale in città è un compito complesso, perché si tratta di creare dal nulla in questi luoghi quella miscela di funzioni che permette alla gente di abitarli e frequentarli, di lavorare, istruirsi e divertirsi al loro interno ventiquattro ore al giorno. Solo quando una città funziona è una città felice e la creazione del grande parco si colloca proprio in questa prospettiva: un parco di cinque ettari, quindi molto grande per una città come Trento, è una scelta importante perché è uno di quegli elementi che rende immediatamente adottato un nuovo luogo urbano.
Tutto il progetto è concepito e realizzato per risparmiare energia ed essere ragionevoli…
…e sostenibili sul piano della gestione, perché l’ispirazione di base su cui si apre questo nuovo secolo per un architetto è capire che la fragilità della terra non va soltanto difesa facendo economia ma anche andando a cercare quali sono le espressioni architettoniche migliori. Usare il legno è già di per sé un’attività intelligente, non solo perché siamo a Trento, ma perché è un materiale nobile, antico, è un materiale che viene dalle foreste, e le foreste si rinnovano, per cui di fatto è energia rinnovabile oltre che perfettamente riciclabile. In questo progetto, abbiamo cercato energia per il museo nel sottosuolo, con otto sonde che vanno a 100 metri di profondità, e abbiamo intercettato l’energia del sole con pannelli fotovoltaici sui tetti. In generale questi edifici sono costruiti in maniera da consumare pochissima energia, più o meno un terzo di quella necessaria per mantenere un edificio tradizionale. Perché non è giusto consumare troppa energia e questa è una qualità etica del progetto Le Albere che ha strettamente a che fare con la mia visione del futuro.
RENZO PIANO, progettista.
Guadagnerai futuro, risparmierai l’ambiente.
Abiterai in un quartiere ecosostenibile. Serramenti, tipologie di tamponamento e materiali isolanti selezionati ti permetteranno di risparmiare energia e contenere la dispersione termica, con la garanzia della certificazione Casa Clima. La tua residenza si servirà di un’ampia superficie di pannelli fotovoltaici e di un sistema energetico centralizzato all’avanguardia, per risparmiare combustibile, riducendo l’impatto sull’ambiente e tagliando i consumi e i costi di manutenzione. Materiali costruttivi naturali e duraturi, come il legno, la pietra locale e il vetro, ti garantiranno sostenibilità, bellezza, qualità e comfort nel tempo. Dentro casa avrai tanta tecnologia; fuori, tanta natura.
Tutto il quartiere…
…con un consumo medio annuo di energia tra i 30 e i 40 kwh/mq, è certificato Casa Clima dall’Agenzia KlimaHaus di Bolzano. [...]
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