admin on luglio 18th, 2013

Volete scrivere anche voi su questo blog?

Volete scriver articoli per il nostro blog? è sufficiente fornirci la vostra email (email@italiacheraglia.com): in modo del tutto anonimo vi creeremo un account ed un accesso riservato. Potrete scrivere il pezzo che preferite. Noi lo vaglieremo e, se sarà in linea con la filosofia e l’etica del nostro blog, lo pubblicheremo. A livello indicativo, ci teniamo a illustrarvi quanto finora ha ispirato i nostri articoli nella pagina dedicata:

http://www.italiacheraglia.com/index.php/collaboragliamo/

admin on aprile 3rd, 2013
admin on settembre 19th, 2016

http://www.lastampa.it/2016/04/12/cultura/opinioni/buongiorno/c-poco-da-ridere-2FxC8o6Ju0OBRqlGgByRGM/pagina.html

C’è poco da ridere

12/04/2016 – MASSIMO GRAMELLINI

I quattro adolescenti rom che sguainano impavidi i pollicioni davanti alla fotocamera non sono una rock band, ma una band e basta, immortalata nella sala d’aspetto di un distretto di polizia. Hanno divelto un tombino nel centro di Vicenza alle quattro e mezza della notte e lo hanno scagliato contro la vetrina di un negozio che esponeva due nuovi modelli di iPhone. Sono stati presi mentre scappavano con la refurtiva. Il capo ha quindici anni. Gli altri, tra i quali una ragazzina fuggita da una casa-comunità, anche meno.

Dire che non sembrano pentiti è un eufemismo. È che non sembrano neanche preoccupati delle conseguenze. Si comportano da impuniti perché sanno che tanto nessuno li punirà. Infatti, subito dopo la foto, sono stati rimessi in libertà. 

Ora, non dico di mandarli in carcere, dove imparerebbero soltanto a diventare peggiori. Ma cosa vieta di spedirli due ore al giorno a fare gli spazzini in un parco pubblico o i camerieri alla mensa dei poveri? Altrimenti cresceranno con l’idea che la vita sia un luogo senza regole, dove a ogni azione non segue mai qualche forma di reazione. Voglio vivere in uno Stato che non faccia paura. Ma uno Stato che non incute più rispetto si merita quei pollicioni, simbolo della sua resa.  

Tags: ,

Strano paese è l’Italia. Si pensava che fossero i laureati ad avere più difficoltà a trovare un lavoro, invece si scopre che anche i diplomati incontrano le medesime difficoltà. C’è qualcosa che non torna: allora dov’è il problema?

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/04/05/altro-che-laurea-il-dramma-italiano-sono-i-diplomati-disoccupati/29858/

Altro che laurea, il dramma italiano sono i diplomati disoccupati

Mentre in Germania i giovani diplomati sono quasi tutti al lavoro, l’Italia si sta via via riempiendo di laureati a spasso

Confessiamolo, quando si parla di disoccupazione giovanile, di giovani che non trovano lavoro e sono poi costretti alla precarietà, a essere pagati in voucher, o con mesi di ritardo come (finta) partita IVA, pensiamo a qualche 25enne appena uscito dall’università, e così si discute della facoltà migliore, di quella “scienza delle merendine” che non porta da nessuna parte, e così via. Ma non stiamo inquadrando il problema.

In Italia i giovani con una laurea sono una minoranza. E’ vero, quasi il 60% dei 20-24enni è iscritto a una facoltà, ma allo stesso tempo, come ci dice Eurostat, tra i 30-34enni i laureati sono solo il 25%, e questo nonostante 10 anni fa gli iscritti all’università fossero più di oggi. Quel 42% di rapporto tra iscritti e laureati è la percentuale più bassa in Europa.

Questo vuol dire che quando pensiamo ai più giovani dovremmo riferirci soprattutto ai tantissimi diplomati e anche a qualcuno che un diploma non l’ha mai raggiunto. Tra i 20 e i 29 anni sempre per Eurostat solo il 16,4% ha una laurea in Italia

E’ il Paese con meno laureati in questa fascia d’età, ma inaspettatamente c’è un paese con una percentuale ancora minore, la Germania. Si può rimanere sorpresi se non si conosce la lunghissima tradizione, più che secolare, di alternanza scuola lavoro, di corsi professionali avanzati in collaborazione con le aziende, di apprendistato che rendono la Germania unica in questo campo, e inimitabile da noi. Questo si capisce chiaramente se si osserva il tasso di occupazione di questi giovani diplomati, Eurostat ci dice che la differenza con la Germania e gli altri Paesi pare insormontabile: nel Paese di Angela Merkel una quota di giovani con diploma quasi doppia rispetto alla nostra risulta occupata, il 72,3% contro il 39,6%.

E’ allora composta di diplomati e ragazzi con la terza media l’enorme quantità di disoccupati e inattivi sotto i 30-35 anni. Un numero lievitato con la crisi, e più di quanto sia accaduto per i laureati.

Se il tasso di occupazione dei giovani laureati tra il 2006 e il 2014 è calato dell’11% nel nostro Paese, per i diplomati è sceso del 13,3% e per chi non aveva neanche un diploma del 18,4%

Imm4

Tra le performances peggiori d’Europa, almeno considerando i Paesi più grossi. Solo la Spagna ha visto crolli peggiori dei nostri.

In Germania e Polonia l’occupazione dei diplomati è addirittura salita più di quella dei laureati. Non a caso sono i due Paesi che la crisi non l’hanno sofferta, e due degli Stati con maggiore incidenza del settore manifatturiero sull’economia, dove la produzione di beni e non solo l’erogazione di sevizi ha resistito, si è adattata e ha anzi approfittato della globalizzazione.

L’Italia viveva finora una situazione piuttosto atipica in Europa, era tra i Paesi con la minore differenza di occupazione tra laureati e non laureati. Il luogo comune per cui non conviene laurearsi perchè tanto “l’elettricista e l’idraulico si fanno la villa mentre il laureato in economia prende 1000 al mese” era ingiustificato, ma nel nostro Paese era meno lontano dalla realtà che altrove. Si trattava di un sintomo dell’arretratezza del nostro tessuto economico, fatto di piccole e micro imprese con poca domanda di personale specializzato o di posizioni manageriali, di un ampio numero di laureati inattivi soprattutto al Sud, della permanenza al lavoro, cause riforme delle pensioni, di milioni di non laureati ultra 55enni. Con la crisi economica in un certo senso l’Italia si è avvicinata allo standard europeo, come e più di quanto già avviene altrove, le nostre aree più disagiate, il Sud, le periferie, si stanno riempiendo di persone che non hanno studiato e non hanno un lavoro, per quanto umile. Considerando la silente ma costante tendenza a ripercorrere le scelte dei genitori, per cui è molto più probabile per un figlio di un non laureato rinunciare a iscriversi o a finire l’università, questo vuol dire una società sempre più diseguale, e fragile. 

Abbiamo pochi primati in Italia, tra questi però vi era una certa coesione sociale, un apparente minore visibilità della divisione in classi, l’assenza di ghetti e banlieux paragonabili a quelle di altre metropoli estere. Questi trend negativi rischiano di farci avvicinare a modelli ed esempi di instabilità sociale da cui vorremmo tenerci lontani.

________________________________

Vedi gli articoli:

http://www.lastampa.it/2016/02/15/italia/cronache/ruggine-pagata-a-peso-doro-quando-i-rottami-dimenticati-nei-depositi-costano-milioni-xztC6rrij4s0GqCXXiYpgN/pagina.html

Ruggine pagata a peso d’oro: quando i rottami dimenticati nei depositi costano milioni

15/02/2016 – RAPHAËL ZANOTTI INVIATO A MONZA

La vernice gialla e rossa cade in scaglie solo a guardarla. La gommapiuma della sella si sbriciola. La forcella è inchiodata e la catena è un monoblocco di ferro e polvere. Sul mercato, una moto così, non varrebbe che qualche decina di euro, il prezzo del ferro recuperato. Ma lo Stato lo pagherà 24.000 euro. Il costo della sua custodia, per 33 anni, in un deposito mezzi sequestrati della provincia di Monza. Il cartellino giallo appeso al manubrio parla chiaro: questa enduro Tgm, fabbrica che ha chiuso i battenti 30 anni fa, è stata sequestrata ad Arcore il 16 gennaio 1983. Il giorno in cui catturarono Sergio Segio di Prima Linea, c’era Fanfani al governo e di lì a qualche ora Mario Moretti, Prospero Gallinari e altri 30 brigatisti sarebbero stati condannati all’ergastolo per l’omicidio Moro. Da allora, quel mezzo, è rimasto lì, dimenticato. Il suo proprietario, multato per guida senza patente, non l’ha mai reclamato. La polizia non l’ha mai fatto demolire. La prefettura se l’è scordato. E il suo costo, oggi, è diventato astronomico. 

Come quello della Renault 5 bianca sequestrata dai carabinieri e che perde i pezzi in un altro deposito della provincia lombarda. È qui dal 3 dicembre 1988. Calcolando il costo giornaliero della custodia e moltiplicandolo per i 28 anni di sequestro, questo rottame ormai inservibile costerà allo Stato circa 18mila euro. Più di un’auto nuova. 

IL COSTO DELL’OBLIO  

Fuori, il deposito, è una distesa di catorci che si perde a vista d’occhio. Tutti con il loro cartellino che indica il giorno di inizio custodia. Di casi così, in Italia, ce ne sono migliaia. E sono in aumento. Quando un mezzo viene sequestrato o finisce sotto fermo amministrativo, il proprietario può pagare la sanzione e recuperare il proprio mezzo saldando i giorni di custodia. Ma se non lo fa (e vista la crisi succede sempre più spesso) chi ha operato dovrebbe inviare il fascicolo in prefettura per la confisca, la successiva vendita o la demolizione.

Questo nella teoria. Qualcosa, invece, non funziona. A volte è l’operatore a dimenticare il fascicolo in un cassetto, spesso è in prefettura il collo di bottiglia. Così i mezzi restano a fare la ruggine con la velocità con cui producono costi. Ironia della sorte, nell’era del rottamatore Renzi. 

CHI PAGA?  

Comuni e Prefetture giocano allo scaricabarile, mentre i titolari dei depositi rischiano la chiusura (oggi stanno recuperando fatture emesse cinque anni fa). Ma le cifre sono enormi e oggi, con il sistema della fatturazione elettronica, è difficile ciurlare nel manico. Marta Vanzetto, collaboratrice del consigliere M5S di Verona Gianni Benciolini, si è occupata dell’esposto che nel 2014 ha inoltrato alla Corte dei Conti (senza, per ora, alcun risultato). All’epoca il Comune di Verona doveva qualcosa come due milioni di euro per i depositi conclusi (alcuni dei quali iniziati dieci anni prima). E pendeva almeno una fattura da 350.000 euro.  

«L’inerzia della polizia locale di Verona e la lentezza della prefettura ha prodotto costi enormi che gravano su tutti i cittadini» dice la Vanzetto. Inoltre, spesso, le fatture risultavano emesse anni dopo la fine del deposito. Emblematico il caso di un autocarro sequestrato: inizio deposito l’8 gennaio 2004, fine deposito il 28 dicembre 2004, fattura emessa solo il 30 settembre 2013. Perché?

DEBITI SCOMODI  

Ricostruire le esposizioni dei Comuni e dello Stato è arduo visto che pubbliche amministrazioni e Prefetture tendono a far finta di nulla nella speranza che, dopo un po’ di anni, arrivi una legge che stracci almeno parte delle fatture emesse dai custodi (ne sono già state fatte in passato). Se il ministero dell’Interno dopo giorni non fornisce i dati e anche l’Anci ha difficoltà a far smuovere i suoi, qualche calcolo però è stato fatto.

A settembre, al convegno nazionale dell’Ancsa, l’associazione nazionale dei centri di soccorso autoveicoli, è venuto fuori che le prefetture di Salerno erano esposte per 6 milioni di euro. E il presidente dell’Assi, associazione soccorsi stradali italiani, Gerardo Vegetti, racconta: «Ho crediti nei confronti dei Comuni per 600.000 euro e delle prefetture per 160.000». Soldi che, in un modo o nell’altro, bisognerà tirare fuori. E allora lanciamo l’appello: vendesi Tgm non in ottimo stato, si parte da 24.000 euro.

Tags:

Libro “Il Nobel dimenticato. La vita e la scienza di Camillo Golgi” di  Paolo Mazzarello

“Scusi professore, lei che è italiano, mi può spiegare cosa significa il nome latino Golgi?” Si tratta di una domanda plausibile per uno studente americano che, pur avendo incontrato molto spesso il termine “Golgi”, in locuzioni come Golgi complex o Colgi apparatus, non ha mai sentito parlare di Camillo Golgi, tanto da ritenere più probabile che si tratti di una parola latina di cui ignora il significato piuttosto che di uno scienziato in carne e ossa. Tra le molte cause che contribuirono ad appannare la figura di Camillo Golgi (1843-1926), vi è certamente il suo ostinato rifiuto della “teoria del neurone” (secondo cui il sistema nervoso è composto da unità cellulari indipendenti anche se reciprocamente connesse tra loro), sostenuta dallo spagnolo Santiago Ramòn y Cajal, con il quale Golgi condivise il premio Nobel per la medicina nel 1906. La teoria del neurone si impose nel corso del XX secolo e divenne il paradigma fondamentale delle neuroscienze: la sconfitta scientifica di Golgi ebbe il sapore della beffa, in quanto proprio i suoi studi furono tra i contributi più rilevanti per l’affermarsi della teoria da lui tanto avversata. Obiettivo di Paolo Mazzarello, nel tracciare la biografia scientifica di Golgi, è recuperare la perduta identità storica di questo grande ricercatore, a cui dobbiamo alcune delle più entusiasmanti scoperte nell’ambito della biologia e della medicina e che sono alla base della moderna concezione del cervello e della cellula.

______________________________________________________

L’Università di Pavia celebra con una bella mostra intitolata Golgi: architetto del cervello (allestita nel nuovo polo scientifico dell’ateneo e aperta fino al 19 dicembre 2006) il Nobel attribuito nel 1906 a Camillo Golgi, pioniere della neurobiologia e professore nella facoltà di medicina dell’università pavese. E l’ampia biografia scientifica di Golgi scritta da Paolo Mazzarello contribuisce a commemorare efficacemente lo scienziato che ha segnato, in maniera determinante se pur controversa, la nascita delle moderne neuroscienze. Nelle oltre seicento pagine del libro ci viene presentata con ricchezza di dettagli la storia privata, professionale e di impegno politico dello scienziato, sapientemente contestualizzata nell’ambiente accademico che fu tra i più prestigiosi d’Europa nel periodo teresiano-giuseppino. La fama dei medici e dei naturalisti pavesi, tra i quali spiccano, solo per citarne alcuni, Lazzaro Spallanzani, Antonio Scarpa, Mauro Rusconi, Agostino Bassi e Bartolomeo Panizza, è tale da far definire l’Università di Pavia una “risorta Atene” e la facoltà medica, in particolare, uno dei più importanti centri di studi medico-biologici in senso spiccatamente morfologico. Tale fama sarà ulteriormente accresciuta e rilanciata nei primi anni dell’unità d’Italia dalla teoria cellulare e dai progressi della microscopia. È in questo clima di fermento culturale e di trasformazione politica che Golgi si laurea in medicina nel 1865. Frequenta giovani patologi e fisiologi fortemente influenzati dalla visione materialista-meccanicistica mutuata dalle accademie tedesche e austriache e ne è a sua volta influenzato. Ma la svolta nella sua vita scientifica è l’incontro con due grandi personaggi della facoltà medica pavese: Cesare Lombroso, “alienista” e antropologo, e Giulio Bizzozero, enfant prodige della biologia pavese, allievo di Paolo Mantegazza, patologo generale ed esponente di punta della nuova corrente riformatrice degli studi medici. Golgi frequenta il laboratorio di Bizzozero, acquisendo quella passione per l’istologia che lo porterà a scegliere l’approccio morfologico alla neurobiologia (piuttosto che quello antropo-filosofico d’impronta lombrosiana) come premessa di ipotesi sul funzionamento del sistema nervoso. Nella cucina di casa, trasformata in laboratorio, alla ricerca di nuove tecniche di indagine neuroistologica che gli consentano di districare la complessità strutturale del tessuto nervoso e di differenziarne con colorazioni opportune le diverse componenti, indurisce nel bicromato di potassio pezzetti di cervello, prova e riprova vari reagenti ricercando l’impregnazione metallica sul tessuto fissato, “sebbene né ragioni teoriche né indirizzi empirici sostenessero questa sua idea” (Benedetto Morpurgo, 1926). Finalmente, nel 1873, immergendo il tessuto nervoso, preventivamente fissato nel bicromato, in una soluzione di nitrato d’argento, alcune singole cellule nervose con tutti i loro prolungamenti apparvero nette su uno sfondo giallo oro, sì da far esclamare a Golgi con orgoglio: “Sono felice d’aver trovato una nuova reazione per dimostrare anche agli orbi le strutture dello stroma interstiziale della corteccia cerebrale”. La “reazione nera” segnava il trionfo dell’istologia e apriva la strada all’esplorazione microscopica del substrato anatomico del pensiero. Ma l’organizzazione del tessuto nervoso che emergeva dalla miriade di preparati allestiti in quegli anni veniva da Golgi interpretata, in deroga alla teoria cellulare che contemporaneamente si stava affermando, come “rete protoplasmatica di Gerlach”, il cui funzionamento dipendeva da connessioni o anastomosi fra “intere province nervose”, insomma una rete nervosa diffusa (teoria reticolarista) somigliante a un sistema di vasi comunicanti. Ma, paradossalmente, è proprio grazie alla crescente notorietà di Golgi, unita alla fama dei suoi preparati, che le cellule nervose cominciavano ad apparire come unità indipendenti preludendo alla nascente teoria del neurone. Tra i neuroscienziati europei che verso la metà degli anni ottanta avevano utilizzato il metodo di Golgi giungendo a conclusioni interpretative divergenti, c’è un giovane medico di Valencia, Ramón y Cajal, al quale nel 1883 era capitato per caso di osservare al microscopio un vetrino di tessuto nervoso colorato con la reazione cromoargentica. Rimane folgorato dalla sua bellezza e da quel momento si sente investito da una vera e propria missione, quella di decifrare la trama nervosa con il metodo di Golgi. Con veemenza e tenacia, applica l’impregnazione, non senza averla prima modificata per renderne meno empirici i risultati, ai cervelli degli animali più diversi. Lavora come un matto e pubblica subito i risultati corredati da bellissimi disegni (determinanti per il suo successo) sulle riviste anatomiche più importanti del tempo ma, soprattutto, conquista i grandi anatomici tedeschi comunicando personalmente i dati ai meeting della Anatomische Gesellschaft o nelle numerose visite ai più importanti laboratori scientifici stranieri. Ramón y Cajal è caparbio, sicuro delle sue affermazioni e, contrariamente a Golgi, consapevole di quanto sia importante, per la propria immagine di astro nascente della scienza, il riconoscimento internazionale: è insomma un uomo mediatico ante litteram. Le reazioni dei colleghi, dapprima scettiche e incredule, si trasformano, di fronte alla bellezza dei preparati, in entusiastico consenso e, con i tempi ormai maturi per rigettare definitivamente il reticolarismo, il “seme” gettato da Golgi diviene prodigo di frutti per il collega spagnolo ormai riconosciuto come teorico del neurone. Golgi diffida dei neuronisti e del successo crescente di Ramón y Cajal, ma al tempo stesso, preso dagli impegni politici (è senatore del regno), amministrativi e gestionali (rettore dell’ateneo, consigliere comunale del comune di Pavia), dedica sempre meno tempo alla ricerca proprio quando il suo laboratorio, dopo la scoperta dell’apparato reticolare interno (di Golgi, appunto), è proiettato ai vertici mondiali della citologia. Intanto, nei primi anni del nuovo secolo i tempi sembrano maturi per attribuire il Nobel per la medicina a una disciplina morfologica e, fra contrasti e polemiche che travalicano la cerchia del comitato scientifico del premio, viene stabilito un conferimento ex aequo a Golgi e Cajal. A Stoccolma il risentimento di Golgi nei confronti dei teorici del neurone emerge dalla prolusione con la quale, ribadendo la sua visione olistica del tessuto nervoso, si era ripromesso di demolire la credibilità del rivale. Ma la storia darà ragione a Cajal e torto a Golgi. Cento anni dopo il Nobel, la disputa appare come una tappa cruciale dell’evoluzione della neurobiologia, nella quale si confrontavano non solo due interpretazioni contrastanti del cervello, ma due stili differenti di fare ricerca: quello di Golgi, convinto che la conoscenza fosse il risultato di un lavoro lungo, meticoloso, costruito a piccoli passi, e quello più innovativo di Cajal, in cui la qualità del risultato veniva valorizzata anche da un’immagine di aggressività e spregiudicatezza. E Mazzarello sottolinea il paradosso che segna di fatto la nascita delle moderne neuroscienze, nelle quali i due concetti rispettivamente sviluppati da Golgi e Cajal e da essi mutuamente esclusi, cioè la rete – la complessità del sistema – e i nodi (i neuroni, le sinapsi) – la sua specificità –, si fondono e, proprio in quel Nobel assegnato a due interpretazioni così apparentemente inconciliabili, trovano la loro sintesi.

Mariafosca Franzoni

______________________________________________________

Vedi gli articoli:

Tags: , ,

admin on settembre 11th, 2016

Libro “E si salvò anche la madre. L’evento che rivoluzionò il parto cesareo” di Paolo Mazzarello 

Fino al tardo Ottocento, quando insorgevano complicazioni nelle fasi finali di una gravidanza e si rendeva necessario un intervento di parto cesareo, era chiaro a tutti che la madre era spacciata. Non c’era scampo: si incideva il ventre, si estraeva il bambino e si lasciava la donna al suo destino. “Il taglio cesareo provocava un terrore che proveniva da lontano, dalle profondità del passato”, ci racconta Paolo Mazzarello, “perché era associato all’idea di morte della partoriente, sedimentata in secoli di drammi terribili”. Nel 1876 accadde però qualcosa di nuovo, qualcosa che vale la pena conoscere, poiché rivoluzionò la vita della nostra società ben più di molte famose scoperte dell’epoca, continuamente celebrate. Accadde, cioè, che una giovane donna di nome Giulia Cavallini, affetta da rachitismo e giunta al termine della gravidanza, si affidò alle cure del professor Edoardo Porro, primario ostetrico dell’Ospedale San Matteo di Pavia. Col canale del parto della giovane donna quasi completamente ostruito per via della deformazione delle ossa, Porro – uomo risoluto, vecchio garibaldino e medico particolarmente attento al destino delle sue pazienti – capì che doveva elaborare una tecnica nuova, un’invenzione in grado di salvare, oltre al bambino, anche la madre. Ci riuscì, e rapidamente la “tecnica di Porro” entrò nel repertorio chirurgico europeo. Grazie a Edoardo e a Giulia – ognuno coraggioso a modo suo – si aprì la strada a un’epoca, la nostra, nella quale un parto cesareo non è più una condanna a morte sicura, bensì un intervento relativamente semplice, grazie al quale le donne non devono più temere un atroce, ineluttabile destino.

______________________________________________________

Vedi l’articolo “Relazione sullo Stato Sanitario del Paese: focus sulla maternità

Tags: , ,