admin on luglio 18th, 2013

Volete scrivere anche voi su questo blog?

Volete scriver articoli per il nostro blog? è sufficiente fornirci la vostra email (email@italiacheraglia.com): in modo del tutto anonimo vi creeremo un account ed un accesso riservato. Potrete scrivere il pezzo che preferite. Noi lo vaglieremo e, se sarà in linea con la filosofia e l’etica del nostro blog, lo pubblicheremo. A livello indicativo, ci teniamo a illustrarvi quanto finora ha ispirato i nostri articoli nella pagina dedicata:

http://www.italiacheraglia.com/index.php/collaboragliamo/

admin on aprile 3rd, 2013

Ed eccoci di nuovo qui, al punto di partenza. Dalla caduta del governo Berlusconi (che sancisce la nascita di questo blog) sino ad oggi, si sono succeduti ben tre governi tecnici (Monti – Letta – Renzi) ed ora siamo al quarto. Ma, soprattutto, non siamo ancora riusciti ad avere una nuova legge elettorale. Tutto ciò sembra quasi una grandissima presa in giro….

www.investireoggi.it/attualita/governo-gentiloni-allautunno-prossimo-italia-sara-ostaggio-delle-faide-pd/

Governo Gentiloni fino all’autunno prossimo: Italia sarà ostaggio delle faide PD

Il governo Gentiloni potrebbe durare fino all’autunno prossimo, mentre l’Italia dovrà sorbirsi mesi di patemi interni al PD, oltre che un insignificante centro-destra allo sbaraglio e un Movimento 5 Stelle in modalità urlante.
Giuseppe Timpone – 12 Dicembre 2016
[…] La domanda adesso è un’altra: quanto durerà il governo Gentiloni? In teoria, l’ex premier vorrebbe il meno possibile, giusto il tempo di approvare la legge elettorale, magari consentendo il voto ad aprile. In realtà, i tempi si annunciano più lunghi. In primis, perché al G7 di Taormina ci dovrà essere un premier nel pieno dei poteri, cosa che molto difficilmente sarebbe possibile con elezioni in aprile.

Elezioni tra poco meno di un anno

Secondariamente, perché nessun partito, Movimento 5 Stelle a parte, oggi sarebbe davvero pronto a confrontarsi con il responso delle urne. Terzo, perché solo dal 15 settembre in poi, circa 600 parlamentari maturano il diritto a una pensione da 1.000 euro al mese, particolare “tecnico” non insignificante. Quarto, perché nessun governo nasce con l’intenzione di arrivare a scadenza in breve, come fosse una busta di latte fresco.

Le elezioni sono molto probabili tra ottobre e novembre dell’anno prossimo, cioè a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura; una tempistica più che accettabile anche per Mattarella, molto recalcitrante nel mandare l’Italia alle urne con un anno di anticipo.

Ma con la nascita del governo Gentiloni, il terzo di questa legislatura, ci aspetta una lunga e tremenda campagna elettorale, che ruoterà tutta attorno alle convulsioni interne al PD. […]

I prossimi 4-5 mesi saranno interamente dedicati a queste diatribe interne al PD, mentre i mesi successivi verranno impiegati certamente per l’apertura ufficiosa della campagna elettorale, con toni da stadio tra i tre schieramenti in campo. Tutto questo, mentre il centro-destra resta alla ricerca infinita di un nuovo leader e di un’unità d’intenti, essendo già scaduto in una classe dirigente al limite del ridicolo, anzi, del grottesco, mentre i grillini potranno consolidare la loro posizione di oppositori duri e puri, puntando a presentarsi alle urne come la vera alternativa ai piddini. Ci aspetta una pessima campagna elettorale, caratterizzata da insulti e “urla spagnolesche”, per dirla alla Bettino Craxi.

http://www.opinione.it/politica/2016/12/13/rossi-e-mosca_politica-13-12.aspx

Il vapore acqueo, il Pd
e l’ipocrisia storica

di Elide Rossi e Alfredo Mosca

13 dicembre 2016

Vapore acqueo, l’unico in grado di creare la nebbiolina dietro la quale nascondere sia Matteo Renzi che i veti delle correnti nel Partito Democratico in lotta. Del resto Paolo Gentiloni, nel bene e nel male, non è niente. Non è un politico puro, non è un tecnico, non è un self made man; è insomma il prototipo della persona qualunque che, meglio di altri, sfuma l’orizzonte della mediocrità. Per questo è stato scelto. Nessuno, infatti, più di lui, avrebbe potuto in questa fase garantire il gattopardo che vince. L’ex giovane di Lotta continua nel corso degli anni si è più volte evoluto verso il pensiero cosiddetto moderato e pur restando nel “sinistra disegno” si è distinto per una pacatezza tanto incolore quanto innocua. Un cattocomunista modesto e fortunato.

Insomma, Gentiloni Premier va bene al Pd, alla maggioranza di Governo, va bene a Renzi, che se ne buggera di tutto e va bene a Sergio Mattarella. Perché sia chiaro, l’unico obiettivo di Renzi, ma anche del Pd, non è stato quello di ascoltare la voce popolare che li ha sonoramente bocciati, ma di mantenersi in sella per covare la rivincita. Tanto è vero che il nome di Gentiloni è il frutto di “un’ipocrita” mediazione fra le correnti del Pd, in attesa di lucidare il filo delle sciabole verso il duello finale per la conquista della segreteria.

In buona sostanza, dopo il voto referendario nulla doveva cambiare e nulla è cambiato, sta tutta qua l’ipocrisia di chi ha invocato il giudizio popolare e quando l’ha ottenuto se ne è infischiato spudoratamente. Va da sé, infatti, che in qualsiasi altro Paese normale una bastonata del genere avrebbe generato uno sconquasso tale da portare rapidamente, con un Premier istituzionale, i cittadini al voto. Al contrario da noi si fa finta di niente e con tutte le scuse del mondo, anziché pensare al calore dell’acqua che bolle nel Paese, si utilizza il vapore acqueo che genera per offuscare la batosta elettorale.

Diciamocela tutta, per modificare la Legge elettorale ci si poteva mettere a lavoro dal cinque dicembre per adeguarla, anziché appellarsi ai tempi della Corte fissati per la fine di gennaio. Un modo insomma per guadagnare due mesi nulla facendo. Non solo, ma trascorsi questi mesi si inizierà un interminabile litigio intorno al modello elettorale da scegliere, per tirare avanti il più possibile con la legislatura. Come se non bastasse, si sono tirate in ballo le scadenze europee del 2017, gli arcinoti guai del Monte dei Paschi di Siena e delle banche, il G7 di maggio a Taormina e via dicendo.

In buona sostanza, si è voluto far credere che l’importanza delle evenienze è tale da non poter anticipare a marzo le elezioni politiche, come se tutto ciò non fosse noto prima del voto referendario. Eppure siamo certi che se avesse vinto il “Sì”, Renzi in un battibaleno ci avrebbe condotto alle urne per capitalizzare definitivamente il trionfo personale, sbaragliando minoranza, dissidenti, oppositori. Ecco perché siamo al vapore acqueo, all’ennesima ipocrisia della politica, all’ennesimo gioco di Palazzo, al quarto Governo non eletto, all’immancabile teatrino italiano. Ma quello che più sbalordisce è il menefreghismo nei confronti del referendum, del risultato del voto, del sentimento popolare. Scriteriatamente si trascura la reazione che seguirà al varo del Governo Gentiloni. Non solo i Cinque Stelle cresceranno ancora, ma la disaffezione e la sfiducia dei cittadini, da Nord a Sud, nei confronti della classe dirigente, raggiungerà livelli di pericolosa guardia. Qui non si tratta di fare i conti a tavolino per andare al voto solo quando si sarà certi di sconfiggere Beppe Grillo con qualche santa alleanza, si tratta di sfidare la pazienza, il buon senso, l’esasperazione degli italiani. Sta tutta qua la catastrofe nella quale Renzi e il Pd hanno trascinato il Paese in questi anni, a partire dall’ultima elezione del 2013. Una catastrofe nata dalle lotte interne di potere, dalle sfide fra correnti, alleanze incoerenti e maggioranze transfughe, un pasticcio d’ipocrisie e onnipotenze da far impallidire la vecchia balena bianca.

Insomma, la crisi del Paese sta tutta dentro la metamorfosi infinita nata dalla fusione cattocomunista del dopo Tangentopoli, iniziata con Romano Prodi e proseguita fino a Matteo Renzi. Potremmo dire dal Pci al Partito della Nazione fino al Patto del Nazareno, passando per la Quercia, l’Unione, l’Ulivo e quanto altro possibile pur di camuffarsi e restare al potere a dispetto di tutti. Altro che colpa di Silvio Berlusconi e della sua discesa in campo, l’Italia è entrata nel pantano da quando i cattocomunisti, comunque fusi e rappresentati, hanno puntato al governo del Paese a seguito del crollo del muro di Berlino e di Tangentopoli. In quel mucchio ci stanno tutti: Prodi, D’Alema, Veltroni, Bindi, Napolitano, Franceschini, Fassino, Castagnetti, Bersani, Letta, il meglio della Prima Repubblica.

Berlusconi li ha fermati ma non è stato capace di tenerli a distanza, anzi si è fatto blandire, suggestionare e spesso convincere, sperando nei vantaggi personali che qualcuno al suo fianco gli prometteva. Questa è stata la grande colpa del Cavaliere, inciuciare con i cattocomunisti, ecco perché la rivoluzione liberale non gli è riuscita e l’Italia è tornata nelle loro mani. Lo stesso inciucio che Berlusconi ha fatto col Patto del Nazareno, con i risultati che vediamo, un’Italia allo sbando e i cattocomunisti a dirigere l’orchestra e rovinare il Paese. Con l’aggravante pericolosa che mentre s’infrangeva il sogno liberale di un Paese emancipato dalla tenaglia clerico sovietica e il centrodestra svaniva tra un tradimento e l’altro, Grillo veniva su come panna montata. Oggi l’unico vero antagonista al cattocomunismo è lui, Beppe Grillo, i pentastellati con un consenso del trenta per cento, che continua a crescere e crescerà. Ecco perché sperano in Gentiloni, sperano ancora di falsificare la realtà con la neutralità colpevole di un pezzo di centrodestra pronto a collaborare. Ecco perché l’ex Pdl non si riunirà mai più, per come avremmo voluto e pensato, ecco perché Renzi prende tempo per farsi la santa alleanza contro Grillo. Forza Italia doveva affiancarsi a Salvini e Meloni e fare fuoco e fiamme per votare subito dopo le sentenze della Corte, con un Governo guidato dal Presidente del Senato e non dal gemello di Renzi.

Basta scorrere l’elenco dei ministri per capire quanto sia cambiato e quanto abbiano capito il messaggio del voto referendario. Roba da far invelenire pure i Santi. Con questo Governo i cattocomunisti hanno superato ogni limite del pudore, ma sbagliano, si sbagliano, c’è Grillo che offre e stappa champagne e molti altri che, stufi davvero, alla fine gli faranno volentieri compagnia. Molto volentieri.

http://www.ilpost.it/2016/12/05/futura-legge-elettorale/

La questione legge elettorale, spiegata bene

Oggi in Italia sono in vigore due leggi diverse e incoerenti per Camera e Senato, e una forse è incostituzionale: quasi tutti le vogliono cambiare, nessuno sa bene come

______________________________________________________

Vedi gli articoli:

Tags: , , ,

admin on dicembre 9th, 2016

http://www.huffingtonpost.it/2013/08/06/vittorino-andreoli-intervista-italia-malato-psichiatrico_n_3712591.html

Il professor Vittorino Andreoli: “L’Italia è un Paese malato di mente. Esibizionisti, individualisti, masochisti, fatalisti”

 

“L’Italia è un paziente malato di mente. Malato grave. Dal punto di vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i manicomi”. Il professor Vittorino Andreoli, uno dei massimi esponenti della psichiatria contemporanea, ex direttore del Dipartimento di psichiatria di Verona, membro della New York Academy of Sciences e presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association ha messo idealmente sul lettino questo Paese che si dibatte tra crisi economica e caos politico e si è fatto un’idea precisa del malessere del suo popolo. Un’idea drammatica. Con una premessa: “Che io vedo gli italiani da italiano, in questo momento particolare. Quindi, sia chiaro che questa è una visione degli altri e nello stesso tempo di me. Come in uno specchio”.

Quali sono i sintomi della malattia mentale dell’Italia, professor Andreoli?
“Ne ho individuati quattro. Il primo lo definirei “masochismo nascosto”. Il piacere di trattarsi male e quasi goderne. Però, dietro la maschera dell’esibizionismo”.

Mi faccia capire questa storia della maschera.
“Beh, basta ascoltare gli italiani e i racconti meravigliosi delle loro vacanze, della loro famiglia. Ho fatto questo, ho fatto quello. Sono stato in quel ristorante, il più caro naturalmente. Mio figlio è straordinario, quello piccolo poi…”.

Esibizionisti.
“Ma certo, è questa la maschera che nasconde il masochismo. E poi tenga presente che generalmente l’esibizionismo è un disturbo della sessualità. Mostrare il proprio organo, ma non perché sia potente. Per compensare l’impotenza”.

Viene da pensare a certi politici. Anzi, a un politico in particolare.
“Pensi pure quello che vuole. Io faccio lo psichiatra e le parlo di questo sintomo degli italiani, di noi italiani. Del masochismo mascherato dall’esibizionismo. Tipo: non ho una lira ma mostro il portafoglio, anche se dentro non c’è niente. Oppure: sono vecchio, però metto un paio di jeans per sembrare più giovane e una conchiglia nel punto dove lei sa, così sembra che lì ci sia qualcosa e invece non c’è niente”.

Secondo sintomo.
L’individualismo spietato. E badi che ci tengo a questo aggettivo. Perché un certo individualismo è normale, uno deve avere la sua identità a cui si attacca la stima. Ma quando diventa spietato…”.

Cattivo.
“Sì, ma spietato è ancora di più. Immagini dieci persone su una scialuppa, col mare agitato e il rischio di andare sotto. Ecco, invece di dire “cosa possiamo fare insieme noi dieci per salvarci?”, scatta l’io. Io faccio così, io posso nuotare, io me la cavo in questo modo… individualismo spietato, che al massimo si estende a un piccolissimo clan. Magari alla ragazza che sta insieme a te sulla scialuppa. All’amante più che alla moglie, forse a un amico. Quindi, quando parliamo di gruppo, in realtà parliamo di individualismo allargato”.

Terzo sintomo della malattia mentale degli italiani?
La recita”.

La recita?
“Aaaahhh, proprio così… noi non esistiamo se non parliamo. Noi esistiamo per quello che diciamo, non per quello che abbiamo fatto. Ecco la patologia della recita: l’italiano indossa la maschera e non sa più qual è il suo volto. Guarda uno spettacolo a teatro o un film, ma non gli basta. No, sta bene solo se recita, se diventa lui l’attore. Guarda il film e parla. Ah, che meraviglia: sto parlando, tutti mi dovete ascoltare. Ma li ha visti gli inglesi?”.

Che fanno gli inglesi?
“Non parlano mai. Invece noi parliamo anche quando ascoltiamo la musica, quando leggiamo il giornale. Mi permetta di ricordare uno che aveva capito benissimo gli italiani, che era Luigi Pirandello. Aveva capito la follia perché aveva una moglie malata di mente. Uno nessuno e centomila è una delle più grandi opere mai scritte ed è perfetta per comprendere la nostra malattia mentale”.

Torniamo ai sintomi, professore.
“No, no. Rimaniamo alla maschera. Pensi a quelli che vanno in vacanza. Dicono che sono stati fuori quindici giorni e invece è una settimana. Oppure raccontano che hanno una terrazza stupenda e invece vivono in un monolocale con un’unica finestra e un vaso di fiori secchi sul davanzale. Non è magnifico? E a forza di raccontarlo, quando vanno a casa si convincono di avere sul serio una terrazza piena di piante. E poi c’è il quarto sintomo, importantissimo. Riguarda la fede…”.

Con la fede non si scherza.
“Mica quella in dio, lasciamo perdere. Io parlo del credere. Pensare che domani, alle otto del mattino ci sarà il miracolo. Poi se li fa dio, San Gennaro o chiunque altro poco importa. Insomma, per capirci, noi viviamo in un disastro, in una cloaca ma crediamo che domattina alle otto ci sarà il miracolo che ci cambia la vita. Aspettiamo Godot, che non c’è. Ma vai a spiegarlo agli italiani. Che cazzo vuoi, ti rispondono. Domattina alle otto arriva Godot. Quindi, non vale la pena di fare niente. E’ una fede incredibile, anche se detta così sembra un paradosso. Chi se ne importa se ci governa uno o l’altro, se viene il padre eterno o Berlusconi, chi se ne importa dei conti e della Corte dei conti, tanto domattina alle otto c’è il miracolo”.

Masochismo nascosto, individualismo spietato, recita, fede nel miracolo. Siamo messi malissimo, professor Andreoli.
“Proprio così. Nessuno psichiatra può salvare questo paziente che è l’Italia. Non posso nemmeno toglierti questi sintomi, perché senza ti sentiresti morto. Se ti togliessi la maschera ti vergogneresti, perché abbiamo perso la faccia dappertutto. Se ti togliessi la fede, ti vedresti meschino. Insomma, se trattassimo questo paziente secondo la ragione, secondo la psichiatria, lo metteremmo in una condizione che lo aggraverebbe. In conclusione, senza questi sintomi il popolo italiano non potrebbe che andare verso un suicidio di massa”.

E allora?
“Allora ci vorrebbe il manicomio. Ma siccome siamo tanti, l’unica considerazione è che il manicomio è l’Italia. E l’unico sano, che potrebbe essere lo psichiatra, visto da tutti questi malati è considerato matto”.

Scherza o dice sul serio?
“Ho cercato di usare un tono realistico facendo dell’ironia, un tono italiano. Però adesso le dico che ogni criterio di buona economia o di buona politica su di noi non funziona, perché in questo momento la nostra malattia è vista come una salvezza. E’ come se dicessi a un credente che dio non esiste e che invece di pregare dovrebbe andare in piazza a fare la rivoluzione. Oppure, da psichiatra, dovrei dire a tutti quelli che stanno facendo le vacanze, ma in realtà non le fanno perché non hanno una lira, tornate a casa e andate in piazza, andate a votare, togliete il potere a quello che dice che bisogna abbattere la magistratura perché non fa quello che vuole lui. Ma non lo farebbero, perché si mettono la maschera e dicono che gli va tutto benissimo”.

Guardi, professore, che non sono tutti malati. Ci sono anche molti sani in circolazione. Secondo lei che fanno?
“Piangono, si lamentano. Ma non sono sani, sono malati anche loro. Sono vicini a una depressione che noi psichiatri chiamiamo anaclitica. Penso agli uomini di cultura, quelli veri. Che ormai leggono solo Ungaretti e magari quel verso stupendo che andrebbe benissimo per il paziente Italia che abbiamo visitato adesso e dice più o meno: l’uomo… attaccato nel vuoto al suo filo di ragno”.

E lei, perché non se ne va?
“Perché faccio lo psichiatra, e vedo persone molto più disperate di me”.

Grazie della seduta, professore.
“Prego”.

______________________________________________________

Vedi gli articoli:

Tags: , , , ,

www.truenumbers.it/la-spesa-sociale-frena-un-paese/

Tags: , ,

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/16_novembre_16/piano-citta-felici-solo-progettisti-spesi-736-milioni-incassati-173-878259f4-ac45-11e6-b10d-5f5dceb63e51.shtml

«Piano città», felici solo i progettisti. Spesi 736 milioni, incassati 173

Per ottenere i finanziamenti i comuni hanno investito capitali enormi per gli studi professionali, ma la «torta» si è ristretta per esigenze di bilancio. All’inizio aderirono 457 enti locali, poi scesi a 28

di Sergio Rizzo
17 novembre 2016

L’hanno battezzato «piano città». Ma sbagliando, e di grosso. Infatti l’avrebbero dovuto chiamare «piano progettisti». Perché a guadagnarci sono stati soprattutto loro, invece che le nostre città. Stiamo parlando di un decreto legge varato il 22 giugno 2012 dal governo di Mario Monti, che avevano intitolato «Misure urgenti per la crescita del Paese». E di misure urgenti, ce n’era (e ce n’è) bisogno eccome. Soprattutto nei centri urbani, assediati dal degrado e immersi in un’edilizia spesso orrenda e di qualità assai discutibile. Ma di soldini ce n’erano (e ce ne sono) pochi. Così, raschiando il fondo del barile, si recuperarono circa 200 milioni. Meglio che niente, si commentò all’epoca: soprattutto considerando le condizioni della nostra finanza pubblica. Almeno poteva essere un segnale. Accompagnato però da una prescrizione precisa: i finanziamenti non sarebbero stati destinati a semplici proposte, bensì a quelle iniziative che fossero assistite da progetti realmente esistenti e di fatto cantierabili. La formula studiata per accedere ai fondi statali era quella della cosiddetta «tempestiva esecutività» degli interventi. Senza però immaginare le conseguenze clamorose che queste due parole avrebbero provocato.

Parcelle da record

I conti li ha fatti l’Ifel, il centro studi dell’associazione dei comuni italiani. Al piano città hanno partecipato 457 enti locali, che hanno presentato progetti per un valore complessivo di circa 20 miliardi di euro. Una somma enorme, paragonabile alle dimensioni di una manovra da legge di stabilità. Naturalmente quei soldi non c’erano, e si cominciò dunque a scremare. Screma oggi, screma domani, i 457 possibili aspiranti si ridussero ben presto a 28. E dai 20 miliardi di progetti si scese fatalmente a un miliardo 716 milioni, con una richiesta finanziaria da parte dei Comuni a valere sugli stanziamenti del piano città pari a 666 milioni. Troppi anche questi, però. L’esiguità delle risorse a disposizione ha fatto sì che a questi progetti venissero accordati finanziamenti statali per 172,8 milioni, dei quali a tutt’oggi risultano effettivamente impiegati una quindicina di milioni. In compenso, però, le parcelle di ingegneri, architetti e professionisti vari, hanno corso a una velocità sorprendente. L’Ifel ha calcolato che richieste per 20 miliardi dovevano essere supportate da un volume progettuale imponente. La stima è impressionante: i Comuni avrebbero speso infatti 736 milioni per consentire di incassare appena 172,8 milioni a 28 di essi. Cifra di cui peraltro è stato finora concretamente utilizzato meno del dieci per cento. […]

A dimostrazione del fatto che anche le migliori intenzioni, talvolta, possono dare pessimi risultati se si supera il confine (sempre piuttosto labile in questo Paese) del buonsenso.

Tags: ,

https://it.wikipedia.org/wiki/La_meglio_giovent%C3%B9_(film_2003)

La meglio gioventù (film 2003)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
La meglio gioventù è un film del 2003, diretto da Marco Tullio Giordana. Racconta trentasette anni di storia italiana, dall’estate del 1966 fino alla primavera del 2003, attraverso le vicende di una famiglia della piccola borghesia romana.
Il titolo della pellicola è ispirato alla omonima raccolta di poesie pubblicata nel 1954 da Pier Paolo Pasolini.

Trama

La meglio gioventù è una saga familiare che si dipana dall’Italia del 1966 a quella del 2003. La pellicola narra la storia di una famiglia di Roma, i Carati, concentrandosi principalmente sulle figure dei due fratelli Matteo (Alessio Boni) e Nicola (Luigi Lo Cascio). In essa vengono documentate pressoché tutte le fasi della loro vita, dal loro viaggio nel fiore della loro giovinezza, negli anni della contestazione e della controcultura, agli anni della maturità nel 2000. Fra i temi centrali del film vi sono l’interazione fra la sfera personale e quella politica, l’analisi storica dei periodi considerati ed il tema del bivio (si sottolinea come anche i piccoli eventi della vita possano diventare punti di svolta per scelte più importanti nel futuro, nelle sue certezze ed ucronie).

Estate 1966

Il film narra la storia di due fratelli romani, Matteo e Nicola Carati, rispettivamente studenti in Lettere e Medicina. Essi vivono con i genitori Angelo (Andrea Tidona) ed Adriana (Adriana Asti), milanese trapiantata a Roma, e hanno due sorelle: la maggiore, Giovanna (Lidia Vitale) e la più piccola, Francesca (Valentina Carnelutti). Durante la prima parte del film vengono presentati i personaggi principali, gli amici più cari, Carlo (Fabrizio Gifuni) e Berto (Giovanni Scifoni), i rapporti più importanti. La premessa di partenza della pellicola è l’innamoramento di Matteo nei confronti di Giorgia (Jasmine Trinca), ragazza problematica di 16 anni, orfana di madre originaria di un piccolo paese dell’appenino abruzzese, ossia Pietracamela. La giovane vive in una clinica e, a causa di vicende gravi e ignote all’interno della sua famiglia, non parla quasi mai, ha paura di toccare gli altri e viene “curata” tramite l’elettroshock. Matteo la conosce e riesce a starle vicino, lavorando come logoterapista (figura che accompagna i malati, parlandoci e passeggiandoci per farli sentire a proprio agio) nell’istituto in cui lei è rinchiusa. In questo periodo stringe amicizia con lei, parlandole e condividendo le sue passioni per la letteratura e per la fotografia. Fra i due si crea un legame ed una notte Matteo, impietosito, decide di portarla via da quella violenta istituzione.

L’occasione giusta per sottrarla a tale luogo è la vacanza estiva con meta Capo Nord, che il fratello Nicola ed i suoi amici hanno programmato per chiudere l’anno universitario. Il giorno della partenza Matteo si presenta con la ragazza al seguito; nel gruppo di ragazzi si sollevano pareri discordanti su questa decisione. Per ovviare al “problema”, i fratelli Matteo e Nicola decidono di separarsi momentaneamente dal gruppo e di deviare il proprio viaggio per portare la ragazza al sicuro, da suo padre: questa decisione è legata al fatto che per andare all’estero sarebbe stato necessario passare dal Brennero e, in assenza di un passaporto della giovane, i ragazzi sarebbero stati facilmente individuati come fuggiaschi. Raggiunto Pietracamela, vengono a sapere dal parroco che il padre della ragazza si è trasferito da qualche anno a Ravenna. Arrivati a Ravenna il giorno dopo, i due fratelli riescono a trovare il padre di Giorgia e lo informano degli scorretti trattamenti a cui è sottoposta la figlia in istituto. L’uomo però non si mostra quasi per niente interessato ai problemi che affliggono la giovane ragazza e, anziché riprenderla a vivere con sé, preferisce che venga riportata in clinica, ribadendo più volte di non poterla accudire e di averla messa li spendendo molti soldi per farla guarire, come se quasi non credesse a ciò che gli hanno detto i due fratelli. Alterato da questo atteggiamento nettamente superficiale, Matteo reagisce violentemente contro di lui, ma infine i tre si allontanano.

Stando insieme, il rapporto fra i giovani si cementa ed anche Nicola inizia ad interessarsi a Giorgia, con la dolcezza e l’umanità che solo un aspirante medico ha verso un malato. I tre giovani si spostano di stazione in stazione, fin quando un giorno, per una distratta fatalità del destino, Giorgia viene catturata dalla polizia e riportata in istituto. I due fratelli soffrono fortemente per aver perso le sue tracce, ma in loro permane il ricordo di una estate diversa ed in un certo senso unica.

Le strade dei due si dividono: Matteo torna a Roma, smette gli studi e decide di arruolarsi nell’esercito. Nicola, invece, in attesa di ricominciare l’Università raggiunge infine la Norvegia, mantenendosi lavorando in una segheria. I due si scrivono per un po’, mandandosi cartoline e lettere piene d’affetto; questa fase di transizione viene spezzata nel momento in cui Nicola viene a conoscenza, tramite la tv norvegese, dell’alluvione che ha colpito la città di Firenze il 4 novembre. Decide di partire per la città come angelo del fango e qui rincontra suo fratello, anch’egli in missione umanitaria. Il capitolo si chiude con l’incontro fra Nicola ed una studentessa universitaria di Torino, Giulia, che lo incanta suonando il pianoforte nel fangoso ed affollato piazzale degli Uffizi.

Febbraio 1968

Sono passati due anni e Nicola, che ha deciso di specializzarsi in psichiatria, e Giulia vivono insieme a Torino. Sono innamorati e nel pieno fervore della grande contestazione, di cui sono strenui difensori. I due ancora non sono intenzionati a sposarsi. Il fratello Matteo, già misuratosi con l’inclemenza dell’Arma, sta facendo carriera al suo interno.

Primavera 1974

La lotta fra forze di polizia e manifestanti continua ad impazzare come una scia senza fine, dopo la cortina di fumo del Sessantotto. Nicola e Giulia sono presenti in uno scontro di piazza a Torino e si trovano a scappare dai manganelli della polizia. Giulia, suonando ad un campanello a caso, urla di dover entrare perché incinta ed in pericolo. Nicola prende questa affermazione come una pensata dell’ultimo momento, ma Giulia lo guarda negli occhi, facendogli capire che aspetta veramente un bambino. Sentendo che è una femmina, i due decidono di chiamarla Sara. La figlia nasce lo stesso anno, fuori dal matrimonio, ma è come un dono dal cielo per tutta la famiglia: i nonni Angelo e Adriana visitano la casa di Nicola a Torino per vedere la loro nipotina ed anche Matteo si fa vivo.

La loro vita sembra procedere tranquilla, ma purtroppo le loro differenze caratteriali iniziano a farsi vedere. Giulia continua a frequentare l’ambiente dei collettivi ed a seguire la sua ideologia comunista, mentre Nicola si allontana dai suoi fervori giovanili, capendo che è il momento della responsabilità. Inizia a lavorare come psichiatra in una casa di cura per mantenere la sua famiglia. La passione per questo incarico, grazie anche alla vicinanza della sorella maggiore Giovanna (divenuta magistrato), gli permetteranno di combattere dall’interno le anomalie organizzative dei manicomi; su tutti, i maltrattamenti verso i malati da parte di psichiatri apparentemente integerrimi, che lui invece smaschera per i mostri che sono.

Matteo nel frattempo si è unito ai reparti mobili della Polizia: si trova dal lato dei manganelli e osserva disilluso, dall’interno, il dolore della contestazione (uno dei suoi compagni di reparto viene picchiato e ridotto su una sedia a rotelle da un manifestante). Turbato dalla situazione, Matteo accetta un altro incarico come fotografo forense in Sicilia.

Estate 1977

Nicola e Giulia stanno arrivando ad un punto di svolta: la bambina sta crescendo e Giulia non riesce a separarsi dalle sue idee anarchiche e sovversive, arrivando a frequentare le Brigate Rosse. L’ideologia della donna è degenerata: si è passati dai sassi alle pistole. Ormai disinteressata al marito e alla vita familiare, una notte prepara di nascosto le valigie per andarsene per sempre da casa. Scoperta da Nicola, viene fermata sulla porta, ma non riesce a dare spiegazioni. Nicola, pur sapendo di dover allevare una figlia da solo, la lascia andare e ne è lacerato.

Ad ogni modo decide di continuare la sua attività di psichiatra, combattendo ancora per la liberazione dei malati (il suo modello ispiratore è Franco Basaglia). Accompagnato dai carabinieri, durante un controllo sulla qualità di una casa di cura apparentemente normale, egli scopre che nei sotterranei di quest’ultima vengono tenuti rinchiusi alcuni malati in condizioni disumane. Fra questi malati ritrova anche Giorgia, la ragazza dell’estate del ’66, la quale versa in uno stato di semincoscienza e delirio. Il manicomio viene chiuso e Nicola decide di seguire clinicamente la sua amica perduta da tempo.

Matteo invece vive da solo in Sicilia, fotografando scene del crimine e non coltivando alcun rapporto umano. Per caso, fra i tavoli di un caffè vicino al porto di Palermo, incontra una fotografa amatoriale, Mirella (Maya Sansa). Egli si presenta come “Nicola”, non volendo dire il suo vero nome e nascondendo i particolari sulla sua vita: di rimando Mirella appare molto aperta e parla della sua vita, della sua casa a Stromboli e del suo sogno di diventare bibliotecaria. Il dialogo fra i due si chiude con lui che le consiglia di lavorare in una bella biblioteca che frequentava quando viveva a Roma, quella di villa Celimontana. A causa del suo carattere, integerrimo ma impulsivo e a tratti insubordinato, Matteo decide di lasciare momentaneamente la Sicilia utilizzando delle ferie, seppur forzate dal proprio superiore. Matteo si reca così a Torino, passando per la natìa Roma, dove però decide di non incontrare la famiglia. Il padre Angelo, nel frattempo, si è ammalato di cancro. Il tempo passa e le cure risultano meramente palliative. La medicina non è in grado di curare Angelo ed egli muore, prima che il figlio Matteo riesca a parlargli per un’ultima volta (nonostante lo abbia osservato di nascosto dai finestrini della sua macchina).

Estate 1982

L’Italia si appresta a vincere il suo terzo Mondiale e le vite dei personaggi procedono in modo piuttosto canonico. La figlia di Nicola, Sara, è cresciuta ed esprime il lecito desiderio di rivedere la madre. La madre Giulia, di rimando, è sempre più invischiata nelle Brigate Rosse e si dà alla macchia. Tuttavia, colta da nostalgia per la figlia, contatta Vitale Micavi – che nel frattempo si è riconvertito a manovale – perché chieda a Nicola di permetterle di rivedere la figlia Sara proprio nel corso della finale del Mondiale; Giulia si troverà al Museo regionale di scienze naturali di Torino. Per tale ragione Nicola farà in modo di trovarsi lì con la figlia, che la vedrà di sfuggita senza riconoscerla.

Autunno 1983

Un anno dopo gli eventi appena descritti, Matteo (che ha ora un incarico molto più rilevante nella Polizia) cammina per la biblioteca di Roma di cui parlava a Mirella e la incontra nuovamente, questa volta in veste di bibliotecaria. Poche parole e i due si riconoscono e decidono di rivedersi. Qualche sera dopo, dopo una partita di bowling di coppia, fanno l’amore in macchina. Ma la vita per Matteo non è facile: è angosciato dai suoi obiettivi di lavoro (incredibilmente fra questi c’è quello di stanare terroristi, fra cui Giulia, e questo lo tormenta), percepisce la solitudine ed il rischio di chi si trova in una posizione come la sua. Combattuto, decide di uscire dalla vita di Mirella.

Dicembre 1983

È la sera di Capodanno. La famiglia Carati si è ritrovata al gran completo a giocare a carte: ci sono Nicola, la mamma, le sorelle, l’amico Carlo (ora sposato con la sorella minore, Francesca), i figli. Si respira aria di gioia in attesa della mezzanotte, ma Matteo non c’è. Egli si trova infatti al Commissariato, sta facendo gli straordinari su un caso di spaccio di cocaina. Uscito dalla stanza dell’interrogatorio, nervoso e snervato, incontra Mirella: la ragazza è lì per chiedergli perché è sparito da giorni e per sapere perché le ha sempre mentito sul suo nome (per anni ormai Mirella ha creduto che si chiamasse Nicola) e sulla sua professione (fino a quel giorno, prima che si informasse, pensava fosse un ingegnere). Lui le risponde violentemente, la scaccia via e lei non riesce a dirgli che in realtà era venuta per svelare che aspetta un bambino da lui.

Matteo decide di uscire dal Commissariato, visitare finalmente sua madre e festeggiare con la sua famiglia. Dopo poco però se ne va via, prima della mezzanotte, quasi senza salutare. L’unico che saluta è suo fratello, sulla porta, con uno sguardo commosso e che sa di presentimento. Sarà il loro ultimo incontro.

Tornato a casa, telefona a Mirella, ma risponde la segreteria telefonica, sulla quale Matteo non lascia un messaggio. Quando Mirella decide finalmente di alzare la cornetta, Matteo ha già messo giù. A quel punto Matteo si mette pigramente ad innaffiare le piante del suo balconcino e poi, mentre in TV fanno il conto alla rovescia per il nuovo anno, così come sta facendo tutta la sua famiglia, improvvisamente si lancia dal balcone, uccidendosi.

Nei giorni seguenti la famiglia è devastata dalla tragedia. La madre, Adriana, non si sente più in grado di fare il suo lavoro di insegnante, preferendo una vita in solitudine a Roma. Nicola, con la sensazione che avrebbe potuto salvare Matteo e non volendo fare lo stesso errore nuovamente, organizza con la sorella Giovanna la cattura di Giulia, per impedirle di uccidere qualcun altro o di rimanere uccisa. Giulia viene catturata e condannata a 17 anni di carcere. Durante questo periodo di prigionia Nicola le fa visita, chiedendole la mano, ma viene respinto.

Primavera 1992 – 1995

Camminando per la strada, Nicola trova un manifesto di una mostra di fotografia, nel quale riconosce gli occhi di suo fratello. La fotografia è stata scattata da Mirella. A seguito di questo evento, viene incoraggiato da Giorgia (il cui stato di malattia è migliorato ancora, tanto da poter finalmente uscire dalla casa di cura e vivere la sua vita) ad incontrare Mirella, di cui Nicola non sa nulla. Vincendo le resistenze di Nicola, Giorgia lo convince a informarsi direttamente, alla galleria d’arte, sull’autrice della foto di suo fratello.

Scopre così che Mirella ora vive a Stromboli ed è impegnata in Sicilia in un servizio fotografico sulla strage di Capaci, in cui ha perso la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone. Incontrata Mirella in una chiesa, Nicola scopre di avere un nipote, Andrea, di cui Matteo era padre biologico. Nicola ne parla con la madre Adriana e decide di visitare con lei il ragazzino, che ora ha sette anni e sta sull’isola. La madre di Nicola, ora nonna, ispirata da un nuovo significato della sua vita, decide di restare con Mirella e suo nipote. Morirà lì, qualche anno più tardi. Nicola, dopo aver saputo della dipartita della madre, si reca in Sicilia per visitare Mirella e stare vicino a questa parte della sua famiglia.

Nel frattempo, Sara, ora poco più che ventenne, sta ancora male per le scelte sbagliate fatte dalla madre. Decide quindi di trasferirsi a Roma, dalla zia Francesca e dallo zio Carlo, per studiare restauro. Qui si fidanza con un ragazzo, Mimmo.

Primavera 2000

Giulia, dopo l’uscita dalla prigione, è seriamente pentita nei confronti della figlia Sara. Lavora ora come archivista alla Biblioteca Nazionale di Firenze ed invia alla figlia una foto che ha ritrovato: in essa vi sono lei e suo padre nel 1966, quando erano giovani ed innamorati nella Firenze dell’alluvione. Sara, ora felice e rafforzata dalla vita, è incoraggiata da Nicola ad affrontare la madre e a cercare di sistemare le cose. Giulia e Sara si incontrano e ritrovano finalmente un legame. Trascinata dall’evento, durante una visita alla basilica di Santo Spirito, Sara dice alla madre un segreto che nessuno ancora sa: è incinta di Mimmo ed il suo unico desiderio è che la mamma suoni per lei. Giulia suona l’organo della chiesa per la figlia e le promette che la andrà a trovare alla nascita del bambino.

Nicola, nell’ubriachezza di una sera a casa di Carlo, finalmente riesce a farsi aprire gli occhi sulla morte di suo fratello Matteo, che è oggettivamente l’unico ostacolo fra lui e Mirella per essere felici. Nicola e Mirella, camminando in silenzio, riescono finalmente a superare il dolore e a lasciar allontanarsi la figura di Matteo per sempre. Si baciano e confessano il proprio amore reciproco.

2003

Il film si conclude con il figlio di Matteo, Andrea, che visita la Norvegia, in particolare Capo Nord, luogo in cui il padre e Nicola sarebbero dovuti andare insieme in quell’estate del 1966, viaggio che non hanno mai completato.

Distribuzione

Il film era stato prodotto originariamente per essere trasmesso dalla RAI in 4 puntate. La RAI ne sospese la messa in onda sui teleschermi posticipandola a dopo la presentazione al 56º Festival di Cannes, dove il film vinse il premio come miglior film della sezione Un Certain Regard.

Il film uscì quindi nelle sale italiane il 22 giugno 2003, diviso in due atti di tre ore ciascuno. Successivamente fu trasmesso su Rai 1 in quattro puntate da 90 minuti nei giorni 7, 8, 14 e 15 dicembre 2003, con notevoli dati di ascolto. Nella primavera del 2006 è stato replicato in prima serata su Rai 3 e in seguito, ad orari alterni, su canali satellitari e del digitale terrestre, per poi ritornare in prima serata su Rai 1 in due puntate da tre ore circa ognuna il 21 e 27 agosto 2013. È uscito anche negli USA (col titolo di The Best of Youth e distribuito da Miramax) il 2 marzo del 2005 ricevendo un’ottima accoglienza da parte dei critici (tanto da guadagnare la sesta posizione nella classifica stilata da Metacritic per l’anno 2005).

Critica

Il film è stato un eccellente successo di critica ricevendo valutazioni molto elevate anche da testate online internazionali: l’aggregatore di recensioni online Rotten Tomatoes ha registrato invece un punteggio di 95% per la critica (su una base di 62 recensioni specialistiche) e 97% per il pubblico (su una base di 7216 voti). IMDb ha registrato una valutazione media di 8.5/10 per il film di Giordana. Infine il sito Metacritic ha registrato una valutazione di 8.9/10 per la critica (basato su 28 recensioni specialistiche) e di 9.2/10 per il pubblico (basato su 140 recensioni).

Riconoscimenti

  • 2003 – Festival di Cannes
    • Premio Un Certain Regard a Marco Tullio Giordana
  • 2004 – David di Donatello
    • Miglior film a Marco Tullio Giordana e Angelo Barbagallo
    • Miglior regia a Marco Tullio Giordana
    • Migliore sceneggiatura a Sandro Petraglia, Stefano Rulli e Marco Tullio Giordana
    • Miglior produttore a Angelo Barbagallo
    • Miglior montaggio a Roberto Missiroli
    • Migliore fonico di presa diretta a Fulgenzio Ceccon
    • Nomination Miglior attore protagonista a Luigi Lo Cascio
    • Nomination Miglior attrice non protagonista a Jasmine Trinca
    • Nomination Miglior attore non protagonista a Fabrizio Gifuni
    • Nomination Migliore scenografia a Franco Ceraolo
    • Nomination Migliori costumi a Elisabetta Montaldo
  • 2004 – Nastro d’argento
    • Regista del miglior film a Marco Tullio Giordana
    • Miglior produttore a Angelo Barbagallo
    • Miglior sceneggiatura a Sandro Petraglia, Stefano Rulli e Marco Tullio Giordana
    • Migliore attrice protagonista a Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa e Jasmine Trinca
    • Miglior attore protagonista a Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio e Andrea Tidona
    • Miglior sonoro di presa diretta a Fulgenzio Ceccon
    • Miglior montaggio a Roberto Missiroli
    • Nomination Migliori costumi a Elisabetta Montaldo
  • 2004 – Globo d’oro
    • Miglior regia a Marco Tullio Giordana
    • Miglior sceneggiatura a Sandro Petraglia, Stefano Rulli e Marco Tullio Giordana
    • Gran Premio Stampa Estera a Adriana Asti
    • Nomination Miglior film a Marco Tullio Giordana e Angelo Barbagallo
    • Nomination Miglior attore a Luigi Lo Cascio
    • Nomination Miglior attrice a Sonia Bergamasco
  • 2004 – Ciak d’oro
    • Miglior regia a Marco Tullio Giordana
    • Miglior attore protagonista a Luigi Lo Cascio
    • Migliore attrice non protagonista a Adriana Asti
    • Miglior produttore a Angelo Barbagallo
    • Migliori costumi a Elisabetta Montaldo
  • 2003 – European Film Awards
    • Nomination Miglior regista a Marco Tullio Giordana
    • Nomination Miglior attore protagonista a Luigi Lo Cascio
    • Nomination Miglior sceneggiatura a Sandro Petraglia, Marco Tullio Giordana e Stefano Rulli
  • 2004 – Premio César
    • Nomination Miglior film dell’Unione europea (Italia)
  • 2004 – Sindacato Belga della Critica Cinematografica
    • Grand Prix a Marco Tullio Giordana

Tags: , ,